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Mose, la Grande Impepata

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mia nonna era una gran schizzinosa e considerava la venezianità un codice genetico di aristocratica e selettiva eleganza, tanto che quando una cugina andò a vivere in terraferma obiettò che si vedeva da come si vestiva e parlava che ormai “stava in campagna”, Padova per l’esattezza. Verrebbe da dire che abbiano ragione quelli “di campagna” a vendicarsi dell’iniquo trattamento, umiliando l’antica superpotenza ridotta a ostello a cielo aperto, percorsa da scorrerie dei corsari delle crociere e dalle interminabili carovane di pellegrini distratti, spopolata dei boriosi residenti, compresi quelli che si sono prestati in qualità di tassisti esosi, camerieri, osti che tutte le mattina tornano in patria da esuli prestati al servaggio turistico.

E si vede a leggere lo scatto di dignità del sindaco Brugnaro orgoglioso nativo di Mirano ( dire che era una città dal fiero passato antifascista), che invitato a conferire dal Ministro sui problemi di Venezia risponde: che el vegna lu’ qua, assimilando Roma, Stato e governo a quella congerie di arroganti, supponenti e arbitrari mercanti  di favori e privilegi da trattare con sdegno punitivo così come sta facendo con la ex Serenissima. Basta pensare che un Comune ormai proverbialmente inerte e svogliato che ha lasciato il campo alla gestione politica e amministrativa del Consorzio Venezia Nuova, dell’Autorità Portuale, dell’Ance e di Confindustria, ha mostrato un paio di mesi fa un inatteso dinamismo approvando l’avvio di un ricorso al Tar contro i provvedimenti di tutela di Venezia adottati dal Ministero dei Beni Culturali,

Dovrebbero essere invece i veneziani a invitare il Ministro Toninelli a risiedere qualche giorno a Venezia, senza le tutele e le facilitazioni di chi è in visita di Stato, ma come un cittadino qualunque o magari anche come uno di quei turisti che non frequentano i resort appartati delle catene del lusso, costretto a stare in un B&B dalla gestione sbrigativa o “casereccia”, come a suo tempo ha definito la gestione degli appalti del Mose il Commissario Fiengo, parlando di lavoretti, appalti e manutenzione a carattere familiare, trasandata e approssimativa come l’ospitalità che viene offerta ai viandanti delle comitive.

Così forse tornerebbe in sé in merito a quella ipotesi, in virtù della quale ci toccherebbe perfino dar ragione alle non nobili motivazioni del governatore Zaia in procinto di vincere la sua battaglia di un federalismo dei ricchi,  di far pagare le spese di manutenzione del Mose (100 milioni l’anno) alle amministrazioni locali (quindi ai cittadini)e introducendo una tassa di scopo che “andrebbe a gravare sui turisti, anche giornalieri, quali beneficiari ultimi del servizio di difesa della laguna”.

Come si dice a Roma, facessero pace col cervello: se Venezia è un patrimonio collettivo, un tesoro mondiale, qualità che giustificherebbe il fatto che sia invasa da gente che vanta un diritto di proprietà sporcandola, riempiendola di immondizia, facendo pipì nei canali, tuffandosi dal Ponte di Rialto, graffitando le colonne di San Marco e pittando i leoni dell’omonima piazzetta, allora si dovrebbe inventare una tassa planetaria per provvedere alla sua salvaguardia, compromessa tra l’altro dal cambiamento climatico che pare non sia un monopolio italiano né cittadino, per tutelare le sue opere d’arte, per difendere i suoi cittadini dalla pressione speculativa e la sua identità, in modo che non venga retrocessa a museo o luna park.

