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Democrazia, demografia e immigrazione

file-14294-media-620x346Una serie di analisti e di studi condotti in Francia sui dati demografici dalla fine degli anni ’70 ad oggi dimostrano che ogni crisi economica tende a ridurre la natalità, così come ogni conquista sociale porta a un suo aumento: tutti effetti la cui intensità e durata  sono ovviamente proporzionali alla durata e al grado della causa. Quindi è nella natura delle cose il fatto che la crisi del 2008 abbia aperto in tutto il continente o per meglio dire nell’area euro dove si è aggiunta la folle dottrina dell’austerità, una crisi di natalità a cui si aggiunge anche un aumento della mortalità sostanzialmente dovuto al deterioramento della sanità pubblica oltre che al venire meno di regole e tutele. Tutto questo ovviamente si inserisce in un circolo vizioso per cui al deteriorasi del lavoro e del welfare che in qualche modo costituisce anch’esso salario reale, corrispondono difficoltà finanziarie che tendono a ridurre ancora di più lo stato lo sociale e così via. La cipolla della democrazia e della speranza nel futuro viene erosa strato per strato dando luogo agli scontri generazionali per dividersi un osso spolpato invece di costituire la base per una riscossa. Questo fino a che il processo non dà luogo a esplosioni palesi o sommerse che possono assumere molte forme: dalla jacquerie francese che è una chiarissima rivolta di classe, alla messa in crisi degli assetti politici consolidati come in Italia, a forme di rifiuto come nella brexit britannica o al vittimismo nazionale che si fonde con le tentazioni egemoniche  come in Germania: tutti tentativi di via d’uscita che si esprimono secondo le secolari culture delle varie aree d’Europa.

Certo al di là delle cifre e delle analisi più o meno rivelatrici la denatalità è un fenomeno ormai ben conosciuto, specie in Italia dove esso è favorito anche da un pertinace familismo che ha come suo effetto un tale investimento economico e sociale sui figli che vi si rinuncia più che in altri contesti in presenza di condizioni precarie e sfavorevoli. Però la cosa davvero interessante è come hanno reagito a tutto questo le forze della sinistra che per vocazione e per statuto ideologico avrebbero dovuto difendere i ceti popolari dall’assalto della lotta di classe alla rovescia. La quasi totalità di esse invece di battersi per i diritti acquisiti dopo decenni di lotte, di difendere la sanità pubblica e il sistema pensionistico, ha trovato una facile via d’uscita nell’ideologia americaneggiante  dell’accoglienza. Fin dalla seconda metà degli anni ’90, alla preoccupazione per l’importazione di un esercito di riserva che consentisse oggettivamente di manomettere i diritti del lavoro e abbassare i salari, è stata via via sostituita la tesi della necessità dell’immigrazione per sostenere uno stato sociale peraltro in continuo arretramento: essendo i giovani e le persone in età da lavoro sempre meno l’unica maniera di sostenere i costi sociali di una popolazione in via di invecchiamento era quella di importare braccia, tanto più che tale operazione poteva anche avere un’aura umanitaria e fondarsi su un diritto astratto alla mobilità planetaria. Gli immigrati pagano le pensioni agli italiani: questo il grido di battaglia che si confondeva con i piagnucolii da coccodrillo della Fornero.

Così invece  di ristabilire le condizioni sociali per un ritorno a tassi di natalità da tali da tenere stabile la popolazione si è presa questa strada che se può anche essere apparentemente corretta almeno in parte, in realtà riposa su tutto lo sciocchezzaio da Fmi che siamo costretti a sopportare e che fa parte della narrazione iper liberista. Infatti non è per nulla vero che con l’aumento dell’età media il sistema pensionistico debba necessariamente entrare in crisi perché in realtà l’aumento di produttività per addetto cresce ( dal ’90 è stato calcolato nel 2% annuo) in maniera molto più netta per cui anche se la popolazione lavorativa tende a scendere essa può far fronte tranquillamente a questi cambiamenti demografici, a patto però che l’aumento di produttività vada nelle casse degli istituti pensionistici e non in quelle dei voraci imprenditori come invece accade, a patto che la precarietà sia marginale e che i salari mantengano il loro valore di acquisto. La tesi è vera solo se c’è una distribuzione di ricchezza e non un sempre più clamoroso accentramento. Questo senza tenere in conto gli aspetti inflattivi che di solito rendono il valore dei contributi versati durante l’attività lavorativa pressoché corrispondenti in media alle pensioni percepite. Una dimostrazione è l’Inps che sgravata dal peso degli obblighi assistenziali, ovvero dalle pensioni sociali a cui non corrispondono a contributi effettivamente versati, risulta in attivo, nonostante la situazione drammatica dell’economia del Paese. Ciò che si vuole è in sostanza sgravare le aziende dei contributi o di gran parte di essi per favorire il profitto e perché altre aziende possano vendere prodotti pensionistici a totale spesa di chi lavora. La precarietà è anche questo, la fine di ogni solidarietà sociale.

