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Libia, la smemoranda dei governi

prof Anna Lombroso per il Simplicissimus

E non dite che non ve l’avevo detto.

Più che temere il Salvini che si può celare in ognuno di noi, pronto a saltar su quando qualcosa o qualcuno sembra che possa minacciare il nostro minimo sindacale di benessere, c’era da temere i “diversamente salvini”. Quei Minniti dentro ognuno, che hanno agito e continuano ad agire con ampio consenso unanime perché investiti del ruolo salvifico di adottare le indicazioni della realpolitik con i toni educati e ragionevoli dei peggiori benpensanti, ipocriti e feroci, quelli dei “no, non sono razzista, ma…”, bisogna accogliere e integrare, ma…”, “i profughi sono una ricchezza, ma…”, colpevoli di aver legittimato e autorizzato sospetto e paura del diverso come virtù civica perché “sono troppi..”, “bighellonano ai giardinetti, esponendosi al rischio di essere assoldati dalle mafie…(come i ragazzi di Scampia?)”,  e poi “sono barbari e ignoranti..(mica hanno fatto delle buone scuole come l’extracomunitario californiano che ha accoltellato un carabiniere)”, senza dire che “le loro tradizioni religiose di oppressione delle donne sono incompatibili con la nostra specchiata civiltà superiore”.

Autodefenestrato Salvini siamo tornati a prima, anche grazie alla nuova visione europea che dopo anni di muri legalizzati, respingimenti tollerati e promossi a intermittenza:  Calais si Lampedusa no, di finanziamenti a Erdogan perché ricacci via i molesti immigrati in paesi che se li meritano, adesso scopre i benefici profittevoli degli esodi che ha contribuito a provocare, per poter avere a disposizione una manovalanza che abbassi le retribuzioni, le garanzie e le aspettative economiche e sociali degli indigeni, siamo tornati al colonialismo bon ton, quello delle buone letture, del doppiopetto al posto della felpa ma altrettanto bestiale e altrettanto razzista perché ha come obiettivo non solo i poveri stranieri ma pure quelli nostrani, come aveva ampiamente dimostrato il susseguirsi di provvedimenti sulla sicurezza, il decoro e l’ordine pubblico, culminati del decreto sicurezza Bis che, tanto per dire, è ancora operativo.

E infatti è scattato come il ritorno all’ora solare, il rinnovo del memorandum d’intesa con la Libia, costato la vergogna di quarantamila vite rimandate nei lager  e di 2600 spezzate in mare, quella dei centri di accoglienza gestiti dal sedicente Ministero dell’Interno libico con l’agenzia per i rifugiati dell’Onu, nei quali languono  i 5 mila scampati a una sorte peggiori, quella di un patto scellerato con la guardia costiera libica con stanziamenti ingenti, dove è ormai noto si infiltrino da sempre i trafficanti di schiavi e i traghettatori infernali.

La nuova maggioranza insorge. Chi perché Conte non ha interpellato il Copasir sulla scadenza dell’intesa firmata a suo tempo dal governo Gentiloni nel 2017, chi perché stava in quella coalizione ma quando il memorandum è stato siglato era a casa col mal di gola e non se n’è accorto, chi stava all’opposizione e di quel memorandum ha fatta la sua la infame lezione, ma lo vorrebbe magari più stringente, chi stava alla presidenza della Camera ma avrà pensato che non fosse di sua competenza esaminarlo  e se ne accorge adesso, chi – e sono in tanti – ha pensato che certe ignominie siano tali solo se le promuove e adotta uno come Salvini, anche in veste di passato alleato di governo, più sgradito di quelli attuali che al bestione all’Interno non hanno niente da invidiare.

