Mose, il giorno dopo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È ora di dire basta al disfattismo di quelli che godono quando qualcosa va male e di quelli che si compiacciono di avere avuto ragione quando profetizzavano il peggio.

Il Mose ieri ha funzionato: sfido chiunque a dire il contrario, i masegni di Piazza erano asciutti e pure il terasso della Basilica, quella pavimentazione che evoca la riva del mare quando l’acqua si ritira lasciando piccoli pezzi di conchiglie e un pulviscolo di madreperla che brilla sulla sabbia.  E tutto ieri i cronisti hanno girato per calli e campi a intervistare i veneziani in via di estinzione e i turisti compiaciuti per le prestazioni della Grande Opera che sfiderà i flutti dopo essersela passata male con cozze, ruggine e pure con inquietanti scricchiolii che parevano emessi dai rumoristi di un colossal sull’inabissamento di Atlantide.

Si sa che un inabissamento più o meno là c’è stato, o almeno si conosce una suggestiva leggenda, quella di San Marco a Boccalama, un’isola che giace in fondo alla Laguna, che il governo della Serenissima cercò di salvare dall’affondamento grazie a due grandi cassoni edili portati là da due galeoni, forse quei relitti scoperti alla fine degli anni ’90, proprio durante immersioni effettuate per ispezionare i fondali da tecnici del Magistrato, istituto incaricato di governare e sorvegliare le acque, sottoposto a rottamazione da Renzi e recentemente sostituito da uno di quei mostri a tre o più teste che devono fare e disfare, sporcare e ripulire, scavare e erigere proprio come il Consorzio “paròn” della città.

Il doge di allora non riuscì nell’impresa e dire che quella massa di alghe acquatiche gelatinose, così la definisce Brodskij , quell’antico rifugio di nidi da uccelli acquatici nel quale si erano ricoverati i fuggiaschi dalle invasioni barbariche era diventata un civitas, un prodigio urbanistico e di buon governo, con una vocazione instancabile a creare barriere e al tempo stesso a edificare un tessuto cittadino solido sulla più mobile delle strutture di sostegno.

Come un motore che non conosce fatica, Venezia governava maree  e correnti, inalzava difese contro le alluvione dovute all’intreccio dei fiumi alpestri e alle ondate tumultuose e impetuose spinte dalle correnti litorali del fondi del golfo adriatico. E intanto bonificava, gestiva e impiegava a buon fine fenomeni di emersione, interramento e riempimento che colmavano le parti morte dell’ambiente marino, rinforzando isole e lidi, impedendo che la terraferma divorasse la  laguna. Era nata quella città a forma di pesce,  su pali conficcati nella melma giù fino in fondo, in un attivismo convulso ma razionale, senza soste e strategico, consapevole di operare in un organismo vivo da difendere contro forze cieche ed eventi poco prevedibili.

E ieri ci hanno avvisati che finalmente sia pure con qualche ritardo e intoppo, si possono ripetere quei miracoli demiurgici: le barriere gialle si sono sollevate potentemente e hanno fermato le onde.

Oggi no. Oggi, la marea (1,10 metri?) si è insinuata silenziosa nelle calli e nei campi. Eh si, perché lo dovevate sapere che il Mose è pensato per alzarsi  solo con maree sopra i 130 cm. Per ragioni di carattere ambientale: una chiusura di più giorno tarsformerebbe la laguna in un mar morto, in una stagno puteolente. Per ragioni di carattere economico: impedirebbe il funzionamento del porto commerciale e chissà mai, l’eventuale passaggio delle Grandi Navi. Per ragioni di carattere tecnico: alzare e abbassare le paratie è complicato e richiede tempi lunghi. Per ragioni di carattere turistico: mica vorrete privare i giapponesi del piacere a Covid finito, di fotografarsi coi piedi in acqua, seduti ai tavolini del Florian.

E poi quella di ieri era una prova di incoraggiamento, non uno stress test, che mica vorrete sottoporre un sistema progettato nel 1992 e oggi non ancora completato che alla fine dei lavori costerà probabilmente 8 miliardi più 100 milioni all’anno di manutenzione, a uno sfrozo che potrebbe comprometterne la tenuta. E mica avrete voluto che pensassero a tutto? Ad esempio a soluzioni che non turbassero il delicatissimo equilibrio ambientale della laguna. A dispositivi che, una volta stabilito che si tratta di una formidabile creazione ingegneristica, ne permettano l’impiego continuativo nel caso prevedibile di maree come quelle dell’anno passato, che, lo dice la Convenzione sul Cambiamento Climatico, sono destinate  a presentarsi con una tremenda frequenza?

Mi immagino già che ci saranno i soliti malcontenti, i sior Todaro brontolon che diranno che ci hanno persi per i fondelli, che ci hanno buggerati.

Invece uno dei commissari l’aveva detto, mica si può pretendere troppo a cinque anni dallo scandalo, che ha scoperchiato le magagne. Ricordando che “mancano molte cose: mancano impianti, alcuni collegamenti”, sottolineando come non si possono chiedere prestazioni eccezionali in termini di sicurezza da un progetto “commisurato agli anni ‘90”. E poi  “tutte le parti hanno avuto, ognuna per conto suo, un collaudo tecnico e amministrativo. E siccome l’opera era spezzettata, si presenta  il problema di fare l’avviamento”.

Ecco, occorreranno tre anni di piani provvisori di gestione e manutenzione, di costante controllo e valutazione affidata alla Commissione di Collaudo  che suggerirà le sue raccomandazioni e prescrizioni che permetteranno di  “aggiustare quel che si deve aggiustare”.

Capito? Festeggiate pure, anche se oggi è il giorno dopo.

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