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Le nozze d’oro del Divorzio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A poche cose ci si abitua subito come alle conquiste raggiunte da altri prima di noi e senza la nostra partecipazione. Diritti per i quali tanti hanno patito, sono morti, sono stati emarginati e perseguitati diventano come un arto del quale ci accorgiamo solo quando ci duole.

O almeno succedeva così perché da anni ha avuto la meglio una ideologia della rinuncia in virtù della quale sono doverose l’abdicazione e la cessione di prerogative come contrappasso per aver avuto troppo, o anche, in tempi recentissimi, la riduzione di libertà in cambio del bene supremo della salute.

Così pare abbia vinto chi ci vuol fare credere che alcune vittorie sofferte siano talmente inalienabili e consolidate che si può limitare l’opera di manutenzione, che si può riporle nell’archivio del secolo breve con la necessaria naftalina dell’oblio mentre ci si impegna per altre “aggiuntive”, che concernono sfere più personali e individuali.

Oggi togliamo le palline di canfora dal divorzio in occasione del cinquantenario, dopo anni nei quali sono diventati terreni di negoziato altri matrimoni o succedanei del sacro vincolo, altre forme di riconoscimento giuridico di un sodalizio affettivo, tanto che quella legge, della quale si è assunta la paternità o maternità un movimento-partito che ha fatto la sua fortuna con un emancipazionismo senza lotta di classe,  promossa invece da un partito di tradizione laica  e socialista, sembra il risultato di un naturale evolversi dei tempi, un obiettivo di carattere culturale.

Perché in pochi ricordano che battaglia sia stata contro stereotipi che non avevano soltanto una connotazione  “sociale”, mettendo in discussione il concetto di famiglia, la subalternità e gregarietà del ruolo femminile contro la concezione patriarcale di quello maschile, la tutela dei minori,  il contributo delle mogli alla costruzione dei fondamenti economici e culturali del consorzio famigliare, i valori del mutuo soccorso che traducono un legame in vincolo d’amore e senza i quali diventa una galera nella quale si è costretti a coabitare per ragioni di censo, reputazione o economiche.

Ecco a distanza di 50 anni e di questi tempi c’è da chiedersi se quella battaglia, oggi, la si vincerebbe come allora a come 4 anni dopo con un referendum popolare confermativo.

Oggi che sembra sia scemato quel “bisogno di diritti” dei quali ha tanto scritto Stefano Rodotà, visto che accettiamo vengano sottoposti a gerarchie e graduatorie.

Oggi che, per via di un incidente della storia che ha assunto un carattere di emergenza per via di una crisi creata e alimenta per adottare e applicare un ordine mondiale basato sulle disuguaglianze e la repressione, veniamo ammaestrati a isolarci in un lodevole solipsismo, a venir meno ai patti generazionali, di cura e gratitudine nei confronti di genitori e nonni.

Oggi  che per alcune minoranze il riscatto  sembra limitarsi al riconoscimento di status giuridico  o nella celebrazione di rituali conformisti e consumisti con confetti e liste di nozze.

Oggi che alle coppie eterosessuali che non li desiderano, quel riconoscimento è negato, che tanto possono sposarsi come tutti. Oggi, soprattutto, che il matrimonio è un lusso per pochi, per carenza di un reddito che consenta autonomia dal nucleo famigliare di origine, di alloggi, di garanzie, quelle che negano la procreazione e la genitorialità matura e consapevole.

Oggi che, infine, si sta insieme per dividere le spese, perché separarsi è uno sfoggio di sfarzo proibito, perché l’amore extraconiugale, peraltro malvisto dagli epidemiologici, è una licenza sopportabile solo se resta nella clandestinità, magari conosciuta ma tollerata dall’offeso/a  per motivi “aziendali” o per reciprocità.    

E oggi che il bisogno porta a disconoscere la parità di diritti e di dignità di uomo e donna e dei coniugi, se uno dei due, lei abitualmente, è costretta concretamente e moralmente alla rinuncia di talento e vocazione professionale, in vista di una disparità di trattamento economico tra sessi che continua a sussistere, se quindi a uno dei due, lei abitualmente,  viene concessa l’illusione convenzionale di poter scegliere tra lavoro e famiglia, quando in realtà come a conferma di un destino biologico e etico è richiesta la sua totale abnegazione in sostituzione di servizi sociali, se ancora di più uno dei due, lei abitualmente, “gode” recentemente dell’opportunità di svolgere le funzioni poliedriche di cura della casa, dei figli, degli anziani, del marito, quello della riproduzione e insieme quello della produzione, grazie a part time molto incentivate moralmente e poco commercialmente, grazie al lavoro agile, che, perfino il giornale di Confindustria lo denuncia, penalizza le lavoratrici.

