Archivi tag: Consorzio Venezia Nuova

E il Mose affondò nei debiti

Tiepolo. Venezia riceve i doni del Mare

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso basta! Pare abbia detto Cinzia Zincone a capo del Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche per il Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, l’autorità che ha di fatto sostituito il Magistrato alle Acque di Venezia, leggendo il conto della spesa presentato dal Consorzio Venezia Nuova, l’ente preposto al funzionamento del Mose.

I costi relativi alla stagione autunno inverno 2020-2021 ammontano a 15 milioni: tra spese ordinarie per oltre 6 milioni  comprensivi  del noleggio dei container in cui hanno dormito i cento addetti alle squadre allertati di notte per i sollevamenti, e quelle “vive”, circa 7 milioni,    per le 19 alzate – da 291 mila euro ciascuna – delle dighe mobili,    effettuate tra ottobre e febbraio,  cui sono stati aggiunti gli importi relativi all’innalzamento “probabile” delle barriere da oggi a giugno, immaginabili o solo ipotetici, proprio come quando l’Enel ci imputa i consumi futuri.

Insomma la fattura presentata alla collettività è molto più alta del previsto. “Devo parlare con rispetto di una operazione che, non dimentichiamo, ha salvaguardato Venezia dai danni delle acque alte.  Ma, ha denunciato la Zincone,  ci sono cifre che ci sono sembrate eccessive (il costo stimato per ogni sollevamento era di almeno 100 mila euro inferiore a quelli conteggiati nel bilancio del Consorzio) e stiamo ragionando su quali riconoscere”.

Vuoi vedere che la grande macchina mangiasoldi potrebbe dichiarare fallimento ancor prima di essere completata in una data continuamente spostata e che adesso era stabilita alla volta del 2022? Vuoi vedere che non bastano i 5,4 miliardi di euro, mazzette comprese,  spesi dal 2013, anno di inizio lavori, e nemmeno la previsione dei 6 miliardi complessivi (7 secondo il Consorzio): tanto costerebbe la salvezza della città?

Vuoi vedere che erano calcolati per difetto i 100 milioni l’anno per i prossimi 100 anni necessari alla manutenzione dell’opera?  Vuoi vedere che non saranno sufficienti i mezzi stanziati per le “risorse umane” adibite al rito di Atlante ogni volta che la marea oltrepassa il 110 cm.: ottanta persone   pronte a mettere in moto la procedura a 92 euro l’ora per gli ingegneri e i dirigenti e 37 euro l’ora per le maestranze?

Vuoi vedere che i 530 milioni che sta cercando il commissario Miani per sanare i 200 di situazione debitoria, arrivare a un onorevole compromesso con le imprese che hanno incrociato le braccia (il debito nei loro confronti ha raggiunto quota 20 milioni di euro) e far ripartire i lavori, non salveranno la formidabile opera ingegneristica che tutti ci invidiano -parola del Sindaco- dal tracollo e tanto meno Venezia dal mare?

Chissà se fa curriculum in questo caso una pubblicazione curata dall’attuale ministro Giovannini opportunamente intitolata Curare il sommerso o se invece suona come una sinistra profezia. Intanto sappiamo  che il suo slogan suona così: celerità! E possiamo aggiungere “nel segno della continuità” con tutti i precedenti, Berlusconi, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1, malgrado i goffi espedienti dei 5stelle che dicevano no e facevano si, Conte 2, perché la situazione impone di   «stimolare tutte le azioni possibili che consentano di velocizzare procedure che a ora non sono state attuate nei tempi previsti inizialmente» il modo da realizzare e portare a termine quelle solite 58 opere «particolarmente importanti e significative» legate allo Sbloccacantieri, per un importo che a regime prevede finanziamenti per 65-70 miliardi, grazie all’emanazione dei Dpcm necessari a rispettare la scadenza per la presentazione del Piano  “di ripresa e resilienza” alla Commissione Europea.

