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C’è un cretino a Berlino

Alla fine è proprio vero che il troppo stroppia: la totale adesione occidentale al sionismo incarnato da Netanyahu al punto da avere la sfacciataggine di sovrapporre sionismo e antisemitismo, ha i suoi inconvenienti: il governo di Berlino nel  vietare la nuova manifestazione di protesta indetta per ieri (e che si è temuta ugualmente con centinaia di migliaia di persone) contro le misure liberticide  per il coronavirus accusa gli organizzatori del corteo di essere “antisemiti”. Ma allora vuoi vedere che il virus è stato fabbricato in Israele e se non gli si ubbidisce si diventa negazionisti? No di certo, nemmeno il più pazzo complottista potrebbe pensarlo, ma sono le antinomie ridicole e grottesche di una democrazia preagonica che per giustificare la sua mutazione autoritaria  e la decapitazione della vita pubblica, ricorre ad ogni concetto e riduce qualsiasi idealità a squallido pretesto. Infatti l’equivalente del sottosegretario agli interni di Berlino il senatore Andreas Geisel,  dopo aver lanciato le accuse di antisemitismo e di estremismo di destra per vietare il corteo di ieri che poi c’è stato ugualmente con qualcosa come mezzo milione di persone il corteo, vale a dire considerazioni squisitamente politiche, ancorché a sproposito, si contraddice affermando  che la decisione di non permettere la manifestazione non è una decisione “contro la libertà di riunione, ma una decisione a favore della protezione dalle infezioni ”. In realtà qualche giorno prima aveva sostenuto: “Mi aspetto una chiara demarcazione di tutti i democratici da coloro che rendono il nostro sistema spregevole con il pretesto della libertà di riunione e di espressione”.

Ogni tanto fa è quasi consolante vedere che gli ipocriti e i cretini ci sono anche altrove. Ma l’importante è che i cittadini non si rincretiniscano e comincino a chiedersi come mai le manifestazioni a Berlino o in tutto l’occidente sono pericolose per la salute, mentre non lo sono quelle degli arancionisti in Bielorussia, né  quelle del Black Live Matter in Usa o nella stessa Germania che anzi sono state applaudite dagli operatori sanitari e persino dispensate dalle ogni misura di blocco. Una lettera aperta di 1200 operatori sanitari ha definito il razzismo “un problema di salute pubblica” , e ha affermato che è troppo importante fermare le proteste in nome della non diffusione della malattia. Quindi basta davvero col credere alle balle, questo è un virus che viene gestito politicamente secondo precisi criteri che sono del tutto al di fuori delle libertà costituzionali: è pericoloso in alcuni casi, quando vengono contestati gli assetti anti pandemia e non in altri: per esempio agli inizi di marzo, quando già gli allarmi erano stati lanciati   si è permesso che 450 mila europei si accalcassero in una sola zona centrale di Tenerife per il famoso carnevale locale. Ma del resto non sembra che ci siano state conseguenze significative. anzi uno dei Paesi che non ha quasi adottato particolari misure di contenimento e che ha un numero di decessi tra i più bassi in assoluto è quello dove più o meno nello stesso periodo di carnevale si sono riunite in varie città più di 22 milioni di persone  di cui 6,5 milioni nella sola Rio del Janeiro.