D’altra parte anche questo fa parte della strategia messa in atto per nobilitare le mansioni e i ruoli servili dando loro un significato redentivo e edificante nella famiglia  e nella società.

Tanto che in nove mesi funzioni penalizzate e mortificate hanno vissuto una temporanea apoteosi in qualità di “essenzialità” civile, come incarnazione di spirito di servizio e dunque condanna all’abnegazione e al sacrificio, comprese le donne, custodi del focolare nel quale siamo costretti a stare per amor nostro e degli altri, grazie alla tuta o divisa cucita addosso da un potere maschio, bianco, padrone e padre, che se  il modo di produzione avvantaggia i capitalisti, il modo “domestico” va a beneficio dei maschi.

Da anni ormai si sta recuperando la triade un tempo oggetto di triplice culto quasi alla pari, Dio, Patria e Famiglia, con tutte le sfumature del caso: divinità promosse alla fede monoteista come il Mercato, Stato nella sua funzione di assistenzialismo di chi ha già e aspira ad avere di più o di severo irrogatore di pene, sanzioni, il più possibile discriminatrici e arbitrarie, aziende domestiche cui viene attribuito l’incarico di conservare e trasmettere valori, quell’ideologia e del pensiero unico e valute, quei risparmi che hanno finora costituito l’edificio sussidiario su cui si è tenuta in piedi la società.

Si tratta di concetti dai quali è stata estrapolata qualsiasi componente emotiva, sentimentale, affettiva e  dunque sociale. La religione ha stabilito il primato della carità sulla solidarietà, riducendo i messaggi d’Amore alla pietas che accomuna le dame di San Vincenzo e Soros, la revisione della teologia della liberazione per modernizzarla e adattarla al dinamismo dello Ior e del Cardinale Becciu. E la Famiglia si è uniformata alle regole dettate dal marketing, dalla mercificazione di lavoro, corpi, aspettative, desideri, come un’azienda sofferente e considerata parassitaria, è vero, ma utile al mantenimento dello status quo.

A distanza di 50 anni sorprende come un prodigio che poco più di un ventennio dopo la sua adozione, la Costituzione avesse ripreso allora vita risorgendo dall’imbalsamazione già avviata,  offrendo il modo al legislatore di dare concretezza ai bisogni etici, spirituali e affettivi delle persone comuni, modificando la gerarchia delle fonti giuridiche (per il Diritto l’amore non esiste, nel codice la parola non compare mai, segno di una insofferenza forse reciproca, di un’astrazione formale della regola giuridica che la rende remota dai cittadini), e ponendola al di sopra di tutte le altre, e di quelle confessionali, delle quali finalmente si contestavano il primato temporale e l’egemonia usurpata.

È stato un momento luminoso, spento dai “fantasmi della libertà” che, già dopo Piazza Fontana e prima del rapimento Moro, erano intenti a tacitare il dissenso, a reprimere le azioni di lotta dei lavoratori e a far intendere che il benessere capitalistico comprendesse la conquista e la tutela dei diritti, quando  le licenze concesse dalle oligarchie costituiscono un ostacolo e una potenziale minaccia per tutte le libertà.  

Non era bastato il ’68  a mettere in luce la qualità  apocalittica e rivoluzionaria  delle relazioni affettive nell’organizzazione sociale, a contestare il diritto nella sua veste di  strumento di disciplinamento delle relazioni sentimentali che non lascia spazio all’amore.

Non è a tutt’oggi bastato il femminismo a mostrare come il rapporto di coppia, alla faccia delle riforme del diritto di famiglia,  sia stato  ed è riconosciuto in funzione di qualcosa che non ha nulla a che vedere con i sentimenti: la stabilità sociale, la procreazione, la prosecuzione della specie, la superiorità di un sesso sull’altro anche secondo un modello che stabilisce la proprietà e sancisce il “possesso” come romantica variabile dell’eros ma pure del bilancio familiare, secondo  un format oggi in grande recupero grazie a quella logica di disciplinamento delle pulsioni, che combina regole sanitarie e leggi di mercato, avvertite come leggi di natura immodificabili, tutte assimilate ai cosiddetti “valori non negoziabili” a quei “temi eticamente sensibili”, che comprendono la salute diventata l’unico diritto superiore, la “produttività” e dunque il profitto che ne deriva.

