Anna Pulizzi per il Simplicissimus

Dal discorso di Putin all’Assemblea federale russa ci si attendeva una sorta di energico ed estremo appello alla prudenza rivolto all’Occidente, prima che sia troppo tardi, nell’ora in cui già tuonano i cannoni dall’Ucraina alla Siria e le navi delle peggiori potenze coloniali si infilano nel mar Nero per dimostrare che non c’è luogo al mondo in cui non debbano prevalere i loro interessi. Invece è stata una cosa piuttosto pacata, evidentemente destinata più ai russi che ad altri, solo nella parte finale dedicata a tematiche geopolitiche, quasi per rassicurare i concittadini circa la saldezza di quella linea del buonsenso che a suo dire nessuno può oltrepassare impunemente. Per la verità in certi passaggi si poteva leggere anche qualcos’altro e cioè l’intenzione di proseguire con un atteggiamento “molto sobrio, possiamo dire quasi modestamente” di fronte ad atti ostili e di “vera e propria maleducazione”. Non è proprio come il “credo che ci sarà la pace nel nostro tempo” di Chamberlain di ritorno da Monaco nel ‘38, però vi è qualcosa che ricorda la strategia dell’accomodamento, purtroppo interpretata dall’avversario – non solo all’epoca – come prova di debolezza o di indecisione.

Non vi è dubbio che tra i due detentori di valigette nucleari è buona cosa che ve ne sia almeno uno dotato di senso dell’equilibrio, però viviamo da anni in una situazione in cui una delle due parti interpreta il ruolo del pompiere e l’altra quello del piromane. Nella sua ultima conferenza stampa datata 2016, Obama dava dimostrazione della sua singolare concezione della geopolitica e perfino della geografia sostenendo che “la Russia è un paese più piccolo e più debole del nostro” e lasciando quindi in eredità ai successori non certo un atlante bensì la raccomandazione di rapportarsi alla potenza rivale con l’abituale protervia. In quelle parole non c’era alcuna volontà di rasserenare un clima che lui stesso aveva contribuito ad esasperare scatenando in otto anni una mezza dozzina di conflitti e lasciando indelebili schizzi di sangue sull’assegnazione del premio Nobel più grottesca di sempre. Biden non ha disegni molto diversi da quelli del suo ex-principale e sembra abbia la stessa passione per i fiammiferi.

L’orizzonte strategico americano non va oltre l’idea che per assicurarsi la fedeltà dei paesi vassalli occorra alzare la tensione con Mosca e con Pechino, così da puntellare una supremazia da sempre basata sul saccheggio di risorse altrui e oggi condannata anche al funambolismo finanziario. Il pericolo origina dal fatto che le potenze non genuflesse di fronte a tale disegno egemonico non possono più manovrare entro un loro spazio geopolitico senza che ciò provochi una reazione brutale insieme all’innalzamento della tensione. Questo spazio non c’è più, a differenza di quanto accadeva nel vecchio mondo della Guerra fredda, dove le rispettive aree di influenza erano obtorto collo riconosciute dalla controparte. C’è da domandarsi se l’attuale strategia russa, che ha già vent’anni dato che tanti ne sono trascorsi dal tramonto della vodkacrazia eltsiniana e dall’avvento di Putin, possa ancora produrre qualche risultato. L’impressione è che la ‘linea rossa’ evocata dal presidente russo come confine che le ambizioni altrui non devono oltrepassare coincida con una sorta di ideale linea del Piave, tracciata con qualche fatica intorno alla Bielorussia, al Donbass e a poco altro. E che la rinuncia ad un atteggiamento più deciso abbia consentito perfino a paesi come Israele o la Turchia o l’Ucraina una condotta impensabile in altri tempi.

Nelle relazioni internazionali la ragionevolezza non è una virtù e sarebbe interessante esplorare i motivi che rendono l’interazione tra entità nazionali così soggetta a stimoli atavici, laddove se non ci si salta al collo è solo perché ciò è sconsigliabile sotto l’aspetto costi-benefici. Il metodo-Putin non ha impedito che in Ucraina si installasse un regime nazistoide e filoatlantico, ha consentito a forze nemiche il possesso sine die di buona parte della Siria, paese legato a Mosca fin dall’alba della sua indipendenza. Non ha ostacolato la distruzione dell’Irak e della Libia, né l’assedio che viene tutt’ora portato alla Serbia, né le mire turche che ormai si estendono convulsamente dalla Tripolitania al Turkmenistan. E nemmeno ha garantito una reazione efficace alle sanzioni europee pur essendovene la possibilità, specie sul piano delle forniture energetiche. Una strategia la si giudica soprattutto dai risultati che ottiene ed essi sono oggettivamente modesti per un paese che dopotutto vanta il maggior deterrente nucleare al mondo. Se anche non viene eroso il consenso intorno all’attuale governo russo, un atteggiamento costantemente difensivo non incoraggia nuove alleanze, concede spazi pericolosi alle ambizioni regionali dei paesi vicini e soprattutto non attenua la conclamata aggressività delle potenze rivali. E’ possibile che la tattica russa seguita fino ad oggi sia ormai prossima al capolinea, non essendovi più spazi che possono essere concessi senza rinunciare per sempre alla propria credibilità. Ciò che arriva dopo il fallimento della moderazione e del buonsenso va solitamente a riempire le pagine più buie della storia.