Insorgono si, ma solo per portare qualche modifica di carattere umanitario a un accordo che, ma su questo sono tutti concordi -e vorrei anche vedere, “ha posto le basi per una cooperazione e per contrastare l’immigrazione clandestina” e che ha favorito un incremento dei “rimpatri” in zone universalmente ritenute incompatibili con la tutela  dei diritti e delle vite umane.  Si prevede dunque di introdurre qualche accorgimento  che esoneri dagli impicci formali e giudiziari sui quali stanno indagando due procure, che metta in ombra le responsabilità e le complicità italiane con i trafficanti venute alla luce con il caso Bija, il caso cioè del discusso boss di Zawiyah Abd al-Rahman Milad alias Bija presente in Sicilia e a Roma e immortalato in foto ricordo durante  riunioni e incontri con funzionari e ufficiali italiani e di organizzazioni internazionali malgrado si conoscano le sue molte facce di trafficante di esseri umani, di miliziano, di carceriere, di schiavista, di “ufficiale” di quella che viene chiamata Guardia costiera libica, e di “uomo d’affari” molto sporchi.

A lui e a quelli come lui noi italiani, noi europei, noi che “restiamo umani” abbiamo riconsegnato uomini, donne e bambini che erano riusciti a fuggire dalla Libia in nome di quella cooperazione con l’Africa che è stata un fiore all’occhiello per i governi Renzi e Gentiloni, ricordando in forma più acuta  quella dei tempi di Forte e Boniver, quando pareva che finalmente oltre a una banca i riformisti potessero avere anche il loro colonialismo dal volto umano.

Dopo aver contribuito al “tradimento” del vecchio alleato nel 2011,   a rimorchio della Nato ci siamo prestati a dar sostegno alla sua marionetta  Fayez Al Sarraj, la cui identità era conosciuta e confermata solo dalla sua firma sotto accordi commerciali per il traffico di schiavi e petrolio coi soliti padroni, in qualità di prestanome delle bande e delle tribù che contano compresa quella del generale Haftar più gradito a Macron, abbiamo offerto servizi di appoggio  (non bastavano le centodieci basi militari USA in Italia) alla politica Usa il cui caposaldo è il nutrimento continuo a ogni forma di destabilizzazione, in modo da goderne per il nostro imperialismo di risulta.

Perché finche c’è guerra, disordine, repressione, fame, sete, miseria, c’è speranza, gli affari dell’Eni continuano indisturbati, in virtù della capacità ecumenica della nostra impresa di punta di esportare il knowhow della distribuzione equa di mazzette e corruzione, in un mercato di lacrime, sangue, petrolio.


Tratta legale

traAnna Lombroso per il Simplicissimus

E’ la vivamente raccomandata l’estensione di criteri di sobrietà e austerità anche all’esercizio dell’umanità: da ora in poi anche le anime belle che pensavano di riguadagnare coscienza tranquilla e senso civico con l’oscuramento del babau all’Interno sono invitati a ridurre l’accoglienza al primo soccorso. Che poi come in tutte le cose di questi tempi, il resto è affidato alle regole di mercato e della libera concorrenza.

Nel corso della settimana in vista  della riunione con i ministri dell’Interno dell’Unione Europea che si svolgerà a La Valletta il 23 settembre, si stanno infatti mettendo le basi per un accordo che sta molto a cuore a Conte grazie al quale con un accordo permanente si raggiungerà l’obiettivo dell’automatismo nella ridistribuzione degli immigrati.  «Se arrivano cento persone, ha spiegato, è evidente che una parte rimane in Italia. Ma io già so che il resto andrà in altri Paesi…»,  tramite accordi che non saranno più frutto di estenuanti negoziati bensì fissati a monte. «E per questo dico che i pochi Paesi che riterranno di non partecipare all’accordo o che si opporranno dovranno ottenere meno risorse rispetto agli altri».  Pensando all’ungherese Viktor Orbán e agli altri leader del gruppo di Visegrád, ammonisce che è legittimo “tirarsi fuori”, ma che la mancata solidarietà dovrà avere un prezzo. 

