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Il neo libero – schiavismo

industry16_sizedCari amici non c’è l’ho fatta a trattenermi dato il peso dell’infinita leggerezza delle sciocchezze quotidiane che si è costretti a tollerare, angosciato da questo avido brancolare nei meandri del nulla che mormora incessantemente . Quindi, insoddisfatto del post di ieri sull’  Involuzionismo aggiungo un seguito più specifico sulla genesi del rosario unico che viene recitato e biascicato senza sosta tra gli incensi mediatici con l’intento di mostrare che in effetti stiamo procedendo verso il passato e verso quella società inglese del  primo ‘700 che fa da calco alla contemporaneità, che la distanza fra il liberalismo di allora e il liberismo selvaggio di oggi ha il modesto spessore di uno specchio, che una teoria antropologica diede origine a una teoria economica e che oggi una teoria economica sta creando un antropologia a sua immagine e somiglianza. Sebbene tutto questo mondo e le sue varie incarnazioni prendano il nome dalla radice della libertà essa vi si aggira come un fantasma in catene piuttosto che come un’obiettivo. La libertà vi è stata sempre intesa come libertà per pochi.

Cominciamo con il padre nobile e cioè con John Locke, vero trait d’union tra l’ancien regime e la presa di potere della borghesia, il quale pensava che al’inizio  la terra appartiene allo stesso modo agli uomini  quale dono di Dio, ma poi essi le danno valore con il lavoro che si trasforma in proprietà ed è pertanto su quest’ultima che si fonda la società, divenendo il presupposto di ogni possibile governo e delle sue leggi. Pertanto esse non si applicano allo stesso modo a tutti gli individui che compongono la comunità umana: nel suo sistema i poveri devono essere incolpati della loro povertà. Una raccomandazione che sostiene chiaramente in un rapporto intitolato “Le  basi delle politiche sulla povertà” saggio in cui egli suggerisce riforme orientate alla disciplina che infondono le caratteristiche che considera positive, come il duro lavoro, l’essere costretti a prestare servizio il servizio coatto navale o, in caso di crimini, al lavoro obbligatorio e ovviamente non retribuito nelle piantagioni coloniali. In realtà Locke non fa che giustificare se stesso visto che era uno dei principali investitori della Royal African Company, un pilastro nello sviluppo della tratta degli schiavi e in veste di azionista dell’attività di mercificazione umana, diretta principalmente verso le colonie  americane ebbe una parte non marginale parte stesura delle Costituzioni fondamentali della Carolina ( poi divisa tra il nord e il sud nel 1729). Quanto ai nativi americani, visto che essi vivono di caccia e pesca, dunque non lavorano la terra non possono essere considerati proprietari della stessa e vanno espropriati. 

Molto più ambiguo  e per questo anche assai più contemporaneo , è uno dei suoi successori,  Jeremy Bentham che da una parte sostiene le libertà individuali ed economiche, la separazione tra chiesa e stato, la libertà di espressione, la parità di diritti per le donne e persino la depenalizzazione degli atti omosessuali, ma dall’altra vagheggia il Panocticum come fabbriche con un controllo totale del lavoro  e con gli operai che dovrebbero essere in divisa come soldati. Così da un lato canta le lodi della libertà e dall’altro discute attraverso un altro aspetto della sua dottrina chiamato ” utilitaristico ” la necessità di militarizzate il lavoro dei i poveri per la sola ragione che sono poveri. E’ del tutto evidente che qui manca totalmente qualsiasi espressione che anche di lontano ricordi i concetti di uguaglianza e di solidarietà. Ancora una volta si parla di libertà per pochi. Tutto questo si è in qualche modo concretizzato al tempo della carestia irlandese (1846 -1851) durante la quale morirono un milione di persone e altri due milioni dovettero emigrare senza che la Gran Bretagna a cui l’isola apparteneva muovesse un dito per soccorrere i suoi stessi sudditi pur essendo al tempo la maggiore potenza economica d tempo era fuori questione per i capitalisti britannici, e per la dottrina del laissez faire liberale,  contrastare i flussi di capitali generati dall’esportazione di cibo verso altri Paesi. 

