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Cattivi maestri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è stato facile in questi anni  offrire appoggio “sociale” a una categoria che non godeva di buona stampa. E dire che si trattava di lavoratori cui era affidato l’incarico più sensibile e delicato tra tutti, quello di accompagnare le nuove generazioni nel futuro, equipaggiandole del necessario perché talenti e aspettative potessero esprimersi e realizzarsi.

La letteratura sulla loro indole  parassitaria è stata accuratamente nutrita da un repertorio, ma non del tutto creato ad arte, di stereotipi: troppo mesi di vacanza, troppa gente che interpretava la docenza come   una scelta obbligata dopo che vocazioni e aspettative erano state frustrate, e poi troppe donne che così coniugavano gli obblighi famigliari col posto sicuro inanellando permessi, maternità, allattamenti, malattie dei pargoli, per non parlare del mercato nero delle ripetizioni, della preparazione carente e inadeguata alle nuove sfide della modernità.

Lo scopo evidente era quello di  minarne la reputazione per contribuire così alla demolizione della scuola pubblica. E basta considerare come stia concorrendo all’accreditamento e alla sostituzione della istruzione statale  con  quella privata l’incapacità dimostrata in otto mesi di fronteggiare una emergenza, giustificata dalle scelte del passato, impiegate come alibi da tutto il ceto dirigente  di tutti tempi, con scelte insensate e investimenti che fanno sospettare interessi opachi, con una comunicazione confusa e un rimpallo di colpe e responsabilità che hanno persuaso i genitori a investire in alternative apparentemente più efficienti e gli insegnanti a cercarsi collocazioni più sicure e remunerative.

La stessa cosa  si è verificata per il personale sanitario, oggi temporaneamente promosso al rango  esercito di eroi,  prima penalizzato da remunerazioni indegne, turni massacranti, carriere sottoposte a percorsi arbitrari, disagi legati ai tagli alle risorse destinate al settore, tutti accorgimenti studiati a tavolino per promuovere cliniche e clinici extra moenia e Stato, compresi gli obiettori a intermittenza, baciapile in ospedale e  mercanti in clinica.

Anche di loro si denunciavano, ed era legittimo, l’indifferenza al dolore come agli obblighi deontologici, certi aspetti dichiaratamente mercenari, gli errori dovuti a disattenzione o scarsa competenza, perché è più facile e immediato prendersela con un obiettivo vicino e identificabile piuttosto che con la lenta inesorabile morte delle università, con la consegna di ricerca e sperimentazione a enti  in carico alle case farmaceutiche, con stipendi umilianti e con l’applicazione  feroce  della morigerata austerità.

L’impresa ai difendere certe categorie era stata ardua, quella dei docenti in particolare.

È impervio stare dalla parte di una corporazione in conflitto con i suoi stessi interesse e la propria dignità, che si lascia imporre la “buona scuola” dopo anni di progressivo smantellamento dell’istituzione e del proprio incarico, che si dimostra obbediente all’imperativo di trasmettere valori sempre meno civili e culturali e sempre commerciali, per realizzare la distopia di una istruzione rivolta a formare generazioni di esecutori concentrati in una attività specialistica.

Proprio quella, che nelle attuali circostanze subisce le irrazionali imposizioni che si accaniscono contro docenti, alunni e famiglia, costretti a barcamenarsi nell’autoscontro tra banchi a rotelle di stabili insicuri promossi grazie a estemporanee sanificazioni, dove turnazioni scriteriate sostituiscono le necessarie assunzioni.

Una categoria la loro, autoreferenziale e poco partecipe di lotte comuni per il lavoro, il territorio, per un sapere  e una conoscenza che non sia solo al servizio  del mercato, del profitto e dell’esplicarsi delle qualità necessarie ad affermarsi come “classe dirigente”: competitività, arroganze, ambizione, spregiudicatezza.

A salvare l’immagine è stato qualche buon Maestro, spesso arruolato tra i Cattivi, figure ribelli o solo responsabili in una zona grigia, e molti soldatini che nei mesi della didattica a distanza si sono prodigati con inventiva e spirito di iniziativa e pure sacrificio economico, quando la banda larga e la digitalizzazione sono le radiose visioni delle Leopolde e delle task force di Arcuri e Colao.

