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I giorni di Superman

Look2Uno entra in macchina, si mette la cintura, deposita la chiave da qualche parte,  pigia il pulsante di accensione  e immediatamente parte la radio sintonizzata giorni prima su un canale Rai, quindi mentre fa manovra sente questo siparietto di cui non si conosce l’origine: apprende che nel 1938 ci sono due cattive notizie, ma per fortuna anche una buona. In quell’anno – spiega una garrula voce – Hitler assume il comando delle forze armate tedesche e in Italia vengono varate le leggi razziali, ma in compenso in America appare la prima storia di Superman. Lasciamo perdere il fatto che la questione del comando della Wehrmacht è una questione puramente formale e che magari occorreva citare l’invasione tedesca di Boemia e Moravia e la successiva conferenza di Monaco, ma ciò che colpisce  come un sasso  è l’incommensurabilità fra gli eventi, fra la tragedia che si affacciava sull’Europa e una striscia e fumetti.  In quell’anno tra l’altro furono significativamente pubblicate La Nausea di Sartre e la Cripta dei cappuccini di Joseph Roth che hanno molto più da dire sugli gli avvenimenti di un fumetto ispirato alla fantascienza più ingenua.

Ma si ha l’impressione che chi ha scritto o improvvisato il testo non sappia nemmeno di cosa stia parlando e rimbambito dalla infiorescenza micotica dei supereroi, espressione dell’imperial hollywoodiano oltreché della miseria intellettuale del presente,  interpreti il vagito dell’uomo di acciaio come un evento di cruciale importanza.  Potrebbe sembrare il frutto di qualche decerebrato ” all american”, esemplare umano che di certo non difetta alla Rai ed è invece espressione della cultura di un’intera generazione totalmente fumettara e filmica, comunque eterodiretta, che ha perso il senso di sé e della vita, che non riesce e non vuole andare oltre la celebrazione del proprio ego interpretando questa condizione di  prigionia culturale dentro il pensiero unico, come libertà. E per compensare l’ incapacità di rapportarsi agli altri, anzi di concepirli in senso sociale, si mette la maschera del finto buonismo, del politicamente corretto, dispensa buone intenzioni sui social, protesta contro l’odio e la violenza con odio e violenza verbale, mentre è disposto a qualsiasi cosa per la propria scalata sociale e per la propria visibilità dentro il gregge. L’unico vero peccato per l’egoismo coatto è non essere dentro la corrente, non essere trendy, di qualunque cosa si tratti, dell’ambiente o dell’ultima pastiglia in smercio, della cosiddetta democrazia come del fregiarsi di qualche intolleranza alimentare di fantasia, di essere cittadini del mondo non accorgendosi di non essere più cittadini, di vestirsi come si deve così come essere contro il mostro di turno. Sì, perché dentro tutto questo non senso è solo la presenza di un nemico indicato di volta in volta che può fungere da collante. che permette di appropriarsi di parole e illusioni che sono solo tatuaggi mentali o ancor meglio oggetti consumo da rinnovare come fossero cellulari.

Inutile dire che nessuno si interroga davvero sulla democrazia o sul fascismo o sul sovranismo o sul populismo: sono soltanto nomi, si tratta al massimo di emozioni e non di sentimenti, tanto meno di idee, perché è proprio il vuoto a creare un’insoddisfazione che per essere temporaneamente placata ha bisogno di oggetti, di funzioni – finzioni  sempre nuovi, di una circolarità che fa rimanere sempre allo stesso posto come la cavia che corre sulla ruota. Alla fine è solo la perpetuazione di questa condizione ciò che conta ed solo in questo contesto antropologico così bene espresso dalle sardine che si può arrivare a pensare che nel 1938 la bella notizia possa essere la prima uscita di Superman, soprattutto pensando che proprio il superomismo nelle sue varie forme è una tipica espressione narrativa del fascismo (qui ovviamente Nietzsche non c’entra nulla), sia pure nella sua forma proto liberista.  Quella comparsa era in realtà inquietante per il futuro quanto il presente di allora: non è un caso se in una storia comparsa nella primavera del 1940 l’uomo d’acciaio, già arruolato, cattura Hitler e Stalin ponendoli sullo stesso identico piano, cosa che 80 dopo verrà fatta dal parlamento europeo la cui fondamentale cultura è sovrapponibile a quella dei fumetti più popolari .


