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Archivi tag: Lampedusa

Gorin meschino

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“ Libera la bestia che c’è in te”  titola il Populista, quello che si definisce  “Audace, istintivo, fuori controllo”.

Perché finalmente l’orgoglio razzista e la fierezza xenofoba sono legittimati come sentimento di popolo, oltre che dai versacci belluini delle piazze di Salvini, dalla propaganda immonda degli impresari della paura, dall’inazione della politica del laissez faire. E mai come in questo caso la definizione fu calzante:  lasciarli per strada,  lasciarli a “bighellonare”, o lasciarli confinati nei “canili” di legge, lasciarli in balia di malavita e sfruttamento,  lasciare che l’impotenza, l’inadeguatezza e l’irresponsabilità come sistema di governo autorizzino lo scatenarsi degli istinti peggiori, quelli che in altri tempi non si confessavano  e che ora vengono allo scoperto come ultima forma di autodifesa, danno licenza agli abitanti di piccoli comuni di capeggiare una rivolta di poveracci contro i più poveracci di loro, colpevoli di essere come loro in tempi non poi troppo remoti, profughi ambientali, profughi per fame e senza polenta e anguele,  quindi immeritevoli di essere accolti laddove  sarebbero degni di carità pelosa solo gli scampati a bombe prodotte dalla civiltà superiore.

Non stupisce che il braccio di ferro tra rivoltosi e Stato non più sovrano, abbia registrato la vittoria dei barricaderi del Polesine. Perché differenze e disuguaglianze si consumano anche in piazza: c’è rivoltoso e  rivoltoso, c’è sovversivo e sovversivo, c’è antagonismo e antagonismo. Così  mentre si svolge il processo in appello per i disordini e le “violente” manifestazioni di dissenso contro la realizzazione della Tav,  proprio quando si ha notizia di 21 arresti per corruzione e associazione per delinquere del Gotha degli appalti, a conferma che quella opposizione aveva visto giusto su opacità, malaffare, criminalità all’ombra delle grandi opere, i cittadini mobilitati nel rifiuto e nel respingimento di povere criste (alla notizia che una era incinta di otto mesi, un bravo indigeno ha risposto: non me ne frega un cazzo, vada dal prefetto) e qualche ragazzino,  hanno avuto la meglio.

Non stupisce e non stupisce che già oggi cominci un coretto sia pure sommesso, di comprensione e indulgenza per la manifestazione un po’ troppo impetuosa, un po’ troppo veemente, ma non del tutto ingiustificata. E non poteva che essere così, finite di parlare emotività e cattiva coscienza, arriva il momento del realismo, della ragionevolezza e, infine,  della corretta interpretazione degli eventi. Perché l’assoluzione della brava gente di Goro e Gorino assolve chi li governa e ci governa.

Stamattina nei Talkshow che sostituiscono la preghiera laica della lettura dei giornali con il berciare di cottimisti del decoro, con il vociare di chi si para dietro la buona volontà di chi salva in mare, dietro la generosità di Lampedusa o di Riace, per dar corso alla guerra, quella vera e concreta con l’appoggio all’impero e quella solo apparentemente meno cruenta, contro diritti, lavoro, assistenza, cura, istruzione, per gli italiani e per chi arriva, ha già avuto inizio la liturgia dell’indulgenza e dei distinguo, a cominciare da una professoressa di Storia e “esperta d’Africa” che a coronamento di tesi spericolate già espresse in passato sotto la dicitura di “questi sono falsi profughi”, che ha impartito una lezione  sulla meritocrazia dei disperati, che andrebbero suddivisi in opportune gerarchie, dando credito solo al dolore e al rischio di chi può certificare di essersi sottratto con un viaggio spesso mortale alla guerra e ai bombardamenti.