Parlo di quei pochi abitanti superstiti cioè già espropriati  dei fondi della Legge Speciale destinati a finanziare i lavori di ristrutturazione residenziali fino a coprire  il 50% delle spese e da 20 anni anche quelli indirizzati a coprire le falle dell’opera più corrotta l’Europa. Quei pochi abitanti superstiti che pagano una tassa per lo smaltimento dei rifiuti prodotti anche dai turisti, che si sobbarcano i costi del trasferimento di servizi essenziali in terraferma e che in non singolare coincidenza assistono al taglio delle prestazioni dell’ospedale Civile, che – altro che prima gli italiani – vengono cacciati dalle loro abitazioni destinate a diventare B&B, case vacanza, residence.

Quei pochi abitanti superstiti che mantengono una ironia sufficiente per sorridere dell’ipotesi non fantasiosa di usare il Mose per una finalità non prevista come struttura per l’allevamento di cozze, che hanno già mostrato di gradirne collocazione e materiali tanto che sono una delle svariate calamità abbattutesi sulla grandiosa creazione ingegneristica dovute a trascuratezza, indebiti risparmi su appalti opachi al ribasso, attrezzature di cattiva qualità, rivelatesi sotto forma di cerniere corrose, detriti accumulati, cedimenti del fondale, paratoie che si abbassano e non si rialzano, per un’opera che è costata quasi 6 miliardi, il 40 % in più di quello che poteva esserne l’ammontare senza ruberie, fatture false, tangenti e soprattutto sprechi.

Forse se non serve a fare una impepata planetaria, sarebbe opportuno pensare a fermarla questa macchina della dissipazione, della megalomania e della corruzione su cui le banche, che hanno già finanziato le imprese sulla base di cambiali in bianco e sulla fiducia concessa a cordate in odor di protezioni altolocate, non vogliono più scommettere, che oltre ai 100 milioni annui di gestione, già ora impone l’investimento di altri 100 per fronteggiare le criticità, e che a fronte di uno scenario di riscaldamento globale con l’innalzamento dei livelli marini in Adriatico in base alle previsioni del 4° Rapporto IPCC presentato alla Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi del 1° dicembre 2015, si rivela inefficace.

Ormai ci siamo abituati a un governo che denuncia le voragini malaffaristiche del passato per poi cascarci dentro come se fosse un destino segnato e inesorabile, cui non ci si può sottrarre pena sanzioni, ammende, penali, e una perdita di reputazione agli occhi del mondo, che, c’è da sperare, riterrebbe più disdicevole scaricare altri quattrini in una macchina usata che non ha mai funzionato se non per ladri, malversatori, amministratori infedeli, imprese criminali.

Siamo proprio sicuri che costa meno economicamente, socialmente e moralmente andare avanti con un’opera che forse non sarà mai davvero finita e che prosciugherà risorse come un mostruoso e avido moto perpetuo, che si sa già che non raggiungerà gli obiettivi per cui è stata concepita e che comporterà formidabili oneri di manutenzione e gestione nei prossimi 100 anni (tanto è il tempo di vita previsto dell’opera) che graveranno su tutti noi, affidati a nuove figure commissariali e autorità e poteri speciali, in nome di un’emergenza continua e mai motivata se non dalla smnia ingorda dei promotori e interessati ?

Siamo sicuri che non sia arrivato il momento di fermarsi, chiudere i cordoni della borsa, pensare a ipotesi progettuali alternative che ci sono e c’erano, con la rivincita di competenze tecniche e scientifiche  messe a tacere per favorire una soluzione arruffona e arraffona, applicata grazie a un mostro giuridico che ha inaugurato la combinazione della corruzione delle leggi con la corruzione in nome della legge.

 

 

 

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Obiettivo 2030, più che Mose, Matusalemme

lasvegas.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso non potrete più darmi della disfattista brontolona e malmostosa, buona solo a criticare e denunciare senza mai fornire soluzioni concrete.

