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Combattenti per l’Occidente: paghetta e rossetto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarò più Franti che Garrone, ma non mi sono mai piaciute le operette morali sotto forma di letterina paterna alla prole, fossero del babbo di Enrico, di Einstein che vuol mostrare affezione al figlio che non ha riconosciuto in tram dedicandogli un mese all’anno di partecipata vicinanza, fossero di boiardi in temporanea eclissi (ve lo ricordate il risentito Celli che istigava il figlio a esportare i suoi talenti?), perlopiù ben accomodati su comode poltrone, in aziende o salotti borghesi o autorevoli giornalini dalle quali si augurano di garantire alla dinastia una dorata continuità. Mentre non abbiamo notizia di padri che – è dimostrato dalla storia – hanno impartito lezioni di etica, coraggio, libertà non essendoci pervenute missive di papà Cervi, o del babbo di Albino Albico, operaio, ammazzato a 24 anni, di Achille Barillati, 22 anni, studente di economia e tati altri prima di loro.

Oggi ha grande successo di pubblico quella di una soave  e alata penna molto apprezzata benché Massimo Giannini, come tanti altri, non abbia dimostrato una grande lungimiranza e qualità di osservatore quando,  orfano del grande nemico ci ha messo un bel po’ per avere contezza che quelli dopo erano quasi peggio, sorpreso dalla rivelazione tardiva di una sgangherata indole all’autoritarismo più becero e di una plebea indifferenza per legalità e legittimità delle sue azioni e che, ciononostante, si fa portatore per toccanti istruzioni per l’uso di mondo indirizzate alla figlia in procinto di imbarcarsi nella perigliosa avventura di un Erasmus a Parigi, irta di rischi agli occhi del padre apprensivo quanto – parrebbe – una traversata in barcone verso Lampedusa. E che l’ardita giovinetta affronta equipaggiata di tutto compreso il beauty con gli indispensabili mascara e rossetti.

La commovente epistola del babbo in apprensione passa in rassegna i pericoli cui si espone la giovinetta alla quale però non si devono tarpare le ali: zainetti inquietanti, tir minacciosi, furgoni impazziti, quelle attrezzature di morte nelle mani di coetanei della fanciulla che, non si capisce ancora perché, si mostrano irriconoscenti delle condizioni benevole nelle quali sono cresciuti e si rivoltano contro inermi  e innocenti quasi uguali a loro in una tempo nel quale la paura da liquida si è fatta solida e concreta a Nizza, a Barcellona, a Parigi.. e, sarebbe bene ricordarlo, a Aleppo, in Irak, in Afghanistan, in Siria, in Libia e in tanti posti dove qualcuno rivendica di difendere l’Occidente, proprio come Giannini si augura sappia fare la figlia, un domani, meglio di noi. E poco ci vuole, ammesso che il nostro modello di vita, la nostra civiltà così come l’abbiamo ridotta per uniformarsi a malintese necessità  sia proprio la migliore possibile e non abbia bisogno di aggiustamenti.

Il senso della lettera si colloca nel filone molto frequentato di questi tempi dalle  menti più illuminate: malgrado le ragionevoli preoccupazioni, malgrado sia probabilmente indispensabile inasprire controllo sociale, l’imperativo è quello di vivere come prima che la minaccia dei sanguinari macellai dell’Islam venissero a macchiare le strade del nostro sangue.

Forse si dovrebbe rispondere  al sensibile mittente che proprio per via di tutto quello che succede intorno a noi, l’imperativo dovrebbe essere quello di vivere meglio invece, reclamando che ci vengano restituite garanzie a conquiste cancellate, diritti e prerogative di libertà e democrazia dispersi anche in nome di quella pretesa tutela di un stile di vita che invece ha incrementato disuguaglianze, differenze, ingiustizie, prevaricazioni e ricatti.

Bisognerebbe ricordare a lui e a tutti i padri e le madri in pena per i loro figli che nascono  e crescono già condannati a essere debitori per malaffare, corruzione, dissipazione di beni e risorse comprese quelle ambientali, già senza speranza di vedere appagate aspettative e vocazioni, già disillusi che dovremmo cercare il meglio per le generazioni a venire e non il mantenimento dello statu quo  perché è davvero in corso una guerra di civiltà, ma non è stata dichiarata solo da eroi mutatisi in terroristi, da gente comunque già sorvegliata, ma incredibilmente lasciata libera di agire, viene dalle oligarchie che dal terrorismo e dalle guerre ricavano lo spazio e i modi  per rendere sudditi i cittadini.