Si, c’è davvero da chiedersi come utile esercizio civile, se il Paese oggi sopporterebbe quel benefico urto  ai tabù catto-togliattiani oggi ripresi da fermenti che invece di rappresentare i margini, le periferie oltraggiate e umiliate, testimoniano della istanza di tutela dei privilegi dell’establishment. È probabile di no, se invece sopporta di buon grado il distanziamento sociale.      


Un Papa radical chic

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Gli omosessuali sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo”. Poche parole estrapolate da una intervista contenuta nel docufilm “Francesco“ di Evgeny Afineevsky, hanno suscitato  unanime giubilo, soprattutto in laici e agnostici che, in attesa di tardive conversioni da conseguire come l’ultimo successo editoriale una volta giunti allo status di venerabili maestri,  si guardano intorno alla ricerca di oggetti di idolatria politicamente corretta.

E grande esultanza si è registrata anche per un’altra dichiarazione molto riportata dai giornali:   Ciò che dobbiamo creare è una legge di convivenza civile. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

A questo pontefice piace vincere facile: in Italia la legge  invocata è già stata approvata, quindi  non c’è stato bisogno di adontarsi per eventuali ingerenze nella vita democratica di un paese straniero, i cui tribunali non vengono riconosciuti nel caso del crimine di pedofilia in attesa di quello del Cielo.  E semmai il problema è che le condizioni economiche del Paese hanno reso i matrimoni e le convivenze un lusso per privilegiati, che possono permettersi una casa, nella quale, privilegio ancora più esclusivo, mettere al mondo una prole.

E lo dimostra anche  una telefonata opportunamente ripresa nel film che il papa fa a una coppia di omosessuali italiani che gli avevano indirizzato una lettera, Andrea Rubera e Dario Di Gregorio, genitori orgogliosi di tre figli piccoli  grazie alla “gestazione per altri” avvenuta in Canada, e che lo avevano interpellato per “superare l’imbarazzo”  che provano  nel portare i bambini in parrocchia alle lezioni di catechismo. 

Pronta la risposta di Francesco: “ I bambini vanno accompagnati in parrocchia superando eventuali pregiudizi e vanno accolti come tutti gli altri”, per nulla imbarazzato, lui, dalle modalità contrattuali della felice surrogazione, visto che ormai i “prodotti” erano già confezionati e si trattava magari di tre contributi alla natalità   messa in pericolo da leggi che permettono l’aborto legale contrastato da volonterosi obiettori in grazia di Dio.

Quella grazia invece non spetta a chi chiede di morire con dignità, di mettere fine a una esistenza ormai ridotta a dolore e umiliazione. Pochi giorni prima dell’edificante e compassionevole indulgenza plenaria in favore delle coppie omosessuali, era stato pubblicato  da parte della Congregazione della Dottrina della Fede, un lungo documento sull’eutanasia e il fine vita  redatto dall’organismo guidato dal  cardinal Luis Francisco Ladaria, uomo di fiducia di Francesco che lo ha scelto per succedere al tedesco Muller.

C’è ben poco di misericordioso nella requisitoria del  Samaratinus Bonus , che nega agli individui il diritto di decidere della propria vita e della propria morte,  permettendosi di compiere  scelte che la religione condanna come empie,  innaturali e delittuose tanto condannarle come crimini. Confermando l’approccio teocratico in virtù del quale le leggi divine devono tradursi in leggi dello stato, condizionandole e ostacolando qualsiasi  valore che non si uniformi alle interpretazioni che la chiesa dà di volta in volta dei suoi dogmi.

Fanno bene i vecchi irriducibili della laicità a non fidarsi se al deflagrare del caso Becciu c’è stato un affaccendarsi solerte di esegeti della enciclica “Fratelli tutti” sottoposta a ostensione in modo da creare un sapiente contrasto tra i misfatti speculativi del finanziere maneggione, prudentemente licenziato prima degli articoli di stampa sullo scandalo, e l’immaginetta votiva di un Papa che rifiuta le mollezze vaticane, incarnazione della chiesa dei poveri per i poveri e di una francescana ingenuità, tenuto all’oscuro di trame e intrighi orditi dai mariuoli che avevano avuto accesso alle segrete stanze a pure ai conti in banca personali del pontefice.