Ora tornando a Berlino mi sembra di ricordare che estrema destra e fascismo fossero sinonimo di autoritarismo, di divieti, di messa in mora delle costituzioni e sempre a partire da giustificazioni di “salute” morale, politica o addirittura razziale tanto che gli infetti, portatori di questi mali sono stati rinchiusi e sterminati. Ora al di là delle etichette sarà di destra chi vieta le manifestazioni contro le restrizioni della libertà o chi partecipa a questi cortei ? La domanda è semplice, essenziale, chiarissima e se devo dirla tutto mi immagino perfettamente il senatore Geisel in divisa delle SA durante la Kristallnacht: ne ha proprio il phyique du rol, è del resto è noto per essere uno degli ultimi attivisti entrato nell’elite  della Ddr nel 1984  con una apertura di carriera nella Stasi e non è la prima volta che lo si sente prendere posizione contro i principi costituzionali, tanto da avere avuto qualche guaio nei dintorni del Palazzo di giustizia, visto che c’è ancora qualche giudice a Berlino. Ma lui rivendica  “il diritto di avere un atteggiamento”, ma si permette di vietare ad altri di esprimere la propria opinione. Questo obersturmfuherer del Reich virus non rifugge però dalla mendacia e dalla menzogna: quando una partita di mascherine ordinate da lui non sono arrivate a Berlino, Geisel affermò che il malvagio Trump gliele aveva rubate, confiscandole. Poi è venuto che il presunto fornitore non sapeva nulla dell’ “ordine” fatto da Geisel. Certo avere un atteggiamento da ladro è nel suo pieno diritto anche se in via del tutto teorica la sua azione ha contribuito ha contribuito alla diffusione del virus e quindi dovrebbe vergognarsi di essere di estrema destra e antisemita.


La classe dei malminoristi

alberto-savinio-lisola_30Anna Lombroso per il Simplicissimus

È meglio morire di cancro o di ictus? È meglio Trump o Hillary? È meglio Bonaccini o Zaia? È meglio Brugnaro o Nardella? È meglio Renzi o Salvini? È meglio schiattare di Covid 19 o di carestia, fame, umiliazioni, asfissia da cravatte del racket europeo? E ancora, a raffica, è meglio la Bellanova o la Meloni? È meglio il patto con la Libia di Minniti o la sua fotocopia firmata Lamorgese?

E poi, è meglio Conte che accetta un boccone avvelenato che indebita il paese ricevendo in prestito i suoi stessi quattrini da ripagare anche in veste di riforme, ovvero tagli di spesa pubblica, della sanità, delle pensioni, delle tutele e dei diritti del lavoro, o Draghi che ha anticipato lo stesso trattamento alla Grecia e lo ha “promesso” all’Italia con la famosa letterina a 4 mani in cui si intimava al governo italiano, come atti inevitabili “per recuperare la fiducia degli investitori”: “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”  “riforme costituzionali di inasprimento delle regole fiscali”?

Ci hanno fatto sapere che a questi quesiti impossibili, in molti hanno dato e danno un risposta, scontata, peraltro, visto che  la percezione di quello che pensa la gente  è consegnato all’impiego di  misuratori messi a punto dall’ideologia mainstream, che interpreta l’esprimersi di un segmento particolare di pubblico, ben identificabile.

E infatti  è quello  che esterna tra una puntata e l’altra della Casa di carta o di Suits, che comunica con i like su Fb o su Twitter, la foto di Carola o Lucano sul profilo, non più attendibili in termini di misurazione della partecipazione democratica dei borborigmi leghisti,  sull’indice di militanza antifascista accertabile più in base ai decibel dell’intonazione di Bella Ciao nelle piazzette delle sardine più che sulla solidarietà agli scioperi dei martiri delle attività essenziali i primi di marzo, o sulla resistenza degli “isolani” all’occupazione dei loro territori  da parte della Nato.

Non sorprende, perché a dichiarare le preferenze di voto che non hanno poi riscontro in cabina, è un ceto che ha grande visibilità al posto di vera rappresentanza, grazie all’appartenenza per reddito, istruzione, accesso a informazioni, sia pure manipolate, a una minoranza che dice, naviga, mostra e si mostra e dunque assume il valore, il prestigio e il credito di “maggioranza”.

E’ quella  che finora si è sentita al sicuro e moralmente superiore iscrivendosi al partito del male minore, del meno peggio, del fatale incontrastabile e senza alternativa, pena l’anatema e l’ostracismo lanciato contro  i disfattisti, i visionari, i  nichilisti, i complottisti,  ed essere condannati all’isolamento da parte della comunità per via della difformità di pensiero e convinzioni dal conformismo imperante grazie all’egemonia del pensiero unico del politicamente corretto.