Se una lezione dovremmo imparare e impartire è quella di aprire gli occhi prima che qualche implacabile e imprevedibile “fatalità” ce li chiuda per sempre.

 


Erdogan, Darwin e le guerre di civiltà

evolution_08orig_mainNelle pieghe delle notizie che giungono dal mondo ce n’è anche una che farebbe la felicità dei guerrafondai di civlità se essi stessi non fossero così arretrati da confluire nelle tesi del nemico: il governo turco si appresta a eliminare la teoria dell’evoluzione dai programmi scolastici. Effetto della cultura dell’Islam non più temperata da laicismi sociali? Senza dubbio, ma in realtà effetto in generale di una visione presente in tutte le religioni positive monoteiste. Una ricerca di Science del 2006  in 25 Paesi, rivelò che solo il 30% della popolazione turca accettava la teoria dell’evoluzione, classificando il Paese all’ultimo posto della lista, tuttavia preceduto a poca distanza dagli Usa classificatisi penultimi: i risultati nel complesso evidenziarono il fatto che più cresce la popolazione diciamo così consapevolmente secolarizzata e più aumenta il credito nell’evoluzione.

Non è certo una sorpresa: sebbene da un punto di vista astratto l’evoluzione possa tranquillamente essere incorporata e in diversi modi nelle varie teologie come del resto è avvenuto con le rivoluzioni astronomiche, tanto che uno degli evoluzionisti più in vista del secolo scorso fu il gesuita Teilhard de Chardin, da un punto di vista psicologico le cose cambiano di parecchio visto che a Dio viene sottratto il miracolo della vita e dunque in qualche modo la legittimazione a ordinarla per tramite delle chiese, il che non è un inconveniente da poco per il potere delle stesse. Così, come in ogni circolo vizioso che si rispetti, tutto questo ci riporta al punto di partenza, perché la massima parte delle considerazioni in cui si radicano le pretese identitarie ha un’origine religiosa o la prende a pretesto, funge da alibi presentabile.

Il problema è che ormai da almeno una settantina di anni la teoria evolutiva non è più una dottrina che dispone di schiaccianti  prove indiziarie, ma è divenuta una scienza operativa: la scoperta del Dna ha illuminato meccanismi che prima sfuggivano e hanno dato inizio a pratiche che in qualche modo la dimostrano e che sono ormai letteralmente pane quotidiano per tutti visto che – per esempio – la quasi totalità dei cibi che arrivano sulla nostra tavola sono frutto di incroci di tipo tradizionale o da laboratorio, irradiazioni, tecniche genetiche mirate. Al di là di qualsiasi considerazione tutto questo illustra non solo i meccanismi di base delle mutazioni, ma anche  che esse non sono soltanto una possibilità, ma una necessità degli esseri biologici.

Non è proprio che sappiamo tutto, anzi ben poco, il panorama della comprensione è ancora immenso tuttavia è piuttosto stravagante il fatto che l’evoluzione sia ancora un sorta di tabù per le religioni organizzate o per quelle posizioni di analoga anche se inconfessata radice che si riferiscono a un’idea di natura immobile e platonica (ma spesso tradotta in termini disneyani) la quale prende corpo in certe futilità naturiste che alla fine valgono quanto i diktat creazionisti di Erdogan. Quindi qualsiasi guerra di civiltà o di cultura ha poco a che vedere con le diversità delle religioni, ma con una diversità di atteggiamento fondamentale nei confronti del mondo: i confini non si tracciano sull’atlante ma in noi stessi.

