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Chi ha paura della pace?

de9d420a-b5d3-410e-a8f4-c891ed701f6d_largeChe la situazione complessiva sia sia davvero grave lo dimostra in maniera indiretta il fatto che la grande stampa americana e di conseguenza quasi tutta quella occidentale stia sollevando un vortice di paura riguardo all’incontro fra Trump e Putin in programma il 16 luglio.  Si teme che ne possa scaturire una definitiva rottura tra i due antagonisti e uno stato di conflitto pre – bellico? Nemmeno per idea, anzi come se vivessimo in un mondo totalmente ribaltato, la grande paura è che Trump sia portato a fare delle “concessioni” a Putin e che in qualche modo il vertice disinneschi alcuni dei motivi di ostilità che sono stati artificiosamente consolidati, dopo l’aggressione “democratica” all’Ucraina, con la famosa e presunta interferenza del leader russo nella campagna elettorale americana, una vicenda i cui contorni farseschi e truffaldini sono ormai visibili anche ai ciechi.

Siamo oltre Orwell non solo perché gran parte di questa informazione mainstream sembra dipendere direttamente dal deep state e dai suoi editori pur presentandosi come libera ( del resto New York Times e Washington Post presentano articoli così simili anche nello stile e nelle singole frasi che è impossibile non pensare alle veline), ma quando si lavora per creare uno stato di conflitto invece che perseguire comunque la pace, quando essa viene considerata come nociva per gli interessi nazionali statunitensi, è evidente che ci si trova di fronte a un’inedita e malvagia evoluzione di un sistema di potere che ormai vede nel conflitto la soluzione delle proprie insanabili contraddizioni. Un clima più disteso con la Russia e dunque una remissione sia pure temporanee degli spiriti imperialisti, significherebbe nel medio periodo una  diminuzione di caos e dunque anche una riduzione delle spese militari che oggi hanno raggiunto il diapason: parliamo nel complesso di cifre colossali delle quali un’economia in affanno e minacciata dalla sua stessa elefantiasi patologica non può privarsi alla leggera, anzi sarebbe tanto di guadagnato se una confronto sul campo o quanto meno la sua attesa e la sua preparazione potessero far schizzare verso la stratosfera l’acquisizione di armamenti. E’ esattamente questo che vuol intendere Krugman, quando dice: “ciò di cui abbiamo bisogno è l’equivalente finanziario di una guerra“, tanto per esprimere in maniera politicamente corretta un retro pensiero  da cui le oligarchie occidentali sono ossessionate. Purtroppo non esiste un succedaneo della guerra, come tutti sanno, e la frase suona come un sinistro invito.

D’altro canto le vie d’uscita dalla situazione creata da 40 anni di neoliberismo senza freni e dall’aumento straordinario dell’economia di carta e di bit che ha favorito l’accumulazione solo di debito sovrano di cifre che oltrepassano il 225% del pil mondiale non sono poi molte: la messa in crisi del mondialismo, le guerre commerciali e il ritorno ai dazi pesanti, ovvero la strada scelta da Trump, può causare un tracollo del 20% della produzione mondiale che trascinerebbe nel baratro le attuali governance, ma il mantenimento dello status quo significa il crollo delle società occidentali per eccessiva disuguaglianza, mancanza di lavoro, distruzione di diritti e prospettive: all’interno di questo paradigma economico mancano infatti quasi del tutto le condizioni base per il ritorno a produzioni nazionali o comunque non delocalizzate.  Bisogna cambiare completamente registro per poter risalire la china.

Dunque la batracomiomachia ridicola e inquietante tra la parte di elite legata alla globalizzazione che fa la guerriglia a Trump come a qualsiasi altro potere che non sia allineato e quella invece più propensa al ritorno delle produzioni nazionali è in gran parte insensata se non prevede un cambiamento radicale di sistema, ovvero proprio quello che le due opposte strategie si propongono di evitare. E’ abbastanza naturale che alla fine si finisca per considerare il clima di conflittualità come una specie di lenitivo per le patologie economiche e politiche ormai conclamate, di depistaggio per le opinioni pubbliche, specie se condite di continue e assurde sceneggiate che tengono viva l’attenzione. Ma intanto tutti i problemi rimangono comunque sul tappeto e anzi continuano ad aggravarsi perché è il sistema stesso che è giunto alla fine della sue possibilità e finirà fuori dal controllo di chi pretende di controllarlo.

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