E dando così ragione intanto ai probi abitanti di Goro e Gorino, ai loro slogan: non ce n’è per noi, figurati per loro, alle loro preoccupazione per la minaccia alla miracolosa opportunità offerta da una valorizzazione della zona a scopo turistico (con tutto il rispetto per un paesaggio pregevole e per una cucina di tradizione, è difficile immaginare pellegrinaggi di cinefili a caccia di inquadrature viscontiane a Codigoro, gourmet in viaggi di scoperta nelle geografie delle vongole, a fronte dello stato di abbandono nel quale è stato lasciato perfino il parco e le sue aree protette), effetto dell’occupazione “abusiva” di un ostello.  Poi, a quelli di Capalbio,  sia pure tardivamente,  che in autunno si saranno ritirati dalle loro barricate ideali, pronti a raggiungere altre mete inviolabili e inaccessibili per via della bianca visitatrice che protegge da presenze moleste. E infine ai sindaci, in  testa il “diversamente Renzi”, in veste di primo cittadino  di Firenze, che hanno rivolto un dolente appello a Alfano così concepito:  “sonoa chiederLe cortesemente di sollecitare il Ministero affinché non invii ulteriori richiedenti asilo sul territorio toscano…”. E c’è da star sicuri che con il buon esempio di Ferrara l’accorata richiesta avrà successo, perché è meglio che siano i poveracci a dare accoglienza, a prodigarsi, che siano quelli del Sud che tanto sono abituati a rinunce e miseria, che siano quelli di posti brutti, tristi, avviliti a dividere il niente e l’umiliazione, perché come disse un ministro del governo Monti, i privilegiati soffrono di più per la perdita di beni e sicurezza.

L’avrà vinta altra brava gente che alzerà barricate, che tirerà su reticolati e muri è questa l’opposizione costruttiva che piace, perché contribuisce a quelle emergenze che si trasformano o in repressione o in business, grazie a misure eccezionali, stanziamenti incontrollati e leggi speciali. Perché è meglio che a Gorino si protesti contro gli stranieri che contro chi li lascia senza assistenza: il medico più vicino è a 60 km., è meglio che i pescatori si “difendano” dalla concorrenza dei forestieri invece che dal mare inquinalo, dalle multinazionali del mercato agroalimentare, dai cannoni cerca-petrolio in Adriatico, proclamando come ormai è uso nella grande fabbrica della menzogna, di essere “manager specializzati” del settore ittico che devono difendere la loro professionalità.

Insomma è meglio che una volta che  è stata dichiarata guerra al popolo, il popolo si ammazzi in una salutare lotta che non abbiamo il diritto di chiamare fratricida, se abbiamo cancellato vincoli, affetti, umanità, diventando meno dei lupi che almeno vanno in branco.

 

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Piccola Atene, piccola Gomorra

Jack VettrianoAnna Lombroso per il Simplicissimus

E dire che si erano auto-proclamati la Piccola Atene, quell’enclave di personalità stese mollemente sulle chaises longues dell’ultima spiaggia fino al dolce tramonto con “Chi” nascosto dentro al Newseek  e Dagospia iconizzato che occhieggia sotto Twitter per poi andare a nutrirsi nella grande greppia maremmana, una fiorentina a Vallerana, una pizza al Fontanile dei Caprai, il cinghiale da Guido, le cene di compleanno da Caino, in cerca ogni anno tutti gli anni dei sapori locali, come principi contadini che, magnanimi, valorizzano la grande tradizione della cucina italiana.

Se quella di quella Piccola Atene è la democrazia, l’hanno talmente screditata, che forse è meglio lasciarla a loro, al nemico, per saggiare le possibilità concrete della dittatura del proletariato. Se sono loro la classe dirigente (non a caso questo è l’unico contesto dove è concesso l’uso della parola classe, sostituita da “ceto”, target, segmento di pubblico, grazie al sopravvento linguistico del gergo di quella che ci fa e vince la guerra contro di noi) non stupisce che sappiamo testimoniare e rappresentare gli istinti peggiori, una volta tenuti celati per pudore, oggi liberamente sbrigliati ed esibiti nell’intento , legittimandoli a livello di élite d’avanguardia,  di promuoverne l’affrancamento nelle masse.

