Quell’Italia che non va in porto

A nessuno sarà sfuggita la coincidenza temporale tra l’insediamento di Biden e l’irrequietezza di Renzi sfociata in questa fichissima crisi di governo i cui possibili sbocchi tentano disperatamente di  non prevedere l’unico strumento democratico di risoluzione dei problemi politici, ovvero le elezioni e si apprestano a formare un governo di ammucchiata, alias “tecnico”. Ma a nessuno sarà pure sfuggito il fatto che al forum telematico di Davos, aperto da Xi Jinping, è intervenuto anche Putin  il quale ha apertamente parlato di fallimento del modello di globalizzazione a guida americana che oltre a portare guerre dovunque ha esasperato le disuguaglianza a favore delle grandi multinazionali Usa. Cioè quelle che di fatto governano il Paese, aggiungo, visto che Putin poteva dirlo esplicitamente. Con la Cina, prima economia tecno- manifatturiera del mondo e la Russia tornata una formidabile potenza militare la pangea americana che Washington aveva pensato di aver in mano per sempre si va fratturando rapidamente e questo apre un grande problema di collocamento non tanto per la Ue dove domina il più selvaggio lobbismo e un culto quasi esoterico della Nato, ma per i singoli Paesi europei, gli unici soggetti che abbiano visioni di politica estera  e che si trovano ad affrontare questa divisione delle zolle planetarie sapendo che la geopolitica è di nuovo in accordo con l’astronomia: il sole sorge ad oriente e tramonta ad occidente.

Ed è in questo contesto  che si situa il problema italiano, un Paese avvilito da un trentennio di pessima politica, ormai in via di deindustrializzazione, fiaccato dall’euro, scacciato dal mediterraneo e sottoposto a un doppio status coloniale, che ha proprio in questa rinata multilateralità l’unica speranza di riuscire a sopravvivere. Ma questa speranza è contesa. Il 16 gennaio scorso è stato eletto presidente della Cdu, il partito della signora Merkel, Armin Laschet, un uomo dall’aspetto quasi dimesso, un po’ tra il prete e il contadino, che presumibilmente sarà il nuovo cancelliere e che interpreta il desiderio del Paese di non impegnarsi in uno scontro con la Russia, anzi di essere il terminale delle immense risorse energetiche di Mosca, come è testimoniato dalla assoluta volontà di far proseguire l’oleodotto Nord Stream 2 nonostante le pressioni americane e addirittura di approvvigionarsi di vaccini anticovid russi, per quel che vale. Questo passo è quello decisivo per poter essere anche il punto di arrivo della via della Seta, altra cosa che disturba in maniera ossessiva gli Usa. La prova che Laschet sia persona sgradita a Washington lo dimostra un articolo di  Foreign Policy nel quale il personaggio è violentemente accusato di opporsi alla demonizzazione di Putin per la Crimea, di sostenere che il dialogo è lo strumento migliore per confrontarsi con la Cina e che il mondo sia ormai multipolare. Il fatto che queste ovvietà di buon senso siano tema di accusa dimostra a quale punto di stupidità e perversione sia giunta la governance americana. Il problema è che il terminal naturale della via della seta è proprio l’Italia ed è per questo che Pechino ha provato ad entrare nel porto di Trieste, cosa contro cui si è scatenato sia il partito amerikan – massone che quello tedesco, aiutato dai moniti di Berlino, con argomentazioni del tutto prive di senso e di intelligenza oltre che dal sapore vagamente razzista, proprio per impedire che lo Stivale diventi in proprio il punto di arrivo occidentale dei nuovi assetti dell’economia mondiale.

Storicamente è proprio questo ruolo di ponte che ha fatto le fortune dell’Italia e che l’ha resa l’area più ricca dell’occidente per almeno due secoli tra Medioevo e Rinascimento: questo perché non si tratta mai di semplice passaggio, ma della nascita di innumerevoli attività e di connessioni tecnologiche, di intreccio di saperi, di affari che potrebbero risollevare il Paese dallo stato miserevole in cui giace. Ma appunto questo è il ruolo che invece vuole avere la Germania, ancorché la sua geografia non la aiuti in questo e che farà di tutto, attraverso gli strumenti europei, non comparendo mai in prima persona, per evitare che ciò accada. In realtà società portuali tedesche stanno cercando già da ora di accaparrarsi lo scalo triestino tanto che la società che gestisce il porto tedesco di Duisburg, la Duisburger Hafen AG sta diventando azionista al 15 per cento della società che gestisce l’Interporto di Trieste, avendo comprato le quote da Friulia, la finanziaria regionale, la cui partecipazione allo scalo triestino scende così dal 47% al 32%. Basta un altro acquisto e i tedeschi saranno i padroni di fatto e allora sì che saremo tagliati fuori, le merci saranno gestite dai porti del nord Europa e passeranno addirittura attraverso la Slovenia. A Trieste rimarranno solo gli oneri, l’inquinamento e le cartacce. Tuttavia sembra che nessuno si renda conto di tali problemi che investiranno nel prossimo futuro anche altri scali e che gli unici a farlo sono proprio quelli che vogliono mettere i bastoni fra le ruote, dietro compenso , ovviamente. Ed è la stessa gente che organizza la politica.

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