Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’incerto  piatto di lenticchie intorno al quale primogeniti e cadetti si stanno accapigliando, peggio di Esaù, è per giunta avvelenato, grazie alla dichiarata e definitiva cessione di sovranità in forma di autonomia di bilancio  che impone ai commensali correi o assoggettati, quando sarà formalizzata la minaccia del ritorno alle regole di prima del tempo del colera, di piegarsi alla più feroce austerità.

Ma i contendenti qualcosa ci guadagnano, la protezione padronale sia pure capricciosa, un consenso “social” che ormai ha sostituito il rito elettorale più pericoloso di una prèmiere a teatro o di un cenone in famiglia, mentre è inspiegabile che la cosiddetta società civile si faccia prendere per in fondelli, come le tre scimmiette che non ne vogliono sapere di conoscere i contenuti delle raccomandazioni europee che riguardano la condizionalità, le country-specific recommendations, declinate sui singoli paesi e ispirate a quelle  formulate dalla Commissione europea nell’ambito del Patto di stabilità e crescita.

Sarà che la stampa, ma pure gli euroscettici, intimoriti dall’eventualità di essere arruolati tra negazionisti, complottisti e no-vax, si sono tenuti nel cassetto la pennetta con l’elenco dei “suggerimenti” amichevoli rivolti ai riottosi partner tra il 2011 e il 2018,  e che vertevano  particolare sulla riduzione della spesa relativa alle pensioni, alle prestazioni sanitarie e all’indennità di disoccupazione, che sollecitavano il contenimento della crescita salariale e la limitazione degli interventi normativi e delle misure a garanzia della sicurezza sul lavoro. E per quanto riguarda l’Italia, non hanno voluto preoccuparci rivelandoci  la dolce violenza esercitata per combinare l’aumento dell’età pensionabile con la riduzione della spesa pubblica in materia di previdenza e assistenza degli anziani, in conformità con i consigli per le vendite dei servizi e delle strutture  sanitarie.

Ma qualcuno ci sarà ancora che si augura che quell’accordo che deve essere ratificato da tutti i parlamenti nazionali degli Stati membri non si faccia, che non ci piova sulla testa la pioggia acida di quattrini tra “ prestiti” e “trasferimenti”, che dovremo restituire con gli interessi, che non ci mettono in pari visto  che l’Italia versa all’Europa più   di quanto riceva, che potremmo tirar su  in condizioni di sovranità monetaria ma perfino adesso  con aste di Btp, e che comporta, lo sappiamo per esperienza nostra e dei vicini greci, l’obbligo di demolire l’edificio di conquiste e garanzie del lavoro, delle tutele occupazionali, delle contrattazioni collettive.

È che Covid e Recovery Fund non possono fare a meno l’uno dell’altro come certe coppie indissolubili,  senza la pandemia il piano di distruzione della società immaginato dal regime totalitario dell’economia finanziaria intriso dei principi dell’ideologia neoliberista non potrebbe concretizzarsi, senza l’apocalisse non ci sarebbe il benefico grande reset.

Ormai è perfino inutile domandarsi se il tandem sia frutto di un complotto o se intorno al primo sternuto si sia configurata prodigiosamente la provvidenziale cospirazione, che ha aggiornato anche la terminologia in uso, così le oscene disuguaglianze sono diventate il doveroso distanziamento, la profilassi è stata convertita in epica campagna di guerra, i caduti sul campo – ma non è una novità – sono catalogati come effetti collaterali provocati dalle intemperanze delle stesse vittime, la stessa morte che ha dovuto aggiornarsi ha assunto legittimità solo come epilogo incontrastabile del virus.

E si capisce quindi che lo stravolgimento anche semantico interessi la modernità che deve configurarsi unicamente come digitalizzazione, il lavoro che deve essere sempre più telecomandato, telecontrollato e tele-eseguito, per consolidare la balla stratosferica della fine della fatica, quando i colossi che escono vittoriosi dai lockdown traggono profitto è vero dal commercio di dati ma anche dagli schiavi che immagazzinano e trasportano merci, guidano camion, producono e assemblano articoli. Non a caso da anni si parla di politiche del lavoro e dell’occupazione, di cultura di impresa, di management, di relazioni industriale,  grandi contenitori svuotati dalla gente, dagli operai, dai contadini ma pure dai commessi, dai pony, dai trasportatori, figurine arcaiche ricollocate dentro al Quarto Stato.