Beh adesso è più difficile ancora, da quando gli insegnanti – sociologi, professionisti della percezione, statistici ci hanno fatto sapere essere lo zoccolo duro del riformismo sciacallo che ha devastato scuola e università, Berlinguer peggio della Moratti, Fedeli alla pari con Gelmini,  e lo si riscontra nei social,  interpretano con vigore e determinazione un risentito disappunto, fino all’anatema, nei confronti di altre categorie, cui riservano un altezzoso disprezzo per via dell’inferiorità culturale, accanendosi contro gli osti ma non contro Cracco, di una certa tendenza alla trasgressione in materia fiscale, rimuovendo pudicamente le profittevoli ripetizioni in nero, dell’indole venale, che pare colpisca malignamente quelli che non hanno uno stipendio sicuro.   

E d’altra parte è questo il principale successo degli autori dello stato di eccezione, l’incremento delle differenze, delle disuguaglianze  e delle gerarchie di chi ha diritto di stare al riparo e chi l’obbligo di esporsi, di chi ha doveri e chi si accontenta dell’unico diritto alla salute, retrocesso a sopravvivenza. E anche in quel caso c’è chi si merita la sopravvivenza con il pane garantito e chi invece, per aver omesso la ricevuta fiscale, per non aver fatto lo scontrino, non avere regolarizzato il cameriere bengalese o la commessa filippina, deve tacere e ringraziare il cielo se gli arriva, con comodo, qualche elemosina.

Si è formata così una forte e convinta “opposizione” ai virulenti moti di piazza, ai tumulti e alle indisciplinate sommosse sia pure con mascherina, subito arruolate a forza nelle compagini del Pappalardo, immediatamente catalogati come negazionisti, che solo per l’abuso sconsiderato del termine meriterebbero il licenziamento della scuola dell’obbligo.

Pare che chi non appartiene a ceti culturalmente e socialmente superiori, non possa investirsi dell’autorità morale e civile di difendersi e di farsi così carico di altri che patiscono  gli effetti di politiche scellerate di ieri e di oggi. E che per garantire l’ordine sanitario sia necessario riporre in attesa di tempi migliori anche l’articolo 17 della Costituzione, che sancisce il diritto di manifestare pubblicamente.

Da mesi sarebbe dimostrato che l’obbedienza è una virtù e farsene carico sono perfino quelli che in classe agli alunni avranno letto il priore di Barbiana, che la critica è un vizio che va represso per via dei pericoli di contagio,  che l’opposizione va sospesa ragionevolmente quando non può essere riconosciuta solo a Salvini e Meloni, in modo da ridurla a barzelletta oscena.

E quindi che anche la partecipazione democratica (l’abbiamo potuto esercitare solo per il referendum e le elezioni che avevano magicamente contenuto la drammatica “curva” dei positivi ) va obbligatoriamente interrotta per prodigarsi in favore del governo e dei suoi ministri alle prese con l’apocalisse.

Se è stupido  un governo che spende i soldi in bonus per biciclette e monopattini ma non potenzia i trasporti pubblici, non saranno stupidi i governati che si menano tra loro invece di costituire un blocco sociale forte e unito di sfruttati, umiliati ma non arresi? 


Teatri chiusi, ma la commedia continua

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mica vero che nessuno apprende la lezione della storia. Basta guardare al “personale” politico composto da ex alunni poco brillanti dei quali non si diceva: è intelligente ma potrebbe fare di più, scafati solo nel copiare i compiti e sfangare le interrogazioni dicendo è morta nonna, oggi di Covid. Loro appunto, per quanto  protervamente ignoranti, hanno resa attuale la famosa massima dei romani: divide et impera.