Stavolta ho pensato a una modesta proposta per Venezia, che comprenda anche il superamento dell’annosa questione del Mose, del quale abbiamo appreso che non potrà essere completato e operativo per salvare la città dalla furia del mare, se tutto va bene,  prima del 2030. E come non ricordare che ci sono voluti 5 anni -tra il 1995 e il 2000 – a danesi e svedesi per costruire il Ponte di Oresund, 16 k, 4 di tunnel sottomarino, 3 miliardi complessivi di investimento, che la diga che Impregilo-Salini (uscita a suo tempo dall’eterna ammuina veneziana) sta costruendo in Etiopia sul Nilo Azzurro, la più grande dell’Africa e l’ottavo impianto idroelettrico del mondo, costerà in tutti poco meno di 4 miliardi o che Moro inaugurò l’autostrada del Sole nel 1964: 755 km a quattro corsie per la quale ci vollero 8 anni con una spesa in euro attuali di 3, 8 miliardi,  ambedue  con un costo di meno della metà dei quattrini investiti  nel Mose.

Suggerisco quindi di mettere a frutto il sentimento comune  che percepisce Venezia come un patrimonio unico e insostituibile dell’umanità, un bene comune di cui il mondo deve farsi carico, per replicare l’esperienza di successo messa in atto quando la costruzione della diga di Assuan in Egitto  mise a rischio di sommersione  il sito archeologico di Abu Simbel e molti altri templi della Nubia. Fu allora che l’Unesco  lanciò una grandiosa campagna di cooperazione internazionale: i monumenti in pericolo furono “spostati” grazie a un formidabile intervento avveniristico in posti più sicuri. Qualcuno venne  anche donato ai paesi che contribuirono a questa opera di salvataggio: il Tempio di Ellesia   al Museo Egizio  di Torino,  altri a Madrid, Berlino, New York .

Propongo quindi di identificare un sito congruo in  una di quelle  “geografie dell’anima” del Sindaco di Venezia che da sempre vorrebbe promuovere a meta turistica non tradizionale, quindi sollevare con lo stesso piglio ingegneristico che ha accompagnato l’utopia del Mose  -che lo stesso Brugnaro vorrebbe affibbiare ai cinesi come Totò con Fontana di Trevi –  i complessi monumentali, i palazzi e le chiese, e scaricarli  in terraferma. E per ricostruire l’atmosfera di quel prodigio costruito sul fango e sulla laguna,  attribuire l’incarico al consorzio Venezia Nuova, come è nella sua mission,  di scavare una rete di vie acquee artificiali a imitazione dei canali, compreso el Canalasso, belli profondi che ci passino anche le navi da crociera, e possibilmente vicino ai caselli autostradali, per compensare la dinastia Benetton del disturbo di  trovare nuova collocazione per le sue iniziative. E poi dare in comodato, senza spese di trasporto, la chiesa dei Miracoli  a Dubai, o San Zaccaria al Qatar che li ambientino tra i loro grattacieli a ornamento di prestigiosi centri commerciali, o  l’isola di San Giorgio alla Cina che completi la prevista riproduzione della serenissima o gli Armeni a Las Vegas come estensione verista del Venetian Resort.

L’operazione si può fare in quattro e quattr’otto e senza grandi ostacoli da parte dei rari residenti superstiti: i giovani espulsi, sfrattati, epurati se ne sono andati,  gli anziani coerentemente con gli auspici di Madame Lagarde, vengono fatti togliere di torno anche grazie all’energica azione del governatore Zaia  che ha pensato bene di promuovere un’operazione di restringimento draconiano del nosocomio veneziano, già destinazione molto frequentata di drappelli di visitatori in fila con  brachette e berrettino,   destinando le risorse umane ed economiche all’Angelo, al servizio di una popolazione più giovane, più numerosa e quindi più profittevole elettoralmente.

Quanto ai turisti saranno contenti delle nuovo comodità e opportunità offerte dalla conversione della serenissima in parco tematico, in Eurovenice, dove verrà finalmente applicato il desiderato ticket di ingresso, dove la bella gioventù possa trovare sempre nuove e gratificanti occasioni  occupazionali in veste di camerieri, animatori, facchini, guide mentre l’hinterland finalmente liberato di quella palla al piede, di quel vetusto ostacolo alla modernità,  godrà dei benefici indiretti, trasformandosi in albergo diffuso al servizio del romantico acquapark.

