Immagino che i cattolici siano perplessi dopo che il Santo Padre è riuscito ad avere finalmente un posto nel panteon contemporaneo, ossia una foto e un testo simile a quello della benedizione Urbi et Orbi di Natale, pubblicati  su  Vanity Fair, dimostrando in maniera inequivocabile di non essere una pecorella smarrita del pensiero unico e nemmeno una pecora nera che si ostina a non voler negoziare i valori. Proprio lui che ha più volte messo in guardia dalla vanità, con un’insistenza che parrebbe frutto di una battaglia personale, finisce sulla bibbia dichiarata di questo vizio dell’anima.  Magari a qualcuno potrà far piacere che la religione cristiana sia ormai esposta nella fiera delle vanità  e che figuri sulla bancarella della storia come un oppiaceo da banco che ormai non ha nemmeno bisogno della ricetta medica per quanto è blando, ma probabilmente il pontefice si ripropone di rinnovare la teologia a misura del grande reset di Davos e di inaugurare una nuova trinità con Pachamama che salva il pianeta, il Vaccino che discende super vos per mantenervi in vita e Cristo a fare da testimonial come personaggio universalmente noto, un divino tronista un po’ malconcio. Tuttavia da ateo infastidito dalle pratiche devozionali e magiche, incredulo di fronte alla credulità, ma affascinato dall’ingegno profuso nei secoli per dimostrare l’esistenza di Dio, preferisco osservare con qualche ironico distacco l’ex cappellano dei militari argentini che tesse giorno per giorno la sua grossolana e furbesca resa al potere globalista. Tuttavia ne parlo, al di fuori di tutte le polemiche che tutto questo può suscitare negli ambienti cattolici, di cui poco mi interessa, perché in questa occasione appare in tutto il suo solenne splendore la vacuità del pensiero unico e globalista, di quel suo umanesimo ipocrita e affetto da una visibile eterogenesi dei fini  che tace su stragi e rapine di risorse e santifica invece le sue conseguenze, ovvero le migrazioni.

Tra i vari testi che Vanity propone a contorno e a commento della benedizione papale, tra cui un articolo di  Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, si evince da una parte uno sviscerato amore per tutte le minoranze, mettendo assieme condizioni che non c’entrano nulla le une con le altre perché si va dalle diversità di genere, ai disoccupati, ai migranti, ai rifugiati, tutte situazioni sociali  intrinsecamente diverse e tra l’altro non necessariamente minoritarie, che solo lo scarso senso del ridicolo può indurre a mettere assieme in papocchio di cui probabilmente un pontefice europeo, aduso a qualche lettura,  si sarebbe vergognato. Ma poi si spiega che questo afflato così generico più che universale vale in quanto portatore di “amore per le diversità, tutte le diversità”. Quasi quasi, di fronte a tanto obiettivo ci sarebbe da far passare in secondo piano le incoerenze e la terribile superficialità nel mettere assieme situazioni così diverse in radice , se immediatamente dopo non arrivasse l’invito ad “abbattere tutte le distinzioni culturali e politiche”. Allora vediamo un po’ “amore per le diversità” ma allo stesso tempo eliminare le diversità. Qui la retorica inciampa clamorosamente e fa cadere la veste che nasconde l’ipocrisia.  Un discorso di questo genere lo potremmo attribuire a qualche mega miliardario rimbambito dai soldi e dalle poche letture, ma non da un Papa che si suppone abbia già troppe contraddizioni teologiche e materiali a cui badare per aggiungerne altre così scoperte. Ma il fatto è che siamo di fronte, in purezza direbbero i gourmand da televisione, alla vacuità globalista che proprio in sé non sopporta la diversità delle culture, delle lingue, delle visioni del mondo delle teorie e prassi politiche, per tentare una totale omologazione servile dentro il pensiero unico. E non a caso le diversità che si prendono in esame riguardano situazioni imposte più che modi di essere e al massimo questioni esclusivamente individuali come quelle di genere, dunque differenze che non incidono sul sistema di dominio oppure, come la disoccupazione, che sono strutturali al sistema economico che si vuole imporre. La diversità e l’amore per la medesima costituiscono un mero pretesto per simulare umanità, uguaglianza e democrazia in un sistema disumano e portatore di una disuguaglianza mai così feroce.

Cosa dire di più:  A -men, A -women, A – vaff