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Bar Baretta

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da trasecolare: Pier Paolo Baretta, candidato espresso dal Pd per la poltrona di sindaco di Venezia, esibisce come referenza significativa  nel suo sito di propaganda elettorale, che vale una visita non fosse altro che per  lo slogan C’è un altro modo, insieme,  una combinazione vintage di scoutismo e sardine, Veltroni e Zaccagnini,   e della cara antica e rimpianta ipocrisia della Dc e del politicamente corretto dei riformisti – i suoi natali nel sestiere  di Cannaregio.

Ciononostante ci ha fatto sapere che, in nome della stessa ragionevolezza che impone di completare la più poderosa macchina da corruzione creata in Italia, quel prodigio ingegneristico chiamato  Mose, che non ha salvato né salverà la Serenissima dalla furia del mare, ma ha garantito una beata sopravvivenza a una lunga lista di beneficiari di tutte le formazioni politiche, non si può realisticamente dire di No al passaggio delle Grandi Navi e alla breve sosta dei loro forzati, per gli innegabili benefici che portano all’economia cittadina e alla vocazione dell’intero Paese di diventare un luna park globale.

Così il brav’uomo – il compendio di soluzioni che immagina per la “sua” città gli meriterebbe il soprannome di “Banal Grande” appioppato a suo tempo a leader confindustriale cui oggi potremmo addirittura guardare con una certa nostalgia – dice di essere impegnato a esaminare lodevoli compromessi tra transiti alternativi con scavo e allargamento di canali, creazione visionaria di futuristi porti d‘altura, tutte ipotesi che prevedono la doverosa gratificazione  dei veri padroni di Venezia, Consorzio, nuova Agenzia “facciotuttoio” sostituta privatistica del Magistrato, cordate   del conflitto d’interesse occupate a scavare e riempire, dell’inquinamento e delle bonifiche.

Il fatto è che il tradimento da che mondo è mondo si sviluppa e declina in tanti modi, oggi addirittura più sfrontati da quando l’accesso e la circolazione delle informazioni lo rende più sfacciato e spudorato.

Basta pensare a politiche e ministre, che finiscono per legittimare il sondaggio sotto l’ombrellone dei leghisti che si sentono autorizzati per non aver mai espresso ministre dell’istruzione per evidente e incompatibilità, e che a misure e provvedimenti lesivi dei diritti dei lavoratori hanno  accompagnato il valore aggiunto della penalizzazione di genere.

Basta pensare a sindacalisti  che una volta dismessa la tuta, una volta abbandonati i solchi bagnati di servo sudor, si agitano a fare da relatori alle “riforme” di cui sopra, a spendersi per la cancellazione di garanzie e prerogative, come se abiura delle origini e della militanza diventasse una virtù del politico.

Basta pensare a pedagoghi e accademici che una volta saliti al soglio del dicastero di competenza, riescono a fondere impotenza a agire e onnipotenza a ipotizzare precetti in sfregio del diritto all’istruzione e in difesa della loro corporazione.

Basta pensare a cittadini esemplari, forgiati da battaglie per il territorio, che una volta alle prese con bilanci comunali e con le pressioni speculative, si parano dietro ai vincoli di spesa per motivare incapacità, inadeguatezza e assoggettamento a imposizioni private opache.  E mettiamoci anche personalità selezionate da cerchie intellettuali, professionali, tecniche (Venezia ne ha conosciuto un bell’esemplare) che alla prova dei fatti con schizzinosa solerzia vogliono dimostrare il loro disprezzo per elettori, sostenitori e concittadini, per il loro mediocri bisogni, per le loro miserie umane e per l’irriconoscenza per fatica che dimostrano nel condividere provvisoriamente  i loro meschini orizzonti campanilistici e provinciali.

