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Balle di tulipani in omaggio

GAL_5Stamattina sono fortemente tentato di ripubblicare un post di qualche giorno fa, Farsa all’europea: mamma li turchi! , nel quale nel solco dell’evidenza e dell’ovvietà sostenevo che l’improvvisa demagogia antiturca messa in piedi in Olanda a ridosso delle elezioni era solo una commedia e  serviva al premier Rutte per contenere la crescita del suo rivale “xenofobo”, ma soprattutto antieuropeista  Geert Wilders: era chiaro come il sole che al premier serviva un atto di forza, nel caso specifico impedire al ministro degli esteri di Ankara di atterrare a Rotterdam per un incontro con i suoi connazionali, per ricompattare il proprio elettorato e invertire all’improvviso la politica dell’accoglienza. O, detto in parole, povere gli occorreva essere temporaneamente più xenofobo del rivale.

Ci sarebbero milioni di cose da dire su questo, soprattutto sul fatto che questa facilità di salto della quaglia divenuta ormai la regola negli ultimi anni, dimostra come all’oligarchia europea non gliene importi nulla di questi temi, limitandosi a gestirli secondo le convenienze del momento e degli umori, mentre ciò che davvero teme è che siano messi in discussione gli strumenti dell’oligarchia. Ma la cosa più interessante di tutto questo è che l’informazione mainstream ha raccontato ai propri disgraziati fruitori che in realtà il battibecco Rutte –  Erdogan avrebbe favorito Wilders, mostrando l’ “arroganza degli islamici”  come potrebbero dire e come dicono gli integralisti di casa nostra. Ma era del tutto chiaro che in questo caso giocava il fattore inverso, ossia la gratuita arroganza degli olandesi che hanno creato dal nulla un incidente assurdo per dimostrare l’intransigenza governativa. Insomma una tesi a dir poco stravagante per ottenere diversi effetti: quello di nascondere all’elettore più ingenuo il reale impatto della questione, sterilizzare a priori l’eventuale voto a Wilders o giustificarlo a posteriori incasellandolo come razzista e facendo sparire il vero tema centrale, ovvero l’Europa agli occhi delle altre opinioni pubbliche continentali. La tisica politica olandese infatti non presenta partiti che mettano in discussione l’ordine liberista e americano, ma si rapportano più che altro ai problemi dell’euro e di sovranità rispetto alla Ue che notoriamente viene contestata, come è apparso chiaro dal referendum dell’anno scorso: in realtà se Wilders non è riuscito a canalizzare che una parte del malcontento, ciò è dovuto proprio alle nuances xenofobe del personaggio, mentre tutta la commedia messa in scena tende a far credere l’esatto contrario, ossia che egli raccolga il disagio per le migrazioni e lo utilizzi contro la Ue. In questo quadro la farsa turca è caduta come cacio sui maccheroni.

Un ribaltamento di temi e di realtà ottenuto anche grazie ai soliti sondaggi mentitori – altro tremendo cancro della democrazia che abbiamo imparato a conoscere bene in Italia dove i proprietari delle varie agenzie non si accontentano di lavorare sottotraccia, ma addirittura agiscono sfacciatamente come protagonisti –  i quali con tattica scientifica hanno sopravvalutato enormemente  il consenso al leader più in vista dell’opposizione così da mobilitare gli elettori incerti o poco convinti del governo e soprattutto così da far apparire una chiara sconfitta di Rutte come una grande e inattesa vittoria dell’europeismo contro il cosiddetto populismo e una crescita di Wilders come una sconfitta. Infatti questo è il leit motiv di questi giorni , mentre sappiano che il partito neo liberista del premier olandese con il 21, 3% ha subito una batosta che gli ha fatto perdere il 5,2% dei consensi e otto seggi, mentre il rivale Wilders con il 13,1 ha aumentato del 3% i voti, strappando 5 seggi in più. Un risultato ancor più significativo perché Rutte è stato salvato dal disastro grazie al crollo totale dei socialdemocratici che ne erano i più fedeli alleati: il Partito del Lavoro, etichetta priva ormai di qualsiasi senso, ha perso infatti quasi il 20% dei voti e 29 seggi, donando sangue vitale al premier, ma anche alla formazione della Sinistra verde che è cresciuta di quasi il 7 per cento. Qualcosa che prefigura in un certo modo la scissione di fatto nelle socialdemocrazie dell’intero continente fra una parte residuale di blanda sinistra e il corpaccione anonimo dei reazionari inconsapevoli del meno peggio. Comunque sia l’accoppiata di governo liberisti – laburisti aveva 79 seggi contro i 15 di Wilders e oggi ne ha 42 contro 20 il che esprime benissimo una tendenza che l’informazione vorrebbe invece nascondere in mezzo al chiasso e alle chiacchiere.