Si è parlato poi di genocidio e non caso perché un secolo prima di Hitler un altro padre nobile del liberalismo, Herbert Spencer, filosofastro da pub, ma soprattutto editore della rivista liberale The Economist, grande quotidiano liberale che con  il Times incoraggiò la non assistenza durante gli anni della grande carestia irlandese,  fu l’ispiratore convinto delle teorie del darwinismo sociale e dell’eugenetica di Francis Galton, secondo il quale occorreva preservare  a tutti i costi le elite assediate dai poveri. Su spinta di Spencer che fu anche tra i primi candidati al Nobel per la letteratura anche se non lo vinse, Galton fondò il British Eugenics Society Education, che contò tra i suoi membri attivi  illustri liberali tra cui  anche  Winston Churchill. I paesi anglosassoni e in particolare gli americani sono fortemente rappresentati nel primo congresso di questa nobile società aperto da un discorso di Lord Balfour. Il secondo Congresso si svolgerà a New York nel 1921. Inoltre, molto prima della Germania, gli Stati Uniti furono  in prima linea nel campo dell’eugenetica. Sono stati  anche i primi a introdurre una legislazione eugenetica con le note limitazioni di carattere razziale  nelle leggi per l’immigrazione, in particolare considerando di razza inferiore quelli provenienti quelli provenienti dall’Europa orientale e meridionale. Ma queste politiche sono state perseguite anche in altri modi: lo stato dell’Indiana praticava  dal 1899 sterilizzazioni sui criminali intenzionali e sui ritardati mentali. Questo stato approvò nel 1907 una legge che prevedeva la sterilizzazione dei “degenerati”. Nel 1914, trenta stati promulgarono testi per l’annullamento dei matrimoni di coloro che venivano classificati in termini di idioti. (attualmente diciannove Stati hanno ancora questa legislazione nei loro testi).  Ed ecco alcune citazioni che rendono chiaro il clima di bertà che si vorrebbe spacciare:  “Mi piacerebbe molto vedere le persone di classe inferiore impedite completamente di riprodursi e quando la natura dannosa di queste persone è sufficientemente manifesta, dovrebbero essere prese misure a tal fine. I criminali dovrebbero essere sterilizzati e alle persone deboli dovrebbe essere proibito avere discendenti ”, indimenticabile eppure dimenticata frase di  Theodore Roosevelt. O “La moltiplicazione innaturale e sempre più rapida dei malati e dei pazienti psichiatrici, a cui si aggiunge una costante diminuzione di esseri superiori, economici ed energetici, costituisce un pericolo per la nazione e per la razza che non può essere sopravvalutato … Mi sembra che la fonte che alimenta questa corrente di follia debba essere tagliata e condannata prima che passi un altro anno. ”  Opera della penna di  Winston Churchill, premio nobel per la letteratura. 

Tuttavia in questi ritratti di famiglia ci si può mettere anche il nevrotico Alexis de Tocqueville, uno dei cantori della democrazia americana. “Tocqueville proponeva di applicare il modello di colonizzazione americana in Algeria,  teorizzava la “guerra giusta” contro i “selvaggi “e l’istituzione di un apartheid “che garantisca la supremazia bianca ”. Secondo l’aristocratico francese “La razza europea ha ricevuto dal cielo o ha acquisito con i suoi sforzi una superiorità indiscutibile su tutte le altre razze che compongono la grande famiglia umana, che l’uomo ha posto con noi, con i suoi vizi e la sua ignoranza in ultimo gradino della scala sociale, è ancora il primo tra i selvaggi ”.

Tutte queste non sono affatto deviazioni dallo spirito della libertà che ci viene proposto  ma invece logiche espressioni di una libertà solo per elite, che sono state ereditate dal neoliberismo, il quale ha cambiato solo pelo retorico, ma non vizio ideologico. Ancora oggi chi è povero viene colpevolizzato ed emarginato pur nel pieno dell’ enfasi globalista e diventa in pratica una sorta di schiavo morale; magari non viene mandato nei campi di lavoro, ma è privato dei suoi diritti reali anche se teoricamente conserva quelli formali e non ha alcuna possibilità di ascesa sociale E in effetti quella libertà di cui si parla è solo forma, non sostanza: è stata qualcosa di più di un fantasma quando i ceti popolari premevano verso l’alto e rivendicavano eguaglianza , ma dopo essere stati sterilizzati con promesse inavverabili, con la loro trasformazione da insieme sociale a consumatori atomizzati,  la trama sottostante si fa sempre più chiara.