Ci ha pensato l’uso della minaccia sanitaria a ridurre la possibilità di scelta tra il peggio e un meno peggio, secondo categorie costruite ad arte per non permettere più libero arbitrio, libera critica, liberi interrogativi secondo i principi di realtà, scavalcati dal rincorrersi di  dati, statistiche, diagnosi, pareri, atti d’urgenza, sanzioni e impedimenti.  Grazie all’imposizione di una opzione obbligata che di fatto impediva l’esercizio del “decidere”: o stai a casa o muori, o esci e lavori o ti tolgono il salario, o metti la mascherina o ti commino 300 euro di multa, o obbedisci o ti meriti il castigo, sia sanitario che morale.

Così è stato facile dimostrare che si è costituita di fatto una unità compatta del Paese, esaltata con orgoglio da autorità e giornali, salvo la criminalizzazione di pochi irresponsabili e disobbedienti, una coesione fieramente esibita degli eroi del divano, dello smart working, della didattica a distanza, dell’ostensione della ricrescita e della peluria.

E guai a chi invece teme che sia cominciata una guerra civile destinata a continuare, sia pure a bassa intensità, con chi pensa di riuscire a conservarsi qualcosa, beni, sicurezze, casa, reddito copertura assistenziale e chi invece già ha perso tutto o lo perderà.

Eppure si sarebbe dovuto capire che questo accadimento prevedibile, previsto, eppure inatteso, ha accelerato la fine di alcune certezze, politiche e culturali che avevano permesso a segmenti sempre meno trasversali alle classi, di sentirsi egemonici socialmente ed eticamente.

Come una bomba che deflagra, ha spazzato via i miti della globalizzazione, a sorpresa rivelatasi una minaccia,  cosmopolitismo, rendendo impraticabili e inimmaginabili i suoi riti, dello scambio e del viaggiare. Ha demolito la costruzione dell’onnipotenza del progresso, inabilitato a contrastare con la scienza e la tecnologia la peste, dando ragione se a Laouche e agli apostoli della decrescita, alle profezie di Benjamin che sconsigliava di premere l’acceleratore dello sviluppo, ma di tirare il freno a mano.

Ha liquidato la saga dell’efficienza  del sistema privato, propagandata per anni come vincente per efficacia e prestazioni e quella della competizione, come gara virtuosa, che ci vede perdenti.

Ha fatto giustizia del credo cieco quanto fervente nell’Europa che a muso duro ha abbattuto la stele eretta a Ventotene, per chi ancora praticava l’atto di fede nell’aristocratica utopia, dimostrando che qualsiasi sia la formula con cui verrà concessa la carità pelosa, a pronta restituzione, sarà al costo di “riforme” che, come in Grecia, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali.

E ha posto   domande alle quali chi crede di essere esente ha dato una prevedibile risposta: è meglio la vita o la borsa? la sicurezza o la giustizia? l’autodeterminazione  o la delega a chi “ne sa di più”?

Sono domande che non servono a  collocare chi le fa e chi usa il risponditore automatico nella categoria criticabile della destra cialtrona, rozza e ignorante, e che non sono nuove  se la proposta di poco più di un anno fa di limitare gli interventi chirurgici per i pazienti di età superiore ai 70 anni, dando licenza ai geriatri degli ospedali di decidere se operare o meno e continuare a fornire cure, era di un partito olandese denominato Sinistra Verde, se l’economista Attali guru del  Partito Socialista Francese, sostiene la opportunità di legalizzare e incentivare l’eutanasia, non per permettere una scelta dignitosa, ma  per ridurre la pressione sulla spesa pubblica, né più e né meno di Madame Lagarde o della Fornero, che almeno professano esplicitamente il culto neoliberista.

O se i diritti del lavoro, quelli all’istruzione sono stati cancellati da un partito proclamatosi riformista e democratico, che ha voluto mantenere nel suo pacchetto comunicativo il principio di modernità, togliendo quello di protezione sociale e quello di merito buttando via quello di uguaglianza.