La realtà è sempre più complicata delle strategie narrative che per quanto potenti hanno i loro limiti: la sconfitta dei “populisti” è solo virtuale  e relativa a narrazioni pre elettorali che prefiguravano un panorama chimerico proprio per evitarlo. Ma questo non toglie che ora il futuro governo dovrà essere di ampia coalizione e i diktat bancario finanziari non potranno più passare in via diretta, ma dovranno quanto meno essere discussi. Ah dimenticavo: il partito dei turchi in Olanda, il Denk, al quale appunto è stato negato l’incontro con i ministri di Ankara, grazie a questa sceneggiata entra in Parlamento con 3 seggi.

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Farsa all’europea: mamma li turchi!

IBXvF5ylHF1aDJw=--angela_merkel_recep_tayyip_erdoganIl desolante spettacolo dell’Europa non finisce mai e sul suo palcoscenico tetro e terreo, spicca la parte funambolica e trasformista delle elites che dopo un anno di ossessiva quanto fallimentare condanna del cosiddetto populismo, ora corrono a perdifiato i cento metri della più squallida e ipocrita demagogia, si trasformano in xenofobi e populisti per infinocchiare il popolo e impedire il disgregarsi del loro status quo.  Purtroppo sono così mediocri che anche le loro recite sono pietose, sono Moliere recitato dai cani randagi: chiunque capirebbe che l’insensato divieto di atterraggio in Olanda per la ministra degli esteri turca in  visita ai suoi connazionali, è solo una commedia del premier Rutte (mai nomen omen fu così azzeccato) per evitare la possibile affermazione del suo antagonista  Geert Wilders, etichettato come xenofobo (cosa che alla luce degli ultimi avvenimenti sembra essere frutto di un comune fascismo interiore) , ma soprattutto come uomo che ha promesso di tirar fuori l’Olanda dall’Europa.

Dunque è un pericolo da arginare a tutti i costi, anche a quello di imitarlo in tutto, salvo che nel liberare gli olandesi dalla stretta e dalle logiche delle oligarchie continentali. Francamente non saprei dire se questa sceneggiata che segue in maniera quasi identica il copione turco di ciò che è accaduto in Germania, avrà un qualche effetto elettorale concreto, ma visto che proprio quest’anno  con le elezioni in Olanda, Francia e Germania, l’Europa delle elites si gioca tutto o quasi, allora il cosmopolitismo finanziario in veste umanitaria viene rinnegato e la xenofobia, anche quella più becera e assurda, è interamente arruolata sotto le bandiere dell’europeismo con la certezza che anche l’altro europeismo troverà qualche arzigogolo magico per digerirlo. Il neo divieto di comizio per i membri del governo turco non ha altro scopo se non quello di evitare  manifestazioni visivamente allarmanti per i propri elettori e per simulare una severità, una chiusura che convinca gli incerti a non saltare il fosso: è un discorso alla pancia di chi pretendeva di parlare all’intelligenza pur avendo la bulimia dei pochi come stella polare. Non c’è poi da stupirsene: dopo aver visto il cinismo con cui si è sfruttato il terrorismo originato dalle guerre neo coloniali per attentare alle libertà civili, l’impudenza con la quale cui si è imposto un regime seminazista in Ucraina portandolo ad esempio di democrazia, la noncuranza con cui qualsiasi pulsione autoritaria è stata approvata purché portasse acqua al mulino dei massacri sociali, queste patetiche sceneggiate non sono che il giusto impiattamento delle polpette avvelenate fabbricate dall’egemonia culturale. La quale, come sappiamo, ha solo tre principi inviolabili: il mercato come territorio, il profitto come fine e la diseguaglianza come motore mentre tutto il resto può essere tranquillamente giocato in un senso o nell’altro a seconda delle convenienze, del momento, degli interessi, suonando a la carte sull’organetto della democrazia o dell’ordine.  Accade così che il sultano Erdogan dopo tutto quello che ha combinato (talvolta anzi spesso in complicità con l’occidente) può apparire come un difensore delle libertà e diventare l’Ataturk dei milioni di turchi che lavorano in Europa.

Del resto è proprio in funzione di questa reciproca convenienza che assistiamo alla xenofobia improvvisa degli accoglienti e ai libertarismi di Erdogan: una volta chiuse le urne tutto tornerà come prima, anche perché lo vuole il padrone, ossia la Nato. A meno che proprio le lezioni non sconfessino questa Europa dei generali della finanza e dei caporali del lavoro, nella quale è persino possibile che ai ricchi sia riservato il paradiso fiscale,, come sappiamo dalle ultime mosse del governo italiano, mentre ai poveri e ai piccoli sia riservato l’inferno. Questo con l’assenso pieno delle sinistre di governo, di malumore, di dubbio amletico, di poltrona, di scissione, di ipocrisia o delle destre xenofobe di Salvini: tutte parti in commedia raccomandate dall’impresario.