Libertà in estradizione

julian-assange-arrest-london-ecuador-embassyL’ipocrisia è senza fine, così come la menzogna e la capacità di auto assoluzione di un sistema marcio e dei suoi narratori ufficiali. Julian Assange uno dei veri eroi del nostro tempo e non uno dei tanti pupazzi con cui ci tengono artificialmente allo stato infantile, è stato alla fine arrestato con il cavillo di furto di informazioni in un computer che oltre ad essere legalmente efficace permette di eludere il problema della libertà di stampa. La polizia britannica ha invaso il territorio diplomatico dell’Ecuador , pienamente consenziente dopo aver gettato a mare lo status di asilo e ha sbattuto  in carcere il fondatore di Wikileaks: due stati vassalli hanno collaborato per obbedire agli ordini di Washington. E’ l’atto con cui culminano sette anni di bugie e di nascondimenti, ma anche quello con cui va in pezzi la pretesa di libertà di informazione che l’occidente custodisce esattamente come una reliquia: qualcosa che ha un valore solo come immaginario. 

E del resto il comportamento della stampa fra noi evoluti consumatori di caramelle per poi essere violentati di verità, è stato a suo modo esemplare facendo da megafono alle ridicole accuse sulla presunta violenza in Svezia di due indefinibili ragazzotte a ore, ignorando o minimizzando il fatto che Assange era già stato precedentemente scagionato dall’accusa dagli stessi investigatori che seguivano il caso o che lo stesso si era detto pronto ad essere interrogato dai procuratori svedesi a Londra, come era successo in dozzine di altri casi riguardanti procedimenti di estradizione in Svezia. Ma non era il caso di dirlo al pubblico ed era invece quello di far immaginare una reticenza di Assange visto che quei procuratori non avevano alcuna prova da portare e nel 2015 chiusero il caso, nonostante le disperate pressioni britanniche per tenerlo in piedi. C’è una mail di un alto ufficiale di sua maestà agli investigatori svedesi che dice: “Non osate far sgonfiare il caso” : ma la maggior parte degli altri documenti relativi a queste conversazioni non sono disponibili, Sono stati distrutti dal Procuratore Generale del Regno Unito in violazione del protocollo. Tuttavia nessuno nei grandi media se ne è preoccupato.

Ed è solo una goccia in un mare: hanno minimizzato il verdetto del 2016 di un gruppo di esperti legali delle Nazioni Unite secondo cui il Regno Unito avrebbe arbitrariamente detenuto Assange, anzi lo hanno deliberatamente nascosto mentre sembravano molto interessati alle sorti del suo gatto. Hanno anche ignorato la circostanza  che dopo il cambio di presidente dell’Ecuador – e il subentrare di un personaggio desideroso di ottenere i favori di Washington – Assange è stato sottoposto a misure sempre più severe di isolamento. Gli è stato negato l’accesso ai visitatori e ai mezzi di comunicazione, violando sia la sua condizione di asilo che i suoi diritti umani che lo stesso stato mentale e fisico.  

La cosa ancora più grave e che i media si sono rifiutati di riconoscere Assange come giornalista ed editore, anche se non facendolo  si sono esposti all’uso futuro delle stesse sanzioni draconiane se loro pubblicazioni dovessero fare rivelazioni scomode. Ma probabilmente sanno già che non accadrà perché di fatto hanno sottoscritto con il loro silenzio il diritto delle autorità americane di sequestrare qualsiasi giornalista straniero, ovunque si trovi nel mondo. Insomma per sette anni abbiamo dovuto ascoltare un coro di giornalisti, politici e “esperti” che ci dicevano che Assange non era nient’altro che un fuggiasco e che i sistemi legali britannico e svedese potevano essere fatti valere per gestire il suo caso in pieno rispetto della legge. Nemmeno una parola o un pensiero sul fatto che per la prima volta la gente comune ha potuto dare uno sguardo alle segrete cose, agli arcana imperii, cosa che dovrebbe in qualche modo essere  lo scopo stesso dell’informazione. Dov’è l’indignazione per le gigantesche menzogne ​​che ci hanno raccontato? Dov’è l’ira contro la distruzione della libertà di stampa e di diffusione attutata per colpire Assange? Non c’è: non sono lì per rappresentare la verità o per difendere la gente comune o per proteggere una stampa libera o addirittura per far rispettare lo stato di diritto. Sono lì per proteggere le loro carriere e il sistema che li premia con denaro e influenza.