E difatti se guardate in giro sui social vedrete che mentre si sta passando dal morire di peste (evento improbabile)al morire di fame (eventualità ormai più plausibile ) vedrete che gli insegnanti scagliano il loro anatema sui liberi professionisti, i gestori di palestre insorgono contro gli albergatori, i baristi contro i commercianti, i librai contro i negozi di elettronica, i precari contro i garantiti, i giovani contro anziani, che è meglio se ne stiano a casa o si tolgano di torno  come si vuole non solo in Svizzera a guardare i dati della Lombardia e come suggerisce  madame Lagarde.

Con un novità recentissima, dopo decenni di indifferenza per il trattamento inflitto al personale sanitario (salari bassi, turni massacranti, superiori arroganti e dispotici), che spesso rispondeva alle umiliazioni e alle ingiustizie con prestazioni  altrettanto lesive della dignità dei pazienti,  dopo che nel giro del mese di marzo gli sfaticati  che dimenticavano in corsia i malati, non li lavavano, li mortificavano sono stati promossi e martiri e eroi, ecco che anche medici e infermieri sono diventati oggetto di polemiche velenose, per non aver dimostrato quel doveroso spirito di sacrificio e di abnegazione richiesto da quelli che seguono una “vocazione”.

Dopo otto mesi non si può più dire che il governo non abbia fatto nulla, questo risultato almeno l’ha ottenuto, grazie a misure che giustamente possono essere definite “impopolari” nel senso che vanno contro il popolo, prima criminalizzato poi diviso in modo che istinti di rancore e risentimento vengano rivolti come armi, gli uni contro gli altri.

Così dopo che per anni una delle  frasi più abusate in rete, la bellezza ci salverà, ecco che insieme al governo, si è creato uno schieramento di opinione   mobilitato contro gli addetti al  “culturame”: grazie all’impegno di rispettare l’ultimo diritto concesso, quello alla salute, quella che dovrebbe essere salvaguardata anche in ospedali e ambulatori e non solo in teatri, circhi, sale da concerto e cinematografiche, ritrovi e circoli, prioritario, superiore e infine sostitutivo degli altri, talmente inalienabili che possono essere sospesi, si rispolverano i riti del passato.

E sono gli stessi gli slogan: quelli di chi chi quando sente parlare di musei e biblioteche imbraccia il mitra, come qualcuno auspica si faccia anche per disperdere definitivamente manifestanti molesti, di chi ritiene che l’estetica sia una materia coltivata nei beauty center, da chi si è comprato, venduto e ricomprato e messo in liquidazione case editrici, giornali, per animare il mercato degli schiavi intellettuali “dei miei stivali”, come li redifinì in memoria del passato l’esule di Hammamet, in forza a Mediaset, Rai, che poi è la stessa bottega, Mondadori, Gedi e così via.

 Si è proprio adombrato il Franceschini, tanto da essere costretto a pubbliche rimostranze contro il variegato comparto dichiaratamente improduttivo e parassitario, che non ha capito la gravità della situazione, interpretando il Conte-pensiero che a sua volta testimonia il neoqualunquismo profilattico. E mostrando un grafico: “Guardate la curva dei positivi”, ringhia. “E’ una curva impressionante, bisognava intervenire subito, avevamo il dovere di intervenire subito“.  

Subito, è uno dei termini più abusati da ben otto mesi dal governo della tempestività, del necessario stato di eccezione, che ha scavalcato rappresentanza e parlamento, che ha deciso di essere mandato in terra a svolgere un ruolo pedagogico per indottrinare e ammaestrare sui valori della “responsabilità”, in regime di esclusiva delegati a un popolo riottoso e infantile. E infatti  il ministro ha  “l’impressione che non si sia percepita la gravità della crisi e che non si siano percepiti i rischi del contagio in questo momento”.

Ma come? Non era quello che voleva una mobilitazione di massa per vivificare tramite gite e escursioni l’inimitabile tessuto dei borghi invitati a valorizzarsi a suon di B&B, incoraggiato dalla sua esperienza personale di affittacamere? non era quello che premeva perché, magari evitando il passaggio davanti a San Marco tra l’altro ostacolato dall’abuso del Mose, riprendessero la navigazione le grandi navi dei corsari delle crociere? Non era quello che stringeva accordi per rilanciare il turismo, grazie a aiuti di stato alle grandi multinazionali alberghiere coi soldi della Cassa Depositi e Prestiti, quindi i nostri?