Deve essere quello il senso della divina e sdegnosa insurrezione della comunità di Capalbio: il principe di Garavicchio, ambientalista e Testa nuclearista, uniti nell’estensione del Nimby, dai termovalorizzatori e dagli inceneritori all’immigrazione, per proclamare che si deve, si,  accogliere, come si devono, si, trattare i rifiuti, ma non nel loro uliveto, non nel loro cortile, non nel loro giardino. E possibilmente le trivelle scavino, si, ma non davanti al tratto di mare dell’ultima spiaggia, alla loro villa di Cala Grande, perché le ragioni dello sviluppo magnifico e progressivo devono essere ambientate in modo da non disturbare il loro panorama, da non turbare i loro sonni, da non mortificare la loro vista con immagini di umiliazione e miseria, da non infastidire il riposo meritato delle loro fertili intelligenze, che, come è evidente proprio in questa occasione, sono stanche e hanno diritto a una pausa contemplativa.

50 immigrati a ciondolare a Capalbio, a Orbetello, a Albinia, ricoverati impudentemente perfino in alloggi “di lusso”, contigui ai loro possedimenti, pare siano un affronto, un oltraggio lesivo appunto della democrazia e della partecipazione di cittadini così speciali al processo decisionale: come hanno voluto precisare, loro, la crème, l’aristocrazia sia pure stagionale, non sono stati consultati. E sostengono di parlare a nome degli indigeni, probabilmente antropologicamente inferiori, quasi, forse, al livello degli aspiranti ospiti sgraditi, per segnalare l’impossibilità che si produca una benigna integrazione, che quando loro tornano alle loro elevate occupazioni in autunno, restano soli in balia di presenze invadenti, scomode e inquietanti.

E poi ammettiamolo, ne hanno pagati di mutui, hanno dato vita a fior di cooperative di famigli di mamma Rai, ne  hanno dovuto produrre articolesse e pensosi editoriali, hanno dovuto inghiottire rospi nella tremenda lotta per i soldi e il potere nelle impresi di Stato. Hanno il sacrosanto diritto di proteggere il valore delle loro proprietà e delle loro rendite, di ripristinare – ma è mai finita?- una necessaria apartheid che segni anche geograficamente e moralmente le disuguaglianze.

È vero che comprano i parei dai vu’ cumpra’ che transitano sul bagnasciuga, è vero che nonna  è accudita dalla moldava, è vero che come fa gli springrolls la loro tata filippina, nessuno, è vero che fanno il tifo senza remore per colorati annessi alla squadra olimpica, è vero che in passato hanno dedicato riprovazione e condanna per i sindaci sceriffi che multavano i lavavetri, è vero che si beano delle imprese della nostra guardia costiera che salva i naufraghi, ma quel che è troppo è troppo.

E infatti il loro mantra preferito è che in nome della sicurezza bisogna rinunciare a alcuni diritti e privilegi.  Dunque che ci rinuncino gli altri, quelli più abituati, che siano gli “stranieri” o quelli di Lampedusa. E poi non è vero che non dobbiamo abbandonare le nostre abitudini? Dunque le abbandonino gli altri quelli che con usi e tradizioni, hanno lasciato case e affetti.

L’importante è che non si vedano, l’importante, se proprio devono passare di qua, è che siano invisibili e non ostentino la loro disperazione, non ci guastino in buonumore vacanziero con la loro presenza fastidiosa.

Proprio Testa oggi ci fa sapere dal suo buen retiro  che sarebbero accettabili se potessero essere impiegati in occupazioni socialmente utili, se facessero come i buoni selvaggi romeni ospiti della Maremma che fanno della pasticceria squisita, se insomma si mettessero al nostro servizio, c’è da arguire, come giardinieri, camerieri, badanti, lavapiatti, meglio ancora per “riparare” il dissesto del territorio,  invece di bighellonare per le strade.  Ha ragione, di ripristino del suolo ci sarebbe proprio bisogno in una delle zone più sottoposte a speculazione, abusi, delirio costruttivo e immobiliare. Ha ragione, non fa bene né a noi né a loro che stiano in giro a non far nulla. Peccato che sia la condizione imposta non solo dalla mancanza di occupazione di una società in recessione, ma anche dalla volontà politica di ostentarli come parassiti, di accreditarli come quelli che ci rubano il pane, le case, il lavoro, per suscitare nel popolo bue quelle reazioni di pancia infami che nella divina comunità di Capalbio sono invece ragionevoli e civili manifestazioni degne dell’età di Pericle.