Non si tratterà di un documento programmatico dei un partito riformista europeo: il Pd guarderebbe alla bolla come a un volantino anarco-insurrezionalista meritevole di galera come i No-Tav, ma l’ecumenismo generalista dell’enciclica potrebbe rappresentare il manifesto temporale della nuova religione del politicamente corretto, con tutta la volonterosa cassetta degli attrezzi messi insieme in occasione della Dottrina sociale della Chiesa, modernizzati per accogliere i valori  antiglobalisti ma cosmopoliti,   antiindividualisti, antirazzisti, antinazionalisti, antisovranisti (fatta salva la “specialità” dei poteri autonomi del Vaticano),  antipopulista.

Il fatto è che chi si sente orfano della sinistra dovrebbe smettere di fare scouting alla ricerca di nuovi idoli e nuovi profeti. Il papa fa il papa e non è ragionevole aspettarsi il riscatto e la liberazione degli sfruttati dalla sua propaganda fide, che proprio come quei “fermenti” graditi e integrati nell’establishment si fermano alla superficie del contrasto al consumismo e non alla teocrazia del mercato, all’Impero del Denaro e non al capitalismo, da combattere con le armi della carità e della pietas e delle pari opportunità al posto della lotta di classe.  

E infatti riprendendo  un’affermazione già contenuta in Laudato si del 2015, reinterpreta il concetto di  proprietà“, per sottolineare quella che dovrebbe costituire la sua fertile vocazione: “la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”,    condizionando il  possesso (diritto secondario)    all’ipoteca del riconoscimento e soddisfacimento del  “diritto”  dei più svantaggiati,   diritto primario, quello,  che stabilisce la “destinazione universale dei beni “.  

Come a dire insomma che il nostro frigorifero in cucina sta alla pari con la cassaforte di Fca o Amazon, ugualmente obbligati ad amministrare i loro “beni”, a “valorizzarli” e restituirli in forma di benefici per tutti, purché, lo si ricordi, “senza alcun cedimento alla concezione e alla prassi comunista dei beni e del loro possesso, concezione e prassi in cui la persona e le comunità di persone vengono posposte e asservite allo Stato”.

Ci risiamo dunque con  la conferma di principi di solidarietà e fraternità  intesi come dovere morale individuale e collettivo e non come responsabilità personale e comune che può e deve esprimersi anche a livello istituzionale come doveri dello Stato, delle istituzioni, delle rappresentanze incaricate di garantire libertà dallo sfruttamento, così come di espressione, credo, inclinazioni, aspettative.

Si sa che la povertà culturale e morale dell’ideologia neoliberista esige il ripristino di vecchi miti e nuove narrazioni, per puntellare la mercificazione totale, così insieme a  teorie gender, diritti civili senza diritti sociali, emancipazione senza liberazione, fino alla triade tornata in auge: Patria (senza Stato sovrano), Famiglia(possibilmente arcobaleno e liquide) e Dio, quello capace di idealizzare e confezionare una falsa coscienza, quell’ombrello “etico” necessario a legittimare e “addomesticare”  l’ordine economico e sociale esistente in modo che sia accolto di buon grado e interiorizzato da chi lo subisce.

Ma non sarà che Francesco è rimasto l’ultimo radical chic?


Sacrestia Italia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La rivelazione della pia infamia ci ha colto di sorpresa, quando, grazie alla denuncia su un social di una signora di Roma, abbiamo scoperto che al cimitero Flaminio  esiste  una distesa di croci di legno, con su scritto col pennarello nomi di donna e numeri di registro, le generalità, cioè, delle donne che all’indomani dell’interruzione di gravidanza, hanno firmato un modulo che delega all’ospedale la procedura di “smaltimento” del feto

Il garante della privacy, e oggi la magistratura ordinaria, ha aperto una indagine: nessuna era a conoscenza della pratica di “sepoltura”, nessuno poteva immaginare che una  decisione presa nell’ambito di una legge dello stato, legale quindi, fornisse l’occasione per criminalizzare con tanto di nome e cognome un atto che scaturisce da una  dolorosa riflessione, da una scelta grave e motivata, legittimo quindi.

Però la sorpresa non è giustificata: nel 2012 la vice sindaco Sveva Belviso, primo cittadino Alemanno, apriva con una toccante cerimonia  il “Giardino degli angeli“, un’area di 600 metri quadri nel cimitero Laurentino dedicata alla sepoltura di quei bimbi che non sono mai venuti alla luce a causa di un aborto praticato ai sensi della legge tra la ventesima e la ventottesima settimana di gravidanza, un giardino, scriveva allora la compunta stampa locale, “ con camelie bianche e due statue in marmo raffiguranti angeli alati a vegliare sulle tombe dei ‘bambini mai nati’, un vero  inno alla vita“.