A questo proposito va però detta una cosa fondamentale: la teoria dell’evoluzione ha ben poco a che vedere con il darwinismo che col tempo ne è invece divenuta una sorta di derivazione ideologica ben accolta e anzi alimentata dal capitalismo. Darwin, insieme a Wallace, è quello che ha avuto l’idea iniziale della selezione naturale, ma viste le conoscenze dei suoi tempi non poteva che focalizzarsi esclusivamente sugli individui su cui gravava tutto l’onere e l’onore di essere i più adatti o i più forti, vincitori o perdenti per volontò naturale, il che si accordava con psicologica perfezione alle tesi di Adam Smith e di quel liberalismo che si avvierà di li a poco con l’affermazione della teoria neoclassica dell’economia a diventare liberismo. La lotta e la vittoria del migliore erano manna per quel mondo che così poteva giustificare e la disuguaglianza come fatto naturale. Oggi le cose appaiono molto più complesse, dovendo rispondere a meccanismi genetici digitali del tipo 0 – 1 e non più di tipo analogico come era naturale pensare al tempo di Darwin, ma soprattutto si comincia a comprendere che i meccanismi che coinvolgono l’evoluzione riguardano le specie o addirittura i gruppi di specie e non gli individui sebbene essi ne siano i portatori visibili, che insomma il mondo della vita non è una sorta di lotteria atomistica, ma somiglia molto di più a un’opera corale, che è l’insieme che costruisce gli individui non il contrario, esattamente come come avviene nelle società umane, cosa così evidente da essere difficilissima da scorgere.


Le radici cristiane del bikini

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non resisto e cedo alla tentazione di commentare il dibattito estivo, mai come quest’anno sotto l’ombrellone e mai come quest’anno ispirato dalla volontà di distrarre le plebi con circenses ideologici a alto contenuto spettacolare, vista la circolazione di fanciulle così intabarrate da suscitare il sospetto di essere figuranti di cinecittà o dell’omologa francese.

Ma mi sottrarrò a quella di dire la mia a proposito delle caute esternazioni di quel che resta del pensare femminista e più ancora degli appartenenti a quella che autodefiniscono l’altra metà del cielo, quella che conta, mentre la nostra, di donne, somiglia a tutte le latitudini una metà dell’Ade, sempre pronti a impartirci lezioni di autodeterminazione. Perché ad ambedue questi “pubblici” varrebbe ricordare che la rivendicazione di autonomia e indipendenza rispetto a culture patriarcali e ai loro condizionamenti non sembra coerente con la sopportazione di leggi liberticide, della rimozione del pari accesso ai diritti per gli omosessuali, della vigenza di discriminazioni nel trattamento economico, della condanna, recuperata come valore ancestrale, alla scelta, invece obbligata, del lavoro domestico, della tolleranza espressa da media e popolazione per dirigenti puttanieri e per i loro vizi, comunque di gran lunga inferiore a quella esercitata per inclinazioni golpiste, dall’incidenza tragica di violenze domestiche e omicidi (uno su tre) originati da “moventi” di genere e spiegati in modo generalizzato, da una aberrazione del sentimenti d’amore. Ed anche dall’assoggettamento a stili di vita e modelli estetici che impongono una somatica di regime soprattutto alle donne, tutte necessariamente levigate, magre, seduttive, sensuali, giovami.

Insomma mi pare che abbiamo ben poco da insegnare a altre in tema di affrancamento dalla soggezione e poco vale ritornare su dibattiti angusti a proposito di falò di reggiseni ostentati come gesto simbolico di liberazione a fronte di popolazioni femminili che guardavano a quel “sostegno” come a un indicatore di emancipazione.

Meno che mai ho  voglia  di spendere parole per il largo fronte Salvini, Valls, Santanchè, per i quali, ma non solo per loro, le limitazioni della libertà sono inevitabili per ragioni di sicurezza, peccato che si tratti sempre delle libertà degli altri e della sicurezza loro. Pronti perfino a trovare irrinunciabili valori di civiltà e forse anche comuni radici cristiani nei bikini, in modo da alimentare sentimenti di avversione e deliri di superiorità, da nutrire  inimicizia, sospetto e conseguente sopraffazione. Se appunto se ne fa una questione di identità da tutelare, visto che siamo in guerra e abbiamo già patito, dicono, l’affronto dell’abiura di un altro simbolo inalienabile: Tu scendi dalle stelle, per voci stonate in qualche parrocchia di Rozzano, decisa da un dirigente scolastico in vena di caricaturale esibizione di secolarismo.

Sono fenomeni preoccupanti, non si tratta di folklore e vanno additati come la punta di iceberg che navigano pericolosamente nel nostro mare. Ma può esserci di peggio.

