Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre continua a “salire di livello il  conflitto tra Israele e Hamas, iniziato il 10 maggio con il lancio dei primi razzi da Gaza”, cito dal Sole 24 ore che ovviamente applica ai rapporti di forza e di morte  la statistica secondo i polli, contando 56 vittime seppur ripartite in 50 palestinesi e sei israeliani, ci pensa Draghi a ricordarci che il faro della politica estera è e sarà sempre l’amico amerikano, soprattutto adesso che Biden sta restituendo agli Usa quel protagonismo e quel prestigio che l’empio Trump aveva compromesso con le sue maleducate fanfaronate senza costrutto.

Il commissario liquidatore aveva già dato segnali inequivocabili di voler assumere anche al veste di sottile diplomatico e lungimirante stratega quando  aveva applicato la realpolitik secondo la Nato ammettendo che Erdogan era un dittatore, ma che la ragione raccomanda di tollerarne le abitudini scostumate, repressione dei dissidenti, maltrattamento delle signore tenute malamente in piedi al suo cospetto, assoggettamento al clero locale e alle tradizioni patriarcali incompatibili con la nostra civiltà superiore, in quanto possiede una potente arma di ricatto, quei milioni di siriani  che potrebbe scatenare come lupi affamati a minacciare le nostre ridenti città.

Anche allora aveva fatto intendere di non volersi presentare al pubblico solo come curatore fallimentare del paese che gli aveva dato i natali, secondo una inveterata inclinazione al tradimento, ma di incarnare la funzione attribuitagli dalla Provvidenza o dalla Trilateral, di custode  del ruolo divino dell’Europa come fronte di resistenza politica, economica e culturale all’invadenza e influenza russo-cinese.

E la sua autoreferenzialità, almeno in casa viene premiata, il ministro degli Esteri, intempestivamente prodigo di amicizia verso Russia e ancora di più Cina, corre a rendere omaggio al nuovo presidente a Washington così suonato da prestarsi a fare da cicerone presso i templi ufficiali del rinnovato sogno americano, allo zerbinotto che arriva dalla remota provincia, i riottosi alleati di governo si illuminano della luce che emana Draghi, insignito dalla stampa americana del titolo di perno del rinascimento europeo e con maggiore entusiasmo guardano al Recovery come a un Piano Marshall per la ricostruzione occidentale.

Così ieri ci ha illustrato la sua visione  della politica internazionale con particolare interesse riservata alle zone più calde e ai risvolti probabili per quanto riguarda l’immigrazione.

I segnali di quello che sembra essere il suo approccio c’erano già stati, quando ha conservato o tirato fuori dalla naftalina tutto il peggio del passato, dalla accezione renziana della cooperazione  in funzione coloniale con esuberante trasferimento dei know how della corruzione, del malaffare e della dissipazione di risorse  in felice collaborazione con despoti locali, alla riconferma dei patti più scellerati stretti con autorità impalpabili ma feroci da promotori inossidabili rimasti al loro posto, fino all’encomio pubblico rivolto alla Guardia costiera libica.

Mario l’Africano pare abbia anche accelerato il processo di consolidamento della militarizzazione italiana nel continente nero con la localizzazione di una  base tutta nostra in Niger la cui costruzione inizierà il mese prossimo nel quadro della missione congiunta Italia-Francia, con lo scopo di «incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza  nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel» e con un’area di intervento allargata anche a Mauritania e Benin.

Non ve ne eravate accorti voi e nemmeno il Parlamento che non è stato interpellato come ormai succede abitualmente. E d’altra parte  era passata quasi inosservata anche l’approvazione del decreto, da cui deriva questa iniziativa, del luglio 2020,   quando in piena emergenza pandemica, oltre al rinnovato impegno nel conflitto libico veniva deciso il nuovo dispiegamento di forze militari italiane nel  Sahel centrale, Niger appunto, Mali, e  Burkina Faso,  con la mobilitazione in Mali  e nella  cosiddetta zona “delle tre frontiere” a cavallo fra Mali, Niger e Burkina, dove regnerebbero gruppi legati ad Al Qaeda, di duecento soldati delle forze speciali, venti mezzi terrestri e otto elicotteri  con un onere finanziario stimato in 16 milioni di euro  per il 2020, che dovrà ripetersi nei tre anni di durata prevista della missione.