Mica solo Grandi Navi, a ben vedere in tema di disconoscimento, rinuncia simbolica, eresia, il Baretta rivendica un talento speciale,  studente lavoratore (ma riconosciamogli di non ostentare un diploma di laurea mai conseguito) getta alle ortiche il proposito di laurearsi in Sociologia a Trento, sbocco formativo ideale di una cospicua frangia di giovani militanti cattolici, per lavorare brevemente in fabbrica come propedeutico fastidioso ma necessario a farsi accogliere nel ventre opimo della Cisl, dove “testimonia” per ben trent’anni nella lenta parabola discendente dell’organizzazione esemplarmente incarnata da Bonanni, contiguo anche per frequentazioni amichevoli al Sacconi di “siamo tutti nella stessa barca, imprenditori e lavoratori” . Tanto che si attribuisce alcuni successi che la dicono lunga sulla sua missione di rappresentanza e negoziale, a cominciare dalla “ristrutturazione” di Porto Marghera, una delle operazioni più ignominiose condotte ai danni degli operai, della città, dell’ambiente mai condotte e che ha messo il marchio del capitalismo più spregiudicato,  infetto e tossico su un sito industriale che non doveva nascere e che è stato fatto languire nel peggiore dei modi.

Dal 2008  il nostro ha rappresentato Venezia, cito, “sia da deputato che da Sottosegretario all’Economia, ruolo che tuttora ricopro, ho lavorato a diversi provvedimenti per la città e in particolare al rifinanziamento, dopo anni, della legge speciale…. Grazie all’apporto del governo che  è stato in questi 5 anni di 1 miliardo e 300 milioni”.

Trasferito giovani in terraferma, poi nella Capitale, per più alti destini, doveva essersi distratto o forse ci siamo distratti noi, fatto sta che abbiamo potuto godere del suo pudico silenzio, in mezzo al brusio mondiale sulla morte della sua città, in merito alla vicenda del Mose e agli scandali che l’accompagnano, a cominciare dalla sua accertata inutilità e dannosità, alla cacciata dei residenti dal centro storico, processo di gentrificazione che a Trento avrebbe potuto studiare con profitto, alle concessioni e svendite del patrimonio comune a dinastie e cordate private.

E vorrei ben vedere, perché il suo riserbo è stato rotto in accoppiata con Gasparri a tutela di una delle lobby più voraci e più intoccabili, quella dei gestori degli stabilimenti balneari che grazie a loro, oggi complice anche la pandeconomia del Covid che ha cancellato le spiagge libere,  hanno visto riconfermare i loro privilegi illegittimi.  

E dire che dopo sindaci arrivati a Venezia, che se li scaricavi a Piazzale Roma avevano bisogno del navigatore per giungere a destinazione a Ca’ Farsetti, sede storica del municipio, si poteva sperare in un candidato che avesse a cuore la sorte delle due città in una, quella insulare condannata a diventare museo a cielo aperto e quella di terraferma altrettanto destinata a appendice di servizio al sito turistico.

Invece … Ora vi domanderete perché dopo la conclusione forzata del mandato del sindaco Orsoni, espressione, c’è da sorridere per il paradosso, della virtuosa società civile, dopo l’esperienza a dir poco pittoresca di Brugnaro, il Pd candidi una figura scialba, sconosciuta ai più, catapultata in Laguna malgrado l’origine.

Presto detto, siamo all’ennesima applicazione del format Giachetti, la presentazioni di un improbabile più che impresentabile, senza programma se non l’esibizione di una lista di pensierini insignificanti, luoghi comuni dozzinali di quelli dei discorsi da bar, senza ideali e senza idee come è normale se si vuole riconfermare l’adesione cieca al sistema e alla sua ideologia, così è garantita la riconferma o il successo del competitor, che divide gli stessi interessi e le stesse aspettative, ma che si espone e viene sostenuto con maggiore audacia da chi ha capito che può trarre un bel po’ di profitto dalla “patata bollente”.


MoSE e gli adoratori del Vitello d’oro

mosAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si sta svolgendo in queste ore che quella che inappropriatamente, pare, è stata chiamata l’inaugurazione della formidabile opera ingegneristica cui è stata delegata la salvezza di Venezia dai marosi dell’Adriatico.

La toccante cerimonia sarà in “tono minore”, dedicata soprattutto a celebrare lo spirito di abnegazione di maestranze e dipendenti delle varie cordate e dei vari enti che si sono spesi per la sua realizzazione, e che saranno presenti orgogliosamente a fianco di autorità sobriamente compiaciute.