Oggi a difendere l’ipotesi peregrina del divieto di burkini (solo a dirlo mi pare di cadere nel ridicolo) si levano voci che potrebbero dimostrare come laicità e culto della libertà possano sconfinare in un irragionevole fanatismo e in forme di autoritarismo. Uno dei più accreditati apostoli della laicità, casualmente, ma non poi tanto, maschio, Flores d’Arcais si esibisce in un’invettiva sdegnata contro l’oscurantismo che impone alle musulmane i segni concreti della oppressione sessuale, dell’egemonia proprietaria maschile sui corpi femminili. Permetterli, dice, sarebbe come avallare e mitridatizzarsi visivamente a questa ripugnante disuguaglianza tra i sessi. Quindi, sostiene, raccontarsi che indossarli sarebbe una libera scelta è un’ipocrisia: una scelta è libera se a esercitarla è qualcuna al riparo fin da bambina da ogni minaccia e paura, cresciuta coltivando spirito critico e  autodeterminazione.

Verrebbe da rispondere come tante musulmane poco ascoltate (è proprio un’abitudine in tutte le geografie) che per loro il burkini significa invece indipendenza, la possibilità di farsi un bagno in una spiaggia tra la gente, insomma un sia pur modesto gesto di socialità e rispetto di sé e dei propri desideri.

Ma si deve invece andare un po’ più a fondo, quando la “paternale” – è il caso dirlo – quando il sermone pedagogico arriva non solo da un pulpito maschile, e già basterebbe, ma esprime una pretesa di innocenza e una rivendicazione di superiorità che non è audace interpretare come la manifestazione del totalitarismo occidentale, quello che si propone come unico “proprietario” e detentore di valori e principi coerenti e compatibili con la democrazia, che appunto esporta tramite bombe, della solidarietà, che propaga con muri e nuovi confini e recinti, della uguaglianza, che cancella grazie a ordinamenti scritti da quegli apostoli delle giurisprudenza sotto dettatura delle multinazionali, che si vanta del suo “capitalismo compassionevole” quando sostituisce la giustizia con l’elemosina.

Si vede che qualcuno a questo export spericolato di rafforzamento istituzionale, di aiuto umanitario, di valori democratici, attuato con vari istituti bellici, di volta in volta chiamati in latro modo rispetto all’antica definizione di guerra, pretende di aggiungere anche quella di “libertà” come se fosse una merce da far circolare, una lezione da impartire, un beneficio da imporre per l’altrui bene e non una conquista per la quale dovremmo offrire aiuto solidale, un riscatto in nome del quale dovremmo combattere anche qui da noi e ogni giorno, una componente irrinunciabile della dignità che dovremmo difendere insieme al rispetto delle persone, noi stessi e gli altri da noi, un ingrediente intoccabile di quella felicità della quale non parliamo nemmeno più, come se in tutto il mondo fosse obbligatorio rinunciarvi insieme all’utopia e alla speranza.

 

 

 

 

 


Dacci oggi la nostra paura quotidiana

pauraSono passati esattamente 36 anni dal giorno in cui venti chili di gelatinato e compound fecero saltare un’intera ala della stazione di Bologna e produssero 85 morti. Ma dopo tanto tempo i mandanti e le ragioni della strage sono ancor avvolte nel buio perché l’intreccio di depistaggi investigativi e politici, di false piste palestinesi e libiche  venute fuori successivamente dal velenoso cilindro del berlusconismo,  è stato talmente intricato che alla fine la matassa si è aggrovigliata ancora di più invece di sciogliersi. Ma ricordo bene che in quei giorni il sentimento prevalente era l’indignazione e il desiderio di mettere le mani sugli autori della strage proprio perché si sapeva bene che sarebbe stato difficile come la strage di Ustica, avvenuta due mesi prima, dimostrava e che gli autori potevano nascondersi più tra gli amici che tra i nemici. Ma non c’era traccia di quella stuporosa e smarrita paura che invece oggi attanaglia ad ogni esplosione di violenza, sia essa attribuibile a centrali terroristiche, sia chiaramente  espressione di follia individuale.