Insomma si tratta di un’una sub ideologia in perfetto accordo col reazionarismo globalista del capitalismo finanziario. E nella quale c’entrano poco sia l’umanitarismo supercilioso quanto agli effetti e smemorato quanto alle cause, sia la volgare e squallida  xenofobia: queste sono solo le forme, le ombre proiettate nella caverna dalla narrazione mainstream, per nascondere i meccanismi interni della questione e il disumanitarismo delle guerre e dei regimi sanguinari necessari a mantenere il controllo delle risorse. Questo non significa affatto che si debba rinunciare all’arricchimento costituito dai flussi migratori (cosa che peraltro nelle condizioni attuali è una pura chimera, un ballon d’essai dal momento che vivere insieme non è vivere a fianco) ) , ma considerarli come necessari per sostenere la macelleria sociale e importare gente il cui costo di riproduzione è inferiore, è qualcosa di radicalmente diverso, anzi di opposto ad ogni concezione umanitaria: è il modo per schiavizzare tutti.

 

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La tempesta perfetta e il ritorno delle mummie

mummieSi parla di settembre come il mese della resa dei conti: Berlusconi e Renzi hanno fatto sapere di voler abbattere il governo servendosi – senti chi parla – della magistratura e della faccenda dei 42 milioni della Lega scomparsi. Ed è probabile che riescano comunque a rendere le cose più complicate per Conte, Salvini e Di Maio perché le toghe rosse sono una magnifica invenzione del Cavaliere, visto che i colori prevalenti sono ben altri, bianco, nero, tengo mutuo, carriera e famiglia che è una particolare nuance tutta italiana, Ma nei mormorii prevacanzieri, così segreti da trovarsi virgolettati su Dagospia, si parla anche di un altro attacco a tenaglia contro l’esecutivo populista portato dalla finanza via spread, secondo le modalità che ben conosciamo anche se in sette anni di chiacchiere e di bugie col distintivo dell’informatore, si è riusciti a confondere l’uomo della strada a tal punto che egli ritiene l’aumento del differenziale di interesse sui titoli di stato a 10 anni come un pericolo di morte imminente. Ma quello nostrano  non è che un caso, perché anche in Usa lo stato profondo rappresentato dai giacobini del globalismo alleati all’apparato industrial – militare tenterà una nuova spallata contro Trump sempre via Putin e in nome di uno stato di conflitto permanente.

Ora lasciatemi esprimere due osservazioni. La prima riguarda in primo luogo l’Italia: qualunque opinione si possa avere del governo Conte e dei suoi ministri è chiaro che una crisi maturata attraverso il ricatto finanziario e giudiziario non può configurarsi in altro modo che come una consegna del Paese alle condizioni greche. Anche chi è fortemente contrario al cosiddetto governo populista, commetterebbe un vero suicidio politico se dovesse consentire alle manovre di un Berlusconi ormai in via di decomposizione sotto i  belletti e a quelle del suo figlioccio etico e malandrino, il guappo di Rignano: significherebbe un ritorno al peggior passato di questo Paese e per giunta sotto ricatto franco tedesco, in nome poi del nulla.