E in questo caso non sarebbe stata tollerata alcuna deviazione rispetto agli ordini di servizio perché Wikileaks aveva rivelato cose che mai si sarebbero dovute conoscere: il video nel quale si vedono i soldati Usa che celebrano l’uccisione di civili iracheni o la pubblicazione di cablo diplomatici statunitensi, come quelli venuti alla luce nel 2010, che hanno rivelato le macchinazioni segrete dell’impero americano per dominare il pianeta qualunque sia il costo in termini di violazioni dei diritti umani. E ora ci riempiranno con nuovi inganni e depistaggi per nascondere il cuore del problema e le loro stesse tracce, per impedire di farci capire che i diritti di Assange sono i nostri diritti. 


Gli Usa e la schizofrenia di elite

091904792-2c323171-9837-4971-ba85-ef478e1b9decCome noi tutti sappiamo ogni  giorno on Usa un nero viene ammazzato dalla polizia e un quarto di loro senza alcuna giustificazione plausibile, mentre è del tutto evidente che, se appena si esce dal 10 per cento più ricco della popolazione del resto formata quasi interamente da bianchi  e per l’ottanta per cento da bianchi anglosassoni e protestanti, la discriminazione fra censo, etnie, generi, inclinazioni sessuali  è una realtà palpabile, tanto che non passa giorno senza che vi siano da qualche parte denunce in tal senso: un giorno Uber viene accusata di discriminare le donne, Harvard di marginalizzare gli studenti asiatici, alcune compagnie aeree i gay e mille altri casi in una continua girandola di scandali e scandaletti  che coprono come un sudario di correttezza la realtà concreta, la discriminazione vera; solo il 2 per cento di neri e latini accede all’istruzione di medio livello che in Usa è appannaggio esclusivo delle scuole private, il reddito medio di un nero è il 61% inferiore rispetto a quello di un bianco. mentre quello delle donne è complessivamente del 30% più basso,  i neri colpiti da attacchi cardiaci hanno possibilità molto minori rispetto ai bianchi di essere sottoposti a interventi opportuni, i bianchi hanno cinque volte più possibilità dei neri di ricevere un trattamento anticoagulante di emergenza per l’infarto, le donne nere hanno quattro volte più possibilità delle bianche di morire di parto, tutte cose queste ultime dovute più al censo che al colore della pelle in una società dove l’intervento pubblico è ridotto al mimimo indispensabile

Mi fermo qui, sono cose che tutti sappiamo e la cui documentazione può essere reperita dovunque. Ma vediamo – questa è la cosa interessante perché in qualche modo ci riguarda da vicino –  come reagisce l’elite americana di fronte a tutto questo visto che da una parte non può mettere in discussione il sistema stesso come fonte strutturale di disuguaglianza e al tempo stesso non può apertamente rinunciare alla mitologia fondativa dell’America. Come si vede benissimo nelle università dove si forma la classe dirigente, la via d’uscita dalla contraddizione è un’ossessivo formalismo simil – egalitario, la cui dose dev’essere sempre aumentata fino a che non sfocia nella patologia, ovvero in una sindrome di Tourette al contrario. La malattia nella sua fase conclamata è cominciata da una decina d’anni, quasi in contemporanea con la prima crisi economica sistemica e ha avuto il suo episodio simbolo nel tentativo da parte degli studenti della Purdue University in Indiana di far cacciare un loro collega che per mantenersi agli studi faceva il bidello: la colpa di cui si era macchiato era quella di stare leggendo un libro contro il Ku Kux Klan sulla cui copertina figuravano degli incappucciati: ciò faceva star male le aninule di questa razza padrona in formazione. Poì è stato tutto un franare verso il coma intellettuale la cui forma è una sorta di censura contro le cosiddette “microaggressioni”. Per esempio ad Harvard gli studenti hanno vietato l’uso della parola violare in tutte le sue accezioni perché il verbo li sprofonda nell’angoscia, oppure parlare dell’America come melting pot è una microaggressione  contro coloro che non vogliono integrarsi, per alcune associazioni di studenti asiatici la frase “voi siete bravi in matematica” sottintende una velata discrimazione razziale, oppure nelle università della California dire a qualcuno che parla bene inglese” sarebbe un’offesa perché sottintende che l’interlocutore non sia un vero americano. Come se questa poi fosse un’offesa e non un titolo di merito.