Niente di paragonabile insomma con ben altra liturgia celebrata in Palazzo Ducale nel 1986 a vent’anni dall’alluvione e a due dalla seconda Legge Speciale per la città, quando il presidente del consiglio Craxi sbarca in Laguna per annunciare che si sta dando il via a un progetto che risponderà “per grandezza alla gravità dei problemi della Serenissima, grazie ad “opere di tutela che verranno ultimate entro il 1995”.

Due anni dopo la promessa viene replicata dal vice presidente del Consiglio De Michelis, giunto in visita pastorale per inaugurare il prototipo delle dighe mobili, collocato sul canale di Treporti. Simbolo, proclama, del “successo del partito del fare contro quello del non fare”.

Fin troppo facile a tanti anni di distanza e a vedere quello che è successo, dire che quello è il monumento più che del Fare del Malaffare, intoccato perfino dai venti del ciclone di Mani Pulite dal quale uscirono quasi indenni non i leader sponsor politici dell’impresa,  (salvo l’ineffabile e inossidabile Prodi cui si deve  addirittura l’istituzione del Collegio di esperti internazionali  che “approva” l’opera)  ma i manager della cordate impegnate, da Baita a Mazzacurati (che nel 2014 avrà dal Consorzio del quale è stato presidente una liquidazione di 7 milioni a riconoscimento dell’encomiabile impegno) a Zamorani, a Scaramuzza, in sella fino alla seconda bufera, quella del 2013/2014.

Tutto era iniziato con l’acqua granda, anzi grandissima,del 1966, cui segue nel 1979 un’altra disastrosa mareggiata: in risposta alla mobilitazione internazionale nel 1980 il Ministero del Lavori Pubblici incarica una commissione di sette tecnici di studiare un progetto di regolazione del flussi di marea, che si concretizza in un primo studio di fattibilità dal nome “Progettone”, come i gelati maxi in ossequio al gigantismo di moda allora. E che infatti prevede un sistema di grandi paratie mobili.

Nasce così il Modulo Sperimentale Elettromeccanico, poi diventato MoSE approvato dal Consiglio comunale, dal comitato Tecnico Scientifico e dal Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, sia pure con qualche obiezione di quest’ultimo:  la principale controindicazione alla realizzazione dell’intervento pare risiedere proprio nella riduzione del ricambio  idrico che comprometterebbe la qualità e l’equilibrio delle acque lagunari.

Ma le osservazioni non fermano il “progresso”, anzi diventano l’occasione per avviare un’altra potente e muscolare iniziativa imprenditoriale, un piano, maxi anche quello, di disinquinamento della Laguna e della città consegnato fiduciosamente nelle mani di un Consorzio costituito da una cordate di imprese operanti nel settore impiantistico e dell’ingegneria civile, il cui presidente è l’intramontabile Luigi Zanda e il direttore è appunto Mazzacurati.

Appena costituito al nuovo soggetto vengono dati in concessione lavori i più svariati, subito  contestati, ma inutilmente, dalla Corte de Conti che ravvisa come l’affidamento di interventi di costruzione e gli incarichi di studio e sperimentazione che dovrebbero sovrintendere siano in evidente conflitto di interesse e diano luogo a un regime monopolistico in aperto contrasto con le leggi.

Macchè, trovato l’inganno, viene subito fatta la legge per autorizzarlo: nella seconda Legge Speciale per la Salvaguardia di Venezia viene inserita una norma che prevede la possibilità di affidare a un “soggetto unico” gli studi, la progettazione e le opere per la tutela di Venezia e della Laguna in deroga alla normativa sui lavori pubblici.

E il mostro giuridico viene così autorizzato a godere della pioggia di quattrini pubblici che a vario titolo cominciano a piovere sulla città: 600 miliardi di lire per il triennio 1984-1986 intanto, in attesa che altri fondi e altre decisioni vengano definite in capo al nuovo soggetto operativo, anche quello maxi: il Comitatone, che ha il compito di coordinare interventi, spese, e, soprattutto, gli affidamenti mediante concessioni in forma di trattativa privata a società, imprese, cooperative e i loro consorzi, sotto l’occhiuta vigilanza del Ministero del Lavori Pubblici.