Gli mancheranno tante qualità ma la faccia di tolla, e infatti si chiede amareggiato “perché quando sono stati chiusi ugualmente cinema e teatri in massa non c’è stata questa ondata di protesta?”.

Desse ascolto alle proteste di piazza che inutilmente vengono tutte catalogate come irrazionali tumulti alimentati da agitatori professionisti della violenza, avrebbe le risposte che gli servono: che ci si illudeva che quel test non servisse solo a aspettare con aspettativa fideistica che il virus si stufasse di circolare in una pese governato da cialtroni o da incapaci o tutti e due, ma che  occorresse per gestire i durante e preparare il dopo.

Che fosse una ardua sospensione durante la quale si rafforzava il sistema sanitario investendo non solo sulle terapie “straordinarie”, ma sulla medicina territoriale e di base, avamposto indispensabile alla prevenzione, all’assistenza e alla cura, in modo che non fosse necessario cancellare una decina di milioni di accertamenti.

Che fosse una pesante rinuncia che consentiva però di utilizzare quel periodo per intervenire sulla mobilità e sui trasporti pubblici, magari adibendo i bus turistici, sono una paio di decine di magliaia, fermi insieme agli operatori del settore, come sui tempi del lavoro, con turnazioni e una concezione illuminata del lavoro agile.

Che bastasse per mettere in piedi una strategia di sostegno dei segmenti di popolazione più esposti e sofferenti, che non consistesse nell’elargizione arbitraria e discrezionale di elemosine.

Invece veniamo informati, cito il presidente del Consiglio, che tutte le misure messe in campo rispondono “alla necessità di tenere sotto controllo la curva dei contagi. Con lo smart working e il ricorso alla didattica a distanza nelle scuole secondarie di secondo grado, puntiamo a ridurre momenti di incontri e soprattutto l’afflusso nei mezzi di trasporto durante il giorno, perché sappiamo che è soprattutto lì che si creano affollamenti e quindi occasioni di contagio”.

E dunque che in otto mesi siamo al punto di partenza quando l’unica soluzione individuata era la chiusura di tutto quello che non era “essenziale”. Anzi, con una punta di involontaria comicità a fine ottobre, al n.16 o giù di lì della produzione di moduli di autocertificazione, dopo una campagna di criminalizzazione popolare che doveva persuadere a comportamenti virtuosi, quando i dati, le statistiche, le informazioni scientifiche si dimostravano contraddittorie e poco affidabili, Conte pubblicamente fa le affermazioni che sarebbero state autorizzate a marzo: “acquistare subito centinaia di nuovi mezzi pubblici è impossibile, per questo andava decongestionato il sistema del trasporto pubblico agendo su scuola e lavoro e altre occasioni di uscita come lo sono l’attività sportiva in palestre e piscine”.

C’è davvero da chiedersi sulla base di quali convinzioni concepite da un manicheismo confindustriale ci sono attività più essenziali dell’utenza di conoscenza, sapere, arte e cultura.

Con quali misuratori che non siano solo quelli del profitto mordi e fuggi, ci sono settori buoni, belli e utili e altri comparti superflui e “malsani” anche se sono state applicate proprio quelle misure e quegli accorgimenti ai quali tutti, salvo le industrie che da sempre sono restie a allinearsi a requisiti e criteri di sicurezza, almeno quanto i comuni e le aziende di servizio,  ci siamo adeguati?

Perché la frequentazione del Teatro Franco Parenti di Milano è considerata più insalubre dello stabilimento Amazon aperto ad Arzano in piena zona rossa, la pizzeria autorizzata diventa a rischio dopo le 18 a differenza, immaginiamo, della buvette di Montecitorio.

Perché oggi proprio come quasi otto mesi fa ci sono lavoratori che sono ricattati e costretti a “esporsi” in qualità di insostituibili servitori della collettività se producono mascherine e armamenti, se trasportano prodotti elettronici ma non i supplì e il riso al salto della rosticceria alle 19, quando da anni l’inamovibile ministro ci racconta che la destinazione turistica obbligatoria del Paese si fonda sulla nostra tradizione culinaria?