Come si vede benissimo da quest’ultimo esempio si tratta di una correttezza ipocrita e ambivalente  che  vieta di dire alcune cose, di leggere libri, di discutere senza paraocchi e ritualità, nel timore che questo rappresenti  o simboleggi una qualche discriminazione e dunque sostenga una qualche superiorità che non viene negata, ma che deve essere semplicemente sottaciuta. Tutto questo verminaio di bon ton farisaico sta esplodendo in situazioni grottesche, non soltanto perché la simil – correttezza paranoide sta rendendo angosciosa la vita universitaria (gli sudenti hanno chiesto, tanto per fare un esempio su mille, il licenziamento della sociologa Laura Kipnis rea si aver scritto “Avances indesiderate – la paranoia sessuale imperante nei campus”) ma esercita censure anche sui libri e le opere fondamentali e  ha anche un risvolto psichiatrico: il contatto con frasi “inappropriate” o la lettura di Ovidio, Fitzgerald, Shakespeare, Mark Twain, Euripide o Virginia Wolf, tanto per citare i casi più in vista  (ma non Stephen King cosa che la dice molto lunga su questa sub cultura inevitabilmente soap) provoca spesso il ricorso a terapie psicologiche: la domanda di aiuto psichiatrico è aumentata di  sette volte negli ultimi dieci anni.

E’ chiarissimo che i rampolli della razza padrona, cercano in maniera inconscia di isolarsi dal mondo grande e cattivo che dovranno perpetuare, attraverso facili formule, abracadabra che rinviano alla creazione di una propria favola, di fare tribù perché ogni loro intervento sul mondo reale  sarebbe al contempo un  atto contro i loro privilegi. Non siamo di fronte a un fatto di costume, ma a una schizofrenia politica di classe dove la massima apertura comincia a coincidere con la massima chiusura e il cui avversario non è affatto quello che appare o viene scelto come tale perché fa parte della medesima area di interessi, anche se non dello stesso linguaggio: il vero nemico è una diversa concezione della società. Sarebbe interessante fare un paragone con il ’68 europeo in cui i figli della buona borghesia chiedevano maggiore libertà per loro a nome dell’intera articolazione sociale, ma quello che importa qui è vedere come il contratto sociale stesso si stia sfasciando con la separazione dei suoi corpi  si stia palesemente separando, proprio mentre si invoca una sorta di orrendo conformismo globale che si nutre di formule e di infingimenti, come possiamo vedere ogni giorno, ogni minuto anche in rete, ovvero dell’esatto contrario della libertà.


Femminismo alla Boscaiola

ghgliotAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Il movimento #MeToo ha il grandissimo merito di aver fatto prendere consapevolezza della necessità di denunciare e ha accesso i riflettori su un tema grave e trasversale come la violenza psicologica, fisica e sessuale sulle donne nelle relazioni di potere”. È  l’ex Ministra Boschi che parla. E aggiunge: “credo che quello che ho fatto io, nel bene o nel male, sia stato accettato con più fatica che non se l’avesse fatto un uomo”.

Mai come in questi anni l’eclissi dell’ideale di progresso è stata segnata da tremendi paradossi. Mai come oggi proprio i più esposti, i più vulnerabili: troppo giovani, troppo vecchi troppo poveri troppo donne, troppo “altri”, troppo diversi,  scontano le magnifiche sorti di una modernità regressiva, fatta di scoperte scientifiche ed applicazioni tecnologiche, iniquamente accessibili e differentemente distribuite.

Mai come oggi  formidabili ritrovati per contrastare malattie e eventi naturali sono soggetti a disuguaglianze che fanno sì che non vi abbiano accesso i più, che aumentino quelli che non possono usufruire di cure e farmaci, così come terremoti e alluvioni hanno perso il carattere di “livella” e abbattono e travolgono geografie, borghi e abitazioni di chi non ha potuto proteggersi, di chi ha conquistato una casetta senza requisiti di tutela e sicurezza, magari sotto un ponte, su argini di fiumi ribelli dove ormai è rischioso anche andare a fare una gita, in territori feriti dalla speculazione e dal cemento selvaggio.

