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Metafisica dello sfruttamento

banner-palazzo-reale1920x800.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’Istat comunica che dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, da luglio invece i livelli risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre   e un tasso in salita che  cresce di 0,3 punti percentuali al 9,9%, interessando sia  uomini che donne e coinvolgendo tutte le classi d’età tranne i 25-34enni.  Rileva anche  che le persone in cerca di occupazione sono aumentate del 3%, vale a dire  73 mila unità nell’ultimo mese.

I contratti a termine che dovevano essere debellati dai provvedimenti Dignità hanno toccato il record storico (3,1 milioni) e i lavoratori autonomi destinati ad aumentare per effetto della mini flat tax sono diminuiti in un anno di 115 mila unità.

Nel commentare i dati il Corriere della Sera, costretto a riservare un’occhiata distratta a cosa accade “nella realtà, trae una sua morale “ lineare”: le dinamiche che muovono davvero i comportamenti di famiglie e imprese non si possono teleguidare, seguono sentieri lunghi e in diversi casi tortuosi.  A conferma che capitale e mercato rispondono a leggi divine e naturali, seguendo percorsi indecifrabili per gli umani che la politica terrena dei governi non è abilitata a intercettare.

Non fa sorridere la svolta mistica dei giornaloni alle prese con fenomeni metafisici, perché riconferma l’inadeguatezza volontaria a guardare nel baratro nel quale ci hanno cacciati e dal quale non vogliono farci risalire. E dire che perfino pensatori integrati nell’ideologia e nella religione teocratica dello sviluppo e nella fede europeista prima del 2000 e della crisi, quella si teleguidata, si interrogavano sul futuro dell’occupazione ai tempi della morte del lavoro e non solo per mano della tecnologia e dell’automazione.

È che il fallimento riformista, che è culminato nell’uscita anche della parola progresso dal nostro dizionario, sostituita da modernità e diventata il paravento dietro al quale consumare delitti contro la salute, il territorio, l’ambiente, la dignità e la democrazia, è stato segnato  proprio dalla correità di partiti e movimenti della sinistra e dei sindacati, persuasi della impossibilità non solo di rovesciare gli equilibri di forza, ma perfino di addomesticare l’indole ferina del totalitarismo, l’unico che non viene preso in considerazione dall’europarlamento, quello economico e finanziario.

Il successo delle grandi potenze economiche, prima degli Usa, oggi della Cina, è fatto di migrazioni esterne e interne, di masse contadine che hanno lasciato i villaggi pe andare a lavorare nelle metropoli, di etnie e gente priva di diritti civili, sindacali, politici, sottoposta a orari e regimi disciplinari schiavistici. Oggi non è il successo che si persegue in Europa, ma la sopravvivenza e con gli stessi mezzi, abbassando gli standard di tutti, trascinandoli giù per garantire profitti e sopportare la competitività feroce, trasformando la propagandata accoglienza tardiva in sfruttamento non tanto di un esercito di riserva ma di deterrente per rivendicazioni e lotte da parte dei lavoratori locali, ricattati e costretti a adeguarsi a perdita di sicurezze, tutele e salari dignitosi.

Non è esagerato o letterario, chiamare questo processo ritorno alla schiavitù se si pensa al regresso delle condizioni di vita, di lavoro, dell’abitare, dello spostarsi che milioni di persone subiscono e che fanno da contraltare retorico alla narrazione delle magnifiche sorti dell’automazione che ci risparmierebbe dalla fatica, di trasporti sempre più veloci che ci consentirebbero di andare tutti nello stesso posto allo stesso momento decretando la fine per abuso di bellezza e cultura, di avveniristici grattacieli che sfiorano le nuvole destinati a trasformarsi in vestigia archeologiche senza mai essere abitate. Un processo favorito dalla pubblicità universale trasmessa su tutti i canali per convincerci delle formidabili opportunità offerte dal sistema, dalla scienza, dalla tecnologia  che ci fa provare  una onnipotenza astratta e virtuale a fronte di una concreta impotenza.  Un processo segnato dalla demolizione di rapporti di forza delle organizzazioni sindacali, dall’eliminazione delle residue tutele legali a favore di lavoratori e dalla riproposizione del feticcio della flessibilità come condizione e criterio irrinunciabili per la crescita.

