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Verona, il Pd muore con la vita

copia Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non pensate che abbia deciso di aggregarmi alla schiera dei fan del fusaro-pensiero, altrimenti detto il Moccia del Marxismo, di quegli analisti politici da tastiera che discettano tra gattini, test astrologici e rime della Merini sulla necessità ineluttabile di sottostare al regime dell’élite neoliberista piuttosto che sostenere la rivolta populista contro l’establishment, così sboccata e rozza, scomodando perfino il primo Moro del Manifesto quando sosteneva che il proletariato doveva favorire l’avanzata del capitalismo in ogni sua forma in quanto apripista – suo malgrado – del socialismo, suscitando la ribellione delle classi sfruttate più emancipate proprio grazie alle magnifiche sorti del progresso.

No, è che anche io mi sono fatta fuorviare dalla convinzione  che sia stato messo in atto un meccanismo compensativo: a fronte della spoliazione dei molti dei diritti primari (lavoro e sicurezza sul lavoro, dignitosa retribuzione, assistenza sanitaria, istruzione, casa) e dell’abrogazione sostanziale di quelli social, sindacali, partecipativi, politici, ci siano stati concessi quelli che qualcuno ha definito “diritti cosmetici”, quel camouflage di una società privata del diritto ad una esistenza economicamente dignitosa, risarcita dalla formale non discriminazione delle persone per genere, sesso o provenienza, una “società dove il lavoratore è tornato alla mercé del datore di lavoro, grazie al Jobs Act e alle tante “riforme strutturali” ma viene riconosciuta la piena parità fra  Genitore 1 e Genitore 2.

Ora, è senz’altro vero che queste ultime prerogative, volte a concedere a singoli individui quelle libertà che chi ha tutto si è già aggiudicate o addirittura ereditate, sono servite e persuadere il popolo del fatto che i diritti primari e sociali siano patrimonio acquisito e consolidato. E che battersi per le battaglie “civili” dimostri l’appartenenza  indubitabile all’esercito del progressismo antifascista contra la barbarie conservatrice. Come dimostra la sorpresa esecrazione per la decisione di una esponente dem, che ha votato la indegna mozione “anti-aborto” proposta dalla Lega e votata dal Consiglio Comunale di Verona, autoproclamatasi “città della vita” oltre che del Pandoro, peraltro molto minacciato appunto dalle politiche economiche e del lavoro dei governi Pd.

Tutti a stupirsi, ma come una dirigente politica riformista e per giunta donna si schiera con chi contrasta una conquista difficile e sofferta sancita da una legge dello Stato?

C’è poco da meravigliarsi, la rincorsa a cancellare tutta la gamma delle vittorie conseguite in secoli di lotte per l’autodeterminazione, dovrebbe avvalorare che non c’è gerarchia, non c’è graduatoria, non c’è classifica dei diritti, che non è vero che se ne togli un po’ a qualcuno te ne restano di più, che se ne cancelli uno  gli altri ingrassano e che la rinuncia a quelli primari per ragioni di necessità non poteva che comportare l’abdicazione ad altri. E chi ha distrutto l’impianto di garanzie e prerogative sul lavoro, nelle città, negli ospedali, nelle scuole, era di sicuro, per indole e missione di servizio, predisposto a spazzar via tutte le altre, anche quelle secondarie, che pure invece riguardano le nostre esistenze, la nostra felicità negata, le nostre inclinazioni legittime, appellandosi a motivi “morali” che riconfermano quanto avesse ragione Rosa Luxemburg quando diceva che dietro ogni dogma c’è un affare da difendere, e all’ombra dei temi eticamente sensibili si vedono luccicare le monete.

Infatti non c’è dubbio che dietro le proclamazioni bipartisan dei promotori del recente manifesto in difesa della razza in salsa veneta, (e non è la prima volta se pensiamo alle misure propizie all’invadenza dei comitati pro vita negli ospedali promosse da altra notabile Pd), dietro alle preoccupazioni per la china che su cui scivola l’Ue   verso il  meticciato, dietro al timore della sostituzione delle nostre genti e del nostro credo comune, con colorati di ogni etnia e islamici per giunta, c’è il solito intento: esaltare, con il richiamo a leggi naturali, immodificabili e intangibili, il ruolo e la funzione della “riproduttrice” (come le mucche frisone) per rinsaldare  il primato del sistema economico e della sua ideologia, grazie al controllo sulla riproduzione della specie, all’appropriazione e svalutazione del lavoro domestico e di cura delle donne in seno alla famiglia e il loro conseguente sfruttamento discriminatorio  nell’occupazione extradomestica.