Sono sicura che la mia suggestione troverà ampio consenso nella cerchia dei decisori:   soprattutto tra quelli che si sono persuasi che è finita la pacchia, che non c’è più molto da mungere dalla vacca ormai magra della salvezza di Venezia. Perché a disposizione ci sono è vero altri 900 milioni, svincolati  dai  provvedimenti sblocca cantieri, ma come hanno dovuto constatare  i membri  della commissione Ambiente della Camera, in sopralluogo a Venezia pare che si dovranno davvero spendere per tappare buchi, sistemare le falle, contrastare le cozze, riparare la corrosione sicché la grande opera ingegneristica che il mondo ci invidia non rende, ha finito di essere quella mangiatoia che ha soddisfatto gli appetiti dei soliti noti. E scema l’entusiasmo dei partner rimasti nelle cordate operose della magistrale invenzione ingegneristica, che già quelli più proattivi si sono indirizzati altrove verso altri scavi e altre iniziative cementifere, oppure grazie proprio al modello monopolistico adottato con l’istituzione del  Consorzio, si preparano a scavare o riempire altri canali, bonificare dove sporcano, progettare e realizzare cpntro ogni principio di legalità, controllare e controllarsi, consultare e consigliare. Perché quello è un format che ha fatto e farà ancora scuola malgrado le molto indagini giudiziarie: si tratta infatti  del più moderno e realizzato sistema di malaffare che ha combinato la arcaica e consolidata forma di corruzione  con quella più sofisticata quando nessuna legge viene violata perché sono le leggi stesse a essere state  scritte e approvate per il tornaconto di privati contro l’interesse della stato e dei cittadini.

Il fatto è che Venezia sta morendo di fuoco amico, con governi che la considerano una zavorra molesta e costosa come i vecchi resi fragili dall’età cui malvolentieri si dovrebbe mostrare rispetto ma che sarebbe preferibile confinare in ospizio accelerando tramite abbandono e malinconia una fine silenziosa e discreta, con una regione che vede l’autonomia come la scorciatoia desiderabile  per foraggiare sistemi clientelari tramite la  privatizzazione di sanità, scuola, tutela dei beni culturali,  università,  sistema bancario e creditizio che agli investimenti preferisce il gioco d’azzardo del casinò finanziario, mondo di impresa ridotto a esangui azionariati, un comune (è l’ultima in ordine di tempo) spregiudicato e ignorante che ricorre al Tar  contro il Mibac,  che ha istituito il vincolo di tutela dei beni culturali ai sensi dell’ art. 12, D. Lgs. 42/2004 del Canal Grande, del Bacino e Canale di San Marco e del Canale della Giudecca, riconoscendo per la prima volta in Italia l’interesse storico-artistico delle vie d’acqua urbane, provvedimento inteso ad impedire il transito delle grandi navi non solo nel Bacino di San Marco,  ma in tutta la Laguna di Venezia. E figuriamoci se il patto scellerato dei poteri forti: compagnie di navigazione e turistiche,  Autorità Portuale, amministrazione locale non si ribellavano a misure che potrebbero ridurre l’affarismo basato sullo sfruttamento dissennato della bellezza e sulla speculazione con fango e sul fango, facendo risalire le navi da crociera lungo i canali industriali dalla bocca di Malamocco per approdare al Porto di Marghera o proseguire per raggiungere la Marittima attraverso il canale Vittorio Emanuele implicando imponenti scavi e determinando stravolgenti trasformazioni.

Ma forse dovremmo prendere su di peso tutto lo stivale, ma per trasferirlo dove e lontano da dove se ormai la bellezza, la storia, il genio, l’intelligenza e la ragione sono condannate e non possono più salvarci?