Di una cosa possiamo star certi, che alla girandola di commissari che si sono avvicendati intorno al Mose, dopo lo scandalo che ha messo in luce la natura vera del progetto: un motore capace di far circolare malaffare e corruzione, grazie al carburante dell’incompetenza che ha moltiplicato spese folli per materiali e consulenze scadenti, il tutto a norma di legge o quasi grazie al regime speciale connaturato allo status giuridico del consorzio di gestione, si aggiungerà una autorità straordinaria pescata nella cerchia dei soliti noti, qualcuno indagato, ma “senza che questo, a detta del ministro, prefiguri nessun motivo ostativo”,  distintosi per  alta professionalità tecnico amministrativa, a dimostrazione che il sole della eccezionalità emergenziale non tramonta mai.

E di quelle opere strategiche che dovranno portare l’Italia nel futuro fa parte naturalmente il Mose, insieme alla resurrezione della Tav, un fiore all’occhiello irrinunciabile per tutti i leader che l’hanno esibito come la loro legion d’onore, mentre nessuno di loro ha ritenuto che la reputazione agli occhi del mondo si potesse riconquistare mettendo mano al risanamento dal dissesto idrogeologico, arrestando le frane che se la prendono perfino coi morti nei cimiteri,  governando i fiumi, facendo manutenzione di paesaggi e patrimonio culturale.

Al momento è quasi inutile chiedersi se la scelta della paratie mobili sia stata giusta ed efficace: i test ( a questo siamo ancora, alla sperimentazione e ai tentativi) condotti in un anno dimostrano le difficoltà nelle varie fasi delle procedure dall’allarme preventivo che deve avviarle, alla mobilitazione delle maestranze, alla lunghezza dei tempi di innalzamento delle paratie e poi di abbassamento  reso necessario perchè la laguna non si trasformi in un catino maleodorante. Hanno dimostrato l’incompatibilità con le esigenze dell’attività portuale che ha “sconsigliato” la messa in funzione in occasione di maree significative per non ostacolare il passaggio di navi commerciali. Hanno confermato come la scelta di far entrare in azione il “dispositivo” a 110 cm. di altezza della marea, non salvi le zone più basse della città e comunque richieda tempi e azioni macchinosi e costosi, che disincentivano la prontezza e la sollecitudine degli interventi.

Ma non è invece inutile domandarsi se a fronte del dichiarato fallimento finanziario e tecnico, non sarebbe invece opportuno rimettere mano alla proposte alternative scartate all’origine perché era più profittevole per la combinazione di politica a affarismo investire e approvvigionarsi con un’opera pesante suscettibile di durare a lungo e produrre mazzette altrettanto a lungo, una greppia cui nutrirsi tra cordate aziendali, amministratori, soggetti di sorveglianza, grazie allo scambio di voti, favori, bustarelle, acquisti incauti, consulenze, studi farlocchi, ritardi a orologeria con annessi risarcimenti, demolendo quell’edificio di consolidati principi e storiche prassi che avevano per secoli improntato gli interventi di Venezia per governare la sua laguna.

Se non sarebbe ora cioè di mettere a tacere  lo stornello vergognoso del quale sono stati maestri cantori i 5stelle,  Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…Chi ha dato, ha dato, ha dato… scordiamo il passato, mettiamolo in esercizio, pena il disonore internazionale, la minaccia dei risarcimenti e delle sanzioni.

Se non è troppo tardi per andare a pescare in tutte quelle proposte tecniche inventariate in un prezioso e circostanziato volume Il Mose salverà Venezia? degli ingegneri Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani e Paolo Vielmo e messe a tacere come fossero provocazioni proprio successe agli  autori  denunciati per diffamazione dal Consorzio Venezia Nuova, unico signore e padrone in regime di monopolio della città? Se non sarebbe opportuno dare voce a  Luigi D’Alpaos, professore emerito del Dipartimento di idraulica dell’Università di Padova e ripescare quelle analisi commissionate dal 2008 dal Comune di Venezia alla società di ingegneria francese Principia che segnalavano le debolezze strutturali del progetto, proprio come ripeteva tenacemente lo studioso Paolo Pirazzoli nel suo testamento spirituale La misura dell’acqua, pamphlet non a caso ormai introvabile?

E soprattutto non sarebbe ora di andare a vedere chi e che cosa ha condannato a morte Venezia e non per un lento e allegorico affondamento, ma perché è stata trasformata in bookshop  museale, in parco tematico della Serenissima con i pendolari dalla terraferma che ripopolano, in veste di figuranti locandieri, camerieri, osti, la città di giorno per poi lasciarla di notte ai fantasmi dei pochi residenti, espropriata, umiliata, svenduta, fino a ieri occupata oggi quinta teatrale della messa in scena della nuova Peste Nera?