Qualcuno si è sentito disturbato perchè  ho chiamato il patto che verrà fuori dalla trattativa in corso con i governi di Germania, Francia e Malta, un nuovo corso della millenaria tratta degli schiavi, benedetta peraltro dalle majors dell’aiuto e della compassione a cominciare da Andrea Riccardi che plaude all’iniziativa che promuoverà “la creazione di corridoi europei per il lavoro legale in modo da consentire a chi arriva di trovare un’occupazione laddove c’è molta richiesta … penso alle badanti e alla manodopera nelle imprese del nord”.

E Conte, «Non solo manterremo il rigore, ma saremo ancora più rigorosi sull’immigrazione clandestina rispetto al governo precedente», dice non rammentando che  per tutti i governi dalla Legge Bossi-Fini in poi, tutti i disperati sono “clandestini”, che l’identificazione non li libera dalla status di irregolari, che anche quando sono richiedenti asilo per motivi umanitari non hanno accesso a tutti i gradi di difesa in caso di azione giudiziaria in materia di espulsione. Però, rassicura, “saremo umani”, mentre verso Ventimiglia procedono i rastrellamenti delle autorità francesi, a Ferrara il sindaco intende sottrarsi all’obbligo di accoglienza, le diplomazie lavorano per “sciogliere i nodi con la  Siria”, trattando non si sa con quali autorità statuali, e con la Libia, perchè “svuoti i suoi lager”, dopo che Minniti e Salvini riconobbero alle milizie il ruolo di “guardie costiere”.

Non sarà accoglienza, non sarà integrazione, però possiamo star certi che i negoziatori metteranno a punto un piano per la piena occupazione della forza lavoro straniera. Non c’è da dubitarne, perchè se non è automatico il rapporto causa effetto di guerre e emigrazioni, che le guerre coloniali si fanno anche per dedicarsi allo sport preferito dall’uomo, rubare, violentare, ammazzare, segnare il territorio, è sicuro che uno delle desiderate ricadute del colonialismo dei giorni nostri, e non solo, sia quello di creare, e far circolare e indirizzare dove servono, eserciti disarmati di merce-uomo che lavori in condizioni di subalternità, di soggezione, senza sicurezze e senza diritti.

Vedrete se i padroni non riescono anche stavolta laddove non sono mai riusciti i lavoratori, trovare una incrollabile unità di classe nell’attrezzarsi di manopera dequalificata, abbassare i livelli di retribuzione e  creare divisione, cosicché  la debolezza  degli immigrati  indebolisca ancora di più il lavoro già colpito dei proletari europei, italiani e greci soprattutto, incrementando l’esercito industriale di riserva, aumentando i profitti e schiacciando tutti,  immigrati e indigeni.

Tutto questo con buona pace della sinistra nel cui alveo si è operato lo stesso spostamento ideologico del progressismo liberista, convertendo  le lotte anticapitaliste e per il lavoro in battaglie “umanitarie” e  per i diritti civili. Qualcosa che va bene per chi vuole illudersi – perchè ne è ancora esente –   che nel cammino del progresso possano procedere insieme globalizzazione, la libertà di movimento, l’uguaglianza, l’uscita dall’oscurantismo  che genera razzismo e xenofobia e dal nazionalismo che genera arroccamento e egoismo, sotto la bandiera di una emancipazione dell’umanità intera. E che va ancora meglio per chi l’immigrazione la riconosce nei panni della badante, del bagnino, del giardiniere e del molesto vuoi cumpra’, perchè non vive in periferia dove in buoni sentimenti della brava gente non hanno spazio, perchè – ancora – non soffre la concorrenza avvelenata di lavoratori costretti a piegarsi a salari al di sotto della sopravvivenza, senza garanzie, senza casco e bretelle se sta su un’impalcatura, senza contributi e senza certezze.

Adesso siamo tutti messi alla prova dopo le belle parole e il buon cuore,stesi come gli striscioni contro l’infamone al governo. Adesso che quelli per cui ci siamo compiaciuti di commuoverci e solidarizzare nelle mani degli stessi burattinai di sempre verranno esibiti come competitori, cui attribuire le colpe delle vittime che diventano sopraffattori, rubando lavoro, posti in graduatoria nelle scuole, case, sanità. E’ adesso che dobbiamo ricomporre un fronte unico di chi combatte contro lo sfruttamento che è uguale per tutti quelli che stanno sotto, bianchi, neri, maschi e femmine (un po’ di più se sono nere), e che devono imparare a rialzare la testa.