Non so se mai, come e quando troveremo una via di riscatto, se tutto congiura per farci cedere e piegare all’ineluttabile, senza alternativa, se le forme di democrazia e gli stati intermedi che dovevano rappresentare bisogni e aspettative sono sempre più disarmati e assoggettati, se i sindacati ogni giorno ci mostrano  l’inesorabilità del ricatto, quando protestano contro le misure per cancellare lo scudo penale dei proprietari passati presenti e futuri dell’Ilva, per persuaderci che è ragionevole prestarsi all’alternativa cancro o salario, a quella tra precarietà o delocalizzazioni, se si prestano a fornire credenziali e credito alle grandi opere e alla loro proposta occupazionale fatta di cantieri senza garanzie, senza sicurezze, senza protezioni e a breve termine, se vogliono che ci accontentiamo del volontariato in sostituzione di formazione e tirocinio, se hanno scelto di rinunciare a vocazione e mandato per trasformarsi in organismi di consulenza individuale, venditori di assicurazioni e fondi destinati a prendere il posto dello stato sociale e pure di quello di diritto.

E se i partiti che una volta appartenevano alla sinistra hanno abiurato per essere investiti della rappresentanza di più e meglio dei valori della destra, ridotti a gusci vuoti per via della pretesa di innocenza nella caduta del muro e nel disfacimento dell’impero sovietico, spogliati interamente della loro vecchia attrezzatura ideologica e intenti a testimoniare e interpretare l’apparato di principi e imperativi dei una vecchia borghesia che non c’è più, come non ci sono più le mezze stagioni, mentre si fa sempre più potente e profonda la divisione tra una nuova classe disagiata pigiata giù nello stesso fondo degli ultimi e perciò sempre più rabbiosa, come in Umbria, e quella scrematura gerarchica dorata di ricchi sempre più ricchi.

Ci sarebbe una strada, sempre la stessa, che ha fallito anche se continua a parere l’unica realistica, quella dell’utopia, se un rovesciamento del tavolo è appena più visionario delle vecchie parole d’ordine dei riformisti, delle promesse di partiti e leader che col passare del tempo da socialdemocratici sembrano esser diventati anarco insurrezionalisti perché parlavano di redistribuzione, nazionalizzazioni. Ma è troppo impervia per un blocco sociale confuso, di proletari, sottoproletari a loro insaputa, risparmiatori derubati, piccoli imprenditori e artigiani incravattati, consumatori che non riescono più a esserlo tanto sono indebitati. E che non sanno nemmeno più come si fa a essere  popolo.

 

 

 

 

 

 


Lavoratori, votate per chi vi sfrutta

bandAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio non ci sia strada virtuosa per il potere, mica occorre far man bassa dei fondi pubblici, evadere, riciclare, comprare e vendere consenso. A volte anche grandi illusioni che avevano alimentato grandi aspettative si fanno corrompere da presunti stati di necessità, da emergenze nutrite  apposta per consentire soluzioni eccezionali e per dare spazio a commissari, tecnici e plenipotenziari agli affari sporchi addetti a farci digerire pozioni maligne.

Proprio mentre l’Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro  pubblicava il suon rapporto periodico intitolato in questo caso World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo”, una campana a morto senza speranze a cominciare dalla denuncia esplicita che la maggior parte dei lavoratori nel mondo vive al di sotto delle soglie di sicurezza e benessere materiale, psicologico e morale, senza alcuna possibilità di conseguirli e tantomeno di esprimere vocazioni e talenti, i sindacati insieme a Confindustria lanciano un Appello per l’Europa.

Quando qualcuno, io tra questi, ha osato esprimere il proprio sdegno per la prima apparizione ufficiale di Landini nella Triplice ricostituita in piazza insieme a un campionario confindustriale, venne accusato di iconoclastia, vantando il curriculum di operaio promosso alla rappresentanza dell’ex segretario della Fiom, come garanzia indubitabile della sua tenace appartenenza al ceto sfruttato e dunque della sua autorevolezza e credibilità che non sarebbe stata contagiata dal virus del partito del Pil, che da decenni vuol persuaderci che siamo sulla stessa barca, noi, loro e Adam Smith, tutti potenzialmente beneficiati dalla manina della Provvidenza che sparge come una polverina d’oro anche sugli ultimi i frutti dei profitti dei primi, tutti richiamati all’ordine dallo stato di necessità che costringe alla volontaria rinuncia a diritti e conquiste.

Adesso anche i più restii a prenderne atto dovranno capire che siamo irreparabilmente soli, come lo sono stati e lo sono i cassintegrati, o quelli che una mattina si sono presentati in fabbrica e hanno trovato i capannoni vuoti, che baracca e burattini erano stati trasferiti in geografie più favorevoli, o gli operai della Fiat abbandonati quando affrontarono la più grave crisi della storia dell’industria nazionale, intimoriti e ricattati a Pomigliano e Mirafiori  e colpevolizzati per la loro resistenza in modo da legittimare il trasferimento dell’azienda all’estero.

Soli, come lo sono i dipendenti di qualsiasi azienda e impresa e scuola e ospedale, che hanno perso anche l’autorizzazione al lamentarsi perché c’è chi sta peggio, convinti perfino dai loro rappresentanti che le restrizioni e i rischi sono ineluttabili, che l’austerità è un incidente, un evento naturale e imprevedibile che si è abbattuto su tutti e che tutti dobbiamo sopportare con uguale responsabilità. E che chi si oppone si mette fuori dal consorzio civile e dal progresso per tutti.

Soli, come lo sono i lavoratori precari, per loro stessa natura condannati alla competizione e alla concorrenza più feroci per mantenersi il contratto strappato al pensionato intimidito dallo stalking telefonico, esautorati della possibilità di unirsi per la difesa delle proprie prerogative, costretti a un isolamento coatto e agonistico che mina qualsiasi forma di coesione e solidarietà.

Soli come sono ormai anche quelli che si sono rifugiati in quegli impieghi che offrono la chimera di una autonomia che permetterebbe loro di essere imprenditori di se stessi, perché si auto organizzano le consegne dei pasti a domicilio, che ormai anche secondo i tribunali i pony express e quelli di Foodora sono “lavoratori autonomi”, o perché   esercitano l’accoglienza correndo da un B&B all’altro, o perché appartengono al ceto dei vaucher che si adatta a tutti i lavoretti flessibili compresi quelli del taylorismo digitale, o perché  circolano negli spazi spuri del coworking dove la socialità e la solidarietà si esprime attraverso la connessione e alla fidelizzazione a una aspettativa di guadagno. Soli anche quando si muore sul posto di lavoro, disapprovati in qualità di fattore umano irrazionale e incompetente, che crea danno all’impresa e ostacola la modernità.

Soli come lo è la classe disagiata, sempre più estesa della quale fanno parte quelli che sofforno la perdita di beni, sicurezze e garanzie, quelli che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro sotto-impiego è soltanto «temporaneo» e  serve alla sopravvivenza, ma poi.., quel 90% di ricercatori che secondo una statistica proprio della Cgil ha abbandonato l’università italiana, quella zona grigia che  tira avanti finché durano i risparmi di famiglia, i contratti precari e gli assegni di disoccupazione, che si vergogna di chiedere il reddito di cittadinanza e che aspetta che si liberi il posto che credono di meritare perché hanno studiato e preso una laurea, in aperto conflitto con le migliaia  che si sono adattati a stare in un call center, a fare i manovali o i pizzaioli perché non hanno nessuno alle spalle e che hanno perso con la speranza anche la loro identità.

Soli come quelli che non hanno goduto delle mancette e degli 80 euro e che si sentono dire che il reddito di cittadinanza è “illegittimo”  perché è troppo generoso rispetto ai salari italiani. Condannandolo invece di condannare trattamenti iniqui, disuguali e umilianti. Soli come quelli che ricorrentemente si sentono dire da chi ha il culo al caldo che sono indolenti, mammoni, viziati, inadeguati e impreparati dopo che è stato smantellato l’edificio dell’istruzione pubblica, dopo che le riforme che si  sono susseguite hanno realizzato la distopia dei diplomifici privati, hanno creato una falsa concorrenza tra Università statali e private, le ultime adatte a selezionare per censo, fidelizzazione al mercato, rendita il personale da immettere nell’apparato imperiale, comprese quelle tipologie di occupazioni inutili, quell’ammuina di occupazioni svalutate se le svolgiamo noi, valorizzate se a coprire quei ruoli fasulli è qualche delfino, uniti comunque dallo status di sudditi.

Si, soli se chi doveva rappresentarci e testimoniare di noi si appaga di una costruzione elitaria e feroce definendola come un progetto demiurgico  “cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”. Come se la lotta condotta contro le democrazie da una unione che le deplora in quanto nate da lotte di resistenza e dunque macchiate dalla colpa di essere “socialiste” non fosse motivo sufficiente per volerne star fuori. Come se i vincoli, i diktat, le estorsioni, le minacce e le cravatte del rigore non siano stati pensati e attuati per dividere i paesi e nei paesi, per limitare diritti, autonomie e libertà, per condannare al malessere e all’ubbidienza. Come se la rivendicazione di giustizia sociale fosse una manifestazione di populismo ignorante e primitivo e  la pretesa di indipendenza e autodeterminazione fosse  una espressione di arcaico e irragionevole sovranismo. Come se che denuncia la globalizzazione e i suoi guasti contribuisse alla decrescita della nazione e della regione, come se fosse vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, come dimostrerebbero ex Jugoslavia,  Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Venezuela.

L’appello concorde e condiviso di sindacati ha la natura di una letterina a Babbo Capitale in tre paragrafi: “Unire persone e luoghi”, forse grazie all’Alta Velocità, e all’Apprendistato europeo, una festosa rivisitazione dei sogni di Poletti,  “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, sulla linea direttrice tracciata dal duo Reagan-Thatcher con la libera circolazione dei capitali e degli eserciti di schiavi? e infine “Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), nel quale ci si piega alla opportunità di offrire un sostegno europeo al reddito  purché non pesi sulle imprese.

Ah però, ma allora meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 


Tav, l’Inutile che piace agli Inutili

Tav, il cantiere di Saint Martin de la PorteAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cito dal Corriere: “Oggi il professor Marco Ponti, presidente della commissione che ha prodotto l’analisi costi- benefici sulla Tav verrà audito in commissione Trasporti alla Camera: «Sono contento, credo di aver fatto un buon lavoro…», sarà il suo incipit”. L’autorevolezza del documento che declassa l’alta velocità ferroviaria Torino-Lione a opera inutile, dalla «redditività impalpabile», troppo costosa al punto da «produrre perdite per 7 miliardi di euro», è stata già aprioristicamente  impugnata da Francia e Ue bollandolo quale “verdetto annunciato” con “l’illusione ottica dell’obiettività”: un teorema prodotto «a uso interno del governo», o meglio di quella parte che aveva bisogno di spendere la moneta politica di un dossier in un clima politico assurto, cito ancora la prestigiosa testata, a “fuoco amico elevato a prassi ordinaria che rende facile anche individuare le prossime scorribande a portata di mano dell’anima più oltranzista dei 5 Stelle …. Il guaio è che in questa storia di ripicche e di concorrenza elettorale, di Tav azzerate e di navigator senza patente nautica, ci va di mezzo il Paese”.

E infatti il capogruppo della Lega  alla Camera Riccardo Molinari, ha definito la cancellazione della Tav «un’ipotesi non percorribile»,  subito imitato dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che mette sul tavolo il dato dei «50 mila posti di lavoro a rischio», in totale sintonia con Cgil-Cisl e Uil: «Vanno garantiti gli investimenti già fatti», ricordano  inviando a Palazzo Chigi le immagini dei 200 mila di piazza San Giovanni, che non dovevano aver capito che con la gita a Roma sottoscrivevano anche il sostegno alla Tav e l’adesione alla scelta politica di Salvini.

Insomma è andata come previsto, eppure tutti sembrano sorpresi più che dalla sfrontatezza conservatrice dei 5Stelle che vogliono ostacolare il progresso e mettere a rischio la nostra reputazione di Paese moderno leader nel consesso mondiale, dalle conclusioni cui arrivano i tecnici chiamati a pronunciarsi. Come se i resistenti della Val di Susa  fossero dei  terroristi situazionisti, o dei montanari rozzi forti solo della loro cultura contadina, interpreti in odor di animismo di fenomeni naturali, fasi lunari e gravidanze, abbaiare dei cani e alluvioni, volo d’uccelli e terremoti. E come se fossero altrettanto inaffidabili quanto strumentali  le affermazioni contenute in un rapporto commissionato da un precedente governo  In un documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030”   prodotto dall’Osservatorio Torino – Lione  nel quale gli stessi tecnici incaricati da Palazzo Chigi fanno marcia indietro,   ribaltano  tutti i presupposti presi a pretesto per la realizzazione ad ogni costo della grande opera e ammettendo che è di fatto inutile perché la linea già esistente non solo è ampiamente sufficiente ma sovradimensionata: “Non c’è dubbio, infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza”.