Informazione di servizio: abbiamo aperto un canale Telegram all’indirizzo https://t.me/simplicissimus2


Venezia allagata, il Mose affonda

Anna Lombroso per il Simplicissimus

7 dicembre, la stampa locale esulta: “E’ rimasto sempre sollevato, anche durante la notte, il sistema di barriere del Mose, e così ha evitato che su Venezia si verificassero tra ieri e oggi due punte di acqua alta di 130 centimetri. La schiera di paratoie, eccetto per l’abbassamento ieri di Malamocco, per il transito di alcune navi, è in funzione da quasi da 40 ore consecutive, evitando per Venezia una pesante alta marea”.

8 dicembre, la stampa locale si rammarica: “Venezia di nuovo alle prese con l’acqua alta, che oggi si è ripresa la città a causa del fatto che il Mose – che l’aveva difesa negli ultimi giorni – non è entrato in funzione…“. sarebbe stato il meteo a mettere sotto scacco la città facendola finire sotto 138 cm. di acqua.

Perché il Mose non è stato azionato?” illustra Cinzia Zincone, a capo del Provveditorato alle opere pubbliche del Nordest, alla guida della cabina di regia del sistema di dighe mobili, insieme alla supercommissaria Elisabetta Spitz. “Siamo in una fase sperimentale, nella quale si alza quando c’è una previsione di 130 centimetri: l’allerta viene data 48 ore prima, per permettere non solo di emettere le ordinanze per la navigazione ma anche per convocare le squadre operative“. E aggiunge:  “Nonostante a Venezia si parli di ‘strucare el boton’ (pigiare il bottone), in realtà l’operazione nasce con molto anticipo e va preparata“.

Meno di un mese fa il commissario straordinario incaricato “di riportare il diritto” nel Consorzio Venezia Nuova,  il soggetto cui era stata affidata la  lotta della città contro il mare grazie alla realizzazione del sistema Mose, è stato delegittimato dalla ministra De Michela, infastidita dalla sua caparbia contrarietà alla nuova Agenzia per Venezia, altro mostro giuridico chiamato a sostituire il Magistrato alle Acque.  

In realtà in cinque anni e mezzo l’avvocato dello Stato Giuseppe Fiengo aveva commesso più volte il delitto di lesa maestà per aver fatto el pulci alla gestione contabile, certo, ma anche per aver dichiarato, come si legge nella relazione in merito alle consulenze del Consorzio e nei resoconti delle sue audizioni presso le Commissioni parlamentari, che il malaffare non consisteva solo nel sistema di corruzione, nello scambio di mazzette, incarichi, nella collaudata organizzazione dei profittevoli ritardi che incrementavano i profitti di imprese e vigilanti, ma anche nella combinazione di inefficienza e incapacità dimostrata negli anni, che aveva condizionato scelte di materiali, cambiamenti in corso d’opera, qualità delle risorse manageriali e tecniche espresse dalle cordate di aziende impegnate.  

E quando il 3 ottobre scorso trionfalmente vennero alzate le barriere per una specie di inaugurazione a poco meno di una anno dall’acqua granda  del 12-13 novembre, suonò come un malaugurio la sua prudenza sui tempi e le speranze di salvezza della Serenissima, confermata peraltro il giorno dopo quando a poche ore dalla festa l’acqua ha invaso la Piazza, perché la grande opera ingegneristica, il prodigio in terra che deve salvare la città dai flutti ci sta un bel po’ più di un ponte levatoio del castello, perché la procedura impegna uomini e mezzi oltre a un bel po’ di quattrini, perché la tutela della città si scontra con il passaggio delle navi, perché tenere le barriere alzate trasforma la laguna in una pozzanghera maleodorante e avvelenata.. perché, perché…

Perché c’è un evidente errore progettuale che parte da lontano quindi, dalla scelta di una realizzazione “pesante” e macchinosa, quella ingegneristica, che per entrare in azione con il suo congegno si affida a previsione meteorologiche e climatiche non sempre affidabili e che ha bisogno di un certo lasso di tempo per sollevare le sue barriere.