Comincia cosi la maxi Pacchia per il malaffare e la corruzione a norma di legge. Nell’ottobre del 1994 il Consiglio Superiore del Lavori Pubblici dà il via al progetto esecutivo del MoSE, 78 paratie ( cassoni di ferro larghi 20 metri e ancorati col cemento in fondo al mare) collocate in serie per chiudere le tre bocche di porto in caso di acqua alta superiore al metro.

Il regime di monopolio è anche ideologico e tecnologico: qualsiasi alternativa viene demolita come inefficace a priori o visionaria, le osservazioni sull’impatto ambientale di una costruzione ingegneristica pesante che esercita una pressione poderosa e insensata su un equilibrio idrogeologico delicato e vulnerabile vengono liquidate come ubbie di anime belle che ostacolano il progresso, tanto che il parere negativo emesso dalla Commissione di valutazione di impatto del Ministero dell’Ambiente del 1998 viene bollato dal Comune, dal Governo e da esperti internazionali subito mobilitati e che, secondo i risultati di una inchiesta della magistratura, sono stati “rimborsati” per viaggi, soggiorno e pareri illuminati dal Consorzio,  come complotto disfattista teso a concorrere alla morte della Serenissima. Così nel 2000 il giudizio della Commissione Via viene annullato dal Tar per vizi procedurali.

È che nessuno prima o poi osa opporsi, dopo un iniziale ostilità anche il sindaco filosofo si chiude nel suo appartato eremo ideale dello Steinhof, impegnato a aprire le porte della città a altre cordate e dinastie imprenditoriali non meno invadenti, salvo qualche voce isolata, gli scienziati padovani, l’instancabile Andreina Zitelli, qualche giornalista che non si è messo in libro paga dei mecenati del cemento, che da anni persegue l’intento meritorio di denunciare quella combinazione di inadeguatezza tecnica, di megalomania, di affarismo, di corruzione, che persegue il disegno di fare soldi sul cadavere di una città da trasformare i museo a cielo aperto, spopolata dei suoi abitanti e dalle attività tradizionali per esaltare una pretesa vocazione turistica, tanto che le acque grandi che si sono susseguite mentre di giorno in giorno affiorava dai fanghi l’intreccio di incapacità e interessi opachi,  sono diventate un’attrattiva per turisti in attesa catartica dell’affondamento.

Risparmio ai miei lettori la citazione delle decine di post che il blog ha dedicato al tema, e che vertono tutti in un modo o nell’altro sulla “specialità” del modello di illegalità collaudato grazie a un’opera che ha divorato soldi pubblici, che fin dai primi interventi si è dimostrata inadeguata a contrastare fenomeni che via via sono mutati: eustatismo, bradisismo, cambiamento climatico e innalzamento dei mari, e che è diventata il format trasferibile da applicare a altri contesti criminali per approvvigionarsi di quattrini sporchi a norma di legge, che mostra continuamente falle, difetti originari e altri aggiuntisi via via, dalla proliferazione di cozze, alla ruggine che la divora, dimostrando che il suo “insuccesso” e i milioni e milioni sottratti alla manutenzione del territorio, a azioni di tutela dell’ambiente, sono stati assorbiti non solo dalla corruzione, ma anche dalla evidente inettitudine dei soggetti imprenditoriali, dalla loro avidità rivelata nell’acquisto e nell’impiego di materiali scadenti, da difetti progettuali sottovalutati per interessi privati.

Nessuno si è davvero opposto, i governi si sono avvicendati ripetendo l’atto di fede, i partiti si sono spartiti consenso, voti e mazzette tramite aziende e cooperative affezionate, si sono goduti qualche frutto avvelenato soggetti di vigilanza e controllo, amministratori hanno fatto carriera all’ombra del mostro e hanno potuto investire in altre imprese altrettanto criminali, il movimento che aveva fatto fortuna con la promessa di qualche No, si è prontamente adattato al credo sviluppista proprio come i bulimici del cemento del Pd, prima ostentando quella ignoranza esibita come la virtù degli innocenti improvvisati, poi chinando la testa di fronte a alleati sempre più volitivi.

E difatti (ne ho scritto proprio ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/09/litalia-veloce-e-il-governo-balla/) il completamento del Mose rientra nelle azioni improcrastinabili della ricostruzione post Covid. Ci voleva proprio finire un monumento a un’altra malattia, a un’altra peste fatale, l’avidità che corrompe e avvelena.


Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


Mose, pentitismo e perseveranza

acqua-alta-venezia-VTVE Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stamattina alle sei e trenta le lugubri sirene hanno avvisato che l’acqua sarebbe salita a 150 cm. sul livello del mare e verso le 8 il dato è stato aggiornato a 160. I supermercati sono vuoti, non si trova il latte, la marea ha invaso l’ospedale e minaccia le centraline elettriche del pianoterra, mettendo in funzione i dispositivi anti incendio che fanno scendere i fiotti d’acqua anche nei reparti, non c’è il pane, ma nemmeno la  voglia di dare vita alle battaglie per ottenerlo.

Perché pare che il sentimento comune tra i nobili e i plebei sia l’impotenza.

Se ne è fatto interprete l’ex sindaco Cacciari molto propagandato in rete con la sua pretesa di innocenza: sarebbe stato sempre contrario al Mose – ma non alla cupola mafiosa che si era organizzata intorno a quel “pretesto”, conoscendo le sue intrinsechezze con le cerchie imprenditoriali e padronali esemplarmente incarnate dalla dinastia Benetton cui ha aperto le porte della città. Il suo dissenso deve averlo bofonchiato a mezza bocca in mezzo alla lussureggiante e intramontabile barba  nera, che non esiste documentazione di un suo disaccordo espresso nelle sedi ufficiali in veste di sindaco o di autorevolissimo membro del Comitatone per la salvaguardia di Venezia, mentre i veneziani ricordano bene i suoi vigili urbani sguinzagliati per reprimere e sgominare la banda dei sostenitori delle soluzioni alternative che montavano banchetti con materiali illustrativi, trattati come le missive degli anarco- insurrezionalisti.

Ma, lascia intendere che oltre  a inviare alla Presidenza del Consiglio nel 2006 uno scarno inventario di soluzioni alternative sotto forma di raccomandazioni, a lavori iniziati tre anni prima, non era possibile contrastare quel progetto sbagliato, inutile, dannoso per l’ambiente, i bilanci pubblici  e la legalità, nemmeno dalla tribuna più influente  e prestigiosa, considerazione che in un paese normale sarebbe valsa le immediate dimissioni.

Il fatto è che il sistema economico parassitario e speculativo è ormai inteso alla stregua di un fenomeno che segue le leggi di natura, incontrastabile e irresistibile, proprio quando i fenomeni naturali non lo sono più e diventano opportunità per contrastarli paradossalmente con le stesse armi che ne hanno promosso la degenerazione  in calamità, misure di emergenza, leggi eccezionali e autorità speciali con licenze infinite, a cominciare da quelle dalle regole, colate di cemento sotto le quali seppellire malaffare, veleni, equilibri delicati come quello della Laguna.

E infatti la giuliva ministra De Micheli non ha visto il momento del lutto collettivo per ribadire con virile fermezza che la guerra all’acqua alta la si vincerà mettendo in funzione, contro ogni ragionevole previsione, entro il 2021, rinforzando magicamente le paratie confezionate con materiali scadenti, ripulendo per incantesimo le cerniere da ruggine e allevamenti spontanei di cozze, e coì via. Certo la salvezza della città costerà ma vale la pena aggiungere qualche centinaio di milioni ai 6 miliardi e oltre di costo del mostro e alle spese di ordinaria manutenzione straordinarie fin dalla prima pietra, anche per dare un po’ di respiro alle cordate imprenditoriali che tanto hanno contribuito alla tenuta in vita di un ceto misto tra politici, amministratori, controllori e che sono costrette a cercare nuove fonti di guadagno  nell’outlet di Mafia Serenissima, reparto Grandi Navi.

Sul perché a sua tempo si scelse il Mose, sull’onda, vale la pena di ricordarlo, della mobilitazione mondiale dopo l’alluvione del ’66 – e infatti c’è da temere che lo stesso stato d’anima collettivo produca la riconferma dell’insano progetto – è stato scritto ossessivamente in questi anni su questo blog e ieri lo ha riassunto il Simplicissimus qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/14/venezia-non-si-distrugge-in-un-giorno/).