Mai come oggi noi che sembriamo fortunati per essere stati sorteggiati dalla lotteria naturale nascendo dove leggi dovrebbero regolare relazioni umane e sociali, lavoro e istruzione e tutte le attività umane, se apparteniamo a quelle categorie di serie B, quelle dei “troppo” – la maggioranza dunque – patiamo   crudeli sofferenze per l’egemonia implacabile della flessibilità che sprofonda chi sta sotto padrone nell’abisso della soggezione all’arbitrarietà, all’intimidazione, alla competizione spietata che cancella ogni residua forma di coesione e solidarietà.

Mai come oggi perfino le parole e i valori che rappresentano derise o messe all’indice o soggette a aberranti trasformazioni: l’etica in moralismo, la compassione in buonismo, la sicurezza in repressione. Mai come oggi vengono propagandati come necessaria arma di difesa l’egoismo in modo che si possa essere attrezzati alla lotta eterna di lupo contro lupo, salvo che quelli almeno vivono in branco, e come premio, per il liberato istinto di sopraffazione, visibilità, censo, fama sia pure anche solo virtuale a colpi di mi piace. Mai come oggi questa forma di guerriglia perenne e solo a bassa intensità si deve consumare tra uguali, tra soggetti che vivono allo stesso livello o meglio ancora ai danni di chi sta ancora più giù, perché invece nelle relazioni con chi comanda deve vigere il primato della docile accondiscendenza, della soggezione remissiva, pena la perdita, la condanna alla sommersione  e alla deplorazione dei momentaneamente “salvati”, sicché i diritti sono retrocessi a elargizioni e la loro richiesta sempre più sommessa a irrealistiche pretese; i talenti e le vocazioni a ridicole e poco plausibili aspirazioni, criticabili se provengono da ceti immeritevoli, quelli impoveriti e penalizzati per aver voluto troppo, comprese garanzie, pensioni, tutela dei risparmi. rispetto della dignità.

Se vi chiedete cosa c’entri con tutto questo la Boschi, la risposta è facile.  La disgregazione del tessuto sociale e la svalutazione di ogni richiesta di diritti e prerogative sono state favorite e legittimate da chi si è autoproclamato portatore e interprete del progressismo e del riformismo, inteso inizialmente come tentativo maldestro di addomesticare il sistema capitalistico e di mercato, poi come esplicito appoggio. Spacciandolo come doverosa manifestazione di realpolitik, come avveduta espressione di ragionevolezza e moderatezza rispetto alle intemperanze estremiste di chi chiedeva sempre più flebilmente uguaglianza liberà e fraternità, regredite ad arcaiche reminiscenze da riporre in soffitta.  In modo che tutto quello che riguardava affrancamento, liberazione, riappropriazione della dignità venisse svuotato di significato per diventare oggetto di stanche celebrazioni, di giornate della memoria, o peggio ancora, della concessione di briciole al disotto del minimo sindacale, come è avvenuto per le coppie di fatto, occasione per dare un po’ di guazza alla propaganda e alle celebrazioni folcloristiche, purché non si tocchi l’istituto familiare sacro per la perpetuazione di modelli inclusivi e recessivi, con la condanna dei ruoli femminili a destini secondari imposti dalla necessità di sostituire tutto quello che Stato e società negano.

Così se tutti siamo ridotti a merce, alle donne spetta di essere strumenti di servizio, attrezzi da impiegare per far funzionare lo “stile di vita”, da oliare offrendo qualche contentino che viene direttamente dal bagaglio del politicamente corretto, con il suo gergo e i suoi slogan indirizzati a farci accontentare di qualche brioche, delle desinenze in A, delle invettive contro il consumo patinato dei corpi femminili, delle denunce tardive di svariate tipologie di sporcaccioni che occupano partiti e showbusiness, della creazione degli osservatori sul linguaggio sessista, delle quote rosa.

Mentre intanto noi tiriamo la carretta, che assomiglia a quella che portava le aristocratiche a Place de la Concorde. Ma quelle che per censo, affiliazione, mimetismo allora sarebbero state le condannate, sono quelle che partecipano furiosamente alla morte di una aspettativa di libertà dallo sfruttamento per uomini e donne che ne soffrono doppiamente. Che collaborano e dettano le leggi dell’ingiustizia e della discriminazione, ricordando la loro “origine”  femminile tradita e offesa e invitando all’immunità di genere solo quando scricchiola il loro trono usurpato. Beh, per i loro crimini se la meritano davvero la ghigliottina.


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