E un anno dopo a Firenze, sindaco Matteo Renzi, il consiglio comunale approva una delibera per la realizzazione, cito ancora, del “cimiterino dei prodotti dell’aborto e del concepimento”, passata a larga maggioranza grazie al caldo appoggio del Pd e caldeggiata con fervore dall’allora assessora ai Servizi Sociali e vicesindaca, legatissima al primo cittadino, avvocata e in questa veste legale dell’Istituto Diocesano.

Una breve ricognizione su Google, poi, dimostra l’esempio è stato largamente seguito grazie al dinamismo di movimenti per la vita mobilitati contro l’assassinio a norma di legge, associazioni, gruppi di pressioni e lobby, che tocca sempre dar ragione a Rosa Luxembourg che sosteneva che dietro a un dogma c’è sempre un affare. E dire che la possibilità di seppellire i feti di qualunque età gestazionale  è garantito da decenni da un decreto presidenziale: il dpr 10/09/90, che autorizza alla tumulazione chiunque si sente di farlo. Mentre non c’è legge o provvedimento che autorizzila più vergognosa e sordida delle propagande, con l’intento di criminalizzare, di lanciare anatemi e pubbliche condanne contro le donne, umiliando e offendendo la loro scelta meditata, che è libera solo perché tutelata da una legge dello Stato, ma che risponde a necessità dolorose e imposte da fattori sanitari, familiari, economici. Perché, bisogna ricordarlo, mettere al mondo una creatura malata o a rischio della madre, non potendole garantire un futuro dignitoso e felice è, quello si, un reato, commesso da un sistema sociale che seleziona i potenziali possessori del diritto a concedersi il lusso della procreazione.

Abbiamo proprio commesso una colpa, tutti, abbassando la vigilanza non soltanto sulla continua sospensione criminale di un diritto, il più infelice, ancora più di quello di scegliersi una morte dignitosa, attuata con i mezzi illegali e illegittimi del ricorso all’obiezione di coscienza, molto in uso negli ospedali pubblici a beneficio delle strutture private e abusive, ma sugli attentati che ogni giorno si compiono ai danni delle prerogative e delle garanzie  che fanno della sopravvivenza una esistenza piena e consapevole in ogni età.

E infatti proprio mentre le cronache si occupavano del  caso di Angelo Becciu, cardinale dimissionato da papa Francesco perché accusato di speculazione finanziaria e immobiliare e di aver distratto soldi per scopi personali dall’Obolo di San Pietro collettore di offerte e donazioni per le azioni sociali della Chiesa nei confronti dei poveri, il ministro della Salute coglieva l’occasione per nominare un altissimo prelato vaticano a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, quel Monsignor Vincenzo Paglia gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, e, tanto per non sbagliare, influentissimo consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio.   

Non è la prima volta che il ministro rivela le sue scarse difese immunitarie dal virus del ridicolo. Non bastava scegliere una autorità confessionale per gestire una commissione tecnica di carattere istituzionale,  non bastava selezionare un soggetto che ricopre funzioni strategiche in uno Stato straniero, toccava proprio mettergli nelle mani il dossier spinoso di un settore infiltrato da  opachi interessi privati, minacciato dalle pretese di “autonomia” di regioni nelle quali si è consumato l’eccidio degli anziani e che coltivano la pratica delle regalie e degli accreditamenti alle strutture sanitarie gestite dalla chiesa e dal suo personale, non sempre in cuffietta e abito talare, che non ce n’è bisogno.

Ogni tanto bisognerebbe togliere le ragnatele da certi frasi storiche: fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Mentre lascerei chiusa nei sussidiari “libera Chiesa in libero Stato”, perché via via che la sovranità statale, e popolare, è andata riducendosi non solo in economia, ma in tutti i settori della società, minando perfino le basi dell’autodeterminazione e dell’indipendenza di espressione, opinione, voto, culto, si sono invece rafforzati i “poteri”, compreso quello della religione maggioritaria.

Non c’è da stupirsi. Sarà vero che c’è una crisi delle vocazioni, sarà vero che le chiese sono vuote,  sarò vero che il capitalismo, e il consumismo, provvede alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le religioni,  ma il potere di influenza del cattolicesimo e della sua  concezione della società che condiziona la politica, l’informazione, lo spettacolo conserva una potenza formidabile, che infiltra scelte, comportamenti, discipline, contesti strategici e cruciali della cittadinanza: istruzione, contraccezione, aborto, assistenza agli anziani, eutanasia, salute. 