Non a caso quello che si è sempre proclamato l’inventore del Mose, l’ingegner Giuseppe Mazzacurati, ne è anche il padrone attraverso il Consorzio cui viene affidata la realizzazione del progetto e in generale delle opere di salvaguardia della città, in regime di concessione unica  grazie a un particolare meccanismo ideato nel 1984, con la seconda Legge Speciale, senza gare d’appalto, né concorrenza e nemmeno controlli, affidati al Magistrato da subito impotente a esercitare la necessaria vigilanza. È ancora Mazzacurati, diventato direttore con uno stipendio di 50 mila euro al mese. a fissare le quote di lavori spettanti a ogni impresa, i prezzi e le consulenze, la destinazione dei finanziamenti: si saprà in seguito  che  buona parte di quel denaro veniva accantonato per costituire i fondi neri per oliare la macchina della corruzione. E si deve a lui un altro creativo accorgimento che consiste negli oneri del concessionario: per ogni lavoro grande e piccolo realizzato dalle imprese del Mose, al Consorzio spetta il 12 per cento, quindi su sei miliardi di costo la generosa percentuale ammonta a più di 700 milioni di euro.

Anche sulla  ineluttabilità dell’opera abbiamo scritto, perché si tratta di un emblema della cattiva informazione entusiasticamente posseduta, oltre che da quella forma di corruzione indiretta che caratterizza giornali le cui proprietà parlano di affari e interessi opachi lontano un miglio,  dal mito della modernità, della tecnologia e del progresso. Una stampa che in perfetta consonanza coi padroni di Venezia, gli stessi che a suo tempo volevano che ospitasse un’Expo, che si collegasse alla terraferma con una metropolitana, che arricchisse  il suo skyline con la torre di Cardin più alta del Campanile, a compimento di quella infernale distopia che aveva scommesso futuro industriale di Venezia,   ha da subito promosso le paratie mobili come unica soluzione, condannando al pubblico dileggio qualsiasi ipotesi alternativa come prodotto insensato di visionari folli e inventori pazzi, magnificando la “bellezza” della struttura degna di un nuovo Leonardo, beandosi quando la Facoltà di Architettura mette in mostra  le ipotesi di ulteriore abbellimento a fare da camouflage inverecondo alle schifezze prodotte da incapacità, inadeguatezza e intrallazzi.

Così sulla questione è caduto, e cade perfino oggi, il silenzio su possibili su interventi “altri” che si potrebbero realizzare fin da subito evitando così il perseverare diabolico di aggiustamenti sempre più onerosi e di  azioni  il cui effetto peggiorerebbe i vari livelli di criticità dell’opera con ricadute negative sull’equilibrio lagunare, sulla portualità e sui bilanci pubblici a fronte di considerazioni scientifiche mai presenti nell’agenda delle autorità tecniche e politiche.

Invece proprio adesso è ancora possibile fare qualcosa che non consista nelle perversa coazione a ripetere del danno e della beffa,  sulla base di una modellistica matematica con  modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile,  applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare il cui riferimento scientifico rimane la scuola idraulica padovana e in particolare il dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, cui si deve la più sensata e razionale ipotesi alternativa e con la quale si potrebbe conseguire  una riduzione permanente degli attuali scambi mare-laguna e permettere un migliore regime idraulico, contrastando tra l’altro la perdita sistematica di sedimenti attraverso le bocche, ultimo anello dei drammatici processi erosivi in atto che stanno devastando la “vita” della laguna.

Certamente interventi basati sull’installazione di strutture rimovibili stagionalmente e di  opere “leggere” con diversi gradi di restringimento non sono fatti per gli appetiti insaziabili dei signori del cemento, e non possono soddisfare nemmeno un governo che quando non va a braccetto con il padronato italiano e straniero, rivendica la sua incapacità, la sua ignavia e la sua impotenza, trincerandosi dietro fantomatiche sanzioni, multe esose e risarcimenti che sarebbero comunque inferiori al danno erariale di mantenere il patto col diavolo e con le meduse che hanno soffocato la città e i suoi abitanti, sempre meno, sempre più umiliati e offesi ma forse non ancora arresi.

 

 

 


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