O se ogni richiesta di riappropriarsi di quei poteri e di quelle competenze che costituiscono la sovranità di un Paese, perfino oggi, che si riscopre la necessità di un ruolo più attivo dello Stato in economia e nella spesa sociale, viene assimilata a un ottuso sovranismo, che va contrastato politicamente e moralmente affidando le scelte a una entità “sovranazionale”, tirannica quanto marginale rispetto al Grande Gioco dell’egemonia mondiale.

Ora a chi aveva quelle risposte pronte, sta per essere tolto il pane dopo che è stata tolta la voce, e pure gli occhi per vedere. Salvati dal contagio, potrebbero avere l’immunità di gregge contro il virus della libertà.

 

 

 


Inginocchiati di fronte a Sua Emergenza

Israel separation wall in West BankDobbiamo uscire dall’equivoco nel quale viviamo ormai da una ventina d’anni, anche se esso non è mai stato chiaro, quasi limpido come oggi: non è  una qualunque minaccia che crea l’emergenza e lo stato di eccezione, ma è la voglia di instaurare uno stato di eccezione, di sospensione della democrazia, delle Costituzioni e dei diritti di cittadinanza che crea la minaccia. E per creare intendo uno stato quantistico nel quale è impossibile determinare quanto sia frutto di occasioni colte dentro il vaso di Pandora del caos o quanto sia stato accuratamente preparato: poche volte è possibile collassare la funzione d’onda, aprire la scatola e scoprire se il gatto di Schrödinger è vivo o morto.  I primi vent’anni di questo nuovo secolo non sono stati altro che un susseguirsi di emergenze, quella del terrorismo, quella del debito, quello dei conti pubblici, quello dello spread: tutte cose che ci hanno stordito e indotto a una sorta di progressiva rassegnazione e sottomissione, anche se molte di esse hanno origini sospette, anche se non possibile aprire del tutto la maledetta scatola.

Ma la cosa importante è che ognuna di esse non è mai finita, lascia dietro si sé consistenti tracce: l’attacco alle torri qualunque sia la verità su di essa, ha lasciato ferite circoscritte nello spazio e nel tempo eppure a distanza di un ventennio è come se fosse il giorno dopo con i controlli ossessivi agli aeroporti e soprattutto con l’idea che la sicurezza giustifichi  un controllo a tappeto  della cittadinanza e la repressione di alcune libertà precedenti; la vicenda del debito ci ha convinto di essere vissuti al di sopra dei nostri mezzi, nonostante la stupidità assoluta di questa espressione; quella dello spread  ci ha resi conigli di fronte a qualunque reclamo di sovranità e di dignità rispetto all’Europa. E così la pandemia tra virgolette, occasione presa al volo di trasformare in peste una modesta sindrome influenzale che altrimenti sarebbe venuta e passata pressoché inosservata come ogni ventata influenzale, lascerà i suoi segni duraturi non soltanto sull’economia di molti paesi che verrà definitivamente sconquassata e sull’abolizione sostanziale di ciò che resta dei diritti del lavoro, ma costituisce il precedente per servirsi di una qualunque emergenza vera o semplicemente brandita mediaticamente per sospendere le costituzioni, revocare la libertà di movimento, dunque di fatto anche quella di associazione e di azione politica,  per passare da un controllo telematico personale come quello attuale a uno interpersonale  con le varie app che sono state predisposte oggi per la peste fasulla del coronavirus, ma domani per il morbo assai più pericoloso della libertà di pensiero. Così un bio pretesto per favorire una crisi economica che sarebbe arrivata comunque e proprio per le contraddizioni interne di un sistema marcio è servito a rafforzare e rendere una caserma un edificio in via di crollo.