Ci voleva anche l’emergenza sanitaria, dopo quella “finanziaria” a  rafforzare la triade Dio, patria e famiglia, con tutta la genesi di rinascita dei buoni sentimenti, con la remissione dello spirito di rapina, dell’aggressività della competizione che, raccontano, farà superare il momento selvaggio dello sviluppo illimitato,  con  il recupero del senso di unità nazionale e  la rimonta incontrastabile del focolare domestico e dell’idealizzazione dei suoi angeli divisi con soddisfazione tra part time e cura dello sposo, della progenie e degli anziani superstiti.

Per dare un po’ di guazza all’antitesi colpa-espiazione ci si sono messi pure rituali apotropaici: amuchina all’ingresso come fosse l’acquasantiera, maledizioni e anatemi contro gli infedeli del Covid, esegesi bibliche del morbo in qualità di piaga – che poi erano dieci e non sette e chissà cosa ci attende, come punizione divina.

E tanto per chiarire che la laicità è un optional, un capriccio che non possiamo permetterci, perché sarebbe come voler difendere l’autonomia dei cittadini dalle pretese della chiesa alla pari del volerli tutelare da quelle dei padroni, delle banche, ogni giorno qualcuno ci indottrina sull’opportunità della rinuncia a diritti e libertà, in nome della necessità, in nome del benessere, in nome della salute, in nome della sicurezza e anche in nome del risarcimento cui potremo aspirare nell’aldilà perfino i più fervidi liberisti si improvvisano trinariciuti commentatori di Gramsci che aveva guardato all’egemonia del cattolicesimo come a un modello frutto della cultura popolare, che, ammoniscono,  oggi potrebbe salvarci dall’alienazione capitalistica, per non parlare del saccheggio interessato di Weber che considerava l’esperienza religiosa una «sfera vitale», profonda e decisiva.

Ma ancora più appassionato e dolente è il richiamo dei tanti che per descrivere e salvaguardare la nostra cifra identitaria, che poi sarebbe quella della democrazia occidentale, estrae dal cassettino della memoria “la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano e l’istituto della famiglia” (Galli della Loggia dixit), quello che viene rivendicato come fondamento insostituibile dell’Europa, che avrebbe la potenza di contrastare il rischioso e rinunciatario meticciato e quella allarmante supremazia islamica incompatibiel con la civiltà superiore e i suoi sistemi istituzionali, che offende e reprime le donne, impedisce e censura la libera espressione impone la sua mistica e la sua morale in forma di etica pubblica.

Insomma per garantirsi l’ammissione e la permanenza nella nostra civiltà superiore bisogno giustificarsi di essere agnostici, non-credenti e  laici, cui viene di fatto disconosciuta la pienezza della propria legittimità sui cosiddetti temi eticamente sensibili.

Non a caso, perché significherebbe porsi fuori dalle regole, della religione e del mercato, alle quali bisogna uniformarsi in veste di leggi di natura e che ormai hanno gli stessi obiettivi, se è evidente che alle gerarchie vaticane preme innanzitutto ottenere dal governo risorse finanziarie e strumenti legali per realizzare quella che ritengono la loro missione e la loro «battaglia per la verità» e «per la vita», proprio come ai governi e ai poteri secolari.

È talmente vero che l’imposizione dei dogmi e delle interpretazioni confessionali dei “fenomeni” ha talmente investito la scienza da diventare temi riconducibili a quella attrezzatura di verità dogmatiche  che hanno fondato  il cristianesimo (rivelazione, salvezza, incarnazione, redenzione), trattati come discorsi «antropologici» in aggiunta secolare di quelli teologici in modo da dare pienezza e poter imporre una dottrina, un messaggio, una “lezione” di parte come etica pubblica e sociale che deve necessariamente “informare” e impregnare le discipline scientifiche.

E’ talmente vero che questa concezione è entrata a far parte del bagaglio ideologico del neoliberismo con l’implicazione e connessione diretta   tra la dimensione della politica e quella della sfera strettamente biologica della vita.

È talmente vero che ci cascano tutti, non solo partiti e movimenti che cercano consenso in un elettorato assuefatto alle ingerenze e permeabile ai valori cristiani, la cui trasmissione è oggi affidata all’istruzione, alla sanità, all’assistenza e alla beneficenza “privata”, ma anche a quelli che in questi giorni, pur denunciando a gran voce l’offesa recata al dolore e alla dignità di tante donne, usano la  tremenda formula “bambino mai nato” che attribuisce a un embrione fecondato identità di persona, sottintendendo una volontà assassina nell’interrompere il formarsi di un essere umano.    