La seconda osservazione, questa volta più estesa, è che il revanscismo dei poteri globalisti, anche riuscendo in qualche operazione, non potrebbe essere che un colpo di coda, doloroso, ma temporaneo e inutile, perché ormai il processo di multipolarizzazione è andato troppo avanti per essere riassorbito e perché l’economia del casinò finanziario sta macinando le ultime risorse. I segnali vengono da molte parti e alcuni sono chiari: per esempio la Russia ha disinvestito in pochi mesi i quattro quinti dei suoi asset in titoli di stato americani  (da 90 miliardi a 15), aumentando costantemente le riserve di oro; inoltre sta abbandonando in maniera graduale, ma inarrestabile, il sistema di scambio interbancario Swift in favore dell’ SPFS, autoctono, cosa questa che testimonia del fatto di non essere in presenza a manovre temporanee, ma a una linea strategica che mentre si inserisce nel processo di dedolarizzazione, mette insieme strumenti per non essere travolti da possibili tempeste esterne. Dal canto suo la Cina si prepara a rispondere all’aggressione daziaria basato sul mito del deficit commerciale americano attraverso rappresaglie contro società come Boeing, Ford, Apple, HP e moltissime altre che paradossalmente fanno parte dell’opposizione occulta a Trump. D’altronde l’interscambio commerciale tra i paesi Brics è aumentato del 30%, ed è ora il motore della crescita nell’economia globale. Ciò significa che la maggior parte dell’economia e del sistema che facilita lo scambio palenetario di beni e merci è ora nelle mani di entità multilaterali che sono al di fuori del controllo sia degli Usa che delle elites occidentali ormai ridotte a far conto solo sulla forza militare: il prossimo vertice brics in Sudafrica ci dirà cosa bolle in pentola oltre al recente accordo tra Cina e Russia per lo sviluppo di infrastrutture in Africa.

Insomma questo complesso di eventi suggerisce che le possibilità di una tempesta perfetta non sono più così remote, cosa del resto che anche molti analisti occidentali temono e che dunque le concezioni, ideologie, teorie e prassi economiche, istituzioni intese come facility per le disuguaglianze e le oligarchie,  difese accanitamente dalle elites contro ogni parvenza di partecipazione reale, stanno ormai saltando avendo   raggiunto i propri limiti intrinseci. Così le politiche basate sul mantenimento dello status quo – vedi  il preconizzato,  Berlusconi  Renzi italiano – sono ormai dietro le spalle e incapaci di portare qualsiasi cambiamento o miglioramento. Focalizzarsi su questi obiettivi non solo è insensato, un po come castrasi per far dispetto alla moglie, ma è anche una diserzione dal battersi perché il cambiamento sia quello verso una maggiore eguaglianza e solidarietà sociale ( quella vera non quella a pie di lista delle cosiddette ong, tanto per fare un esempio) e non sia invece lasciato a estemporanei interpreti che brancolano nella penombra.


Macron e quella scia di fumo rosso

desfile-dia-de-la-bastilla-francia-2018Fate caso alla foto accanto, scattata durante la parata militare del 14 luglio a Parigi e chiedetevi cosa non funziona: è facile, una delle scie azzurre è stata sostituita con una rossa non per un errore, praticamente impossibile in un meccanismo così oliato, ma per segnalare l’estremo disagio dell’Armée e il suo ultimatum a Macron con cui sta maturando una rottura insanabile. La scia rossa in codice precede di pochi giorni l’esplosione dello scandalo Benalla (qui) stranamente tirato fuori in primis proprio dal quotidiano dell’establishment francese, ovvero Le Monde e che dilaga ormai senza freni: si è saputo infatti che la guardia del corpo del presidente aveva le chiavi della villa del Toquet, proprietà esclusiva e privatissima di Brigitte ed Emmanuel, aveva libero accesso a tutti i luoghi del potere, faceva parte del Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir  Abdel Kader, è sospettato di essere un agente segreto del Marocco e come se questo non bastasse si cominciano a scoprire legami con gli attentati al Bataclan e allo Stade de France: tutte cose che escono dal ministero degli Interni e dalle centrali investigative di solito riservatissime sugli affari che riguardano i potenti, ma che riflettono uno stato d’animo critico,  alimentato da decine di dichiarazioni anche antecedenti allo scandalo provenienti proprio da quegli ambienti e da quegli uomini che avevano costruito Macron. Qualcosa che ricorda in qualche modo la traiettoria di Renzi.

