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Il premio catastrofe

Il-10-Novembre-una-catastrofe-colpira-la-TerraIl crollo del paradigma che ha accompagnato l’occidente dalla seconda guerra mondiale in poi, ma fondato nell’età delle rivoluzioni, è sotto gli occhi di tutti: la disgregazione geopolitica e la perdita di potere relativo rispetto al resto del mondo fino a qualche decennio fa impotente, va di pari passo con quella politica e sociale: se qualcosa è visibile ad occhio nudo e senza bisogno di alcun microscopio concettuale, quella è la riorganizzazione oligarchica ed autoritaria del sistema globalista che fino ad ora si era in qualche modo mimetizzato scambiando la moneta buona delle libertà sociali e dei diritti con quella fasulla del consumismo sfrenato e della permissività narcisistica, facendo finta che avessero il medesimo valore. Poi, proprio all’inizio del secolo, le oligarchie hanno aperto un nuovo mercato parallelo ovvero quello dello scambio tra libertà e sicurezza aperto dalla stagione del terrorismo.

Tutto ha funzionato egregiamente fino a che il trasferimento di ricchezza reso possibile da questa logica sociale e antropologica non  ha talmente aumentato le disuguaglianze e impoverito i ceti popolari e medi da suscitare una reazione la cui forza non era stata messa in conto e contro la quale è stato anche poco efficace la mobilitazione dei ceti colti collaterali al globalismo che hanno invece dimostrato la loro subalternità.  Così le oligarchie del denaro hanno cominciato ad alzare la posta affinché gli avversari fossero impauriti da qualche bluff: ed ecco che dai meandri di una scienza ormai inscindibilmente legata e collegata al capitale, è arrivato il virus fine di mondo. una sindrome influenzale e niente di più, ma preparata da anni di simulazioni e di esternazioni nei think tank, per essere l’incarnazione della peste. Lo si capisce benissimo dal fatto che governi ormai sussidiari alle politiche economiche siano stati presi dal panico e si siano rivolti a quelli che venivano considerati guru dell’ epidemiologia per di loro cosa fare e quale sarebbe stato l’impatto dell’epidemia. In particolare a “modellizzare” lo sviluppo del contagio e grosso modo il numero dei morti atteso è stato il  matematico Neil Ferguson dell’Imperial College di Londra e il dottor Richard Hatchett della CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), ex collaboratore del segretario alla Difesa USA, Donald Rumsfeld. Questo è davvero straordinario perché entrambi questi personaggi  hanno dietro di sé una clamorosa scia di fallimenti: in particolare Ferguson, previde nel 2002 50 mila morti per la famosa mucca pazza e in 30 anni le vittime presunte sono state 198; nel 2005,  affermò che fino a 200 milioni di persone sarebbero state uccise dall’influenza aviaria, ma in tutto il pianeta si ebbero 48 morti; nel 2009  Ferguson e il suo team dell’Imperial College  informarono il governo che l’influenza suina o H1N1 avrebbe probabilmente ucciso 65.000 persone nel Regno Unito. Alla fine ne sono morte 457. Questa volta ha previsto mezzo milione di  morti in Gran Bretagna che non ci sono ovviamente stati, ma qualunque persona si chiederebbe come mai ci sia ricolti a queste persone per avere dei lumi.

Qui in un certo senso comincia il post, perché voglio dire che nella società globalista sta diventando difficile fare scienza visto che ogni attività umana è orientata la mercato e al profitto. Le tesi catastrofiche sono quelle che portano maggior guadagno al settore medico e farmaceutico nel suo complesso: dunque sono anche le tesi prevalenti. Ovviamente non si tratta di un complotto, ma è la semplice logica del sistema che porta inevitabilmente a questo: più si accentua la gravità della situazione , più arrivano fondi, più si accelerano carriere e posizioni di potere, più si pubblica e si entra nell’onorata società accademica e della ricerca, più gli ospedali beneficiano di contributi pubblici e/o versamenti assicurativi, più le grandi organizzazioni falsamente filantropiche beneficiano di offerte dagli stati ( vedi i 300 milioni elargiti dall’Italia a Bilkl Gates e al suo mondo vaccinista) e dai privati. Insomma tutti ci guadagnano e questo costituisce una deformazione cognitiva che non rende più possibile o credibile un appello alla scienza come giudice finale perché troppo implicata in conflitti di interesse.

Certo questa cosa non accade solo col Covid, ma anche  nella quotidianità, laddove le scelte terapeutiche sono sempre a favore del maggior costo e anche quando ci sono evidenze diverse trovate da quella poca ricerca di nicchia, le si ignora completamente. Gli esempi che potrei fare, pur da profano informato e comunque curioso, sono decine e vanno dall’uso massiccio e in molti casi superfluo o persino dannoso delle statine, all’uso di chemioterapie particolarmente pesanti perché il mercato dei farmaci coadiuvanti è troppo ricco per poterlo azzerare con formulazioni di pari efficacia, ma con minori effetti collaterali. Del resto il fatto fondamentale è che l’80 per cento delle ricerche mediche è pagato dall’industria farmaceutica e così pure il 95% delle riviste accreditate sulle quali compaiono le ricerche. Per di più molti studi sono scorretti o mal impostati o  irripetibili per la necessità di strumentazione apposita, per mancanza di fondi ( che scarseggiano quando si tratta di controllare certi risultati): insomma se la scienza è discussione e dibattito in questo campo è il denaro che decide chi è in maggioranza e chi in minoranza.

E’ questa la scienza che fa da paravento a visioni e disegni che in questo caso è di portare la paura al centro delle dinamiche sociali con le persone che invece di cercare collegamenti diventano ostili e sospettose tra di loro, con la distruzione della vita collettiva e politica e l’instaurazione di una dittatura sanitaria che viene dichiarata temporanea, ma che ormai ha sdoganato la possibilità di mettere tra parentesi le costituzioni anche a fronte di emergenze che si riveleranno dei pretesti.


American drums

minneapolisriots2_hdvSe volessimo descrivere lo stato dell’occidente e delle sue elite non potremmo trovare di meglio che le rivolte in Usa: mentre le strade bruciano e le minoranze “non respirano” più il sogno americano, Trump twitta sulle violenze che avverrebbero ad Hong Kong, come fosse un Nerone che pensa allo spettacolo. Questo con un sistema dei media che in poche ore ha dimenticato completamente la terribile pandemia, quasi non fosse mai esistita, cosa che del resto è assai più vicina alla verità delle montagne di apocalissi e balle accumulatesi in tre mesi. Insomma l’ipocrisia è precipitata in cristalli perfettamente trasparenti che mostrano la gestione del potere al tempo del globalismo. Di rivolte piccole e  grandi a sfondo razziale in Usa sa ce ne sono sempre state, a prescindere dalle amministrazioni in carica, sono come dire il risultato di una somma algebrica di una società multietnica, ma ferocemente monoculturale, tra l’uguaglianza formale  e la disuguaglianza strutturale che non trova nella costituzione, nelle leggi e nel costume un ponte adeguato, ma in questo caso la sedizione sembra più ampia, si allarga alle altre minoranze e ai bianchi stessi, sembra vivere non dell’ennesimo episodio di brutalità poliziesca, ma  di un malcontento profondo che si sta accumulando e su cui è caduta l’ultima goccia dei licenziamenti da Covid un’episodio che sembra più nascere dalla mafia farmacologico- sanitaria che dal debole coronavirus.

Di certo tutto questo non porterà a nulla di concreto anche perché, come qualcuno ha fato notare, in Usa non ci sono ambasciate americane o Ong che paghino e organizzino i rivoltosi per un regime change e tuttavia i moti di questi giorni hanno perso il carattere di esplosione razziale per assumere invece un carattere di classe che viene negato dall’informazione ufficiale, ma che si intuisce come un’ombra inquieta dietro al caos, come una presenza silenziosa dietro le battaglie  tra  Antifa e Bogaloo bois. Si tratta di uno stadio rudimentale di lotta che non ha prodotto alcuna struttura politica, né alcun  leader, ma che è chiaramente alimentata dall’impoverimento e del debito perpetuo causato dal “nuovo mondo” della globalizzazione che era stato indicato come una strada di  solidarietà, cooperazione, sviluppo e si è invece risolta in una dittatura internazionale dei mercati e dei soggetti che sono in grado di condizionarli. A questo il potere americano risponde come ha sempre fatto anche se finora solo fuori dai confini con l’apparato militare: le truppe della 82a divisione aviotrasportata, della 10a divisione di montagna e della 1a divisione di fanteria – quelle che hanno perso le guerre in Vietnam, Afghanistan, medioriente  e Somalia – sono state dispiegate nella base aerea di Andrews vicino a Washington, sperando di aver maggior fortuna contro i proprio stessi cittadini.

Si delinea perciò la medesima logica che ha sotteso le vicende epidemiche non solo in Usa, ma in quasi tutto l’Occidente: le forme più grossolane di controllo con la polizia che  serve come giudice, giuria e carnefice, passano da essere il bastone per le classi inferiori a  una realtà per tutti quelli che resistono al continuato incanalamento di potere e ricchezza verso l’alto. Sta insomma accadendo ciò che Sheldon Wolin aveva previsto una dozzina di anni fa con la sua teoria del “totalitarismo invertito”: “Siamo tollerati come cittadini solo finché partecipiamo all’illusione di una democrazia partecipativa. Nel momento in cui ci ribelliamo e ci rifiutiamo di prendere parte all’illusione, il volto del totalitarismo invertito prenderà il volto dei precedenti sistemi di totalitarismo.” Insomma George Floyd soffocato da un poliziotto che probabilmente è un reduce di qualche guerra americana e/o membro di una delle polizie private che fanno lavoro esternalizzato per quella ufficiale, è soltanto una scintilla che ha dato fuoco a una miscela di risentimento per la distruzione delle classi lavoratrici e di quelle medie, mentre un leviatano perlopiù invisibile o mimetizzato, prospera in un mercato del lavoro ricattatorio e senza diritti, sorvegliato da una polizia militarizzata e caratterizzato da salvataggi di persone e gruppi troppo grandi per fallire o per essere contraddette nei loro disegni sanitario – orwelliani o di altro tipo. Una società,  che come vediamo in questi giorni  completamente priva di politica,  che nelle democrazie dovrebbe avere il compito di sanare gli squilibri attraverso interventi correttivi e che invece non fa che aumentare la disuguaglianza, sacrificando invece agli dei della deregulation finanziaria, dei meccanismi di stabilità, delle rigidità antisociali dei bilanci nazionali che hanno reso le banche le “braccia armate” di questo sistema. Insomma siamo già in qualche modo in uno stato di assedio permanente.


Censura politicamente corretta

censuraDopo che il parlamento europeo ha messo sullo stesso piano nazismo e comunismo dove quest’ultimo  era il vero bersaglio della questione, il mondo dei benpensanti liberisti di casa nostra ha prodotto una sua versione del controllo delle opinioni visto che il Senato ha votato a maggioranza  per l’istituzione di una commissione contro “odio, razzismo e antisemitismo” proposto dalla senatrice Liliana Segre. Ora chi non potrebbe essere d’accordo?  Magari solo le destre a tendenza xenofoba che appunto hanno deciso di non votare. Invece le cose sono più complesse di quanto non si possa credere, anche se l’abitudine a lasciarsi guidare dagli slogan senza opporre alcuna riflessione, è ormai un condizionamento contemporaneo tanto che molti siti della sinistra residuale pur comprendendo la potenziale compressione di libertà di opinione che l’istituzione di una simile commissione comporta, devono prima sacrificare il gallo ad Esculapio della demonizzazione della destra e solo successivamente esprimere ovvie perplessità.