 

 


Tutti a Tav-ola

i-banchetti-rinascimentali-l-nvekn8 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si-Tav a tutti i costi. È proprio il caso di dirlo se il tavolo- o la tavola –  su cui si gioca la partita dell’alta velocità non è e non è mai stato quello della effettiva utilità dell’opera e sui suoi reali benefici, se è stata riesumata per l’occasione la maggioranza silenziosa che parla troppo e a vanvera, con tanto di sciure in pelliccetta sia pure ecologica, mariti del rotary dietro le quinte a suggerire gli slogan, ottantenni speranzosi di un recapito più rapido dei pannoloni,  leghisti motivati a mettere ancora una volta in minoranza politica e morale gli esitanti alleati, pochi giovani, che c’è da augurarsi stiano dall’altra parte (ma non è sicuro, se diamo ragione  a Tolstoj che li definisce l’ala più reazionaria e conservatrice della società).

Si-Tav a tutti i costi, se ancora una volta il movimento 5stelle cederà anche su quello, trasformando l’ardito No di un tempo in un “non si può fare altrimenti” e i vaffanculo d’antan in educati quanto confusi conti della spesa, come è successo con Terzo Valico, con le Trivelle, con Tap e fingendo di dar  credito alle baggianate in merito a tremende sanzioni, esose multe, vergognosa espulsione dal sistema della concorrenza e dal consorzio civile, se appena appena si pretendono calcoli attendibili che suffraghino, tanto per fare un esempio,  i dubbi, espressi perfino dall’Osservatorio Torino – Lione e espressi nel documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030” commissionato dalla Presidenza  del Consiglio Gentiloni vigente, sulla effettiva utilità ed efficacia di un intervento per il trasporto veloce delle merci, laddove le produzioni e il traffico conseguente hanno subito un progressivo e e costante ridimensionamento.

Si-Tav a tutti costi, se secondo le mosche cocchiere della stampa dipende da quello la salute, anzi la sopravvivenza  delle nostre imprese, penalizzate da insani ostacoli alla modernizzazione del paese tramite l’ingegneria, il cemento e il genio pesante, che dopo aver tanto contribuito al sistema autorizzato per legge della corruzione si trovano a mal partito se si ferma la poderosa macchina del malaffare e risentono della crisi che ha colpito perfino il perverso assistenzialismo. È per quello che la povera Mantovani società presente in tutte le cordate delle mazzette, legalizzate e non, non può portare a termine l’incarico che si era assunta, pagato profumatamente, di riparare  il tubo del depuratore di Malamocco. E, diciamolo, è stato per quello che i Riva anche in anticipo sull’apocalisse finanziaria, non è stata in grado di adottare misure anti inquinamento e di effettuare le doverose bonifiche, che De Benedetti è stato costretto a rinunciare agli accorgimenti per tutelare lavoratori e popolazione dagli effetti dell’amianto e che giù giù in un regime di scala, gli impresari edili non dotano di caschi e attrezzature di sicurezza gli operai, italiani e stranieri, che si inerpicano sulle impalcature.

Si-Tav a tutti i costi, se ci si preoccupa perfino dei lavoratori minacciati dal contagio della sindrome Nimby, quelli precarizzati dalla cancellazione di diritti, garanzie e conquiste sudate in decenni, comunque condannati a tirar carriole, trascinare macigni, scavare nell’eterna ammuina di una industria che ha scelto la pesantezza, la pressione sul suolo e sull’ambiente, l’ingegnerizzazione e la cementificazione come per i ponti, il Mose, i grattacieli che hanno ancora un mercato solo negli sceiccati megalomani e a Milano, e come per la Fiat,  agli investimenti in tecnologia e innovazione, nella trasformazione aberrante di un mercato del lavoro convertito in tratta degli schiavi, nella rassegnazioni di uno Stato ridotto all’impotenza che non sa e non vuole immaginare un disegno organico di salvaguardia e risanamento del territorio combinato con una strategia per l’occupazione che impegni risorse professionali e manodopera nella conservazione, protezione e valorizzazione del territorio.

