Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ad ogni insediamento di un nuovo governo nelle redazioni succedeva quello che accade ogni anno con i Nobel: ricerca affannosa di biografie sulla Navicella, consultazione degli archivi polverosi della stampa locale con le gesta dei notabili in visita pastorale al collegio o con le citazioni tratte dall’agile volumetto con la raccolta di vibranti discorsi alla Camera o al Senato.

Il cimento peggiore era quando salivano al Colle per il  giuramento gli uomini nuovi, sconosciuti e non identificabili,  senza recare ancora  i segni del comando, così poteva succedere che per malaugurata omonimia si scambiasse l’immagine del neo incaricato dei Rapporti col Parlamento con la foto segnaletica del malvivente ricercato per truffa aggravata. Per fortuna è arrivato Wikipedia, e poi anche Dagospia  a facilitare la vita dei cronisti, combinando autobiografie agiografiche  con qualche incursione nel privato per condire il pastone con un po’ di pepe.

Mi verrebbe però da consigliare ai cittadini non più elettori, soprattutto nel caso di governi autocratici di tecnici selezionati oltre confine, di andare alle fonti in modo da capire subito a che razza padrina è affidato l’oggi nostro e il domani dei nostri figli, a che mezze figurine dobbiamo giurare fedeltà e obbedienza. Così sarebbero stati subito avvertiti di cosa si preparava per famiglie, docenti, alunni  nel caso del ministro “competente” per la Scuola, quel Patrizio Bianchi che imperversa protervamente  con esternazioni criptiche  e con stilemi sibillini  a proposito di una istruzione finalmente “vicina alle persone”, parte dei quali sono facilmente consultabili nel libro a sua firma Nello specchio della scuolae che saranno il riferimento ideale della Conferenza Nazionale della Scuola, annunciata per Novembre, nel segno della continuità con quella del 1990 indetta dall’allora ministro Sergio Mattarella.

In fondo bastava leggersi Wikipedia per convincersi che si può pensare tutto il male possibile di Draghi, ma come dottor Frankenstein non teme rivali: non ci fosse stato, l’avrebbe potuto inventare lui un ministro dell’istruzione su misura per la sua distruzione creativa, con quel curriculum: laureato in Scienze Politiche ma subito promosso economista grazie al patrocinio di Prodi, accademico che “si sporca le mani” audacemente,  facendo per dieci anni l’assessore alla formazione nelle giunte di Errani e Bonaccini. E poi, non bastasse, titolare della cattedra Unesco  in  Education, Growth and Equality,  direttore scientifico della Fondazione Internazionale Big Data e Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo Umano (IFAB), docente  presso l’Università telematica UniNettuno, patron del Big Data Technopole  di Bologna, vicepresidente della Commissione Intermediterranea (CIM)  delle Regioni periferiche e marittime,  coordinatore del  Patto per il lavoro per lo sviluppo dell’Emilia Romagna e  delle attività didattiche e la ricostruzione delle scuole dell’area colpita dal sisma del Centro Italia. Ah, dimenticavo, Commendatore della Repubblica e autore di innumerevoli saggi che gli hanno valso anche il premio Lincei nel 2015, che chissà come ha fatto a ricevere con tutto il da fare che ha e che ha avuto anche in qualità di autorevole coordinatore della task force allestita dall’Azzolina per la gestione dell’emergenza scolastica, incarico che ha abbandonato sdegnato perché la ministra non ha seguito le sue indicazioni.

Così adesso possiamo goderci i frutti della sua competenza combinata con l’esperienza sul campo: a cominciare dalla conferma che si tratta di uomo di mondo e che quindi, con il conforto degli amati studi economici, fa quotidianamente i conti con la prassi e dunque se si accontenta di un modesto miliardo stanziato dal Def  e che deve servire per tutto, dall’assunzione di più docenti di sostegno, all’ampliamento dell’offerta formativa, quello cui mira è il poderoso investimento previsto dal Pnrr che stanzia 31,9 miliardi per “l’istruzione e la ricerca” da spendere per asili nido,  scuole materne,  servizi di educazione e cura per l’infanzia, per  finanziare l’estensione del tempo pieno scolastico, per lo  sviluppo e il rafforzamento dell’istruzione professionalizzante e per quello  della diffusione di modelli innovativi per la ricerca di base da condurre in sinergia tra università e imprese, per la riforma e l’ampliamento dei dottorati, per la semplificazione delle procedure e l’abilitazione all’esercizio delle professioni,  per la semplificazione e velocizzazione (sic) dell’accesso al mondo del lavoro da parte dei laureati e per  la promozione di processi di reclutamento e di formazione degli insegnanti, volti anche a potenziare la filiera della ricerca e del trasferimento tecnologico.

Perché, sono parole sue, le scuole di domani dovranno essere  saranno innovative, con nuove aule didattiche e laboratori anche grazie alla trasformazione degli spazi scolastici affinché diventino connected learning environments adattabili, flessibili e digitali, con laboratori tecnologicamente avanzati e un processo di apprendimento orientato al lavoro con la creazione di laboratori per le professioni digitali.