Il presidente dal canto suo non reagisce come ci si aspetterebbe visto il suo carattere, anzi sembra preso da una sorta di atarassia politica, come ipnotizzato da ciò che sta accadendo, quasi sopraffatto da uno scandalo che viene proprio dalla parte che non si aspettava, fa finta di non vedere le scie rosse in cielo e resta silente di fronte all’affaire Granier, motociclista  della Guardia presidenziale messo in un manicomio dopo che il 4 maggio aveva denunciato in un video “gli assassini e gli altri delitti commessi dall’oligarchia che ha preso possesso del Paese”. Qualcosa che non parrebbe proprio folle se pensiamo che lo stesso prefetto di Parigi si spinge a denunciare “derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismo malsano“.

Ora a me interessa pochissimo cosa facciano o non facciano nelle segrete stanze Macron e l’aitante tunisino, anche se la battuta che circola secondo cui Brigitte sarebbe solo la deuxieme dame de France è divertente: lo scandalo semmai è nei pestaggi compiuti dalla guardia del corpo e coperti dal’Eliseo, nell’oscurità dei personaggi cui si lega il presidente dando loro un credito e un potere spropositato. Mi dilungo sulla vicenda perché essa ha un dirompente significato politico che non vale soltanto per la Francia, ma per tutti i Paesi europei, se non per l’occidente intero.

La prima domanda che occorre farsi  è se, Jacques Attali, promotore e ideologo  dell’oligarchismo elitario nonché principale artefice della costruzione di Macron e della sua elezione, sia l’eminenza grigia dello scandalo che sta travolgendo l’Eliseo o ne sia una delle vittime. In questo secondo caso potremmo dire che il globalismo finanziario e lo sfascio della democrazia reale ad opera delle sue concezioni si sta esaurendo, che il pendolo è arrivato al massimo della sua oscillazione e ora siamo di fronte a un giro di boa che impone anche ai più severi tutori dell’ortodossia neo liberista e delle sue prassi politiche, di abbandonare i personaggi più compromessi come se fossero  la zavorra di una mongolfiera in caduta libera. Se invece, come  è lecito sospettare, dietro questo attacco a Macron c’è proprio Attali, si può pensare che sia proprio il pensiero unico, per resistere alla rabbia sociale creata dai suoi dogmi, a voler  rispolverare un senso identitario che si voleva cancellare per gestirlo a proprio favore e in senso antisociale, una tesi che mi vanto di aver espresso da almeno un anno a questa parte. A testimonianza di questa ipotesi si potrebbero chiamare al banco la messe di articoli che un po’ ovunque, Italia compresa, cominciano a considerare negativamente la demonizzazione delle culture di area nazionale e a rigettare l’europeismo totalitario: si tratta di interventi significativi proprio perché fatti dagli attivisti e dai cattivi maestri delle concezioni sulle quali ora cominciano a fare marcia indietro. E vedrete che tempo qualche settimana anche i peana a Marchione lasceranno il posto a fondati dubbi.

Naturalmente quando un concetto complesso viene espresso con una sola parola, com’è obbligatorio  nella contemporaneità anglofona, gli equivoci e l’ambivalenza sono di casa e anche su questo gioca il potere: diciamo che tra senso di appartenenza a una comunità storica e culturale e l’identitarismo volgare c’è un’oceano di mezzo, ma vorrei sollecitare chi vuole e chi può a pattugliare queste acque perché i prossimi decenni, che lo si voglia o meno, saranno decisi da quale delle due visioni finirà per prevalere. L’astensione, specie quella dettata da snobismo,  è sempre perdente.


Usa: sanzioni alla Russia? No, all’Europa

LEuropa-perde-dalla-sanzioni-alla-RussiaTroppo tardi. La resistenza tedesca e francese contro le nuove sanzioni alla Russia decretate da Washington che colpiscono al cuore l’economia europea potrà dare ben pochi risultati dopo anni e anni di resa, anzi di attiva complicità alle violazioni americane del diritto internazionale: Jugoslavia, Afganistan, Irak, Yemen, Siria, Ucraina, Libia tanto per citare solo i casi più clamorosi. Questo atteggiamento favorito dalle vacue e irresponsabili oligarchie continentali che si sono fatte Nato, ha creato i presupposti per l’arbitrio a tutto campo di Washington che oggi colpisce in prima istanza chi lo ha permesso e favorito.