I liberi schiavi

imagesMi meraviglierebbe molto che questo Paese riuscisse ad evitare il declino e la rapina da parte dei potenti vicini attuata attraverso una serie di artifici istituzionali che mentre fanno riferimento al sovranazionalismo come espressione del globalismo neo liberista, si rivelano in realtà strumenti di saccheggio sia orientati in senso sociale che geografico. Difficile rovesciare il tavolo dei bari senza che vi siano culture di riferimento e tutto si rifugia in formule prive di senso, in correttezze o scorrettezze politiche, al ritualismo discorsivo. Per capirlo fino in fondo bisogna piuttosto badare ai lapsus freudiani, quelli che escono fuori quando l’attenzione si attenua e la concatenazione delle frasi fatte nella sintassi contemporanea prende il sopravvento.

L’altro giorno, per esempio, mi aggiravo nel maggiore sito italiano che riguarda la produzione cinematografica alla ricerca di qualcosa di decente da vedere quando incoccio in “Bangla”, opera prima, pressoché autobiografica  di tale  Phaim Bhuiyan, in realtà nato e vissuto a Torpignattara, che ovviamente affronta l’eterno problema   dell’incontro fra culture e diverse e leggo quanto si dice della trama: “Phaim è un giovane musulmano di origini bengalesi nato in Italia. Vive in famiglia a Torpignattara, lavora in un museo e suona in un gruppo. In occasione di un concerto incontra Asia. Tra i due scatta l’attrazione e Phaim dovrà cercare di capire come conciliare il suo amore con la prima regola dell’Islam: la castità prima del matrimonio”. Spero che anche scorrendo velocemente il testo abbiate avuto la sensazione di qualcosa che non funziona: la castità prima del matrimonio è qualcosa che non dovrebbe affatto costituire un problema di comprensione visto che anche la chiesa cattolica prescrive la medesima cosa e si può dire che per tutto il secolo scorso abbia combattuto la progressiva liberazione sessuale quasi quanto si sia adoperata per contrastare la liberazione sociale. Anzi proprio questa particolare restrizione della sessualità è un tratto caratteristico delle religioni così dette abramitiche. Dunque come è possibile che su questo vi sia contrasto? O piuttosto non è che il contrasto riguardi in realtà da una parte persone che in qualche modo si sentono ancora legate a un credo religioso e alle sue prescrizioni mentre altre sono completamente al di fuori da questa prospettiva ancorché fingano di dirsi cristiani? E anzi inscenino dei conflitti di civiltà senza conoscere né l’altro né se stessi, ma solo sulla base di automatismi emotivi.

Qui non mi interessa se siamo di fronte alla vacuità di un recensore o di una presentazione ufficiale, non voglio nemmeno sapere se si tratti di un film furbetto o che si muove sugli equivoci: voglio soltanto sottolineare che siamo allo scontro fra qualcosa e la mancanza di qualcosa nel senso che da una parte abbiamo un sistema di pensiero  per quanto possa sembraci arcaico, dall’altra un semplice adeguarsi al si fa e si dice dell’ambiente in cui si vive senza che su questo venga costruito un modo di vedere il mondo e se stessi, ma che costituisce solo un altro modo di essere desideranti. Dal momento che io sono vissuto in un periodo in cui la liberazione sessuale aveva un senso molto più ampio, come scardinamento dei rapporti di sottomissione ai modelli sociali, non posso fare a meno di notare che oggi la libertà sessuale naviga sulle acque di un banale edonismo che non scardina nulla, anche si incardina su un sistema che riconosce i diritti fondamentali solo su un piano puramente formale, quasi fosse una moneta di scambio. Il vecchio moralismo è quello che si insinua fra le trame di questo scambio e impedisce, tanto per fare un esempio attinente che in nessun film o serie o narrazione televisiva, da noi come nel resto del mondo occidentale, qualcuna interrompa la maternità, demonizzando come un peccato, peraltro senza ragione e coerenza, questa possibilità che prima faceva parte della liberazione.