Mentre, anche senza avere l’avvedutezza e lungimiranze di ipotizzare fenomeni esterni, quelli legati al cambiamento climatico all’eustatismo e alla subsidenza (notoriamente aggravati oggi dalla pressione dell’opera stessa) a particolari effetti dei venti, era invece necessario immaginare soluzioni “automatiche” e leggere, quelle alla base di altri progetti subito cassati, quelli idraulici e matematici per i quali non occorreva andare in Olanda o chissà dove, bastava Padova, che si conciliavano con l’opportunità di predisporre un complesso previsionale, di allarmi e meccanico che intervenisse con tempestività e immediatezza nel caso di maree “anomale”, magari anche un po’ sotto quei 130 cm, che comunque allagano la Piazza,  e che con altrettanta rapidità cessasse una volta passato il pericolo.

Quante volte dovremo ancora prendere atto che quando c’è un problema che riguarda le nostre vite, si incarica di risolverlo chi l’ha creato? Non era evidente che la salvezza di Venezia, che affonda virtualmente e concretamente per via di scelte economiche, industriali e immobiliari, era stata “consegnata” ad una cerchia di malaffaristi della politica e dell’imprenditoria, una vera e propria cupola che ha messo in piedi una “machina” speculativa e corruttiva “incontrastabile”, come vogliono farci credere che siano i cosiddetti fenomeni naturali, adesso le malattie, i morti per incuria, profitto, sfruttamento?

Venezia muore. E non di morte naturale, vittima di omicidio premeditato (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/10/mose-e-gli-adoratori-del-vitello-doro/)  ad opera di un sistema che tante volte ho definito una cupola mafiosa allo stesso modo di quella che ha infiltrato la Capitale e altri siti dove la compulsione bulimica delle grandi opere ha perfezionato il corto circuito politica sporca- affari sporchi, quando gli interventi e gli investimenti non vengono programmati per un utile generale, ma solo per il profitto degli attori interessati, quelli che pretendono voti, consensi, finanziamenti, e quelli che pagano in vista della prossima accumulazione di denaro e rendite di posizione.


Mose, il giorno dopo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È ora di dire basta al disfattismo di quelli che godono quando qualcosa va male e di quelli che si compiacciono di avere avuto ragione quando profetizzavano il peggio.

Il Mose ieri ha funzionato: sfido chiunque a dire il contrario, i masegni di Piazza erano asciutti e pure il terasso della Basilica, quella pavimentazione che evoca la riva del mare quando l’acqua si ritira lasciando piccoli pezzi di conchiglie e un pulviscolo di madreperla che brilla sulla sabbia.  E tutto ieri i cronisti hanno girato per calli e campi a intervistare i veneziani in via di estinzione e i turisti compiaciuti per le prestazioni della Grande Opera che sfiderà i flutti dopo essersela passata male con cozze, ruggine e pure con inquietanti scricchiolii che parevano emessi dai rumoristi di un colossal sull’inabissamento di Atlantide.

Si sa che un inabissamento più o meno là c’è stato, o almeno si conosce una suggestiva leggenda, quella di San Marco a Boccalama, un’isola che giace in fondo alla Laguna, che il governo della Serenissima cercò di salvare dall’affondamento grazie a due grandi cassoni edili portati là da due galeoni, forse quei relitti scoperti alla fine degli anni ’90, proprio durante immersioni effettuate per ispezionare i fondali da tecnici del Magistrato, istituto incaricato di governare e sorvegliare le acque, sottoposto a rottamazione da Renzi e recentemente sostituito da uno di quei mostri a tre o più teste che devono fare e disfare, sporcare e ripulire, scavare e erigere proprio come il Consorzio “paròn” della città.

Il doge di allora non riuscì nell’impresa e dire che quella massa di alghe acquatiche gelatinose, così la definisce Brodskij , quell’antico rifugio di nidi da uccelli acquatici nel quale si erano ricoverati i fuggiaschi dalle invasioni barbariche era diventata un civitas, un prodigio urbanistico e di buon governo, con una vocazione instancabile a creare barriere e al tempo stesso a edificare un tessuto cittadino solido sulla più mobile delle strutture di sostegno.