Si-Tav a tutti i costi, se così si aggira e si può non evadere davvero qualsiasi domanda venga dal basso proprio sui “costi”. Perché vige una beneducata riservatezza su quanto costano, sono costate e costeranno le grandi opere, i grandi eventi, le grandi guerre e i grandi imbrogli che si consumano, soprattutto se vengono avviati, non vengono mai finiti e diventano così una formidabile fonte di redditi opachi  per studi di progettazioni, aziende che guadagnano sui ritardi, sull’affitto delle gru montate e dei macchinari che stanno fermi, sulle necessarie modifiche in corso d’opera, sulle riparazioni imprescindibili per danni prodotti magari volontariamente, sugli incarichi di ripristino dati allo stesso soggetto che ha causato il male, come succede a Venezia dove il Consorzio Venezia Nuova assume in sé il ruolo di guastatore e riparatore, di scavatore e riempitore ed è perciò diventato un modello esportabile di misfatti a rigor di legge.

E d’altra parte non vorrete mica che il popolo bue in odor di populismo venga a conoscenza di dati così sensibili che riguardano la sicurezza dello Stato e il segreto industriale? Che si sappia davvero quanto sborsiamo di tasca nostra per comprare armi, quanto ricaviamo senza saperlo dalla svendita di porzioni del nostro suolo patrio convertito in poligoni per testare strumenti di morte, quanto cacciamo fuori per consentire a aziende di guadagnare dai nostri pedaggi senza che vengano effettuati controlli e adottate misure di sicurezza, quanto sborseremo per realizzare le infrastrutture indispensabili per collegare inutili stadi e falansteri annessi al resto delle città dove non vengono invece creati e potenziati i trasporti pubblici?

Si-Tav a tutti i costi, perché non è casuale che si investa nelle grandi menzogne che fanno da camouflage alle nostre miserie pubbliche o in quelle che caricano del nostro sospetto e della nostra diffidenza feroce ipotetici nemici da criminalizzare e punire. In questi giorni anime belle si compiacciono per una lettera di una terremotata che informa che ad Amatrice non sono sotto le tende e che comunque loro sanno e rivendicano che la colpa dei ritardi e delle disfunzioni non è certo da attribuire agli stranieri  e al loro costo per la cittadinanza. Messaggio encomiabile, se non fosse che non sono sotto le tende, vorrei anche vedere al terzo inverno dal sisma, ma in centinaia sono ospiti da familiari, in hotel della costa, in casucce il cui tetto vacilla sotto la neve, concesse con sistemi e tempi vergognosi, che non sono fatte per sopportare condizioni climatiche avverse, che appena montate hanno mostrato cattivi funzionamenti. E se non fosse che a Norcia sono stati investiti quattrini  per montare un obbrobrio destinato a ospitare non meglio identificati trattori e osti , confermando il più inquietante sospetto, che i pochi soldi stanziati per la ricostruzione, la pressione delle burocrazie chiamata in campo ma mai contrastata, le scelte discutibili sulle priorità nascondano l’intento di fare di quell’area un parco tematico, una disneyland dell’alimentazione per il turismo religioso e non, coi produttori, agricoltori e allevatori trasformati in inservienti e commessi addetti alla vendita di merci tutte uguali là come ai banchi di Fico e della Coop e prodotte chissà dove.

Si-Tav a tutti i costi, perché mica possiamo fare una figuraccia con chi non l’ha voluta e l’ha appioppata al cugino cretino, con chi la vuole imporre per indebitarci sempre di più e ricattarci sempre meglio. Si-Tav per chi nelle more delle miserie parlamentari aspetta come una manna la rinuncia e l’abiura dei pasticcioni istituzionali, per chi tra i suddetti arruffoni spera, magari tramite opportuno referendum, di essere costretto all’assenso ed essere cooptato così tra gli utili servi dei padroni.

E allora spetta a noi riprenderci i nostri No.