 

 

 

 

 


Mal d’Africa

colonialismo-in-africa-la-spartizione-dell-africa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ripensare (i rischi finanziari globali e le piattaforme dell’economia), reinventare (i sistemi sociali), rimodellare (le reti di sicurezza sociale), trasformare (la sanità e la cura delle persone), ristabilire (la fiducia), innovare (gli obiettivi per il pianeta), costruire (mercati sostenibili). Sono gli slogan del World Economic Forum di Davos  inaugurato ieri sera, indovinate un po’, con una cena di gala. I “leader di settori diversi”, così li chiama il Corriere, diranno la loro su come raggiungere un’architettura mondiale più inclusiva e sostenibile.

Ci vorrebbe lo psichiatra per spiegare come ancora che ha diffuso il contagio si assuma il ruolo di medico, come chi sta preparando il suicidio assuma la funzione di salvatore. Ci vorrebbe lo psichiatra per dare un senso al comportamento della fortezza europea che non è più disposta a fornire aiuti, che paga i muri degli stati canaglia e finanzia le pratiche di respingimento verso quelli immeritevoli per collocazione geografica e probabile surplus do comuni radici cristiane,  e in contemporanea con le stragi del fine settimana, convoca tavoli di ponderata riflessione con i ministri degli esteri dell’Unione europea-Unione africana i ministri per un confronto sugli interessi comuni: pace e sicurezza, commercio, investimenti e integrazione economica del continente, oltre a migrazione e mobilità, istruzione e formazione professionale.

Ci vorrebbe lo psichiatra in platea davanti al nostro  teatrino, mentre si muovono sulla scena poliziotto cattivo, sempre il solito, e poliziotto buonista, intesi a persuaderci che ci siano due anime nel governo, chi mostra i denti sollevandoli dal menu di cui ci dà conto quotidiano e si compiace della mano di ferro e chi invece dice di rappresentare l’indole accogliente del paese, chi denuncia il pericolo per ordine e sicurezza minacciati dalle invasioni e chi invece si dedica a spezzare le reni alla Francia, unica colpevole, si direbbe, del mal d’Africa, insomma del colonialismo rapace. Tutte e  due le anime si uniscono  comunque per dimostrarci che possiedono una qualità inestimabile: quella di essere parimenti  invise all’establishment. E sembrerebbe così a leggere la stampa a guardare la tv, a dare ascolto all’eco flebile della peggiore opposizione che si sia mai manifestata e che vorrebbe farci intendere che siamo tutti vittime di un inatteso incidente della storia, fulmineo e imprevedibile come una saetta che ha colpito un paese sano, generoso e civile risvegliato bruscamente dai ragli degli asini al governo.

Ci vorrebbe lo psichiatra anche per loro che rivendicano la loro estraneità alla cricca dell’ordine costituito e intanto  agiscono per esservi ammessi e annessi a tutte le filiere di interesse del sistema, restringimento delle garanzie e dei diritti, sostituiti dal ricorso a contentini sotto forma di elargizioni e mancette striminzite, resa e sottomissione nel segno della continuità all’imperio Ue,  dismissione di impegno sui temi dell’energia, resa totale ai comandi padronali sulle grandi opere.