Come un motore che non conosce fatica, Venezia governava maree  e correnti, inalzava difese contro le alluvione dovute all’intreccio dei fiumi alpestri e alle ondate tumultuose e impetuose spinte dalle correnti litorali del fondi del golfo adriatico. E intanto bonificava, gestiva e impiegava a buon fine fenomeni di emersione, interramento e riempimento che colmavano le parti morte dell’ambiente marino, rinforzando isole e lidi, impedendo che la terraferma divorasse la  laguna. Era nata quella città a forma di pesce,  su pali conficcati nella melma giù fino in fondo, in un attivismo convulso ma razionale, senza soste e strategico, consapevole di operare in un organismo vivo da difendere contro forze cieche ed eventi poco prevedibili.

E ieri ci hanno avvisati che finalmente sia pure con qualche ritardo e intoppo, si possono ripetere quei miracoli demiurgici: le barriere gialle si sono sollevate potentemente e hanno fermato le onde.

Oggi no. Oggi, la marea (1,10 metri?) si è insinuata silenziosa nelle calli e nei campi. Eh si, perché lo dovevate sapere che il Mose è pensato per alzarsi  solo con maree sopra i 130 cm. Per ragioni di carattere ambientale: una chiusura di più giorno tarsformerebbe la laguna in un mar morto, in una stagno puteolente. Per ragioni di carattere economico: impedirebbe il funzionamento del porto commerciale e chissà mai, l’eventuale passaggio delle Grandi Navi. Per ragioni di carattere tecnico: alzare e abbassare le paratie è complicato e richiede tempi lunghi. Per ragioni di carattere turistico: mica vorrete privare i giapponesi del piacere a Covid finito, di fotografarsi coi piedi in acqua, seduti ai tavolini del Florian.

E poi quella di ieri era una prova di incoraggiamento, non uno stress test, che mica vorrete sottoporre un sistema progettato nel 1992 e oggi non ancora completato che alla fine dei lavori costerà probabilmente 8 miliardi più 100 milioni all’anno di manutenzione, a uno sfrozo che potrebbe comprometterne la tenuta. E mica avrete voluto che pensassero a tutto? Ad esempio a soluzioni che non turbassero il delicatissimo equilibrio ambientale della laguna. A dispositivi che, una volta stabilito che si tratta di una formidabile creazione ingegneristica, ne permettano l’impiego continuativo nel caso prevedibile di maree come quelle dell’anno passato, che, lo dice la Convenzione sul Cambiamento Climatico, sono destinate  a presentarsi con una tremenda frequenza?

Mi immagino già che ci saranno i soliti malcontenti, i sior Todaro brontolon che diranno che ci hanno persi per i fondelli, che ci hanno buggerati.

Invece uno dei commissari l’aveva detto, mica si può pretendere troppo a cinque anni dallo scandalo, che ha scoperchiato le magagne. Ricordando che “mancano molte cose: mancano impianti, alcuni collegamenti”, sottolineando come non si possono chiedere prestazioni eccezionali in termini di sicurezza da un progetto “commisurato agli anni ‘90”. E poi  “tutte le parti hanno avuto, ognuna per conto suo, un collaudo tecnico e amministrativo. E siccome l’opera era spezzettata, si presenta  il problema di fare l’avviamento”.

Ecco, occorreranno tre anni di piani provvisori di gestione e manutenzione, di costante controllo e valutazione affidata alla Commissione di Collaudo  che suggerirà le sue raccomandazioni e prescrizioni che permetteranno di  “aggiustare quel che si deve aggiustare”.

Capito? Festeggiate pure, anche se oggi è il giorno dopo.


Miracolo a Venezia..per chi ci crede

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I bollettini parrocchiali dell’affarismo, della speculazione, della corruzione e del conflitto di interessi “a norma di legge”, esultano. La Repubblica, con l’abituale  sobrietà titola “La prima volta del Mose. Arriva l’acqua alta ma Venezia è salva”, il Corriere più compostamente sotto lo strillo trionfalistico, “Viva le dighe gialle”, propone la pensosa riflessione di Stella: “Venezia batte l’acqua alta, ma ci sono voluti 40 anni”.