C’è stata un’inversione di segno che sembra ricalcare antiche storie: man mano che i diritti sociali vengono meno, si allentano altri vincoli un po’ come accadeva per gli  schiavi liberi solo di fornicare e che oggi si concreta in nuove forme di schiavitù: ma questo avviene a tentoni senza  un visione del mondo  significativa, capace di andare al di là del semplice narcisismo personale. Si vive in un mondo di “non ” e di “post”, in un pensiero della mancanza. Non è un caso se i nuovi soggetti che dovrebbero essere i soggetti primari  di queste libertà, ossia le donne, gli omosessuali, i transessuali, i disabili,  gli “altri” e via dicendo non rivestono nessun ruolo chiave nell’attuale assetto sociale, rimanendo come oggetto ornamentale del nuovo ordine che ha rotto qualsiasi equilibrio tra capitale e lavoro. In due parole l’utopia dell’egoismo crea regole e norme dell’agire non inserite in alcun sistema coerente che consenta la riappropriazione di senso della propria stessa vita. Così, tanto per far riferimento ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx non solo  il lavoro non è più una cosa nostra, ma nemmeno il piacere. Ed è da questa  prospettiva che poi nascono gli equivoci come quello di vedere differenze che non esistono o esistono solo come contrasto tra affermazione di qualcosa e semplice negazione. 


Tortellini e crocifissi

EF35xssWsAEfTfpL’Italia derubata e presa a tradimento si dedica spesso a polemiche di lana caprina che di solito fermentano in un substrato magico e apotropaico che ormai funge da succedaneo per l’esistenza di un sé e di comunità atomizzate altrimenti affidate solo al consumo e non tenute assieme da un collante ideale. Così ciclicamente riesplode la polemica sui crocifissi posti nelle scuole, in ogni luogo pubblico e persino nei tribunali in palese violazione del principio costituzionale che prescrive la libertà di culto. Non si tratta affatto della sciocca preoccupazione di offendere un ateo, un maomettano, un ebreo un induista o qualunque altra fede, visto che stupirsi, e incuriosirsi o anche impaurirsi di fronte alla diversità è naturale, mentre offendersi è solo un’idiozia, ma perché la libertà di culto esclude appunto che esista una religione di Stato: l’amministrazione e la formazione  pubblica dovrebbero prescindere da riferimenti religiosi, anche se per caso il 100% degli italiani fosse davvero credente e non esclusivamente dedito alle pratiche di devozione spicciola o miracolistica.

Anzi se si fosse dei veri fedeli  la presenza di un simbolo sacro, adorativo e fonte di mistero  in luoghi estranei al culto o alla meditazione dovrebbe essere motivo di forte turbamento: non per nulla questa moltiplicazione di crocifissi non affonda affatto nella tradizione come si pensa, ma è in termini storici recentissima. Infatti solo dopo le vicende unitarie e la scomparsa dello stato della Chiesa divenne tratto distintivo degli ambienti catto – vaticani, ma l’impulso maggiore alla “crocifissione” generale ci fu sotto il fascismo, quando la religione cattolica assurse al ruolo di religione di Stato con quel Concordato sottoscritto dal mangiapreti Mussolini e nelle scuole comparve l’obbligo dell’istruzione religiosa. Anzi a dirla tutta si rimane di sasso considerando che quel trattato è rimasto in vigore fino agli anni ’80 in piena contraddizione con la Costituzione italiana e persino nella revisione operata al tempo di Craxi (a fare concordati si fa sempre una brutta fine) la separazione fra Stato e chiesa viene esplicitamente affrontata solo nei protocolli addizionali. Ma oggi la questione non riguarda la fede in sé, quanto il diffuso ateismo devoto che riconosce in alcuni simboli un succedaneo di valori altrimenti smarriti, è qualcosa di cui si dovrebbe occupare Levi Bruhl o De Martino piuttosto che la politica. Per questo è possibile che dal finto sacro si arrivi direttamente al profano più spicciolo facendo scoppiare una polemica bislacca persino sui alcuni chili di tortellini con carne di pollo ordinati dalla curia bolognese per la festa di San Petronio.  Non manca mai qualche idiota pronto a vedere anche queste vivande  una resa all’Islam e non un semplice atto di cortesia e in fondo una forza di trascinamento verso le nostre tradizioni culinarie: ma allora il maggiore centro islamico è insediato dalla  grande industria alimentare che sforna da decenni paste farcite mettendoci dentro qualsiasi cosa tranne che gli ingredienti tradizionali. La cosa è talmente conclamata che qualche commentatore si è persino sbagliato e ha parlato di  agnolotti invece che di tortellini. Orrore.

Dunque sappiamo adesso quali sono i veri valori dell’italianità da difendere: crocifissi plasticosi da mettere ovunque e ricette di tradizione, quando ormai solo pochissimi ne sanno qualcosa in merito e hanno un gusto affinato: immagino che la stessa incertezza che regna sulla vera ricetta del ragù alla bolognese, investa anche le verità di fede che quasi nessuno conosce, nemmeno a livello elementare. Dacci oggi il ragù quotidiano e non ci indurre in tentazione.  Mi chiedo allora perché  l’hamburger protestante o il cibo kosher non siano considerati alla stessa stregua di offensive presenze: forse perché fra tanta confusione rimane ancora viva la capacità di essere servili con i forti e prepotenti con i deboli. Anzi è l’unica cosa che realmente ispira in saecula saeculorum il peggio di questo Paese.