Tutto il mondo della democrazia verrà travolto “in deroga” senza però alcuna capacità di opposizione: molte delle centrali di pensiero critico, peraltro tenute in vita con i soldi del grande capitale, hanno finalmente calato la maschera e partecipato ai fasti pandemici dei vari quanto improbabili filantropi.  Alcuni si sono spinti a dire che la cancellazione delle libertà costituzionali va benissimo, purché sia temporanea. Già siccome il fascismo è durato solo vent’anni andava benissimo. Si può essere più stupidi e più ipocriti di così ? Altroché, la stupidità è una precondizione del mondo contemporaneo e ci sono alcuni che non capiscono come dando credito alla peste, nonostante i numeri la smentiscano,  automaticamente danno credito ai diritti dello stato di eccezione a fronte di qualcosa che non c’è. E se qualcuno pensa alla temporaneità si sbaglia di grosso: sarà come i controlli in aeroporto, finita la fase acuta si sarà sempre in preallarme per una seconda e una terza, un quarta ondata, un altro virus, sempre pronti alla soppressione di liberà. E non sarà certo un problema , visto che in questa occasione si sono spacciati tutti i morti come vittima del Covid, una roba macabra, ma anche così ridicola che davvero non si può credere che ci si possa  cascare.

Qualsiasi futura opposizione che possa nascere dalle ceneri di questa folle stagione dovrà avere chiaro che non ci libereremo dei virus fabbricati mediaticamente, delle epidemie e delle emergenze, perché esse sono diventate lo strumento principale di governance, ossia dei governi senza consenso, come dei poteri grigi o di quelli nascosti e che essi agiscono ormai per mettere in crisi non tanto la politica che ormai è funzione e finzione di servizio, quanto gli  stessi rapporti interpersonali. Qualsiasi opposizione dovrà nascere sul presupposto che i diritti e le libertà vengono prima di qualsiasi emergenza, la quale  dovrà essere affrontata in questo  quadro e non al di fuori di esso.  Sapete quando c’era la gente che cantava dai balconi, completamente fatta di paura e confusione, a me venivano in mente i canti degli schiavi nei campi di cotone che servivano a cadenzare il lavoro e a ottundere la fatica.  Ma il canto non rende liberi.


La Marchesa del Grillo

stell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vuoi vedere che è vero che i vecchi, posseduti dall’istinto di autoconservazione, sono egoisti? La tesi, si sa, è molto propagandate dalle alte sfere dell’economia e della finanza che per questo li vuole condannare a emarginazione e morte precoce, per punirli della rottura dei vincoli e dei patti generazionali in qualità di insaziabili parassiti che pesano sui bilanci pubblici e sul sistema di Welfare, che non hanno voluto garantire nemmeno ai loro discendenti gli standard di benessere dei quali hanno goduto dissipatamente.

Ogni tanto a sostegno di questa convinzione fa capolino, emergendo dalla palude retorica dei nonni, dei poveri anziani morti di Covid19 senza la consolazione di una carezza filiale,  delle case di riposo focolaio del virus, qualcuno  che, cito dai social, denuncia come a scorrazzare per le strade ci sarebbero unicamente untori ultrasettantenni – insomma dell’età della Fornero che in forma autolesionista aveva denunciato la pressione sociale di quegli  stessi che voleva ancora al lavoro-  irresponsabilmente  inosservanti  delle elementari regole di sicurezza e distanziamento,  portatori, volontariamente, del contagio per evidente odio nei confronti della gioventù e delle speranza di vita che reca con sé.

E dire che da più di due mesi non si fa che parlare di ritrovata solidarietà, delle lezioni d’amore e compassione che ci impartisce questo inedito incidente della storia. Eppure  la decimazione dei vecchi, prodotta dalla demolizione del sistema sanitario, da quello della prevenzione e dell’assistenza, dalla consegna della ricerca scientifica a imprese  impegnate a conservare la produttività dei giovani, attraverso i brand degli integratori, degli psicofarmaci,  degli elisir per sopportare il futuro, trova nuovo consenso grazie alla frustrazione delle vittime del terrorismo catastrofista.