Non c’è alcun dubbio che le nuove sanzioni anti Russia votate quasi all’unanimità dalla camera dei rappresentanti Usa, costituisce un salto di qualità sullo scenario globale, non sono più un delirante e immorale tentativo di far pagare a Mosca la tracotanza americana e la resistenza russa all’accerchiamento, non costituiscono più una perdita secca per la bilancia commerciale occidentale, ma rappresentano un vero e proprio attentato al futuro dell’ economia europea e al suo futuro bloccando di fatto la sua espansione sui mercati asiatici e tentando di sostituire il gas russo con quello di scisto americano, molto più costoso in termini di denaro (67% in più perciò preparatevi alle nuove bollette) e di subalternità: l’articolo 9 del nuovo provvedimento sanzionatorio di Washington ordina di “respingere il gasdotto Nord Stream 2 per il suo impatto dannoso sulla sicurezza energetica della Ue”  e quello successivo spiega il perché: “il governo degli Stati Uniti ha come priorità  l’esportazione di risorse energetiche degli Stati Uniti, al fine di creare posti di lavoro in America per aiutare gli alleati degli Stati Uniti e rafforzare la politica estera degli Stati Uniti. “.

E’ del tutto evidente che in questo contesto le sanzioni alla Russia sono soltanto un obiettivo parallelo se non addirittura secondario: quello principale è la sottomissione europea in nome degli interessi americani. Ha un bel lamentarsi il ministro degli esteri tedesco che fa dire a un suo portavoce:   “Le sanzioni contro la Russia non dovrebbero diventare uno strumento per la politica industriale degli Usa”. Ha un bel recriminare l’analogo ministero francese il quale dice che “La portata extraterritoriale di queste   sanzioni   appare illecita rispetto al diritto internazionale.” Dopo decenni in cui si è approvato ogni arbitrio di Washington e si è persino provato a trarne un guadagno, vedi Libia e Siria, dopo aver appoggiato la sconcia avventura Ucraina, dopo aver permesso che l’Est europa divenisse una colonia yankee, queste invocazioni al diritto internazionale suonano ridicole e le lamentele per nuove sanzioni “non concordate” hanno un che di patetico: quando mai l’Europa ha avuto o ha voluto avere voce in capitolo? Forse voleva accerchiare la Russia?  Era nei suoi interessi?

Secondo le Monde le sanzioni alla Russia fin da quando furono ideate comprendevano la clausola che non sarebbero state toccate le forniture di gas russo all’Europa: ma il fatto stesso di concordare punizioni assurde, lontanissime da ogni interesse europeo e contrarie a qualsiasi criterio di diritto internazionale, non era già l’espressione di una subalternità che rendeva fiduciosa Washington di poter fare in seguito qualunque cosa? Dopo aver permesso agli Usa di fare scempio della Jugoslavia la sovranità europea ha perso di senso, così come è insensato oggi rivendicare la possibilità di rifornimenti energetici dalla Russia, dopo aver acconsentito ad ammassare truppe ai confini della stessa. Nè si può tornare indietro perché eventuali ritorsioni contro il commercio americano non troverebbero mai l’unanimità visto che i paesetti baltici, la Polonia e altra frittura mista dell’Est sono ormai dipendenze americane.

Anche da questo punto di vista il progetto europeo è naufragato, tanto che ognuno cerca di fare per sé visto come dimostra la Francia di Macron ansiosa di sostituirci in Libia e deciso a dare una stangata alla Fincantieri. L’unica via di uscita sarebbe quella di minacciare l’uscita dal “sistema” militare ed economico americano, prospettando una frattura così grave da dare a Trump la forza di mettere il veto sulle sanzioni del congresso senza essere accusato di essere un  agente di Trump. Ma di certo questo non possono farlo le oligarchie globaliste europee che si troverebbero a mettere in crisi il mondo disuguale che hanno creato e nel quale sguazzano.


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