Forse è più rassicurante rischiare di essere straziati da autoctoni che non da stranieri? Per quanto possa sembrare paradossale parrebbe proprio di sì e lo si intuisce anche da ciò che si scrive anche negli ambienti dove si vorrebbe far prevalere la ragione e la consapevolezza dal livello più basso e grossolano in cui si fa la conta dei mussulmani in chiesa a quelli un po più raffinati dove si disquisisce tra islam e islamismo commettendo l’errore di attribuire alla religione e a una non ben chiarita “cultura” gli eventi davanti ai quali ci troviamo e che hanno la loro ovvia, ma inconfessabile radice nelle guerre mediorientali e di appropriazione petrolifera. Proprio in questo, nel tentativo di soffocare la cattiva coscienza, si ritrova la nostra cultura residuale più che quella altrui. Naturalmente questo effetto paura, moltiplicato ed enfatizzato dal fatto di venire da un mondo esterno e in qualche modo insondabile, è proprio quello voluto dalle elites e sintonizzato dai media per distrarre dai problemi concreti del declino, dell’impoverimento, del furto di diritti, di welfare e di speranze che per inciso rischiano di fare molti più morti dei pazzi enigmatici che girano per treni e per chiese. Il gioco è abbastanza facile anche se complesso e sostanzialmente si basa sulla creazione di dominanti di significato che poi diventano conformismo compulsivo ed emotivo da cui anche la rete è invasa.

E tuttavia la differenza con quel 2 agosto di 36 anni fa, non si può spiegare interamente alla luce di tutto questo  e offro alla discussione una tesi che potrà apparire paradossale, ma che ha il suo fondamento nella realtà concreta, nella gestione dell’immigrazione e nei concetti guida di natura sostanzialmente coloniale e xenofoba, in una parola ottocentesca, con i quali è stata affrontata. Non c’è mai stata da noi, né  nel resto dell’Europa una considerazione delle persone, ma solo dei gruppi etnici e/o religiosi, vista l’inveterata abitudine storica a pensare in termini di cuius regio eius religio: al di là delle operazioni di sfruttamento e di tensione salariale al ribasso per le quali l’immigrazione è stata sfruttata, siamo stati proprio noi a confinare in comunità chiuse i migranti, finendo per consolidare le differenze invece di stemperarle. Non abbiamo mai guardato alle persone, ai loro diritti (che non sono tout court assimilabili a quelli dell’individuo) e alle loro differenze: se vieni da un Paese musulmano sei musulmano e basta, magari più o meno integralista, ma non puoi sfuggire a questa etichetta, meno ancora che nei Paesi d’origine. Noi possiamo non essere cattolici in un Paese cattolico, ma agli altri non è data tanta complessità.

Così si sono creati  dei ghetti autogestiti, come quelli dei turchi in Germania o degli algerini in Francia, formata da gente libera in qualche modo di accettare ciò da cui probabilmente stava fuggendo: in poche parole si sono imposte dall’esterno delle identità culturali ossessive che alla fine stanno deflagrando. E la paura che prende alla gola dipende esattamente da questo: che mentre noi stiamo abbandonando la nostra identità culturale per stemperarla nel vacuo globalismo e nel pensiero unico, mentre rinunciamo a valori, tradizioni, lingua, espressione in nome del conformismo planetario di marca americana, ci troviamo di fronte a comunità dove invece questa identità è esaltata al massimo in nome di un multiculturalismo malinteso e ancor peggio praticato. Insomma ci sembra di essere dei vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, ci aggrappiamo al niente che stiamo diventando, alla nostra natura che è sempre meno quella di cittadini e di persone e sempre più un’identità di consumatori. Capiamo di essere disarmati nonostante tutte le armi di cui facciamo sfoggio e che certamente non ci inibiamo dall’usare quotidianamente. Il problema non è il terrorismo, o ciò che passa per tale siano noi che stiamo vendendo le primogeniture per un piatto di telefonini, per gadget assortiti, per illusioni e suggestioni alle quali non ci sappiamo sottrarre al punto che la strage di Nizza e gli altri eventi hanno coinciso con l’acme della ricerca di pokemon: con la guerra di civiltà non facciamo altro che reclamare quella che stiamo perdendo immaginando che essa possa essere rintracciata in negativo, nella contrapposizione., come il profilo del vaso tra due volti.


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