Così è inutile ricordare che ci sono migliaia di anziani reclusi, abbandonati a se stessi, separati da figli e nipoti ma spesso anche dalle persone pagate per prendersi cura di loro, con il frigo più vuoto che nelle case di riposo dove sono stati contagiati e sono morti, erano stati conferiti come un rifiuti da scaricare, che non essendo nativi digitali, non possono pagare bollette, ordinare la spesa online e neppure i farmaci, che  le procedure burocratiche, se perfino l’Inps sbriga ogni formalità in via informatica, a cominciare dal Pin per accedere al proprio profilo, diventano una ossessione che  non li fa dormire.

E  ancora più inutile rammentare che l’andamento dell’economia familiare da anni si fonda sul loro appoggio, per via di quei fondamenti sani del Paese a detta dell’irriducibile eterno giovanotto, le loro pensioni e i loro risparmi che aiutano a mantenere agli studi i nipoti, che contribuiscono alle assicurazioni e ai mutui dei figli, sul loro aiuto per accudire i bambini, un impegno che oggi viene riconosciuto perché manca, proprio quando le scuole sono chiuse e i genitori che svolgono le “attività essenziali” non sanno dove parcheggiarli.

Ieri però una difesa in loro nome reca la firma di una, autoproclamatasi, Grande Vecchia della sinistra, che scende in campo con la proverbiale e inossidabile  combattività, per aderire all’appello degli intellettuali  e di “gente comune” in difesa dell’Esecutivo guidato da Conte, conquistata, pare,  dalla voluttà di stare con la maggioranza, di stare con Governo,  condizione che in verità aveva già da tempo sperimentato ripetendo i riti e battendosi le mani sul petto con l’atto di fede europeista, comprensivo di poltrona, prestigio e trattamento da pensionata d’oro. Ma colpita anche dalla ingenua scoperta, in occasione del virus che colpisce soprattutto loro, non certo inaspettatamente, come la miseria, l’invisibilità, status strettamente connesso alla povertà,  che la condizione degli anziani è dura, amara, umiliante.

E poi ci si domanda perché la sinistra non è più una stella polare cui guardare per orientare il riscatto degli sfruttati!

Nel dirsi “felice di firmare l’appello” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/02/manifesta-malafede/        e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/03/santo-subito/  )  sentendosi così tra “compagni” con i quali condivide “un insieme di valori e di pratiche di vita” , oltre che un certo rigetto per una aberrazione della democrazia  che consisterebbe nella “dilagante pratica referendaria che consiste nel premere un tasto su cui c’è l’immagine di un pugnetto a pollice in su o in giù”,  Luciana Castellina rivendica, come succede “quando la carne se frusta e l’anima se giusta”,  e quando si è pronti per l’ultimo atto del percorso disegnato magistralmente da Arbasino, diventare cioè venerabili maestri,  di essere  “vetero e di non sopportare i nuovisti”, e in questa qualità si sente autorizzata a riproporre  “un antico e sacrosanto principio: la mia libertà trova un limite in quella dell’altro. L’individualismo esasperato, che è uno dei danni principali prodotti dal neoliberismo, ha finito per insidiare il nostro senso di appartenenza a una collettività, a mettere in discussione i doveri che questa impone”.

Ma si, che cosa è mai una libertà che attenta, per egoismo, alla sopravvivenza “di chi è più fragile, perché vecchio o in cattiva salute o ben protetto da trasporti privati”, che mette in pericolo la sua stessa esistenza di “appartenente a una categoria  molto a rischio”, minacciata, si direbbe,  dai runners, dagli anziani che vanno al supermercato, forse dai  baciapile che pretendono di recarsi alla santa messa, o forse, c’è da sospettarlo, dai milioni di lavoratori che da due mesi le garantiscono, in violazione delle limitazioni “sacrosante” imposte in difesa della salute, vitto, luce, acqua, telefono, pc, informazione, per quel che vale, medicine, assiepandosi su metro, bus treni e posti di lavoro, producendo e consegnando merci essenziali, F35 compresi. Ma si cosa è mai una libertà come la intendono quelli  che vorrebbero esercitarla a “suo danno”,  perché è ormai chiaro che dietro a questi improvvisati difensori dei diritti costituzionali si nascondono licenziosi promotori di crapule e orge e organizzatori di rave, oltre a un padronato feroce, nemmeno nominato e che, per dir la verità ha finora dettato misure, scadenze, regole arbitrarie e discrezionali a garanzia di una sicurezza sanitaria, che si augurano provvisoria in modo da tornare  al più presto alle normali “morti bianche”.