E la stampa che non è mai stata così padronale, si presta al teatro dei pupi dando voce a pretese confindustriali insoddisfatte e sdegnate proteste di autonomia governativa quando per capire che si tratta del solito gioco delle parti in commedia, basta  dare una veloce scorsa, alla voce  missione 5, “Inclusione e sociale” del Recovery Plan Italia, con una dotazione di 27,6 miliardi, da “sviluppare” su tre direttrici: politiche per il lavoro (12,6 miliardi), infrastrutture sociali, famiglia, comunità e Terzo settore con una dotazione di circa 10,8 miliardi, e interventi speciali di coesione territoriale (4,1 miliardi) comprendente anche le azioni per la ricostruzione nelle aree colpite  dai terremoti del 2009 e 2016.

C’è dentro tutto il bric à brac che ha ispirato i think tank, le leopolde, i centri studi ichiniani, i dream team di Taddei, gli algoritmi montiani, che ha animato le forbici non solo virtuali dei Cottarelli, dei tagliatori e dei controriformisti renziani, e pure le liste Tsipras e le pensose giravolte dei progressisti neoliberisti e che serve per moltiplicare i loro brand innovativi. E lo si capisce dai titoletti impiegati per la parte riguardante le “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione”, del valore di 7,5 miliardi di euro  per quattro “misure”: Politiche attive del lavoro e formazione (3,5 miliardi), Piano nuove competenze (3 miliardi), Apprendistato duale (600 milioni) e dulcis in fundo, Sostegno all’imprenditoria femminile (400 milioni).  

E difatti i 3,5 miliardi destinati alle politiche attive sono finalizzati  ad aumentare il tasso di occupazione, “facilitando le transizioni lavorative da un impiego all’altro, o dalla disoccupazione al lavoro, l’inserimento lavorativo dei NEET, e l’adeguamento delle competenze alle trasformazioni del mercato del lavoro”,  modificando la disciplina dell’assegno di ricollocazione, rafforzando i centri per l’impiego e affidando al nuovo  Programma nazionale Garanzia di occupabilità dei lavoratori (GOL), già previsto dalla legge di Bilancio 2021, la “presa in carico dei disoccupati e delle persone in transizione occupazionale, sia per la profilazione dei servizi al lavoro che per la formazione”.

3 miliardi sono invece dedicati al progetto del Piano nuove competenze, che mira a sviluppare un “sistema permanente di formazione” (ovviamente in inglese, life-long learning, reskilling e upskilling), attraverso il potenziamento del sistema dei centri di formazione professionale, dei fondi interprofessionali (che potranno fare attività di formazione anche per i disoccupati), degli ITS, dei centri provinciali di istruzione per adulti (CPIA) e delle Università, anche mediante la  creazione di reti territoriali di servizi di istruzione, formazione e lavoro,  attraverso partenariati pubblico-privato in forma di “industry accademy”.

Mentre per favorire “l’occupabilità” dei giovani è previsto il potenziamento del sistema duale, per aumentare le sinergie tra i sistemi d’istruzione e formazione con il mercato del lavoro, promuovendo “modalità di apprendimento on the job”, per realizzare  percorsi formativi che rispondano ai fabbisogni professionali delle imprese e riducano il mismatch tra le competenze richieste nel mercato del lavoro e quelle in uscita dai percorsi di istruzione e formazione.

Ma non siete stufi di trovarvi nel piatto, senza lenticchie, tutta questa aria fritta, o meglio fried air, confezionata da chi manda i figli nei college, si cura nelle cliniche, accumula incarichi e prebende in libero regime di conflitto d’interesse, delocalizza ( i 475 miliardi che imprenditori italiani hanno speso all’estero per impiantare linee produttive se fossero stati investiti nel paese avrebbero generato 2,6 milioni di posti di lavoro), rinomina i crimini chiamandoli transizione ecologica e rivoluzione Hi Tech, con la lingua dell’impero o con il gergo dei fantocci bocconiani, per abbellire sopraffazione e sfruttamento, quelli che hanno voluto la scuola come anticamera della servitù specialistica, e convertito la servitù già brutta in schiavitù?