Per una bizzarra coincidenza l’entusiasmo per il felice epilogo della leggenda di un progetto, che rappresentava per i promotori la più formidabile, efficiente e al tempo stesso visionaria opere ingegneristica mai realizzata, tanto che il burbanzoso sindaco Brugnaro – che a intermittenza dichiarava di non saperne niente essendosela trovata là già confezionata, con tanto di ruggine e allevamenti di cozze – voleva rivendersela ai cinesi della Diga delle Tre Gole e del del viadotto che unisce Hong Kong, Zhuhai e Macao, magari insieme al Ponte di Genova, occupa le cronache insieme alla cronaca nera del maltempo che ha colpito Piemonte e Liguria.

Una catastrofe prevedibile, che si ripete a ogni autunno, come si lascia fare da decenni di rinuncia volontaria agli obblighi di manutenzione e tutela del territorio, in favore di altre azioni e altri investimenti “speciali”.  

Fa un bel contrasto dunque la buona novella.

Il Mose ha funzionato –  sorprendentemente c’è da dire- secondo la ragionevole procedura stabilita a evitare le figuracce del passato:  i tecnici alle tre control room del Mose, guidati dal Responsabile dei sollevamenti ing. Davide Sernaglia, hanno iniziato le operazioni di innalzamento delle barriere alle 8:35. Alle 9:52 tutte le 78 paratoie hanno chiuso la laguna dal mare, così in città il livello della marea si è assestato intorno ai 70 centimetri, mentre le paratoie hanno bloccato il mare a 125 centimetri. Alle 14:57 sono iniziate le operazioni di abbattimento delle paratoie per riportarle nei loro alloggi.

E vorremmo anche vedere!

Alla foga creativa e dinamica dei primi anni, quando venne scelto quell’intervento sgombrando il campo da autorevoli alternative, surclassate a esercitazioni scolastiche di idraulici in pensione, quando un succedersi di governi ritrovarono unità e concordia intorno a una formula di gestione amministrativa e esecutiva dell’opera e di tutte quelle a contorno, in regime di monopolio e in evidente conflitto d’interessi, grazie a un format che ha trasferito il know-how  del malaffare autorizzato e legalizzato in altre geografie, E quando al fatidico taglio del nastro inaugurale si presentarono in gran spolvero rappresentanti istituzionali,  autorità anche ecclesiastiche involgiate dall’evocazione biblica del nome, e pure prestigiosi ospiti internazionali di quelli che avevano promosso raccolte fondi e fondazioni, poi prudentemente eclissatesi E poi dopo, dopo la famosa legge obiettivo del governo Berlusconi  che stanzia i primi soldi:   5,2 miliardi di euro sui 5,4 resesi ormai necessari, stabilendo anche una data per il completamente dell’opera: il 2011, ecco, dopo, sono seguiti anni si silenzio.

Un silenzio che copriva la laboriosa attività di sperpero di denaro pubblico (il progetto iniziale prevedeva costi pari a 3.200 miliardi di lire, l’ammontare attuale è di circa 5,4 miliardi di euro, la realizzazione definitiva, senza il computo delle spese annuali di manutenzione -100 milioni –  supererà i 7 miliardi) e l’alacre meccanismo di distribuzione di consulenze, regalie, incarichi farlocchi, ostacoli frapposti volontariamente per gonfiare spese e per prolungare i tempi biblici come il nome, inceppato al primo velo sollevato sugli scandali.

In realtà contrariamente a quanto si vuol far pensare non sono queste le voci più pesanti nel bilancio fallimentare, la voragine di quattrini è stata prodotta da incapacità non sempre esaltata dall’opportunità di sfruttare il non fare rispetto al fare, o dal valore aggiunto della riparazione più alto e profittevole dell’efficienza, dalla scelta di materiali di cattiva qualità all’inadeguatezza progettuale, fino a quella “commistione dei ruoli tra gli attori della progettazione, direzione, esecuzione  e controllo” denunciata dai commissari incaricati dopo le inchieste, che ha permesso “costi faraonici all’insegna della non essenzialità e degli sprechi” (stimabili in circa 30 volte il volume delle tangenti).

Ha funzionato, si. Ieri.