Profughi. Sindaci italiani non pervenuti

 IMG_4505Anna Lombroso per il Simplicissimus

…. Dob­biamo essere all’altezza della pro­messa fatta di fronte al nostro con­ti­nente in rovina: «Mai più» …. La nostra mag­gior respon­sa­bi­lità è di fronte al genere umano. Se con­ti­nuiamo ad alzare muri, chiudere  fron­tiere, lasciando il lavoro sporco ad altri stati per­ché siano loro a fare da gen­darmi delle nostre fron­tiere, che mes­sag­gio lan­ciamo al mondo? Che volto dell’Europa riflette que­sto Mare Medi­ter­ra­neo coperto da corpi senza vita?…. Noi, le città euro­pee, siamo pronte a diven­tare luo­ghi d’accoglienza. Noi, le città euro­pee, vogliamo dare il ben­ve­nuto ai rifu­giati e alle rifu­giate. Sono gli Stati a rico­no­scere lo sta­tuto d’asilo, ma sono le città a dare soste­gno. Sono i muni­cipi lungo le frontiere, come le isole di Lam­pe­dusa, Kos e Lesbos, i primi a rice­vere i flussi delle per­sone rifugiate; e sono i muni­cipi euro­pei che dovranno acco­gliere que­ste per­sone e garan­tir­gli di poter ini­ziare una vita, lon­tano dai peri­coli da cui sono riu­sciti a scappare…. 

Sono queste frasi estrapolate da un appello sottoscritto da sindaci di gandi e piccole città europee, che prosegue:  da Voi, governi degli Stati e dell’Unione Euro­pea, dipende che que­sta crisi umanitaria    non si tra­sformi in una crisi di civiltà, una crisi dei valori fon­da­men­tali delle nostre demo­cra­zie. Durante anni, i governi euro­pei hanno desti­nato la mag­gio­ranza dei fondi per l’asilo e le poli­ti­che migra­to­rie a blin­dare le nostre fron­tiere, con­ver­tendo l’Europa in una fortezza…

Non mi sono stupita se in calce a questo appello l’unica firma italiana è quella di Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa. Manca quella di Marino, manca quella di Nardella, manca anche quella di Pisapia. Magari non si sono accorti di questo richiamo a dovere e responsabilità, passato accuratamente sotto silenzio dalla stampa. Magari in qualcuno ha avuto il sopravvento la “ragion di municipio”, la preoccupazione  di perdere il consenso degli operosi cittadini lombardi che tacciono sulla misura punitiva ipotizzata dal governo  della loro regione nei confronti degli alberghi che decidono di ospitare profughi. Magari da uomini di mondo,   pragmatici e fattivi, si sono persuasi dell’inutilità di appelli e petizioni: e sarebbe un inedito in un paese dove una firma in calce non si nega mai.  Magari sono europeisti talmente convinti da accettare supinamente il giogo dei patti di bilancio, da approvare muri e recinti, da contribuire e acconsentire  nel loro piccolo a invasioni di Muos, trivelle, Tav, che disapprovano le critiche alla matrigna severa, ma giusta. Magari qualcuno, ma è una supposizione fantasiosa e probabilmente infondata, ha tratto profitto elettorale o addirittura finanziario dal brand dell’immigrazione, dal business più infame degli ultimi 150 anni., la speculazione a tutte le latitudini sulla disperazione di popoli in fuga.

Oppure semplicemente sono talmente contratti, ingabbiati, avviliti dal diktat più potente che viene dall’ideologia dominante: la proibizione a pensare a un’alternativa, la condanna del pensiero critico come fosse una colpa, la censura dell’utopia come fosse un’eresia, che non riescono a immaginare soluzioni civili, soluzioni umane, soluzioni responsabili, preferendo rovesciare su altri lagnanze e negligenze, preferendo delegare ad altri competenze e doveri, preferendo essere esautorati piuttosto che decidere, scegliere, governare.