La donna? vale 40 centesimi

casalAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate di essere una barbona, invitata da una principessa a accedere alla sua persona perché vuole personalmente elargirvi l’elemosina, in modo da essere sicura che la spendiate oculatamente e ragionevolmente per migliorare e addirittura favorire il vostro riscatto dalla miseria materiale e morale.  E voi siete là, piene di timida gratitudine, con la mano tesa. Lei lascia cadere qualcosa sul vostro palmo, poi gira sui tacchi e se ne va. È allora che scoprite che non vi ha donato il nichelino che si  consegnava benevolmente alle scimmiette dell’uomo con l’organetto, e nemmeno un centesimo farlocco rivestito di rame, macché, quello che vi trovate tra le dita è il gettone per il carrello del supermercato.

Proprio come l’augusta peracottara della favoletta che ho confezionato per voi, la ministra della Famiglia e delle Pari Opportunità, di Italia Viva, ha annunciato esultante di aver lottato in vostro nome per inserire nel cosiddetto “Dl agosto” le risorse: una dotazione di  3 milioni di euro, per un fondo speciale, dedicato, sono le sue parole,  “alla promozione della formazione personale delle donne e in particolare alle casalinghe” e che  servirà ad attivare “percorsi volti a favorire l’acquisizione di nuove competenze e l’accesso a opportunità culturali e lavorative“.

Deve proprio costituire un caposaldo, un valore strategico del partito di appartenenza della Bonetti la sfrontata sicumera nel prendere per i fondelli: basta pensare alle sue illustri colleghe, dalla Boschi alla Bellanova. E guai se si  osa denunciare le loro schifiltose marachelle, le loro smorfiose empietà da Meninas di Velazquez che alzano l’orlo dell’abito di seta per non sporcarsi col nostro fango plebeo: si viene immediatamente arruolati nelle schiere riprovevoli dei sessisti, dei maschilisti e per di più disfattisti, che non sanno cogliere lo spirito di una misura equa e solidale destinata a  promuovere “l’empowerment femminile”.

Vorrei avere a disposizione un esercito di donne, casalinghe, casalinghe part time, lavoratrici e casalinghe, disoccupate e casalinghe, casalinghe e infermiere degli anziani di casa, casalinghe e docenti saltuarie della Dad, lavoratrici precarie e casalinghe – le combinazioni cominciano e essere infinite, che saprebbero bene dove ficcarlo quel gettone per il carrello, che, fatti due conti, ammonta a ben 40 centesimi a testa!

Eh si, 40 centesimi, tanto vale l’impegno del governo, che ha accolto e fatta sua la proposta della compunta beghina, per dare riposta concreta “alla necessità che l’autonomia personale delle donne sia sempre sostenuta, anche nei contesti domestici. Anche oggi affermiamo che l’Italia crede nelle donne, tutte, e scommette di loro, soprattutto ora che abbiamo l’opportunità di ripartire. Con le energie di tutti, donne e uomini insieme“.

Io ci credo eccome nelle donne, anche se qualcuna di loro mi provoca qualche tentennamento, come appunto la Bonetti,   che divide con Renzi l’idolatria per le stronzate fasulle purchè enunciate nello slang dell’impero, e la riconoscenza imperitura per la lezione morale dello scoutismo,  una  che per formazione e militanza sarebbe stata a pennello nei Family Day a fianco di Buttiglione, Formigoni, Casini, di Pillon e Gandolfini, e pure di Adinolfi, insieme a una pletora di divorziati, consumatori finali di congiungimenti mercenari anche con gli aborriti Lgbt, ipocriti inveterati che hanno piegato i dogmi della cristianità a una perenne propaganda elettorale, sempre in auge grazie a autorevoli adoratori in carica di Padre Pio e San Gennaro.

E dire che la signora  è Professore Associato di analisi matematica all’Università degli Studi di Milano, non una casalinga di Voghera, unica testimonial rimasta della categoria che in forma intermittente viene o dileggiata o celebrata, a seconda dei bisogni del mercato del lavoro e delle persone – merce, ma si vede che non le funzionava la calcolatrice sullo smartphone, quando si è compiaciuta del suo successo virtuoso e solidaristico, per quei 3 milioni che vogliono dire 40 centesimi. Che comunque andrebbero alle casalinghe autocertificate, quelle “pure”,  quelle che ce l’hanno scritto sulla carta d’identità, quelle che non hanno un reddito dichiarato e “dipendono” da qualcuno, quelle che con quella cifra dovrebbero cogliere l’occasione per affrancarsi da un ruolo subalterno.