E servirebbe lo psichiatra anche al popolo, visto che quelle due anime sono la rappresentazione allegorica della palese schizofrenia: 60 milioni di eroi del web che si compiacciono dei salvataggi compiuti dalle nostre navi e che magari mettono la faccia del sindaco disubbidente sul profilo dei social, che si vantano di non aver scelto il maniaco seviziatore materializzatosi sotto forma di ministro, avendo però  votato invece chi ha deciso la nostra partecipazione collaborativa a campagne belliche coloniali e predatrici in difesa della nostra civiltà superiore e dei suoi bisogni irrinunciabile, compiacendosi del dinamismo e dell’ardimento imprenditoriale delle aziende italiane  compresa la dinastia dei golfini scellerati non contenta di rubare in casa,  beandosi delle parole e dei fatti  dei ministri di Renzi e Gentiloni che andavano a stringere accordi con despoti sanguinari per favorire le nuove forme della cooperazione, oggi denigrate da qualche avanzo del partito,  ridendo delle tende e delle urì  di Gheddafi, sollecitando la salutare invasione del suo paese – ben vista allora anche da Rossanda, che si sa il tiranno non era democratico né femminista,  e godendosi la sua fine cruenta per mano delle forze speciali francesi, che in fondo se la meritava,  pronti a rieleggere il suo compagno di capricci sessuali, oggi stupiti che gli scampati per caso preferiscano annegare al ritorno in Libia.

E penso a quelli che piangono giustamente le vittime di attentati in Europa rimuovendo che la Siria da anni ogni giorno  vive lo stesso lutt o, a quelli che issano sul poggiolo la bandiera della pace ma ritengono che l’appartenenza alla Nato sia obbligatoria e inderogabile, a quelli che pensano sia normale sganciare bombe e poi mandare le sentinelle dell’Onu ( quel covo di briganti come Lenin chiamava la società delle Nazioni che lo precedette) e la Croce Rossa, a quelli che, Blair insegna, è vero che abbiamo compiuto atti efferati, si compiacciono, ma abbiamo un grado di libertà che ci consente di ammetterli.

Perché dunque stupirsi di Di Maio terzomondista che sottrae alla Lega il monopolio del tema immigrazione, spostando il riflettore sui fattori di rischio dai migranti a chi ne causa la partenza per una assatanata avidità predatoria:  “Se la Francia non avesse le colonie africane, che sta impoverendo, sarebbe la quindicesima forza economica internazionale, invece è tra le prime grazie a quello che combina in Africa”?

Perché stupirsi di Fassina (ancora democratico se non sbaglio, quando nel dicembre 2017, a parlamento sciolto, mentre il Pd manifestava in piazza contro Orban, veniva approvato l’invio di 500 militari italiani in Niger, paese ricco di uranio) che si chiede: “Quando chiederemo ai governi europei di fermare le politiche neocoloniali, perseguite spietatamente come fa la Francia?”.

Perché stupirsi della Confindustria umanitaria che preme per allentare i vincoli posti al controllo dell’immigrazione per favorire la manodopera straniera in qualità di  esercito industriale di riserva e a basso costo.  dubbio.

Perché stupirsi dei partiti progressisti, allineati con la destra per cercare consenso interclassista  grazie all’equivoco spregevole  che si possano governare i flussi migratori senza compromettere le attuali pratiche imperialiste in cui siamo impegnati da protagonisti o subalterni tramite compagnie di ventura variamente mercenarie, impegnate in azioni belliche o nella creazione di bisogni e mercati indotti mediante la colonizzazione anche dell’immaginario e la  distruzione delle economie locali. Perché stupirsi dei 5Stelle antimperialisti che tacciono sul caso Descalzi, quello che volevano far dimettere per via della continuità della sua gestione con quella di Scaroni e che sembrano non essere al corrente che è in corso il più grande processo per corruzione internazionale in cui sia mai stata coinvolta l’industria petrolifera mondiale e che prende il nome dall’OPL 245, la concessione petrolifera acquisita da Eni e Shell nel 2011 dalla Nigeria, per lo sfruttamento del più grande giacimento offshore di petrolio presente in Africa. Tutti gli attori della cordata, Eni e Shell incluse, sono sul banco degli accusati per aver sottratto dalle casse dello stato nigeriano oltre un miliardo di dollari che doveva servire per pagare la concessione per lo sfruttamento del giacimento di petrolio al largo della Nigeria, finito invece nelle tasche della nomenclatura di politici e imprenditori locali. Sarà questo che si intende per “aiutarli a casa loro”?