Non manca nulla all’esposizione merceologica dell’usato sicuro neoliberista, collocato sugli scaffali dell’impero d’Occidente che ogni volta dimostra di essere fallato, taroccato, inutile, come conferma l’ennesimo fallimento della trovate geniali dei competenti, degli specialisti, ma in flop, alla prova dei fatti dei concorsi Stem 2021, dove si è potuta accertare l’inadeguatezza della preparazione dei candidati alle prese con le prove di matematica e di scienze e  tecnologie informatiche. Così abbiamo il riscontro che la prescrizione di percorsi di studio improntati alla “concretezza della vita vera”, ai principi della scuola azienda che addestra al lavoro, al sapere utilitaristico e all’esaltazione del merito mettono sul mercato “prodotti culturali finiti” che non solo non possiedono le basi elementari dell’istruzione, che non solo sono stati privati di capacità critica e attitudine alle scelte più adatte alle loro vocazioni, ma sono impreparati anche a raccogliere le “sfide del mercato”.

Hanno un bel dire i firmatari di un manifesto per la nuova scuola (Gustavo Zagrebelsky, Luciano Canfora, Salvatore Settis, Adriano Prosperi, Alessandro Barbero, Tomaso Montanari e altri) che richiamano alla necessità di superare un’idea di istruzione  incentrata sulla semplice acquisizione di “competenze”  e che applica a un ambito, quello scolastico, categorie nate in tutt’altro ambito, quello cioè dell’azienda e della produttività lavorativa, escludendo “la dimensione integralmente umana, centrale in tutti i processi lunghi e non lineari dell’apprendimento e della crescita”, quando il ministro chiamato a esprimersi sul rapporto tra cultura e diritto in uno di quei templi pieni di mercanti nel quale di capisce subito che dietro ogni dogma c’è un interesse profano, non torva di meglio che lamentare come i tagli cui siamo stati costretti dalla crisi economica, ci abbiano fatto mancare il gap tecnologico  e “perso il ciclo di adeguamento alle nuove tecnologie…. Così siamo arrivati nel 2020-21 totalmente disarmati di fronte a una emergenza, la pandemia, che ci obbligava a usare strumenti per i quali noi non eravamo attrezzati”.

Eh si, è proprio l’adattamento dell’animale ragazzo all’ambiente tecnologico la chiave per un’istruzione che, proprio come dicono i masterchef in tv, combini tradizione e innovazione, gnocchi alla romana e sushi, ideali comunitari e scommessa digitale, che, sono sempre parole di Bianchi, è più rapida di quella educativa e quindi bisogna inseguirla, in modo che la necessaria selezione tenga conto delle evoluzioni in atto esaltando il ruolo delle discipline Stem, che finalmente costringono a scendere “dai livelli della pura astrazione alla capacità di sperimentazione”, in modo  da realizzare il principio della “competenza” che, come noto, “è un Mix di capacità/abilità e conoscenza”.

Chi pensava che si fosse raggiunto il peggio assoluto con la Buona Scuola renziana, ultima involuzione in quel processo che ha visto come promotori alla pari la signora Moratti con le sue tre I (internet, Inglese e Impresa) e illuminati contro-riformisti in busta paga del progressismo liberista, da Berlinguer a De Mauro, tutti parimenti impegnati a indebolire la capacità di conoscenza dei cittadini allo scopo di colpire diritti, libertà e democrazia, adesso ha la rivelazione che c’è qualcuno che combina le visioni familistiche, pietistiche e “confessionali” della scuola degli affetti, più ecumenica che egualitaria,  con la ferocia di una visione nella quale il sapere deve essere limitato all’addestramento al lavoro esecutivo e all’indottrinamento ideologico, secondo un progetto mirabilmente e allegoricamente rappresentato dall’applicazione dell’istituto del “curriculum dello studente”, il documento di garanzia della qualità, durata e prezzo del prodotto che si mette sugli scaffali dell’outlet del capitale umano.

In modo da tesaurizzare, altro termine gradito al ministro,  le scuole e gli alunni in modo da rendere le une  attrattive e gli altri desiderabili,  facendo del diritto all’istruzione il dovere collettivo di  generare profitto per un ceto oligarchico,  verso obiettivi cui non servono fabbriche, campi, miniere, se non nelle remote province, ma movimentatori di merci, addetti alla logistica, traghettatori e ripetitori di informazioni e funzionari al servizio della produzione e circolazione di dati, un esercito globale di esecutori, variamente formati grazie a una alfabetizzazione elementare, a uno slang riferibile solo alla decrittazione di codici e algoritmi,  alla valorizzazione di specializzazioni talmente specifiche da ridursi  a un comando e a un gesto, come avviene già per i professionisti/soldati che premendo un tasto sganciano le loro bombe a migliaia di chilometri di distanza.