Sicchè i pochissimi viaggiatori per diporto o lavoro presenti sul territorio nazionale, indigeni o stranieri, alloggiati nelle stanze dei rari hotel in funzione, possono aspirare a nutrirsi la sera o andando dalle Cesarine in numero inferiore a quello prestabilito, pena la spiata del vicino, o alla mensa della Charitas?

Perché istruzione e “cultura” sono stati garantiti con interventi  provvidenziali solo per i beneficati da appalti opachi, senza mettere in sicurezza gli edifici e senza assicurare il numero di personale didattico, ma da mesi biblioteche, archivi e musei non sono accessibili a  pubblico e studiosi?

E perché la responsabilità è diventata un onere della gente, cui in quel caso viene restituito il marchio di società civile, ma non dei suoi rappresentanti? E se vi consolate pensando che anche loro sono gli uni contro gli altri, Calenda contro Raggi, Zingaretti contro Renzi, tutti contro Salvini, beh non illudetevi, la ritrovano subito l’unità, loro, che fanno pace per farci la guerra.


Il brand dell’oltraggio

uffiziAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo all’ineffabile Nardella il rovesciamento delle elementari regole del mercato e della pubblicità, quando ringrazia l’influencer, “divinità contemporanea nell’era dei social” per migliaia di follower, che ha affittato a prezzo di favore gli Uffizi (museo statale mantenuto con i soldi dei contribuenti)  come location del suo schooting per Vogue, in qualità di ambita supporter della “nostra cultura”, manco dovessimo ringraziarla del favore che ci ha fatto propagandando e valorizzando indirettamente Firenze, l’Italia e,  in veste di zelanti figuranti muti, Venere, Giuditta, Federico da Montefeltro, la Maddalena. E anche  la Velata, la stessa opera che doveva seguire Renzi in un giro di propaganda e essere esposta come testimonial della sua conoscenza del patrimonio artistico della città del Giglio, alla pari con i ciceroni abusivi, nella hall degli hotel toccati dal tour.

L’uomo non è nuovo a certe iniziative di merchandising del patrimonio artistico della città che governa, eterno n.2 dopo il sindaco n.1 che esigeva che, dietro una tappezzeria del salone dei Cinquecento dove  campeggiava la sua scrivania in caso di visite prestigiose,  venisse miracolosamente scoperto e rivelato al mondo e rivelato al mondo un immortale affresco di Leonardo.

Si,  Renzi, lo stesso  che voleva edificare durante la sua era la facciata della basilica laurenziana lasciata incompiuta 500 anni prima secondo il progetto di Michelangelo, quello che indiceva la caccia alle ossa della Gioconda in occasione della svendita al National Geographic del Pacchetto Leonardo e così via, tutte iniziative pensate nell’ambito di una strategia ideata “per far conoscere Firenze”, sempre lui, quello che aveva messo nel CdA del Gabinetto Vieusseux il suo fidatissimo gestore dei parcheggi cittadini, quello che ha seppellito il Maggio fiorentino, ma stanziato quasi 2 milioni per un Luna Park intitolato Genio Fiorentino, poi replicato oltre atlantico  dal suo norcino di fiducia con tanto di guglie del Duomo tra i salami e le provole.

E il suo successore scrupolosamente ha seguito la stessa strada, affittando Ponte Vecchio per le convention aziendali, Santa Maria dei Miracoli per fastosi matrimoni, lanciando invettive contro il personale addetto ai musei proprio come il Sindaco degli italiani: “non lasceremo la cultura ostaggio dei sindacati”, ebbe a dire. Tiene chiusi i  musei, tutti gestiti in regime di monopolio da una  associazione, Muse che fa capo a un buon amico e ex socio di papà Renzi, salvo quelli aperti in casi eccezionali appunto, per ricattare il governo in modo da far ripianare il bilancio comunale orbato della tassa di soggiorno assicurata fino al Covid dallo sfruttamento intensivo della mission esclusivamente turistica della città.