Ci vorrebbe lo psichiatra anche per noi irriducibili che gridiamo al vento che l’immigrazione è un problema, ma per i padroncini che vogliono attribuire a loro la nostra nuova povertà, che riguarda il razzismo, sì, ma quello sociale perché mette in concorrenza proletari a basso prezzo che vengono da fuori e proletari espropriati di conquiste e diritti, incazzati e ricattabili, che riguarda cultura e ignoranza, è vero, ma perché il razzismo dei poveracci è deplorato e condannato, quello del capitale tollerato e promosso come motore di sviluppo e custode di valori della tradizione e della civiltà.

 


Siamo brava gente, amiamo Berlusconi

Berlusconi_Salvini Anna Lombroso per il Simplicissimus

È ormai indubbio che siamo stati governati da eccellenti strateghi, capaci e sagaci: avevano un obiettivo, l’evaporazione di un ideale democratico, già ridimensionato a poliarchia, l’instaurazione di un regime autoritario e accentratore  in assenza però dello Stato e il consolidamento del primato del privato sull’interesse generale, il tutto col favore dell’apatia popolare.

E ci sono riusciti. Anzi a poco a poco quell’atarassia si è mutata in appoggio obbligato e nell’accettazione incondizionata di due capisaldi della loro ideologia. Il primo consiste nella persuasione che nel Bene esistono grandi differenza, ma nel Male siamo tutti uguali. E che quindi compito del bravo cittadino  è dare consenso al prodotto che viene pubblicizzato come il meno peggio, Berlusconi compreso. Tesi opinabile e largamente smentita dalla storia e anche dalla cronaca pensando al diverso trattamento riservato dalla giustizia al ladro di due mele o all’imprenditore o al manager risparmiato perfino dopo l’azione della livella che livella non è. O guardando alla deplorazione riservata al fascismo di facciata mentre il totalitarismo economico e finanziario viene trattato come un fenomeno incontrastabile con i suo contro e i suoi pro, che in fondo dà lavoro a tanta gente, né più né meno del Cavaliere che mantiene veline, giornalisti, scrittori, registi e anche parlamentari.

Il secondo e persuasivo fondamento cui piace credere è che gli italiani siano brava gente, che se adesso non nè possono più dell’invasione barbarica, è perché si sono superati i limiti, perché gli stranieri violentano, rubano, mangiano cibi puzzolenti, hanno usi e tradizioni incompatibili, ci scavalcano nelle graduatorie e si superano in miseria, conquistandosi benefici e prebende immeritate. Ad avvalorarlo sono soprattutto coloro che la supposta onda nera dilagante manco la sfiorano, ne conoscono perlopiù rappresentanti in grembiulino e crestina, in livrea o col cappelletto di carta del muratore, che semmai la pressione si vive in periferie remote dove in non abbastanza invisibili si contendono una sotto vita con altre vite nude.

Eh si, saremmo brava gente, ma non bisogna portarci all’esasperazione, come era successo a bottegai ariani, accademici insigni, avvocati, medici, giornalisti, tutti stufi della concorrenza degli ebrei, che anche loro resistevano all’integrazione e conservavano abitudini e tradizioni incompatibili salvo quando si pagavano le tasse, si andava in trincea.