Certo la sfida è ardua. La certezza amara che la bellezza non ci salverà, ripresa proprio in questi giorni da Salvatore Settis viene confermata da quello che succede nelle nostre città, grandi e piccole, impoverite dai debiti ma soprattutto, idealmente e politicamente, da una impotenza imbelle fatta di incompetenza, ubbidienza a lobby e rendite,  sottomissione a potentati privati locali e non,  dove la fa da padrona una forma di corruzione particolarmente subdola, quella dell’inerzia, dell’ammuina, del laissez faire, dell’inanellarsi di progetti che restano tali, perché l’astenersi dal realizzare  rende di più dell’azione, mediante promesse, incarichi continuamente rinnovati, studi da chiudere nel cassetto, consulenze e commissioni oggetto di ostensioni periodiche come prova di efficienza, ascolto dei bisogni, volontà di agire.

E suona retorico dire che quella dell’arrivo di profughi, in verità in misura minore che in altri paesi –  che  il nostro assume sempre di più il carattere di una tappa indesiderata,  e non è difficile spiegarselo – potrebbe essere un’opportunità per ragionare su modelli che non ripetessero pedissequamente sul territorio le disuguaglianze, grazie a un’urbanistica negoziale volta solo a assecondare poteri proprietari e ridotta a scienza del controllo sociale. Che moltiplica il format dei ghetti: su in altipiani lussureggianti quelli del lusso, protetti da guardiole, muri elettrificati, chiodi che vengono su dal selciato, vigilantes, giù o oltre, periferie favelas, bidonville, dove a poco poco silenziosamente si sono trasferiti vicini che non vediamo più, lasciati “marcire” nell’incuria, nell’abbandono, del degrado in modo da prepararsi a “accogliere” altri diseredati di altri colori, altre lingue, altre disperazioni, in modo che quello che era incivile diventi disumano, che il malessere diventi rancore, che il malumore diventi violenza da riversare su chi è più debole, su vite nude, senza docuemnti, senza identità, senza niente da perdere.

Città dove la rivelazione della morte in un condominio si ha dopo due anni per via dell’odore che aleggia e che si è cercato di contrastare incerottando la porta, dove a fronte di centinaia di alloggi vuoti e mai finiti centinaia di “senzatetto” di varia natura sono costretti a entrare nelle geografie dell’illegalità. Città dove impera il brutto, mentre il bello è trasandata, trascurato in modo che sia più facile, nell’indifferenza o nell’accettazione comune, darlo in affidamento. Città dove intorno alle cattedrali della modernità, torri di cristallo che si ergono specchiando sulle loro facciate la lontananza remota e crudele, si spargono insediamenti estemporanei frutto di un’urbanistica contrattata con i boss immobiliari, senza programmazione, senza pianificazione, senza progetto. Città dove le piazze, i luoghi dell’incontro e del ragionare insieme sono sostituite dai centri commerciali dove echeggia la monotona e pervasiva nenia della musica ambient lounge inframmezzata dai comunicati commerciali, dalle offerte, dalle occasione del gran mercato delle illusioni e dove si ricoverano individui che hanno perso la qualità di cittadini e perfino quella di consumatori, ridotti da nuove povertà a guardare senza toccare.

 

 


Le carni tremule dell’Europa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi perdonerete se sarò lombrosiana di nome e di fatto. Ma Monsieur Hollande possiede proprio la fisiognomica del coniglio borioso, molle coi forti e prepotente coi deboli, carne tremula con la Merkel e tallone di ferro con i disperati.

Così non credo che sia stato intimorito più di tanto dalla minaccia burbanzosa del gradasso di Palazzo Chigi: se l’Europa non ci aiuta, facciamo da soli.  Che vuol dire – secondo l’inveterato sistema di governo adottato  negli anni da impresari della paura e del rifiuto, imprenditori della speculazioni alle spalle dei sommersi, produttori di muri e esclusione –  facciano gli italiani brava gente, con gli aiuti e i pacchi doni, le ruspe e le coop sfruttatrici,  i sindaci salviniani e quella di Lampedusa, i “non sono razzista, ma..” e quelli che hanno sperimentato il bello dell’aprirsi agli altri,  in una combinazione di ignavia e pietà, razzismo e umanità, come si addice a un Paese in evidente stato confusionale.