Senza fare gli uccelli del malaugurio è inevitabile chiedersi se è un felice caso fortuito, se il sistema sarà in grado in altre e differenti circostanze climatiche di fronteggiare l’impeto del mare, se è doveroso accontentarsi di un procedimento che viene attivato solo quando l’acqua supera i 130 cm, se i dispositivi che premettono l’allarme preventivo sono attendibili, se il loro funzionamento è sottoposto a una attività regolare di sorveglianza, se le strutture compromesse dall’impiego di prodotti di scarsa qualità e da anni di posa in opera senza manutenzione, resisteranno a altri test e a una continuità che per gli effetti estremi del cambiamento climatico, è sempre più caratterizzata da picchi di emergenza.

Se, se… Ma sarà pure legittimo, no? anche se tocca guardarsi indietro come l’angelo della Storia, interrogarsi se il sollievo non debba essere messo in ombra dall’eventualità suggerita da esperti trattati come eretici, disfattisti, misoneisti, che fosse preferibile lasciar affondare un intervento pesante, insostenibile ambientalmente e economicamente, per far ricorso sia pure tardivamente a soluzioni più elastiche e più compatibili con l’equilibrio della Laguna.  

Sarà pur legittimo, no? che il cittadino di Venezia, del Paese tutto che ha contribuito a questo mostro che non sappiamo se sia stato addomesticato, del mondo che va a vedere se a torto o a ragione accampa dei diritti su un così speciale patrimonio comune, si domandino se un progetto datato 1992 sia adeguato a “sopportare” un futuro prevedibile, quello di altre “acque grande” come quella dell’anno scorso, quello di un   « aumento del 430% delle maree” come ipotizzano le analisi del Panel della Convenzione del Cambiamento Climatico e come confermano le tendenze verificatesi in questi anni, o interrogarsi su che danni ecologici produce alla vita della Lagune il blocco del ricambio con il mare.

Il fatto è che Venezia non è salva proprio per niente.

Magari sarà un po’ meno bagnata, magari un po’ meno umida, e magari ai fan delle vacanze avventurose che la visitavano in attesa di partecipare all’evento catartico del suo affondamento, si potrebbero sostituire turisti di migliore qualità, che non sarà mai sufficiente a giustificare che la loro accoglienza imponga la cacciata dei residenti per far posto a hotel, o delle attività tradizionali e del commercio al dettaglio, sacrificate ai profitti della catene delle firme tutte uguali là come a Dubai, dei piccoli esercizi da convertire obbligatoriamente in distributori automatici di cicchetti e ombre in alternanza con hamburger e sushi, secondo quella peregrina idea di fusion cosmopolita che appaga la ricerca di conferme ai pregiudizi, proprio come O sole mio cantato dal tenore stonato in gondola.  

Non è bastata l’acqua alta del 2019, anzi ha contribuito a consolidare nel Governo centrale e cittadino come nell’opinione pubblica, il fermo proposito che fosse indispensabile completare la Grande Opera, non sono bastate le reprimende dell’Unesco, che con scarsa potenza e poco credito, ha messo in luce come i “problemi” di Venezia non si limitino al suo cattivo rapporto con il suo mare, se i suoi elettori hanno riconfermato il peggior sindaco già messo alla prova, se gli interessi del “centro storico” continuano ad essere apparentemente in conflitto con quelli della Terraferma, una guerra tra poveri alimentata ad arte, mentre il loro declino è segnato alla pari, l’uno condannato a museo diffuso, l’altra a stazione di servizio, motel, parcheggio del parco tematico della Serenissima.  

Non basta, aggiungiamoci che dopo che nel 2014 il divo Renzi ha pensato bene di cancellare il Magistrato alle Acque, oggi abbiamo a che fare con una fotocopia del mostro giuridico  rappresentato dal  Consorzio, che la vigilanza sulla trasparenza è stata soggetto di una indecente sceneggiata  che ha finito per imputare disfunzioni e ritardi si commissari che avevano osato impicciarsi delle malefatte quarantennali. 

No, non basta che le paratie, cui abbiamo giustamente guardato come a tristi rovine di archeologia idraulica, si siano prodigiosamente sollevate. Non basta un miracolo per salvare Venezia. E salvare noi dalla vergogna.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: