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Archivi tag: globalismo

L’idiozia non paga dazio

6455643La nuova guerra dei dazi è come un cerino usato per scaldare i fogli nei quali accanto al testo visibile ci sono messaggi scritti con l’inchiostro simpatico: paradossalmente vi si può leggere chiaramente la storia del tentato’assassinio dello stato e dei diritti ad esso connessi nel sistema chiamato democrazia, sostituendolo con dei potentati economici non legati alcun modo alla cittadinanza. Basta prendere la sentenza emessa dal Wto, ovvero l’organizzazione mondiale del commercio riguardo al presunto danno commerciale provocato alla Boeing e alla Lockheed dagli aiuti pubblici forniti all’Airbus da Germania e Francia,  per rendersi conto dell’orrendo intrico di insanabili contraddizioni del mondo liberista e di ciò che contiene il suo vaso di Pandora: il provvedimento infatti da una parte ha un sapore di beffa perché rientra in maniera chiarissima negli schemi del più esplicito e volgare imperialismo dello Stato americano che opera il suo sostegno alle aziende del campo aeronautico attraverso il complesso militare, (esemplare è stata l’imposizione all’acquisto degli F35 o in altri settori con le minacce di ritorsione per il 5G cinese),  dall’altro pretende che gli Stati siano completamente estranei all’economia  dunque siano solo una semplice gendarmeria agli ordini del potere economico.

Tutto questo è insensato perché lo Stato stesso, in quanto organizzazione sociale è parte fondamentale delle attività economiche con le sue leggi e con la sua politica che in qualche caso sempre più raro dovrebbero essere determinate dai cittadini. Qui invece vediamo all’opera una concezione ottusa, degradante e disuguale nella quale si tenta di disintegrare la società stessa per farne una specie di azionariato di minoranza che non conta nulla e in cui il 99 per cento dei titoli finisce in mano all’ 1 per cento. Ma la schizofrenia e l’ipocrisia  di tutto questo è ancora più visibile in Europa, un’ istituzione che si è consolidata dentro questo insano paradigma: Francia e Germania avrebbero infatti violato questi stessi divieti di intervento pubblico che fanno osservare con tanta solerzia agli altri Paesi membri e che sono fissati nel trattato di Lisbona, ma i dazi fino a 7,5 miliardi di dollari stabiliti dal Wto dovranno pagarli tutti, Italia compresa che grazie alla lungimiranza del signor Berlusconi non è entrata nel consorzio Airbus, pagandone tutte le conseguenze e che adesso si troverà in difficoltà ad esportare i propri prodotti tipici e magari sarò aperta alle importazioni di Parmesan, oltre a tutti i danni inferti al nostro settore agroalimentare dalle regolette europee sempre pensate per favorire i grandi gruppi.

Dunque siamo in una situazione di totale liquefazione dell’occidente e dei suoi costrutti istituzionali più artefatti che usa le barriere tariffarie, vale a dire la più diretta arma di protezione economica statale, per punire gli aiuti statali di altri, in evidente contraddizione con se stessa. E finché si trattava della Cina o della Russia, ovvero del grande nemico, tutto pareva normale e giustificabile anche dentro i breviari del globalismo fideistico, ma applicato all’interno dell’occidente stesso, suona come autolesionismo e in sostanza come un segnale che le contraddizioni sono ormai arrivate al livello di guardia. Anzi se volessimo fare un’analisti della psicopatologia contemporanea potremmo concluderne che ci si infliggono ferite proprio per allontanare il senso di nulla che ci strangola, la mancanza di speranze, il bovarismo sociale dal quale siamo ormai tutti affetti. Però sapete quello che vi dico? Ben vengano i dazi come pena del contrappasso se servono ad evitare la meta finale del globalismo neo liberista, in qualche modo delineata nei trattati di libero scambio in atto o temporaneamente  in cantiere di riparazione come il Ttip, quello cioè di un mondo direttamente governato dai grandi gruppi economici e finanziari in veste di legislatori supremi , nel quale gli stati sono semplici esecutori e i cittadini i servi della gleba tecnologica.

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Huawei e lo Sputnik

splash_59d511ad2f08dDa ormai quarant’anni siamo sottoposti all’egemonia del pensiero unico che predica la centralità, anzi la sacralità del mercato e del profitto e dunque la riduzione assoluta degli stati in quanto spazi di diritto e di cittadinanza, fatta passare come libertà delle persone, delle merci e dei capitali che ha preso il nome di globalizzazione dopo la caduta del muro. E’ un sistema della disuguaglianza che alla lunga non si regge in piedi da sé, ma che ha bisogno di un costante surplus preso da fuori, grazie al controllo strategico delle fonti energetiche, il mantenimento con ogni mezzo di una supremazia tecnologica, la formazione e la difesa di regimi amici, non importa di quale natura, nelle zone “di raccolta”, ostilità totale a quei Paesi che osino difendere i loro interessi. Insomma il globalismo non è altro che una particolare dizione dell’imperialismo, come vediamo con chiarezza assoluta proprio in questi giorni, solo che anche qui le contraddizioni vengono rapidamente al pettine visto che –  per esempio – il cosmopolitismo produttivo in funzione dei profitti derivanti dal lavoro a basso costo ha portato alle folli delocalizzazioni e alla fine ha creato potenze rivali o egemonie locali che adesso minacciano il sistema.

Anzi lo minacciano a tal punto che i suoi burattinai sono stati costretti ad abbandonare il suadente scenario dipinto di libertà e democrazia lasciando intravvedere la struttura reale  e in queste settimane del 2019 abbiamo in campo più di un esempio del globalismo imperialista: abbiamo il caso Assange che mette una pietra tombale alla libertà di espressione; la vicenda venezuelana che è uno degli esempi più classici di un tentativo di cambio di regime con la forza; la vicenda dell’Iran che viene provocato con concentrazioni militari il cui scandaloso scopo sarebbe quello di evitare “provocazioni” di Teheran, peraltro costruite a tavolino; abbiamo le minacce e le pressioni sulla Germania perché non osi imboccare una relativa autonomia che in questi giorni si concretano con altre sentenze americane sul glifosato della ex Monsanto ora Bayer: chissà come per 40 anni i giudici Usa hanno respinto qualsiasi azione nei confronti di questa classe di diserbanti e ora che l’azienda è diventata tedesca questo principio attivo è responsabile di qualsiasi cosa.

Ma la vicenda più significativa è quella della Huawei cinese attorno alla quale è stata costruita un’assurda narrazione preventiva di spionaggio  rispetto al famoso standard 5g. Ora è chiaro che qualsiasi azienda di cellulari potrebbe fare potenzialmente le stesse cose che si temono da Huawei, ma in questo caso si tratta del fatto che il nuovo standard rispecchia una tecnologia nata sostanzialmente al di fuori degli Usa, di cui Washington non ha il pieno controllo e che metterebbe in secondo piano aziende come la Samsung, punto strategico per la politica coreana. E’  una detronizzazione simbolica cui tutto il sistema americano che ha rapinato per decenni tecnologie al Giappone e all’Europa, imponendo tuttavia una narrazione diametralmente opposta, si è levato come un sol uomo, come dimostra la “libera google” che ha deciso  di togliere a Huawei la licenza Android e gettando finalmente la maschera di organizzazione esclusivamente privata. Questo sarebbe poco male perché Huawei ha già sviluppato un proprio sistema operativo, chiamato Kirin Os  e che prenderà il nome di Hongmeng, considerato  dagli esperti migliore di Android per stabilità e gestione della memoria. Il problema è che mancheranno il mercato delle app google, you tube e insomma tutta quella pletora immane di “contenuti” , immediatamente disponibili senza passare per un browser grazie a i quali l’occidentale medio viene rimbambito. E del resto proprio due settimane fa  il segretario al commercio degli Stati Uniti, Wilbur Ross ha testualmente ammesso  che “il governo degli Stati Uniti considera piattaforme di telecomunicazione e tecnologia come armi geopolitiche. Se si lascia che un paese straniero fornisca la tua infrastruttura di telecomunicazioni  si tratta in sostanza di una penetrazione della sicurezza nazionale americana “. Il che tra parentesi significa che gli Usa hanno violato finora la sicurezza di ogni altro Paese.

Insomma, anche se questo non viene detto generalmente notato, la vicenda 5g è per gli Usa un po’ come lo sputnik, una sorta di choc che mostra come il futuro cominci a battere ad altre porte; un episodio forse meno clamoroso, ma certo più pericoloso perché non arriva nelle fasi iniziali  di uno sviluppo tecnologico, ma quando questo è già maturo. Inimmaginabile e intollerabile, soprattutto non rimarginabile con un sofisticato film spaziale e dunque quelli che non volevano frontiere, quelli che conferivano le cittadinanze mondiali, si dimostrano alla fine come i campioni dell’imperialismo formato 21° secolo. Questa condanna a morte, con un pretesto, da parte degli adoratori del libero mercato, dimostra che si tratta di un falso dio anche per il suoi grandi sacerdoti che vogliono essere gli unici liberi. Io credo che di fronte a questo panorama, molte persone  dovrebbero solo vergognarsi di sostenere un vangelo palesemente apocrifo citandone i passi più ipocriti, ma purtroppo non è possibile: non c’è ancora la app.

 


Contrordine dei mandarini di Eurotown

altan merda non sabbiaLo so che non ne potete più, ma anche oggi sarò costretto a parlare cinese sebbene da punti di vista diversi, uno generale che riguarda il cuore dell’ideologia neoliberista costretta ormai a sbugiardare se stessa, dall’altra quella che riguarda direttamente direttamente il nostro rapporto con l’Europa e il suo residuo senso. Infatti è stato proprio il decollo planetario dell’economia cinese oltre che di altri Paesi come l’India a mettere profondamente in crisi l’impianto mercatista e la sua retorica della globalizzazione già provato dalla crisi endemica causata proprio dalle improvvide teorie del capitalismo finanziario: l’emergere di nuovi protagonisti  rischia infatti di travolgere le elites occidentali convinte fino all’altro ieri di poter tener il banco all’infinito. Così dal mercato libero e deregolamentato si è arrivati a quelle delle sanzioni punitive, riscoprendo così un ruolo dello stato, ma non più come istanza di mediazione nei conflitti sociali e dunque redistributore di reddito, ma unicamente come arma a disposizione delle classi dominati teso a difenderle dalle insidie di concorrenti tecnologicamente evoluti ( vedi caso Huawei e intelligenza artificiale), a conquistare manu militari nuovi spazi di mercato e di risorse e ultimo, ma non ultimo, difenderlo dalla rabbia dei ceti popolari impoveriti e umiliati.

Il terrore di subire la stessa sorte finora riservata sempre agli altri ha fatto abbandonare ogni bon ton ideologico e ogni coerenza che in questi giorni si traducono in oscuri e minacciosi inviti all’Italia a non accettare investimenti cinesi senza alcuna congruenza con i severi moniti quotidiani riguardo all’ingresso o il reingresso dello stato nell’economia, né con le disastrose conseguenze che per il nostro Paese ha avuto questa dottrina. Sono suggerimenti a dir poco osceni perché denudano le pubenda infantili, ma per questo ancora più evidenti e vergognose del capitalismo finanziario – globalista: da una parte mettono in guardia noi contro gli investimenti cinesi con il pretesto che le imprese dell’ex celeste impero godono di aiuti di stato, quando è noto come questa sia una vera fesseria e che altri Paesi della cara europa non fanno che dare aiuti di stato e cercano apertamente in essi la salvezza contro i nuovi concorrenti. Faccio solo alcuni esempi per essere meno vago: nel 2015 Macron, allora ministro dell’economia nel governo Valls, aumentò la presenza dello Stato in Renault-Nissan, portando la sua quota al 15% con la spesa di 1,2 miliardi di euro, un operazione che venne considerata alla stregua di una dichiarazione di guerra dal management della Nissan e dal governo giapponese, portando pochi mesi fa all’arresto nel Sol levante di Carlos Ghosn, l’ex amministratore delegato di Renault-Nissan. E che dire del fatto che in Germania il ministro dell’economia Altmaier ha proposto la creazione di un fondo sovrano per nazionalizzare le imprese strategiche  prima che siano gli stranieri ( leggi cinesi) a impossessarsene? O dell’acquisto da parte del governo olandese di una ulteriore  quota dell’ Air France-Klm  portandola al 14%, e mettendosi così alla pari con il governo francese per salvare il ruolo dell’aeroporto di Amsterdam?  Cosa significa che la Società aeroporti di Parigi verrà  posta in vendita, ma solo ad azionisti non legati a uno Stato estero? Cosa pensare del recente accordo Merkel – Macron che prevede una moratoria della legge antitrust per permettere e agevolare la fusione indiscriminata di aziende per dare vita a grandi gruppi nei loro Paesi?

Ma come non ci era stato detto che per quaranta lunghi anni che non importava da dove arrivassero gli investimenti? L’ Europa non si è costruita sempre nello stesso periodo di tempo sulla dottrina della privatizzazione assoluta? Andava tutto benissimo quando costoro potevano acquistare asset nel sud europa o nell’est o in Asia per trovarvi bassi salari e/o  consistenti sgravi da parte degli stati o semplicemente per assorbire ed eliminare, scomodi concorrenti. Adesso che proprio queste visioni basate sul profitto illimitato, unite alla teorie austeritarie e procicliche derivanti dalla struttura concettuale della moneta unica, hanno condotto alla stagnazione e dunque al prevalere di altre aree del mondo, le cose cambiano velocemente mostrandoci un mondo capitalista in totale confusione che da una parte predica il globalismo delle merci e delle persone – merci nonché il loro libero movimento, dall’altro il suo esatto contrario ovvero il protezionismo che poi concretamente si declina come un tentativo dei più forti di assorbire i più deboli per tentare di mantenere il dominio all’interno e una posizione dominante all’esterno. Inutile sottolineare che noi, come altri membri dell’Europa, siamo come i vasi di coccio tra quelli di ferro e  non possiamo permetterci di inseguire queste insensatezze pena il disastro. Anche perché  la nostra struttura industriale non può più basarsi su grandi aziende immolate all’Europa e smembrate in ossequio agli dei della privatizzazione e della globalizzazione, ha ancor più da perdere da questa nuova fase di chiusura proprietaria.


Democrazia, demografia e immigrazione

file-14294-media-620x346Una serie di analisti e di studi condotti in Francia sui dati demografici dalla fine degli anni ’70 ad oggi dimostrano che ogni crisi economica tende a ridurre la natalità, così come ogni conquista sociale porta a un suo aumento: tutti effetti la cui intensità e durata  sono ovviamente proporzionali alla durata e al grado della causa. Quindi è nella natura delle cose il fatto che la crisi del 2008 abbia aperto in tutto il continente o per meglio dire nell’area euro dove si è aggiunta la folle dottrina dell’austerità, una crisi di natalità a cui si aggiunge anche un aumento della mortalità sostanzialmente dovuto al deterioramento della sanità pubblica oltre che al venire meno di regole e tutele. Tutto questo ovviamente si inserisce in un circolo vizioso per cui al deteriorasi del lavoro e del welfare che in qualche modo costituisce anch’esso salario reale, corrispondono difficoltà finanziarie che tendono a ridurre ancora di più lo stato lo sociale e così via. La cipolla della democrazia e della speranza nel futuro viene erosa strato per strato dando luogo agli scontri generazionali per dividersi un osso spolpato invece di costituire la base per una riscossa. Questo fino a che il processo non dà luogo a esplosioni palesi o sommerse che possono assumere molte forme: dalla jacquerie francese che è una chiarissima rivolta di classe, alla messa in crisi degli assetti politici consolidati come in Italia, a forme di rifiuto come nella brexit britannica o al vittimismo nazionale che si fonde con le tentazioni egemoniche  come in Germania: tutti tentativi di via d’uscita che si esprimono secondo le secolari culture delle varie aree d’Europa.

Certo al di là delle cifre e delle analisi più o meno rivelatrici la denatalità è un fenomeno ormai ben conosciuto, specie in Italia dove esso è favorito anche da un pertinace familismo che ha come suo effetto un tale investimento economico e sociale sui figli che vi si rinuncia più che in altri contesti in presenza di condizioni precarie e sfavorevoli. Però la cosa davvero interessante è come hanno reagito a tutto questo le forze della sinistra che per vocazione e per statuto ideologico avrebbero dovuto difendere i ceti popolari dall’assalto della lotta di classe alla rovescia. La quasi totalità di esse invece di battersi per i diritti acquisiti dopo decenni di lotte, di difendere la sanità pubblica e il sistema pensionistico, ha trovato una facile via d’uscita nell’ideologia americaneggiante  dell’accoglienza. Fin dalla seconda metà degli anni ’90, alla preoccupazione per l’importazione di un esercito di riserva che consentisse oggettivamente di manomettere i diritti del lavoro e abbassare i salari, è stata via via sostituita la tesi della necessità dell’immigrazione per sostenere uno stato sociale peraltro in continuo arretramento: essendo i giovani e le persone in età da lavoro sempre meno l’unica maniera di sostenere i costi sociali di una popolazione in via di invecchiamento era quella di importare braccia, tanto più che tale operazione poteva anche avere un’aura umanitaria e fondarsi su un diritto astratto alla mobilità planetaria. Gli immigrati pagano le pensioni agli italiani: questo il grido di battaglia che si confondeva con i piagnucolii da coccodrillo della Fornero.

Così invece  di ristabilire le condizioni sociali per un ritorno a tassi di natalità da tali da tenere stabile la popolazione si è presa questa strada che se può anche essere apparentemente corretta almeno in parte, in realtà riposa su tutto lo sciocchezzaio da Fmi che siamo costretti a sopportare e che fa parte della narrazione iper liberista. Infatti non è per nulla vero che con l’aumento dell’età media il sistema pensionistico debba necessariamente entrare in crisi perché in realtà l’aumento di produttività per addetto cresce ( dal ’90 è stato calcolato nel 2% annuo) in maniera molto più netta per cui anche se la popolazione lavorativa tende a scendere essa può far fronte tranquillamente a questi cambiamenti demografici, a patto però che l’aumento di produttività vada nelle casse degli istituti pensionistici e non in quelle dei voraci imprenditori come invece accade, a patto che la precarietà sia marginale e che i salari mantengano il loro valore di acquisto. La tesi è vera solo se c’è una distribuzione di ricchezza e non un sempre più clamoroso accentramento. Questo senza tenere in conto gli aspetti inflattivi che di solito rendono il valore dei contributi versati durante l’attività lavorativa pressoché corrispondenti in media alle pensioni percepite. Una dimostrazione è l’Inps che sgravata dal peso degli obblighi assistenziali, ovvero dalle pensioni sociali a cui non corrispondono a contributi effettivamente versati, risulta in attivo, nonostante la situazione drammatica dell’economia del Paese. Ciò che si vuole è in sostanza sgravare le aziende dei contributi o di gran parte di essi per favorire il profitto e perché altre aziende possano vendere prodotti pensionistici a totale spesa di chi lavora. La precarietà è anche questo, la fine di ogni solidarietà sociale.

Insomma si tratta di un’una sub ideologia in perfetto accordo col reazionarismo globalista del capitalismo finanziario. E nella quale c’entrano poco sia l’umanitarismo supercilioso quanto agli effetti e smemorato quanto alle cause, sia la volgare e squallida  xenofobia: queste sono solo le forme, le ombre proiettate nella caverna dalla narrazione mainstream, per nascondere i meccanismi interni della questione e il disumanitarismo delle guerre e dei regimi sanguinari necessari a mantenere il controllo delle risorse. Questo non significa affatto che si debba rinunciare all’arricchimento costituito dai flussi migratori (cosa che peraltro nelle condizioni attuali è una pura chimera, un ballon d’essai dal momento che vivere insieme non è vivere a fianco) ) , ma considerarli come necessari per sostenere la macelleria sociale e importare gente il cui costo di riproduzione è inferiore, è qualcosa di radicalmente diverso, anzi di opposto ad ogni concezione umanitaria: è il modo per schiavizzare tutti.

 


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