In una cosa hanno raggiunto l’obiettivo, condannare le donne al loro “destino biologico” di macchine da procreazione, di sostitute obbligate del sistema assistenziale, prodighe dei servizi che lo Stato non può dare e che con le restrizioni finanziarie al welfare sono diventati bisogni inevasi più pressanti, di tuttofare  pronte per indole gregaria e missione “naturale” a una servitù multitasking precaria e svalutata. Che fa tutt’uno con il condannare anche i maschi alla rinuncia a talento, esperienza, remunerazione, vocazione con l’unico diritto rimasto, quello del salario, quando c’è, maledetto e indispensabile a reggere le mura di una casa, quando c’è, e di una famiglia che finisce per assomigliare a una gabbia dove gli abitanti si arrampicano su e giù per le scalette dei debiti, dei mutui, della bollette, come le cavie da esperimento.

Anzi, no anche in un’altra hanno avuto successo, compresa la curva meno oltranzista del governo, nel convincerci che le battaglie e la politica della vita, sono secondarie rispetto alle guerre e alla politica del potere, che è ragionevole essere appagati dal minimo sindacale: piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dice in Veneto,   che anche mettere al mondo figli  è un lusso che possono concederci in forma discrezionale come le mance,  l’allegoria di uno stile di vita in cui ogni aspirazione dovrebbe trasformarsi in possibilità, ma vengono negati   modi e strumenti per realizzarla, che è obbligatoria la rinuncia non solo alle garanzie, comprese quelle di tutela della dignità, ma anche a sogni e desideri, e ai diritti che dovrebbero presiedere  alla loro realizzazione.

 

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Femminismo alla Boscaiola

ghgliotAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Il movimento #MeToo ha il grandissimo merito di aver fatto prendere consapevolezza della necessità di denunciare e ha accesso i riflettori su un tema grave e trasversale come la violenza psicologica, fisica e sessuale sulle donne nelle relazioni di potere”. È  l’ex Ministra Boschi che parla. E aggiunge: “credo che quello che ho fatto io, nel bene o nel male, sia stato accettato con più fatica che non se l’avesse fatto un uomo”.

Mai come in questi anni l’eclissi dell’ideale di progresso è stata segnata da tremendi paradossi. Mai come oggi proprio i più esposti, i più vulnerabili: troppo giovani, troppo vecchi troppo poveri troppo donne, troppo “altri”, troppo diversi,  scontano le magnifiche sorti di una modernità regressiva, fatta di scoperte scientifiche ed applicazioni tecnologiche, iniquamente accessibili e differentemente distribuite.

Mai come oggi  formidabili ritrovati per contrastare malattie e eventi naturali sono soggetti a disuguaglianze che fanno sì che non vi abbiano accesso i più, che aumentino quelli che non possono usufruire di cure e farmaci, così come terremoti e alluvioni hanno perso il carattere di “livella” e abbattono e travolgono geografie, borghi e abitazioni di chi non ha potuto proteggersi, di chi ha conquistato una casetta senza requisiti di tutela e sicurezza, magari sotto un ponte, su argini di fiumi ribelli dove ormai è rischioso anche andare a fare una gita, in territori feriti dalla speculazione e dal cemento selvaggio.

Mai come oggi noi che sembriamo fortunati per essere stati sorteggiati dalla lotteria naturale nascendo dove leggi dovrebbero regolare relazioni umane e sociali, lavoro e istruzione e tutte le attività umane, se apparteniamo a quelle categorie di serie B, quelle dei “troppo” – la maggioranza dunque – patiamo   crudeli sofferenze per l’egemonia implacabile della flessibilità che sprofonda chi sta sotto padrone nell’abisso della soggezione all’arbitrarietà, all’intimidazione, alla competizione spietata che cancella ogni residua forma di coesione e solidarietà.