Lo stesso vale per Venezia dove non si sa quando e se riapriranno i Musei Civici il cui personale è in cassa integrazione da 4 mesi, S.racusa, la città dove il Teatro Greco era stato invece messo a disposizione come circuito dove far rombare le Ferrari.

Qualche giorno fa la Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte ha inviato una lettera accorata al Ministro Franceschini, quello, per restare nello slang  dell’advertising al servizio del “Parco tematico Italia”, della campagna Very Bello.

Denunciano  che mentre si vanno riaprendo discoteche, stabilimenti balneari, esercizi commerciali, sale per il Bingo, restano chiuse università, biblioteche e archivi, anche grazie all’insensata prescrizione  dell’Istituto della Patologia del Libro che ha raccomandato una quarantena sanitaria di 10 giorni per ogni libro eventualmente consultato.

Pare che il ministro sia rimasto in un silenzio assordante almeno quanto quello che ha accompagnato il decreto per la Semplificazione  che realizza la distopia berlusconiana istituendo il silenzio/assenso per i progetti che devono essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e un alleggerimento delle procedure    delle norme di appalto inteso alla demolizione del sistema della sorveglianza e dei controlli tecnico-scientifici e finanziari, esautorando – finalmente! direbbe Renzi – i sacerdoti del non-fare e i professoroni delle sovrintendenze, la genia più odiata dai riformisti insieme ai costituzionalisti vivi, che quelli morti erano stati tutti arruolati in occasione del referendum per fortuna perso.

E dire che per giorni gli opinionisti ci hanno elargito le loro delicate riflessioni sul bello del lockdown (per carità la valorizzazione di marca Pd e Italia Viva della nostra bella lingua sciacquata in Arno non permette di usare il termine nostrano  “confinamento”), che avrebbe riavvicinato la popolazione distratta alla lettura, alla contemplazione, alla musica colta, sicché, arricchita, avrebbe poi voluto proseguire in quel bagno culturale, andando in visita a chiesette romite, a raccolte d’arte, frequentando i negletti cine d’essai e le trascurate sale da concerto.

Come si può capire, non verremo messi alla prova dalla crisi generale, quella del prima, del durante, e la peggio, quella del  dopo: l’importante è essere sani e pare che per esserlo sia meglio coltivare l’ignoranza che comporta un gradito adeguamento ai comandi, l’affiliazione nei ruoli dell’obbedienza e del conformismo, l’anatema lanciato contro la critica e l’obiezione di coscienza dalle energiche indicazioni che vengono dall’alto e da fuori.

Ci pensa anche l’Europa subito prima di “concordare” a modo suo, come venirci incontro, dandoci in prestito i soldi che versiamo in qualità di partner, condizionati a responsabili rinunce che ci garantirebbero l’appartenenza al consorzio comunitaria, sia pure da cattivi pagatori dei quali bisogna raddrizzare i costumi dissipati. E che taglia il budget dei fondi per la cultura e lo spettacolo di 6 miliardi, a fronte dell’analisi condotta da Kea European Affairs che fornisce una prima valutazione dell’impatto economico che la pandemia ha avuto sul settore culturale europeo.

Secondo le stime dell’agenzia  il settore avrebbe  perso nel secondo trimestre del 2020 fino all’80% del  fatturato per attività ricreative e prodotti culturali. Pare che solo la Germania abbia effettuato  un calcolo, secondo il quale la perdita ammonterebbe a quasi il 13% del fatturato annuo, mentre   stime meno precise parlano di un calo del 10% nel Regno Unito, del 6% in Francia e del 5% in Italia.

Ma è facile ipotizzare che i consumi continueranno a scendere nei prossimi mesi viste le restrizioni e gli obblighi che tengono lontani turisti e appassionati. Si sa già che il Rijksmuseum  di Amsterdam, che normalmente stacca almeno  12.000 biglietti al giorno, dall’8 giugno potrà accogliere soltanto 2.000 visitatori, che la Scala ridurrà il suo pubblico a 200 persone con una perdita fino a 50.000 euro al giorno e che secondo un’analisi dell’Unesco l’industria cinematografica ha un salasso globale di circa 7 miliardi di euro.