E chi avrebbe pensato che in mancanza di lavori stradali da commentare, si sarebbe configurato un pensiero comune e corporativo di anziani, tra presidenti e papi emeriti, vecchi sporcaccioni inguaribili, perfino ex incendiari passati al corpo dei vigili del fuoco  in nome della riduzione della lotta di classe a guerra all’influenza, in difesa del lockdown e della necessità, spiacevole certo, ma doverosa, di guidare un popolo infantile, indolente, irresponsabile, irriguardoso (perfino non li vuole più votare o starli a sentire) al nobile scopo di disciplinarlo e condurlo alla ragione, come si fa con fanciullini riottosi e impenitenti.

D’altra parte è consuetudine dei Marchesi del Grillo, per quali e quante palle conti il loro blasone, o delle Marie Antoniette, che possono muoversi con mezzi privati, che ricorrono   a personale mercenario che svolga l’attività essenziale di nutrirli e equipaggiarli brioche e pomodori compresi, magari attraverso provvisorie legittimazioni e estemporanee regolarizzazioni,  sentirsi autorizzati  a rivendicare la loro  appartenenza alla collettività, la rispondenza ai “doveri” che l’emergenza impone, grazie alla saltuaria obbedienza, perfino  a imposizioni contraddittorie, indecifrabili, dispotiche come leggi marziali, al consenso credulone a una scienza convertita in opinione  al servizio dell’esecutivo e di organismi di nuovo conio svincolati dal controllo parlamentare, se si tratta di salvare la ghirba, già tutelata all’origine, tanto da potersi comprare il corredo necessario alla vita ben più della sopravvivenza, grazie a privilegi, prerogative, cure, luminari, comodità.

Nelle ultime settimane ho riscontrato con qualche sconcerto nella stessa mia area politica di sinistra, scrive,  una insofferenza verso le misure restrittive dei nostri comportamenti, condivisibile se è solo l’espressione del fastidio che ognuno di noi prova nel rispettarle, e invece inaccettabile se si considerano lesione di un nostro diritto”.

E pensare che c’è chi riscontra con sconcerto che dichiari l’ancora viva  militanza di sinistra chi crede che sia possibile la libertà senza giustizia sociale, se c’è chi va protetto in casa sua, e chi deve uscirne per produrre, se c’è  chi la casa non ce l’ha, se c’è chi la casa non l’avrà perché con le restrizioni sono state sospese superstiti garanzie, se c’è chi da casa vorrebbe andarsene al lavoro ma il lavoro non ce l’ha e non l’avrà più, mentre si moltiplicano i debiti, si accumulano fatture e affitti. Se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza uguaglianza.

E se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza diritti, quelli considerati inalienabili e che, anche grazie a guardiani poco solerti, sono stati cancellati,  e pure quelli che da qualche tempo vengono elargiti con lo stesso spirito delle mance e dei prestiti concessi da banche amorevoli, interrotti in  nome di uno stato di necessità punitivo che li sottopone a gerarchie  e graduatorie, così sempre ci sarà chi se li merita, chi se li piglia e chi invece non se li è guadagnati e ereditati.

Ma non c’è da stupirsi, è proprio il tipo di libertà negoziato da chi si dice pronto a sacrificarsi per le masse, purchè restino remote e lontane da lui, per non contagiarlo, per restare invisibile, che occhio non vede cuore non duole. E purchè non ci si debba camminare a fianco.

 

 


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