C’è stato un tempo nel quale pensatori e osservatori, da Aron a Servan Schreiber, da Girard a Revel, hanno motivato l’accoglienza sia pure “pelosa” degli immigrati in Francia, come la naturale evoluzione della cattiva coscienza occidentale e del senso di colpa per i colonialismi del passato, checché ne dica tal Bruckner  autore de “La tirannia della penitenza” nel quale denuncia la “valanga penitenziale”, quella indole all’auto flagellazione dell’Occidente e della sua cultura, considerati come gli unici responsabili   di qualsiasi conflitto, crimine dell’umanità, genocidio messo in scena sul palcoscenico della storia. E che è molto piaciuto in patria. E c’è da crederci perché pare proprio che la resa dei conti con trascorsi lontani, ma soprattutto recenti, e con interventi contemporanei, se era cominciata ora pare si sia festosamente interrotta.

Per carità non spetta certo a noi scagliare la prima pietra, a noi, che, immemori di Faccetta Nera e Graziani, di imprese scalcagnate ma sanguinarie, di annessioni e impero sgangherati ma cruenti, abbiamo proseguito sotto tutti i governi e le bandiere a perseguire il brand dello sfruttamento delle antiche colonie, dell’export di armi e dell’import di risorse e beni, stringendo e consolidando alleanze di ferro con despoti e tiranni, secondo quello stile all’americana per il quale gli stessi dittatori più o meno trucibaldi,  più o meno ritinti, più o meno temperamentali erano di volta in volta amici o nemici, soci o pericoli pubblici da annientare in buona compagnia.

Così oggi gli smemorati di antichi o recenti torti si trovano a ingurgitare i frutti velenosi di conflitti irrisolti e  guerre che hanno prodotto   circa 200.000 saharawi accampati nel deserto algerino, oltre 4 milioni di profughi palestinesi, 9 milioni di siriani tra sfollati e profughi, 2 milioni di iracheni in fuga e un incalcolabile  flusso di uomini e donne dall’Afghanistan, dall’inferno della Libia,  dalla Somalia, dall’Eritrea, dal Sudan e da altri paesi africani. E non si può dire sia una sorpresa

I due tracotanti inadeguati, ambedue dimentichi di storia, valori e ideali dei quali i loro partiti dovrebbero essere depositari – per non dire del mandato – hanno a vario titolo e in vari modi contribuito a nutrire quella percezione del pericolo che viene da oltremare, dell’invasione del nemico in casa, hanno sottovalutato i vecchi e nuovi fascismi interni, hanno alimentato diffidenza e paura, antichi e sempre attuali oppi dei popoli, utilissimi a distrarre da colpe e responsabilità di chi sta nei posti di comando.  Mentre invece nei paesi mem­bri dell’Ue, alla fine del 2013, si erano insediati un numero di immi­grati di prima gene­ra­zione (cioè nati all’estero), rego­lar­mente regi­strati ed attivi nelle rispet­tive eco­no­mie in numero di oltre 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non euro­peo. E tutti, come gli altri che li hanno pre­ce­duti, hanno contribuito diret­ta­mente alla pro­du­zione e alla ric­chezza di quei paesi.

Ora però nella Francia che ha accolto più di un milione di francesi di Algeria e che oggi deve fronteggiare il malcontento  di oltre  tre milioni di disoccupati che vivono con i sussidi, un premier dà la stessa risposta che venne data ad Evian.

E come lui, Renzi ad un tempo insegue un “sentimento popolare”, interpretato da Salvini, da Calderoli con la scabbia, da Maroni governatore così scisso da non ricordare il Maroni ministro, ma anche dalla Serracchiani «Si scordino che prendiamo nella nostra Regione gli immigrati che loro non vogliono», perfino da Casson «Venezia ha già dato», per via di prevedibili ansie da prestazione elettorale. E al tempo stesso fa la voce grossa vantando un fantasioso Piano, B, come il lato,  annunciato e immateriale nel timore di scontentare l’Europa matrigna e impazientire la fortezza Ue, cui non ha il coraggio fare l’unica cosa sensata: ridiscutere i trattati, ridiscutere gli obblighi del fiscal compact, ridiscutere cravatte e gioghi imposti e oggi più che mai insopportabili, nemmeno se fossimo il Paese di Bengodi dal quale in forma bipartisan tutti vorrebbero cacciare gli ingombranti Altri, gli Estranei, i Clandestini.