 

 


Uomini e topi

uomini e topiCiò che mi inquieta e mi illumina è la strana coincidenza tra la furbata di Renzi, uscito da Pd per afferrare le palle di Conte dopo averlo aizzato e illuso di aver fatto il colpo grosso e l’uscita per i tipi della Mondadori del libro di tale Giulia De Lellis, grandefratellista da parruccheria e  dicitur incapace di scrivere da sola una singola frase,  “Le corna stanno bene su tutto” in cui si racconta una banalissima e risaputa storia di futili tradimenti dietro le quinte della vacherie televisiva. Le due cose diventate immediatamente fulcro vuoi della rappresentazione politica che della grande editoria, restituiscono in tutto il suo  orrore il degrado del Paese, la guerra per bande di un ceto politico  diviso tra furbi e idioti, ma entrambi servi dei  poteri economici e poltronari senza vergogna, disposti a tutto pur di conservarsi la prebenda, anche quando sono stati eletti proprio per porre fine al mercato delle indulgenze. Ma anche di un popolo “piccolo” aggrappato come un mollusco allo scoglio delle proprie paure, a cui piace talmente guardare dal buco della serratura che quasi non ha vita propria, ma vita televisiva.

Ci meritiamo  pienamente Renzi e la De Lellis, le invereconde nullità pentastellate, l’opposizione sotto forma di Salvini o le alate parole del compiacione Cacciari, perché è proprio il degrado della cultura ad accompagnare come un’ombra di banco il degrado politico. Non abbiamo più poesia, la narrativa è ridotta ad operazioni editoriali, le ideologie diverse da quella che inconsapevolmente si professa, sono esorcizzate come male assoluto, la filosofia si è rifugiata nell’accademismo  più futile e auto referenziale, l’arte è divenuta showbusiness, la musica viene composta al computer o peggio ancora ad imitazione del computer ed è ormai solo una sorta di droga leggera che rievoca i ritmi placentari, il teatro vive del solo ricordo di se stesso, i musei sono divenuti dei mercati e i beni culturali sono offerti in leasing o marciscono. Tutto è diventato “instant”, frutto di suggestioni ed emozioni momentanee, ed è inevitabile che la politica la quale non è altro che la socializzazione del potere sia essa stessa travolta dall’asportazione chirurgica di senso critico e di prospettive, di tutto ciò che appunto non sia instant o dell’ultimo minuto: anche i cinque stelle non erano che un instant partito e Renzi un instant leader che oggi propone il partito divertente, la compagnia di giro che saluti le cosiddette tradizioni novecentesche e si trasformi in compagnia di spettacolo. Qui non è in questione la cultura dei singoli o il fatto che uno abbia letto Proust o Tomas Mann (anche se farebbe solo bene) o che conosca qualcosa di storia o di scienza, quanto meno del suo funzionamento e dei suoi metodi, e non è nemmeno il rapporto tra intellettuali e politica: è il fatto  è che manca la consapevolezza del presente e delle prospettive della sua trasformazione, è venuto meno un sistema di saperi per cui anche avendo lo spirito di lottare per qualcosa non si sa più per cosa lottare e tutto viene lasciato o all’improvvisazione o a un potere immutabile e invisibile contro il quale non si può fare nulla se non  sfruttare i pezzetti di formaggio sparsi per far meglio funzionare le trappole del pensiero unico. Siamo diventati topi politici

Non ci può essere alcun cambiamento reale se non c’è un cambiamento di idee e di paradigma che offra la capacità di uscire fuori  dal circuito dell’individualismo – egoismo – consumismo che come avrebbe detto Focault  plasma i desideri, i bisogni stessi degli
uomini e ne controlla il corpo e la mente. Abbiamo bisogno di qualcosa che risolidifichi la società attorno a delle idee di trasformazione che non siano futili o frivole e momentanee come miraggi. Finché rimarremo allo stato gassoso più che liquido non potremo che avere come fari nella notte i Renzi, i Conti, le De Lellis, i poltronari pentastellati  e il falsi e innocui profeti di ogni tipo, potremo avere solo illusioni e disillusioni non vittorie e nemmeno sconfitte.


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