Da troppo tempo siamo abituati al cosiddetto “tempo reale”, a ciò che si svolge in un attimo o in poche ore come i movimenti di Borsa o in giorni o al massimo n mesi, con conseguenze pressoché immediate. Non è solo un’abitudine mentale, è un modo di essere ciò che super i tre mesi e al di fuori dell’occhio della rana che coglie solo gli insetti in rapido movimento, ma non riconosce quelli ermi op che si muovono con lentezza. Del resto questo è comprensibile, anzi necessario dentro un’ideologia che prescrive l’immutabilità del sistema: tutto ciò che si muove è in qualche modo marginale, non arriva al cuore degli eventi che sono “accidenti” come avrebbe detto Aristotele, i quali increspano solamente la superficie e sono per loro natura di durata breve. Il mondo invece diversamente: un interruzione o rallentamento delle catene economiche può avere effetti subitanei sul mercato dei titoli, ma ha effetti reali  in  tempi molto più lunghi, praticamente imperscrutabili  sia per la gente comune, sia per i milieu politici convinti che il mercato sia l’unica verità possibile.

Prendiamo ad esempio l’agricoltura e di conseguenza l’allevamento; tutte le perturbazioni del settore hanno effetti ritardati di un anno  e possono essere drammatici in un mondo che vive al 95 per cento, ovvero dentro un sistema costretto a produrre il  massino e nel quale anche piccole percentuali in meno sfiorano la catastrofe. Nell’arco di minime variazioni si hanno effetti sui prezzi che di solito riequilibrano gli scambi, ma quando si prende il largo dai pochi punti percentuali ci si avvicina la disastro perché non è più questione di pagare il cibo di più, ma che proprio non ce ne sia. Proprio il fatto di non riuscire ad antivedere nemmeno l’ovvio non ci fa pensare che la scellerata guerra contro l’Iran sta preparando proprio questa sorta di armageddon: gli agricoltori di ogni angolo del mondo si trovano contemporaneamente a dover affrontare la riduzione delle scorte e l’aumento dei costi dei fattori produttivi: fertilizzanti, pesticidi, gasolio, lubrificanti, trasporti. Dal momento che  l’agricoltura è sempre stata un’attività caratterizzata da margini di profitto esigui e da una costante incertezza, molti agricoltori in diverse parti del mondo hanno deciso di saltare la semina o di ridurla: non è possibile sapere quanti agricoltori hanno fatto questa scelta, obbligata dal fatto che producendo a costi decisamente superiori potrebbero trovarsi a vendere in perdita. Ma sono certamente molti e una “conta” potrà essere fatta quando si evidenzieranno gli effetti deleteri, ormai innescato, anche se la guerra finisse effettivamente adesso.

Naturalmente gli effetti del blocco di Hormuz riguardano un miriade di settori che vanno da quello del carburante per aerei, al diesel pesante per le navi, dalla produzione di zolfo, elio, rame, nichel, acido solforico, prodotti farmaceutici, ma finora sono state usate le scorte e quindi l’effetto è stata una carenza gestita dal mercato per così dire, ma l’agricoltura è un settore vitale dire3ttamente collegato alla sopravvivenza. Ora dai paesi del Golfo Persico veniva  circa il 35% della produzione mondiale di urea e il 40% di acido solforico ovvero le principali materie prime per i fertilizzanti azotati e fosfatici. Gli altri Paesi produttori come Russia e Cina hanno sospeso le esportazioni per proteggere la produzione interna, mentre gli Usa hanno dichiarato lo stato di emergenza nazionale per i fertilizzanti. Oltre a ciò anche chi ha seminato prima della guerra si è poi trovato ad aumenti dei prezzi dei fertilizzanti e alla loro carenza. Anche i Paesi produttori di medio livello stanno già esaurendo le scorte di urea. Oltre ai fertilizzanti, anche le catene di approvvigionamento dei pesticidi agricoli rischiano di interrompersi. La produzione di pesticidi dipende anch’essa dal petrolio: l’agricoltura moderna sopravvive solo grazie a un’intensa protezione chimica; senza pesticidi, le varietà di colture odierne non possiedono la resistenza intrinseca necessaria per resistere ai parassiti.

I Paesi di tutto il mondo si affretteranno a importare cibo, facendo lievitare i prezzi sia sui mercati globali che su quelli interni. Qualsiasi paese che possieda scorte di cereali, potassio, fosfati o pesticidi li tratterà come risorse strategiche piuttosto che come beni commerciabili, come ha già fatto la Cina con l’acido solforico. Controlli sulle esportazioni, razionamento d’emergenza e accaparramento sostituiranno il normale commercio. Di fronte a un’urgente necessità di sicurezza alimentare interna, è prevedibile che i governi accumulino materie prime per la produzione di fertilizzanti e pesticidi, fertilizzanti e pesticidi finiti e cibo in generale. Insomma ci si troverà di fronte  a un problema enorme che sembrava appartenere ad epoche passate e di cui ancora nessuno sembra rendersi conto e l’attitudine a pensare in termini di tempo reale impedisce di vedere la tempesta che si sta formando per l’autunno di quest’anno e per tutto il 2027 e l’ attuale aspettativa di una “normalizzazione” non è che una di quelle illusioni che intervengono quando i problemi diventano troppo complessi e intricati. E in fondo proprio una serie di illusioni che ha portato l’amministrazione Trump ad aggredire l’Iran: prima quella che l’assassinio del leader supremo avrebbe risolto la situazione e poi quella di pensare che gli Usa possano essere autosufficienti in campo petrolifero, pur mancando dell’oro nero con le qualità adatte per produrre diesel e carburanti per l’aviazione. Grazie a questa dimostrazione di incompetenza da semplificazione, viaggiamo a vele spiegate verso le carestie.