Alcuni governi centrali e locali stanno prendendo provvedimenti:  Parigi  ha stanziato 15 milioni di euro, Berlino ha creato un pacchetto di fondi da destinare alle imprese del settore e Amsterdam  fronteggia  l’emergenza con oltre 17 milioni, Barcellona invece ha adottato una serie di misure e incentivi destinati a rilanciare il tessuto cittadino grazie sovvenzioni, sgravi fiscali, esenzioni di affitto.

A volte invece c’è davvero da provare vergogna per conto terzi a vedere che cosa succede da noi. Dove le emergenze che si accumulano, quella economica, quella sanitaria, quella che riguarda il territorio  e il tessuto urbano delle città d’arte, vengono mantenute, promosse e incrementate con l’intento esplicito di determinare uno stato di abbandono e trascuratezza che chiama in causa, nel ruolo di salvatori e mecenati, i privati pronti a acquistare all’outlet immobili e siti, a accaparrarsi comodati utili a riposizionare aziende poco rispettabili o reputazioni compromesse, a offrire donazioni pelose  scaricabili dalle tasse, come dalla coscienza, di abusivisti e inquinatori.

Il fatto è che spesso i cialtroni che si sono arrampicati su qualche augusto scranno sono anche stupidi, accecati da ambizione o avidità. In un Paese che viene condannato ogni giorno di più a diventare un museo a cielo aperto, una Disneyland per il turismo confessionale, un albergo diffuso grazie alla occupazione militare del colosso dei B&B, si dimostra ogni girono un disprezzo totale per quello che gli stessi artefici dell’oltraggio hanno di volta in volta definito come i nostri giacimenti, le nostre miniere da sfruttare, il nostro petrolio.

Viviamo nel paradosso di un ministro, il peggiore che ci potesse capitare e ricapitare come una presenza irrinunciabile a sfavore della manutenzione e dell’offerta ai cittadini delle bellezze che sono state tramandate e vengono salvaguardate con le   tasse di chi le paga, che ha una sola idea in testa, lo sfruttamento turistico del Paese: la Sicilia trasformata in campo da golf, il Sud come Sharm el Scheik d’accordo con Farinetti e Briatore, canali e canaloni a Venezia per concedere il passaggio alternativo alle grandi navi, i borghi svuotati per far posto al circuito delle case vacanza, proprio come ha fatto con la magione ereditata convertita in  B&B,  tanto che alla “rielezione”  ottenuto di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente, duole dirlo,  divisi dal Conte 1.

E che non si perita di provvedere alla dissoluzione di quel patrimonio che dovrebbe come nel passato costituire l’attrattiva principale dei visitatori, quella ricchezza  artistica e creativa che da secoli fa parte dell’immaginario collettivo.

Adesso che la pandeconomia della semplificazione, della priorità attribuita ai cantieri del cemento, del biasimo punitivo riservato a ristoratori, come anche a tutti gli operatori dell’intrattenimento e dell’accoglienza, ha dato il colpo di grazia insieme al discredito dato a una nazione, dove se ci si ammala, locali o turisti, è preferibile evitare le strutture sanitarie, dove pare tornino buone le copertine dei settimanali tedeschi con la pistola sugli spaghetti aggiornata per collocarsi su vaccini e mascherine, dove un temporale estivo mette in ginocchio le capitali della  Magna Grecia, dove il sistema di difesa della città più speciale e vulnerabile del mondo, Venezia,  è diventato oggetto di satira e scherno globale, c’è proprio da chiedersi quale potenza di attrazione verrà esercitata per richiamare il mondo da noi. (segue)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I giorni di Superman