E dire che quella non era un’invasione.  Nemmeno questa, peraltro, a leggere le statistiche cui si crede ad intermittenza come le lucette di Natale. Tanto per dire,  facciamo finta di credere che gli sbarchi sulle nostre coste continuino ad aumentare, e invece nel 2018 sono diminuiti dell’87,4% secondo i dati del ministero dell’interno, mentre a lievitare sono stati i morti nel Mediterraneo: 1.728, di cui 3 su 4 nella sola rotta tra Italia e Libia.  Un’ecatombe quotidiana che ha tra le sue cause l’accordo per il contrasto dell’immigrazione illegale, stretto tra Roma e Tripoli nel febbraio del 2017 e tradottosi in un massiccio piano di respingimenti verso la Libia grazie appunto ai patti stretti dall’ex ministro Minniti con la guardia costiera libica, con i gruppi militari attivi nelle zone interne, con governi di paesi di transito dei profughi.      E non dicano che la preoccupazione è giustificata dalla religione di appartenenza di chi riesce ad approdare qui: oltre il 50% degli immigrati è cristiano.  E, ancora, gli italiani pensano che gli immigrati nel nostro paese siano musulmani, e invece si tratta per la maggior parte (oltre il 50%) di cristiani. Il fatto è che siamo, secondo i sondaggi, il popolo con la percezione del fenomeno più distante dalla realtà dei numeri. Secondo l’Istituto Cattaneo non siamo né la nazione con il numero più alto di immigrati né quella che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Con circa 5 milioni di residenti stranieri, ci collochiamo dopo la Germania, che ne conta 9,2 milioni, e il Regno Unito, con 6,1 milioni, superiamo  di poco la Francia (4,6 milioni) e la Spagna (4,4 milioni).

Non ci rubano il lavoro: gli immigrati svolgono mansioni che non confliggono con le nostre richieste di occupazione,  che non vogliamo, ragionevolmente, né siamo costretti a svolgere in quanto precarie, pesanti, pericolose, soggette al lavoro nero o a pratiche di caporalato. E’ straniero il 71% dei collaboratori domestici e familiari (comparto che impiega il 43,2% delle lavoratrici straniere), quasi la metà dei venditori ambulanti, più di un terzo dei facchini, il 18,5% dei lavoratori negli alberghi e ristoranti (per lo più addetti alle pulizie e camerieri), un sesto dei manovali edili e degli agricoltori. Se e quando si permette loro di lavorare legalmente, i contributi che versano al fisco eccedono del 60% quanto spende lo Stato per loro in materia di edilizia convenzionata, sanità, pensione, istruzione.

È vero invece che i governi che si sono succeduti con la nostra complicità li hanno consegnati e li concedono come manovalanza del crimine, come schiave del sesso o schiavi dei campi, alle varie forme di caporalato, tutte peraltro criminali, ad Andria, a Rosarno, a Forcella, ma anche a Milano dove i clandestini cadono nelle mani dei clan delle costruzioni di notte in quelle degli affittacamere a ore, a Bologna dove vengono sepolto vive nelle fabbriche della moda.

E a Roma, dove un altro manager lungimirante che di nome fa Carminati, e il suo socio Buzzi avevano compreso che lo sfruttamento degli immigrati porta più profitti della droga (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/16/ite-mafia-est/ ). E dove a capitolo giudiziario rimosso dalle coscienze e comunque  contestato da quelli che rifiutano l’assimilazione di quel fenomeno malavitoso locale alla mafia, se sono in galera il Cecato,  Buzzi, lo Schiacciapollici, altri continuano nella loro consueta attività, se la famiglia di alcuni signori dell’assistenza domiciliari, passati alla cronaca per aver dato fuoco alla sede legale di una delle loro imprese umanitarie, in modo da sottrarre la documentazione al controllo degli inquirenti, prosegue nel gioco indisturbato di scatole cinesi e di trasformazione dinamica dello status giuridico da coop a associazione, da associazione ad onlus per essere sempre pronti a sfruttare gli stranieri ricattati che non possono difendersi, gli assistiti altrettanto intimoriti che scontano la pena di star male e essere nelle mani di grassatori.  E i cittadini tutti costretti alla partita di giro della cura, obbligati in mancanza di un sistema rispettoso dei bisogni e della dignità a finanziare privati attraverso canali e risorse pubbliche.

E non è un paradosso che gli impresari del risentimento e del sospetto, con una partita di giro anche quella, siano poi i manager dello sfruttamento dell’uomo nero, che fa paura e fa far soldi. Neri pure quelli.

 


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