Mai come oggi perfino le parole e i valori che rappresentano derise o messe all’indice o soggette a aberranti trasformazioni: l’etica in moralismo, la compassione in buonismo, la sicurezza in repressione. Mai come oggi vengono propagandati come necessaria arma di difesa l’egoismo in modo che si possa essere attrezzati alla lotta eterna di lupo contro lupo, salvo che quelli almeno vivono in branco, e come premio, per il liberato istinto di sopraffazione, visibilità, censo, fama sia pure anche solo virtuale a colpi di mi piace. Mai come oggi questa forma di guerriglia perenne e solo a bassa intensità si deve consumare tra uguali, tra soggetti che vivono allo stesso livello o meglio ancora ai danni di chi sta ancora più giù, perché invece nelle relazioni con chi comanda deve vigere il primato della docile accondiscendenza, della soggezione remissiva, pena la perdita, la condanna alla sommersione  e alla deplorazione dei momentaneamente “salvati”, sicché i diritti sono retrocessi a elargizioni e la loro richiesta sempre più sommessa a irrealistiche pretese; i talenti e le vocazioni a ridicole e poco plausibili aspirazioni, criticabili se provengono da ceti immeritevoli, quelli impoveriti e penalizzati per aver voluto troppo, comprese garanzie, pensioni, tutela dei risparmi. rispetto della dignità.

Se vi chiedete cosa c’entri con tutto questo la Boschi, la risposta è facile.  La disgregazione del tessuto sociale e la svalutazione di ogni richiesta di diritti e prerogative sono state favorite e legittimate da chi si è autoproclamato portatore e interprete del progressismo e del riformismo, inteso inizialmente come tentativo maldestro di addomesticare il sistema capitalistico e di mercato, poi come esplicito appoggio. Spacciandolo come doverosa manifestazione di realpolitik, come avveduta espressione di ragionevolezza e moderatezza rispetto alle intemperanze estremiste di chi chiedeva sempre più flebilmente uguaglianza liberà e fraternità, regredite ad arcaiche reminiscenze da riporre in soffitta.  In modo che tutto quello che riguardava affrancamento, liberazione, riappropriazione della dignità venisse svuotato di significato per diventare oggetto di stanche celebrazioni, di giornate della memoria, o peggio ancora, della concessione di briciole al disotto del minimo sindacale, come è avvenuto per le coppie di fatto, occasione per dare un po’ di guazza alla propaganda e alle celebrazioni folcloristiche, purché non si tocchi l’istituto familiare sacro per la perpetuazione di modelli inclusivi e recessivi, con la condanna dei ruoli femminili a destini secondari imposti dalla necessità di sostituire tutto quello che Stato e società negano.

Così se tutti siamo ridotti a merce, alle donne spetta di essere strumenti di servizio, attrezzi da impiegare per far funzionare lo “stile di vita”, da oliare offrendo qualche contentino che viene direttamente dal bagaglio del politicamente corretto, con il suo gergo e i suoi slogan indirizzati a farci accontentare di qualche brioche, delle desinenze in A, delle invettive contro il consumo patinato dei corpi femminili, delle denunce tardive di svariate tipologie di sporcaccioni che occupano partiti e showbusiness, della creazione degli osservatori sul linguaggio sessista, delle quote rosa.

Mentre intanto noi tiriamo la carretta, che assomiglia a quella che portava le aristocratiche a Place de la Concorde. Ma quelle che per censo, affiliazione, mimetismo allora sarebbero state le condannate, sono quelle che partecipano furiosamente alla morte di una aspettativa di libertà dallo sfruttamento per uomini e donne che ne soffrono doppiamente. Che collaborano e dettano le leggi dell’ingiustizia e della discriminazione, ricordando la loro “origine”  femminile tradita e offesa e invitando all’immunità di genere solo quando scricchiola il loro trono usurpato. Beh, per i loro crimini se la meritano davvero la ghigliottina.


A casa tutto male

a casaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per fortuna grazie alla  pirateria domestica, me lo sono visto sul divano di casa il pluripremiato film sulla famiglia 2018 con tanto di rivelazioni e riconciliazioni, corna e pentimenti, fogli prediletti e pecore nere da piano bar, karaoke stonati in tinello e saltuaria autocoscienza, baci rubati e baci negati.

Si, per fortuna,  così mi sono risparmiata le facce compiaciute all’uscita, il sollievo di chi si è riconosciuto negli idealtipi in cinemascope, il conforto di chi si è identificato nel sentire comune di un ceto orgogliosamente arroccato, fieramente intento alla difesa di piccoli confort e privilegi superstiti, salvaguardati a costo e in cambio delle rinuncia a sogni, desideri, aspettative, desideri, talenti.