Mose, l’Impero del fango

mose Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio consigliarvi due piccole “vacanze intelligenti”, due weekend a Venezia il 29 e poi a Firenze il 6 e 7 ottobre, dove  si riuniranno i comitati che da anni si battono per realizzare la vera  grande opera,   di risanamento del territorio, di difesa del suolo e delle risorse, di contenimento del rischio sismico e idrogeologico, contro la distopia  megalomane e speculativa della Tav, del Mose, della sottovia che perforerà la città del Giglio, dell’allargamento irragionevole del suo aeroporto, e poi autostrade destinate a restare vuote, svincoli e rotonde, trivelle fino alla costruzione dell’unico Ponte sicuro, quello sullo Stretto, anche quello peraltro costato quattrini e oltraggi al buonsenso e alla legalità.

Giustamente il teatro scelto per la prima manifestazione è Venezia. Il cata­cli­sma giu­di­zia­rio che ha squas­sato Vene­zia e il Veneto 4 anni fa (pochi giorni orsono non è stata accolta la richiesta di patteggiamento per il più dinamico degli attori sulla scena, Piergiorgio Baita, tangentista a larghissimo raggio diventato testimone d’accusa) denunciò che il fango sul quale si erigevano le dighe mobili  schizzava dappertutto, riguardando le scelte di fondo: quella del sistema Mose, per la sua formidabile pressione e evidente incom­pa­ti­bi­lità con la natura stessa della Laguna di Vene­zia e con il suo deli­ca­tis­simo equi­li­brio eco­lo­gico e quella di affidare in con­ces­sione a un unico sog­getto pri­vato, il Con­sor­zio Vene­zia Nuova, l’incarico in regime esclusivo  di progettare, spe­ri­men­tare ed ese­guire gli inter­venti previsti, con ambedue i ruoli, controllato e controllore, e ambedue le funzioni, inquinatore e bonificatore, un mostro giuridico quindi che non aveva avuto precedenti ma che poi è stato copiato sia pure con minore efficacia, grazie all’egemonia culturale e politica dell’emergenza, che per contrastare  la rigi­dità del sistema delle garan­zie, la lun­gag­gine delle pro­ce­dure, la sovrab­bon­danza e a volte sovrapposizione di con­trolli, i lacci e laccioli, adotta come fosse una necessità anzi un dovere l’impiego di procedure eccezionali, il ricorso a commissariamenti,  l’applicazione di espedienti opachi e discrezionali. Allora lo scandalo assunse un significato allegorico, svelando  il nesso pro­fondo tra cor­ru­zione e grandi opere sicché più voluminosa, complessa e costosa è,  più è ineluttabile l’ubbidienza del deci­sore (il par­tito, l’istituzione, l’amministrazione) agli inte­ressi dell’impresa,  più è fatale e fisiologico ungere ruote, elargire tan­genti reali. E più si gonfia il progetto  più aumentano le risorse da far circolare nella cricca, regali, stipendi regolari, consenso, altre poltrone, collaudi, committenze e consulenze.

È così che si sono spesi 6000 milioni di euro per realizzare qualcosa che si sta rivelando anche inutile (il sistema di 78 paratie mobili chiuderà la porta alle maree eccezionalmente alte, da 110 centimetri a tre metri. Ma non potrà fare nulla per limitare i danni quando arrivano le «acque medio-alte», quelle tra gli 80 e i 100 centimetri, sempre più ricorrenti), per via del prevedibile aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro, avvelenata per via del congegno  malavitoso e criminale che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti e perfino ridicola e vergognosa, se il magnifico e superbo prodotto ingegneristico che l’attuale sindaco si voleva rivendere ai cinesi, è già un monumento avvilente di archeologia industriale prima di entrare  a regime, abbellita da interventi di maquillage affidati alla progettazione estetica dell’Università di architettura con tanto di passeggiate  e aree verdi, ormeggi e un muro «paraonde» costruito con i massi della diga demolita (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/03/14/mostro-in-mostra-ma-le-banche-scappano/).