Che poi molto ci sarebbe da dire sui numeri. I vivi –  dall’inizio del 2015 nel Mediterraneo i morti accertati sono più di 1700 persone –  dall’inizio dell’anno al 7 giu­gno sarebbero  52.671,  poco più dei 47.708 regi­strati nello stesso periodo dell’anno scorso. Su questa base potremmo aspettarci  un numero di 190.000 a fine anno, lontano dalla tremenda massa di pressione di un “esodo biblico”, piaga e minaccia insostenibile per gli equi­li­bri eco­no­mici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ric­chi del mondo. Mentre sarebbero oltre 5 milioni i profughi fuggiti dai tanti troppi focolai di guerra (Afgha­ni­stan, Siria, Soma­lia, Sudan, Repub­blica demo­cra­tica del Congo, Myan­mar, Iraq,  Colom­bia, Viet­nam, Eritrea, Mali, repubblica Centrafricana, etc) che hanno trovato rifugio nei paesi vicini, perfino quelli  con un Pil  pro capite così basso da variare tra i 300 e i 1.500 dol­lari l’anno:   Paki­stan, Kenya,  Ciad,  Etio­pia,  Libano, Gior­da­nia,  Tur­chia.

A conferma di quanto sia strumentale lo stato di emergenza che si è creato e che potrebbe – oggi – trovare soluzione alternativa a confinare chi arriva dove si vive già esclusione sociale, a farli pesare su popolazioni dove ancora alberga coesione e civiltà, il Sud, o peggio ancora, come è successo,  consegnando il “problema”  a mala­vita, mafia e mal­go­verno,  i depositari tra­di­zio­nali di gestione di tutte le emer­genze vere o artificiali: Expo, Mose, rifiuti, ter­re­moti, allu­vioni,   epidemie, che, si sa,  con i “migranti”  il business malavitoso e criminale si declina in profittevole sfrut­ta­mento, umi­lia­zione e degrado, nutrendo quello tutto p0olitico  del timore, del mal­essere, della rivolta aperta che invocano e favoriscono  poteri forti e solu­zioni finali.

Ci permettiamo di fornire qualche suggerimento al fattore del Piano B: se proprio si vuole restare in società con la frigida Europa, impegnata nella  bel­li­ge­ranza ende­mica ai suoi con­fini, nelle sue  derive auto­ri­ta­rie, nazio­na­li­sti­che e raz­zi­ste al suo interno, occorre aprire immediatamente  canali umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo,  favorendo l’attuazione della Direttiva 55/2001, che garantirebbe   uno strumento europeo di protezione che consenta la gestione dei flussi straordinari e la circolazione dei profughi nell’UE. Sospendere il regolamento di Dublino, in modo da permettere  ai profughi di scegliere il Paese dove andare sostenendo economicamente, con un fondo comunitario, l’accoglienza in quei Paesi in proporzione alla   ripartizione dei profughi.  Rinegoziare   debiti pubblici ed annullare quelli non esigibili o prodotti da accordi e gestioni clientelari o di corruzione.

E al tempo stesso ridare fiducia e tranquillità ai cit­ta­dini ita­liani, in modo che non temano   che a loro siano riser­vate meno beni, meno oppor­tu­nità di lavoro, assistenza e futuro di quelle concesse a  chi arriva qui:  red­dito di cittadinanza,  piani per il lavoro garantito in salario, condizioni e diritti, solu­zioni abi­ta­tive  dignitose, fine dei vincoli del pareggio di bilancio e del fiscal compact.

E nel caso avesse nostalgia oltre che della missione di rottamatore,  della funzione di sindaco, gli consigliamo di seguire l’esempio di uno in particolare, si chiama Giusi Nicolini e sta ostinatamente a Lampedusa.

 

 

 


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