A casa stanno tutti bene, e fallo anche stare male quel clan, benevolo tanto da riaccogliere alle celebrazioni comandate chi si è allontanato, purché  saldamente fidelizzato e a condizione che non rechi le sgradite stimmate ruspanti e vernacolari della manicure. Una cupoletta con gli usi e i tic appunto di una mafia domestica: complicità, intimidazioni, ricatti, estorsioni – perlopiù fallite, del suddetto nipote prodigo –  e perfino un delitto mancato. Il tutto recitati in una pantomima con i cipigli da Padrino, gli urlacci e i pianti isterici e uterini da Chi ha paura di Virginia Woolf, le nenie di un’Ofelia de noantri che canticchia Jovanotti, in modo da farci capire con le citazioni che siamo al cospetto di un film d’autore e di vecchie  e nuovi mattatori.

Ma non si pensi che siamo al cospetto di un affresco ruffiano sui conflitti generazionali o di genere, macché.  Quello  è invece un potente documento politico, al servizio del pensiero mainstream, un manifesto pedagogico che predica e raccomanda la rassegnazione, l’abiura, l’egoismo, in modo da mostrare all’ingenuo spettatore che è meglio e più conveniente votare Pd, o se si è proprio degli insurrezionalisti forse LeU,  assecondare il vento anche quando ferma gli aliscafi, che la colpa non è del cambiamento climatico ma di madre naura che poi rimette tutto in ordine così di può tornare alla vita di sempre, alle confortanti e note abitudini, ai letti conosciuti e senza sorprese.

E infatti le donne del film vivono come un codice genetico l’accettazione delle corna e dei tradimenti, proprio come le nonne che leggevano i consigli di Vanda Bontà e la posta del cuore  prima di Donna Moderna, destinate  alla lodevole e necessaria sopportazione che tanto prima o poi i mariti tornano all’ovile, che la sbandate coniugali sono come una malattia che poi guarisce, e allora si può approfittare della fase del fisiologico rimorso per ristabilire in via definitiva chi comanda davvero, chi detta le regole  della casa. A dimostrazione che l’altra metà del cielo, perbacco, un potere ce l’ha e non è quello che tira più dei carri di buoi, bensì la pazienza, in attesa della rivincita  e forse della dolce vendetta.

Ah i maschi, quelli poi, secondo l’abbecedario stantio dei ruoli nella guerra dei sessi, non possono che essere cazzari e libertini, ingenui e cialtroni,  eterni pater pan, velleitari, codardi nel pubblico come nel privato, romantici con le amanti e ciabattoni con le mogli,  stitici e irresponsabili nei sentimenti, in qualità sempre fallimentare  di figli, padri, fratelli e pure zii, mammoni tanto da volerne più di una di madre e d ricercarla in varie figure femminili, mogli amanti amiche cognate sorelle.

Anche loro condannati e rassegnati, nel matrimonio, nell’azienda di famiglia, nella indifferenza  al dolore altrui esorcizzato dalla pacificatrice scoperta che pagando ci si sottrae alla vista di malattie e vecchiaia conferite nei depositi adatti,  gioiosamente persuasi che gli sconfitti e i marginali  la loro condizione se la meritano perchè non sanno adattarsi, non accettano i diktat  di appartenenza al consorzio civile, estranei al mondo intorno, stato favorito dalla momentanea permanenza in una arcadia sopportabile in quanto provvisoria che risparmia grazie all’assenza di tacche dall’irruzione di guerre e carestie remote, ma che di tanto in tanto tentano di mettere di malumore gli interpreti della commedia umana intenti ai loro affari di cuore e denari.

Eh si quella è proprio una società come piace ai regimi, cui piacciono lo stato, i governi e la politica quando danno e per il resto sono invisibili, difensiva quando basta, coi suoi fondamenti “sani”: impresa, proprietà, risparmi, alleanze e complicità, coi ragazzi beneducati come piacciono a Serra, gli anziani saggi e autorevoli come piacciono al cavaliere e al re non abbastanza detronizzato, i parroci di campagna benedicenti, le cameriere affaccendate, i pescatori che danno le previsioni del tempo, il giardino bello e ben e del resto dell’isola chi se ne importa, tanto è fuori dal cancello.

È  una società di soli che di tanto in tanto si incrociano per poi tornare alle proprie solitudini gradite perchè autorizzano a vivere nell’accidia, nell’ingeneroso isolamento, della sfiduciata diffidenza.

Eh certo, mica tutti sono Scola o Allen o Bergman,  e mica tutti sanno guardare con affetto e amicizia a famiglie nelle quali ci si sceglie anche perché non ci si assomiglia, per curiosità, per passione, per voglia di scoperta, per parlarsi e ascoltarsi  e sentire  da compagni,  insieme con quelli con i quali si divide il pane e si sognano gli stessi sogni.

 

 

 

 

 

 


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