E a giugno abbiamo saputo che sono occorsi altri  8,5 milioni per riparare il jack-up, la nave attrezzata da  50 milioni e ferma da 6 anni, pensata per trasportare le paratie  dalla Technital, l’azienda veronese del gruppo Mazzi progettista del Mose, e costruita dalla padovana Mantovani, azionista di maggioranza del Consorzio (l’azienda del succitato Baita), orfana di una gemella – la flotta ne prevedeva due con raddoppio della spesa, ultima notizia dal fronte delle disfunzioni, dai guasti e dei danni, con il rischio di cedimenti  strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test (sono costate 250 milioni di un appalto senza gara “vinto dalla Mantovani, le cerniere che rischiano di non essere utilizzate), con i cassoni subacquei   intaccati dalla corrosione, da muffe, con le paratoie  già posate in mare che non si alzano per problemi tecnici e quelle ancora da montare, lasciate a terra, che si stanno arrugginendo per la salsedine nonostante le vernici speciali;  e con l’azione dei peoci, le  cozze, unici organismi viventi in un maestoso corpo morto.  

Non incoraggia certo la mesta previsione del provveditore  alle opere pubbliche del Triveneto Linetti, in rotta di collisione  coi commissari straordinari incaricati di vigilare dopo lo scandalo, ma che concorda con loro sull’entità del costo per completare il Mose:  “per finire l’opera sono già stanziati 221 milioni, a cui si dovranno aggiungere altri 70-80 milioni per la fase di avviamento. Poi ci sono i 400 milioni di residui. Complessivamente abbiamo altri 700 milioni di lavori. Ora dobbiamo solo essere autorizzati dal ministero a spendere una cifra tra i 70 e i 100 milioni, probabilmente più vicina ai 100, per pagare le imprese e rilanciare i cantieri”. Un altro capitolo  in bilancio riguarda la gestione-manutenzione che costerà 80 milioni l’anno, più altri 15 per la laguna, stando alle stime dello stesso Provveditorato. Cui si devono aggiungere  i lavori di manutenzione alle paratoie, alle cerniere… “Una voce, quest’ultima, tranquillizza Linetti, che però non supererà la trentina di milioni l’anno”.

Il Ministro Toninelli, che ha puntato il dito contro il Consorzio,  colpevole di «una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato: inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione», non ha lasciato dubbi. Comunque sia, il governo  vuole vedere l’opera finita, malgrado sia stata ridotta a una mangiatoia. E l’unico annuncio forte, anzi fortissimo, è che lui non presenzierà all’inaugurazione, ecco.

Tutti d’accordo dunque, 5Stelle e pure il Pd nei panni del deputato Pd Pellicani. Il Mose si deve completare. Anche se è inutile, anche se è stato e sarà una macchina mangiasoldi, anche se è stato e sarà con tutte probabilità un motore di interessi e affari opachi, anche se continua ad essere affidato a quel mostro giuridico impegnato in altre  ipotetiche nefandezze sempre costruite sull’acqua e sul fango. Pena, si direbbe, la riprovazione del mondo civile che invece guarderebbe con comprensiva indulgenza il crollo di un ponte, i terremotati all’addiaccio dopo due anni dal sisma, la conversione di ogni temporale in catastrofe alluvionale, lo stato del nostro patrimonio artistico talmente trascurato da imporne affidamento a privati e svendita.

Eh certo, che figura si farebbe ad ammettere che in Italia la corruzione è stato il motore delle decisioni, e che figura si farebbe a tornare sui propri passi, a considerare sia pure tardivamente quelle alternative che per motivi inconfessabili e ora evidenti non vennero considerate in passato, quelle indicate dalla grande scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, che immaginano l’applicazione di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare, più leggeri, flessibili e adatti a un ambiente così speciale.

Eppure l’alternativa c’è. Ma non piace, perché impone di “ripensare”. Anzi,  peggio, impone di “pensare”.

 

 

 

 

 

 

 

 


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