Sono escluse dunque quelle del cottimo ulteriormente favorito dallo smartworking, quelle dei part time anomali senza ricevuta, e le partite Iva, già sufficientemente gratificate dalle elemosine dedicate  e spartite con cinque parlamentari, innumerevoli amministratori, notai, avvocati e altri liberi professionisti. E depennate quelle che non hanno ancora beccato un soldo della cassa integrazione, quelle della zona grigia nella quale si collocano le disoccupate che per stanchezza e frustrazione si sono estromesse dalle liste e pure quelle che percepiscono il reddito di cittadinanza che potrebbero anche avere l’opportunità di rendersi utili in qualità di braccianti.

40 centesimi, e per  stabilire come utilizzare in concreto quei soldi tocca attendere   un decreto del ministero delle Pari opportunità e della Famiglia da emanare entro la fine dell’anno, per evitare disdicevoli accaparramenti, indebiti illeciti e abusi, che si sa, non un vizio italiano che pare caratterizzi solo la massa, il popolino ignorante, riottoso e infantile, mentre ne sarebbe esente il ceto politico sempre intento a redimerlo, a guidarlo, a responsabilizzarlo, come fanno gli esploratori e le guide a lupetti  e coccinelle.

E cosa volevate aspettarvi dalla  Ministra che ha istituito la sua task force di notabili frugali, in doverosa quota rosa rispetto a quelle di Colao e Arcuri e in questa veste subito concessa, intitolata “Donne del Rinascimento”, tanto per non strafare,  e la cui attività si declinerà su cinque linee direttrici:   parità di genere, la responsabilità di progettare il futuro; lavoro, un nuovo paradigma femminile ed inclusivo; scienza, motore di un nuovo Rinascimento; solidarietà, investire per l’emancipazione di tutte; comunicazione: parole e immagini per generare un cambiamento, insomma tutta la paccottiglia della Leopolda combinata con il ciarpame vetusto prima di cominciare degli Stati Generali.

Chi potrebbe incarnare meglio di lei i miti fondativi dell’emancipazione “neoliberista – progressista”, che pensa che le disuguaglianze di genere si abbattano sostituendo meccanicamente  spregiudicati gaglioffi maschi con analogo  contingente di spregiudicate gaglioffe femmine, secondo quella mistica dell’ideologia del politicamente corretto che in maniera più o meno esplicita vuole ridurre la lotta di classe e il riscatto di sommersi e sfruttati alla graziosa contesa dei sessi, al fine di  ottenere “pari opportunità di dominio” e  un’affermazione personale e individuale secondo i criteri della meritocrazia,  che ha deciso che a essere degne di successo e conquiste sociali siano quelle che partono avvantaggiate o si avvantaggiano con fidelizzazione, conformismo, obbedienza.

Per quello, come succedeva prima di Brunella Gasperini e  “Donna Moderna”,   quando c’era la piccola posta  di Donna Letizia e della Contessa Clara (ma ci metterei anche Aspesi), pure prima di Desperate Housewives, la maîtresse  à penser del Family Act, definita la “prima grande riforma per le politiche familiari” coi fichi secchi, che “mette al centro i bambini” defraudati ancora prima dell’approvazione del diritto all’istruzione e ai giochi coi coetanei, guarda con indulgenza caritatevole  alle donne di casa.

E’ comprensiva, bontà sua,  di certe loro velleitarie aspettative da appagare con la solita mancetta renziana, ridotta, come è giusto che sia, se va a  cittadini di serie B, e che al prezzo di mezzo caffè assicuri la desiderabile possibilità di accedere a qualche lavoretto alla spina, a pedalare proprio come negli anni ’60 sulla Singer, a organizzare vendite piramidali di fondo tinta tra le mura di casa, in modo che contribuiscano con l’esempio a plasmare generazioni future dedite a mansioni precarie, poco remunerate, ma molto specializzate. Perché si sa che solo quello assicura il minimo sindacale di riconoscimento, dopo l’eclissi dell’incarico “riproduttivo” poco eseguito  alla faccia delle politiche per la famiglia da quando è diventato  un lusso esclusivo.

Così la missionaria dell’ l’empowerment femminile raggiunge l’insperato risultato di essere più sessista dei maschilisti, aggiungendo il dolce disprezzo della privilegiata, dell’arrivata che ha spezzato il soffitto di cristallo a quello riservato tradizionalmente dai virilisti bipartisan agli angeli del focolare.

 

 

 

 

 


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