Look2Uno entra in macchina, si mette la cintura, deposita la chiave da qualche parte,  pigia il pulsante di accensione  e immediatamente parte la radio sintonizzata giorni prima su un canale Rai, quindi mentre fa manovra sente questo siparietto di cui non si conosce l’origine: apprende che nel 1938 ci sono due cattive notizie, ma per fortuna anche una buona. In quell’anno – spiega una garrula voce – Hitler assume il comando delle forze armate tedesche e in Italia vengono varate le leggi razziali, ma in compenso in America appare la prima storia di Superman. Lasciamo perdere il fatto che la questione del comando della Wehrmacht è una questione puramente formale e che magari occorreva citare l’invasione tedesca di Boemia e Moravia e la successiva conferenza di Monaco, ma ciò che colpisce  come un sasso  è l’incommensurabilità fra gli eventi, fra la tragedia che si affacciava sull’Europa e una striscia e fumetti.  In quell’anno tra l’altro furono significativamente pubblicate La Nausea di Sartre e la Cripta dei cappuccini di Joseph Roth che hanno molto più da dire sugli gli avvenimenti di un fumetto ispirato alla fantascienza più ingenua.

Ma si ha l’impressione che chi ha scritto o improvvisato il testo non sappia nemmeno di cosa stia parlando e rimbambito dalla infiorescenza micotica dei supereroi, espressione dell’imperial hollywoodiano oltreché della miseria intellettuale del presente,  interpreti il vagito dell’uomo di acciaio come un evento di cruciale importanza.  Potrebbe sembrare il frutto di qualche decerebrato ” all american”, esemplare umano che di certo non difetta alla Rai ed è invece espressione della cultura di un’intera generazione totalmente fumettara e filmica, comunque eterodiretta, che ha perso il senso di sé e della vita, che non riesce e non vuole andare oltre la celebrazione del proprio ego interpretando questa condizione di  prigionia culturale dentro il pensiero unico, come libertà. E per compensare l’ incapacità di rapportarsi agli altri, anzi di concepirli in senso sociale, si mette la maschera del finto buonismo, del politicamente corretto, dispensa buone intenzioni sui social, protesta contro l’odio e la violenza con odio e violenza verbale, mentre è disposto a qualsiasi cosa per la propria scalata sociale e per la propria visibilità dentro il gregge. L’unico vero peccato per l’egoismo coatto è non essere dentro la corrente, non essere trendy, di qualunque cosa si tratti, dell’ambiente o dell’ultima pastiglia in smercio, della cosiddetta democrazia come del fregiarsi di qualche intolleranza alimentare di fantasia, di essere cittadini del mondo non accorgendosi di non essere più cittadini, di vestirsi come si deve così come essere contro il mostro di turno. Sì, perché dentro tutto questo non senso è solo la presenza di un nemico indicato di volta in volta che può fungere da collante. che permette di appropriarsi di parole e illusioni che sono solo tatuaggi mentali o ancor meglio oggetti consumo da rinnovare come fossero cellulari.

Inutile dire che nessuno si interroga davvero sulla democrazia o sul fascismo o sul sovranismo o sul populismo: sono soltanto nomi, si tratta al massimo di emozioni e non di sentimenti, tanto meno di idee, perché è proprio il vuoto a creare un’insoddisfazione che per essere temporaneamente placata ha bisogno di oggetti, di funzioni – finzioni  sempre nuovi, di una circolarità che fa rimanere sempre allo stesso posto come la cavia che corre sulla ruota. Alla fine è solo la perpetuazione di questa condizione ciò che conta ed solo in questo contesto antropologico così bene espresso dalle sardine che si può arrivare a pensare che nel 1938 la bella notizia possa essere la prima uscita di Superman, soprattutto pensando che proprio il superomismo nelle sue varie forme è una tipica espressione narrativa del fascismo (qui ovviamente Nietzsche non c’entra nulla), sia pure nella sua forma proto liberista.  Quella comparsa era in realtà inquietante per il futuro quanto il presente di allora: non è un caso se in una storia comparsa nella primavera del 1940 l’uomo d’acciaio, già arruolato, cattura Hitler e Stalin ponendoli sullo stesso identico piano, cosa che 80 dopo verrà fatta dal parlamento europeo la cui fondamentale cultura è sovrapponibile a quella dei fumetti più popolari .


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