Il fatto è che il sistema e in grado prendere le cose più sacrosante per utilizzarle ai propri scopi introducendo cesure o forzature semantiche oppure usando lemmi talmente aperti all’interpretazione e all’arbitrio da essere, diciamo così, parole d’ordine staminali, ovvero in grado di svilupparsi in tutte le direzioni possibili. Prima di tutto cosa significa odio? Basta aprire un vocabolario italiano per rendersi conto che si tratta di una categoria amplissima compendiabile nella definizione di “sentimento di forte e persistente avversione, ostilità e antipatia” che praticamente ognuno di noi prova nei confronti di qualcuno, di qualcosa o di idee o precetti. In questo senso anche coloro che vogliono reprimere l’odio odiano gli odiatori e dunque dovrebbero a loro volta essere repressi. Non ci si esce da questa spirale insensata se non si ammette che fino a che l’odio non si traduce in “fatti ed opere” o in parole apertamente offensive, ovvero in qualcosa già sanzionato dalle leggi esistenti, non può essere plausibilmente condannato in sé senza danneggiare irreparabilmente la libertà di espressione. Ma è chiaro che essendo lasciato in bianco l’oggetto dell’odio stesso, si può colpire dovunque  gli interessi delle elite lo richiedano. Va ricordato che questa attenzione all’ “odio” e alle sue sanzioni è tipico dei regimi fascisti: “Chiunque pubblicamente istiga alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico , ovvero all’odio fra le classi sociali, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni” recita l’articolo 415 del Codice Rocco ed è chiarissimo che dietro la definizione si nasconde la repressione ideologica perché anche soltanto accennare in via teorica alla lotta di classe sarebbe costata al minimo sei mesi di galera. E non parliamo di chi avesse detto “odio le leggi razziali”.

Ma veniamo alla bizzarra distinzione tra razzismo e antisemitismo che si fa fatica a capire visto che il razzismo comprende in sé l’antisemitismo. Ha forse qualcosa di moralmente speciale oppure si vuole sottintendere che anche la critica al sionismo è antisemitismo e che dunque si dimostra razzista chi non apprezza o magari anche odia l’attuale politica di governanti di Israele nei confronti – per esempio- dei palestinesi? E’ un dubbio che una distinzione speciosa fa venire. Ma in realtà questo è un discorso già venuto a galla in Francia dopo l’affermazione macronista  e che si incarna nel saggio Reflexions sur la question antisemite del rabbino Delphine Horvilleur la quale parte dall’ipotesi che l’antisemitismo sia una malattia che colpisce l’ebreo sia in quanto diverso, sia in quanto troppo uguale e dunque si pone come un ostacolo alle singole comunità nell’affermare la propria identità facendo intendere che questioni identitarie e antisemitismo sono in sostanza la meme chose . Ci potrebbe essere anche qualche sostanzioso dubbio in proposito visto che mai gli ebrei furono integrati nelle società occidentali come all’epoca dei grandi nazionalismi e dunque nell’epoca dove l’identità aveva più valore. Ma tralascio i problemi che tutto questo pone  per notare come alla fine la distinzione tra razzismo e  antisemitismo, arrivata anche in Italia, viene utile ad estendere l’aura di condanna dalla xenofobia propriamente detta, ad ogni ambito della valorizzazione identitaria o nazionale o sovrana  in quanto intrinsecamente sospetta e dunque passibile di essere sanzionata dalla legge. E non solo: vi si intravede anche l’ansia di mettere a tacere tutta la retorica balzana che appaia tout court ebrei e potere economico e di certo non per arginare l’antisemitismo, ma al contrario per censurare l’odio verso il potere economico, le sue tesi e i suoi strumenti che è la cosa che interessa primariamente il potere.

In generale si potrebbe dire ce la commissione contro l’odio il razzismo e l’antisemitismo realizza in pieno, senza nemmeno accorgersene, uno dei teoremi strategici del globalismo, ovvero chi ancora possiede un ‘identità di qualsiasi tipo, sessuale, nazionale, di classe, culturale deve essere necessariamente nemico dell’identità altrui e può essere redento solo spogliandosene e rattrapprendosi nella sola dimensione del consumatore di merci e merce egli stesso che rappresenta  l’universalismo vuoto proposto dal neo liberismo.

Probabilmente queste sottigliezze saranno sfuggite ai senatori anche se non alla Segre, ma non c’è dubbio che il globalismo fa del  bricolage opportunista con il materiale ideale ereditato dal passato, tende costantemente ad affermare un autocratismo di mercato che deve essere liberato dai laccioli delle comunità e dei popoli, delle classi come delle cutlture al pari delle speranze e delle visioni sociali di segni diverso rispetto alla “teoria dei ricchi”. Una sorta di fascismo strisciante e politicamente corretto.