Si sono mangiati la Fiat

fiat(1)La Fiat è definitivamente olandese. Con il trasferimento anche della holding del gruppo, la Exor, nei Paesi Bassi, dove grazie alle regole assurde, contraddittorie, persino banditesche della Ue, supinamente sottoscritte dai nostri governi, si pagano meno tasse, si conclude definitivamente la storia del gruppo in Italia. Vanno in fumo le colossali cifre di denaro pubblico grazie alle quali gli Agnelli si sono immensamente arricchiti, hanno potuto costruire modelli spesso non in linea con la concorrenza, ad alto profitto aggiunto si potrebbe dire , hanno ottenuto dai governi che nessun altra azienda automobilistica si impiantasse nel nostro Paese dopo aver fagocitato le altre marche nazionali. Secondo i calcoli fatti in diversi libri e riassunti a suo tempo da Maria Rosa Calderoni, questa cifra si aggira in complesso sui 220 mila miliardi di lire, (110 miliardi di euro) senza tenere però conto delle aziende non automobilistiche del gruppo, ma dipendenti dal suo potere, che hanno fatto man bassa di appalti, naturalmente con la consueta e stratosferica moltiplicazione dei costi. Per non parlare del danno collaterale che ha causato all’Italia il mantenimento di un monopolio di fatto, costruito sull’opacità del rapporto affari politica. Quindi facendo il calcolo dell’inflazione quella cifra sale agevolmente a un quarto del debito pubblico del Paese.

Oggi siamo all’ultimo atto di una lunga fuga che va avanti da almeno 15 anni, tentata prima con la General Motors e concretizzatasi in uno dei modelli più brutti dopo la Duna mai costruiti della Fiat, secondo disegni americani, ma realizzata poi da Marchionne con la inopinata e sospetta chiamata al salvataggio della Chrysler, un’azienda in crisi da sessant’anni, che l’amministrazione di Washington era riuscita ad imporre come partner prima a Peugeot e poi a Mercedes con risultati disastrosi. Così ora il fulcro progettuale è in Usa, le tasse vengono pagate in Olanda, persino i resti della produzione, ad eccezione parziale della Panda e della 500, ultimi prodotti autoctoni vengono fabbricate e anche progettate altrove, in Serbia e in Turchia. Ma l’uscita dall’Italia, con tutto ciò che comporta in fatto di tecnologia, progettualità e lavoro non solo non è stato frenato o quanto meno regolato da un ceto politico di livello morale e intellettuale a dir poco indecente, ma addirittura favorito. Ricordate quando, con dietro il coro demente della vasta area di italiani imbecilli che si gonfiavano il petto per la conquista della Chrysler, veniva asseverato che così la Fiat aveva ora uno spazio più ampio, poteva competere sul mercato globale, che Marchionne poteva finalmente avere ragione dei sindacati sempre ostili alla competitività e che comunque non ha importanza se la proprietà di un’ azienda abbia riferimenti o meno al Paese dove c’è il suo mercato principale? Insomma tutte le fesserie più viete e grossolane della vulgata liberista accompagnate dalla farsa dei piani di rilancio, palesemente fasulli ma accreditati via via da Berlusconi, da Monti, da Letta e infime da Renzi, il più entusiasta,  oltre che dai sindacalisti della Cisl ottenebrati dalle promesse di rimanere in Italia da parte dei due minus habens John e Lapo. Il risultato è che ormai non si immagina e si progetta, ma si assembla e basta con la riduzione continua di manodopera, l’abbandono degli stabilimenti, la fine di tutto un circuito di lavoro e di saperi.

L’unica consolazione è che il progetto, del tutto incoerente e pensato in termini finanziari più che produttivi fa acqua da tutte le parti e il gruppo, nonostante il tentativo da parte dell’informazione italiana, ancora servizio della ex corte di Torino di edulcorare la pillola, anzi di cambiarla con un placebo, è ormai in crisi: ha perso terreno rispetto ai concorrenti e produce due milioni di auto in meno rispetto ai 6 e mezzo milioni  preconizzati nonostante una temporanea ripresa del mercato prima in Usa e poi in europa: cioè la metà della Toyota senza contare Lexus e Daihatsu  Altro che balle e vendite che volano come ogni mese scrive la  stampa che conta, ma evidentemente non sa contare ed pronta ad avvalorare qualsiasi balla che venga da Marchionne: nel 2015 la Fiat ha perso il 12, 2%, la Dodge l’8,6%, mentre c’è stato un aumento della Jeep che comunque ha sempre numeri relativi e della Ram che di fatto produce solo un pick up e dunque ha un mercato di nicchia in gran parte limitato alle campagne americane. E adesso che è finito il boom delle varie interpretazioni della 500, quelle costruite in Serbia, l’uomo col maglioncino si appresta a licenziare un terzo degli operai della fabbrica di Kragujevac. In ogni caso tutti gli investimenti veri vengono fatti in Usa e la Fiat non è altro che un’appendice, per trasformarsi in nulla con l’inevitabile prossima confluenza del gruppo nella General Motors.

Naturalmente l’esodo in Olanda, nell’immediato, avrà come effetto una diminuzione del Pil oltre che dei soldi incassati dall’erario, ma a guardare più lontano si tratta della spinta definitiva alla deindustrializzazione del Paese, alla sua progressiva marginalizzazione e trasformazione in Paese agro mafioso, colmo di obnubilati che  studiano inutilmente comunicazione ed economia, come comanda la moda e hanno come sogno supremo quello di andare a fare i servi a Londra. Ecco la vera catastrofe.

 


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