Insomma sarebbero questi gli interessi strategici nazionali con una particolare interpretazione della salvaguardia dei nostri patri confini, minacciati da terrorismo, esodi migratori e soprattutto penetrazioni commerciali sgradite, da tutelare    grazie all’azione di  ‘accompagnamento, assistenza e consulenza delle forze locali’, attraverso cooperazione d’intelligence,   preparazione degli interventi  dalle retrovie, ma anche con una presenza attiva durante le operazioni di controterrorismo.

Perché l’etichetta della chiamata alle armi, coordinata da Parigi ma ordinata da Washington, è sempre quella della “lotta al terrore jihadista” , in modo da aggiungere un po’ di pepe in più alla ormai sfruttata paura delle peste, anche in previsione di poterla riaccendere con il rischio di potenziali varianti in arrivo  sui barconi.

Ma per ora siamo stati solo noi a rispondere positivamente con una mobilitazione di carattere militare, mentre Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Grecia, Estonia, Repubblica Ceca, Svezia, Norvegia e Danimarca, così come Germania e Spagna hanno confermato un’adesione formale limitata a un impegno negli interventi di cooperazione economica, che come si sa è la denominazione in uso per definire il colonialismo quando sconfina dai territori nazionali e dai terzi mondi interni.

Tutti presi dalla nostra ricostruzione dopo la guerra al virus, ci siamo distratti da altri teatri militari, così poco si sa dell’operazione Coorte attiva dal 2013 finalizzata all’addestramento di circa 2.000 militari libici sul territorio libico e successivamente su quello italiano  e che avrebbe dovuto concludersi nel 2015, come della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT) che ha lo scopo di fornire assistenza e supporto al Governo di Accordo nazionale locale e  alla Guardia costiera libica per le attività rientranti nell’operazione Mare Sicuro  “al fine di incrementare le capacità delle Forze di Sicurezza locali in un’ottica di stabilizzazione del paese e di contrasto al terrorismo e ai flussi migratori illegali”.

Va proprio riconosciuto a Draghi il coraggio di guardare al passato per tracciare il cammino del futuro: non ci sarà da rimpiangere la Cooperazione secondo Forte e Boniver, le intese vergognose strette da Gentiloni, Conte 1 e Conte 2 in forma di fotocopia, e men che mai gli accordi Berlusconi-Gheddafi, come ha avuto modo di rallegrarsi  il sottosegretario agli Esteri Di Stefano dopo l’incontro con il ministro degli Esteri libico Najla Al-Mangoush portando la buona novella che verranno “riattivare tutte le intese previste dall’accordo di amicizia e partenariato del 2008”.

E ieri  rafforzato da questo messaggio ottimistico il presidente del Consiglio ha indicato le linee guida del nostro intervento umanitario: “Nessuno sarà lasciato solo in acque territoriali italiane, il rispetto dei diritti umani è una componente fondamentale nella politica migratoria” ha ribadito.  “Ma i rimpatri di chi non ha diritto all’asilo dovranno essere aumentati… Quindi è prioritario il contenimento della pressione migratoria nei mesi estivi con una collaborazione più intensa nel controllo delle frontiere…. ”.

Così mentre i social sono impegnati a risolvere con meme e tweet il conflitto mediorientale con le sanzioni sui pompelmi, proprio come solidarizzano con i rider di Amazon astenendosi dagli acquisti una volta l’anno in occasione di scioperi sfuggiti allo sguardo occhiuto del testimonial, a condannare i Paesi arabi solo in quanto finanziatori di leader stracotti ridotti a fare i conferenzieri nei rotary, assolvendoli se finanziano smunte squadre di calcio, nessuno si domande cosa  ci stiamo a fare in Africa, nessuno si interroga sul rapporto causa effetto che lega la fuga di disperati e  lo sfruttamento selvaggio delle loro terre, nessuno si domanda se l’immigrazione non finirebbe di costituire l’unica illusione di sopravvivenza, se venissero liberati da quella condizione di schiavitù coloniale.

E nessuno pare sospettare che lo stato di soggezione al quale sono condannati i nostri dirimpettai non sia un altro test di quello che si vuole per noi, in case sempre meno calde e comode, in territori sempre più depredati di bellezza, in ambienti sempre più avvelenati.