 


“Giustizia per la Serbia”

handke-kV3E-U31401822293458QFF-656x492@Corriere-Web-SezioniDa molti anni il premio Nobel per la letteratura viene assegnato in base a logiche che solo marginalmente hanno a che fare con meriti artistici quanto piuttosto con la chiacchiera del potere occidentale nelle sue varie manifestazioni, con la diffusione delle lingue (eccetto quelle scandinave per ovvie ragioni), con questioni ideologiche e geopolitiche. Insomma quasi sempre la letteratura o quel che ne rimane in occidente – ed è davvero ben poco – costituisce un elemento di secondo piano e quando per una sorta di miracolo o di svista essa prende il sopravvento e viene premiato uno scrittore vero che per avventura non appartiene al cartello del PUO, pensiero unico obbligatorio,  scoppiano le polemiche. E’ accaduto quest’anno con il conferimento del premio a Peter Handke,  lo scrittore austriaco colpevole di aver criticato a suo tempo la guerra contro la Serbia, che oggi sappiamo essere stata giustificata con le consuete menzogne e all’interno di una narrazione unilaterale e speciosa.

Dopo l’uscita del 1966 del suo breve saggio “Giustizia per la Serbia” ( il titolo originale è lunghissimo: Eine winterliche Reise zu den Flüssen Donau, Save, Morawa und Drina oder Gerechtigkeit für Serbie, Viaggio invernale sul Danubio, la Sava, la Morava e la Drina, ovvero giustizia per la Serbia) è diventato una sorta di appestato: fu attaccato da molti intellettuali, tra cui lo pseudo scrittore Salman Rusdie, che deve benedire ogni giorno della sua vita la fatma che lo ha reso famoso senza nemmeno l’ombra di qualche merito letterario, mentre Wim Wenders non gli chiese più sceneggiature,  insomma il trattamento completo da parte di ambienti, sempre diligenti quando si tratta di evitare coloro che si discostano dall’ortodossia liberista. L’ultimo sgarro di Handke è quello di aver partecipato ai funerali di Milosevic morto in galera senza uno straccio di processo, che probabilmente non verrà mai fatto fino a che i principali protagonisti sono in vita per evitare figuracce ai poteri occidentali. Tuttavia Handke viene accusato dai firmatari di una petizione perché gli venga revocato il Nobel, “di aver usato la sua voce pubblica per ridurre la verità storica” e prosegue “In un momento di crescente nazionalismo, leadership autocratica e disinformazione diffusa in tutto il mondo, la comunità letteraria merita di meglio.”

Ora tutto questo arriva quando la “verità storica” che venne posta a fondamento della guerra e alla quale Handke si oppose, si è dimostrata fasulla, ma a parte questo assurdo automatismo dell’immoralità e dell’ideologismo più rozzo, la polemica  è molto interessante perché svela in maniera inequivocabile le contraddizioni in cui cade la retorica imperial globalista quando tenta di dare un senso ai suoi slogan: il riferimento al nazionalismo e alla necessità di non avere stati etnici come fu detto al tempo della guerra (“Non c’è posto nella moderna Europa per stati etnicamente puri. È un’idea del 19 ° secolo e stiamo provando a trasformarla nel 21 ° secolo, e lo faremo con stati multietnici”) è a dir poco paradossale e grottesco proprio perché la Jugoslavia era per l’appunto uno stato multietnico e per certi versi anche multiculturale, che non è stato affatto aiutato a superare le difficoltà, anzi esse sono state accuratamente coltivate ed enfatizzate per riuscire a disgregarlo in una galassia di staterelli divisi su confini vetero storici, etnici, nazionalistici  e culturali,  alla luce di ragioni  geo strategiche che niente hanno a che vedere con i buoni propositi espressi per compiere il misfatto. Non occorre essere premi Nobel per comprendere che i motivi portati a giustificazione della guerra non sono soltanto pretesti, ma appaiono diametralmente opposti a ciò che con essa si voleva realizzare. 

Ma bisogna capire che Il globalismo è per sua essenza stupido, prevede solo reti di terminali  che si attivano su impulso del server centrale e che per non essere rottamati come mal funzionati, devono presentare la stessa immagine: tutto il resto è fake news.


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