Il fatto è  che numeri, analisi, dati, previsioni, fino ad oggi avevano la stessa credibilità degli oroscopi di Branco, delle profezie dalla Pizia, delle superstizioni dei montanari, dei pronostici del lotto in Tv e delle assegnazioni delle agenzie di rating.  Non si conosce l’entità  definitiva del costo dell’opera e nemmeno quella dell’attuale stato di avanzamento, meno che mai è possibile quantificare a quanto ammonterebbero le spese in caso di scioglimento dei contratti già stipulati, un calcolo che attiene più a Nostradamus che al parere dell’Avvocatura dello Stato che pare non sia in grado di quantificarlo dopo una prima di ipotesi di 400 milioni di euro, poca cosa se dovessimo fare un conto della serva di quanto si dovrebbe investire per il completamento dell’intervento.

E resta nel contesto della radiose e immaginifiche visioni di un ideologia che ha sostituito la democrazia con il  modernismo, il socialismo con il progressismo come sempre è accaduto nei regimi fascismi, quando il passo coi tempi va in sincronia col passo dell’oca, gestito in maniera propagandistica e compensativa rispetto ai diritti e alle speranze sottratte e quando le  grandi opere non sono realizzate al servizio della gente, bensì per lasciare un’impronta incancellabile, il pronostico sui vantaggi ambientali del trasporto di merci – che di questo si tratta con buona pace della signorine Felicita dei Flash mob torinesi – su ferro e attraverso gallerie scavate nella montagna con un – anche quello  imprecisato impatto – in un tempo nel quale l’assetto planetario degli scambi commerciali ha determinato forti cambiamenti spostando l’asse principale verso nord e verso est. E dimostrando che non ci sarebbe nessuna convenienza a   passare per il Frejus o il Monte Bianco invece che da Ventimiglia.

Un documento del coordinatore per il progetto Laurens Jan Brinkhorst, ripreso dalla rivista francese  Reporterre  spiega che in futuro per trasportare le merci fra Italia e Francia (quelle stesse che secondo i nostri fan richiederebbero un tunnel di oltre 50 km nelle montagne) potrà essere utilizzata la linea ferroviaria esistente, recentemente ristrutturata e gravemente sottoutilizzata. Le merci, pochissime oggi, anche se aumentassero di tre-quattro volte nel futuro, transiteranno tranquillamente sui binari e nella galleria attuali.

Altrettanto aleatoria è la prefigurazione delle ricadute occupazionali. Gli “800 operai attualmente impegnati”  secondo la stampa  sono 530 in Francia, oltre 250 sono invece impiegati di Telt, la società italo-francese incaricata di realizzare l’opera  10 soltanto sono quelli di Chiomonte. Altre 280 persone sono impiegate tra società di servizi e di ingegneria nella stessa società pubblica che si occupa della realizzazione della Torino-Lione.  E mentre industriali, sindacati, Pd, Lega e Forza Italia si strappano i capelli sui ” 4 mila posti a rischio”, numero risultato di studi-parametro effettuati sui dati relativi a cinque opere geognostiche terminate in Francia, una corretta valutazione parla al massimo di 720 l’anno con una media di 470 nei dieci previsti. Ancora più arbitrarie le valutazioni sull’occupazione indiretta, se pensiamo che le analisi sugli impatti economici dell’opera, come ha ricordato Chiamparino, sono state  sette in 22 anni,  nessuna delle quali però  ha fornito risposte  anche perché “si tratta per definizione di studi teorici, basati su calcoli e modelli astratti applicati di volta in volta a scenari specifici”. Molto meno aleatorie sono le supposizioni sulla qualità dei posti di lavoro, per loro natura a termine in quanto legati all’attività di cantiere, e comunque appartenenti alle categorie del lavoro manuale secondo Sohn Rethel, quello che sarebbe destinato a scomparire sostituito da efficienti robot ma che all’occasione viene propagandato e rimpianto per la sua funzione di anestesia tramite fatica e ricatto delle facoltà legate alla coscienza di classe.

Le precedenti abiure dei 5Stelle non confortano, troppe volte il cedimento alle intimidazioni  è stato rivendicato come solido realismo e maturo senso di responsabilità e già ieri il ministro Toninelli ha sommessamente fatto riferimento al peso sulle decisioni del governo della valutazione dei costi per l’interruzione dell’opera. Sarebbe invece ora di calcolare quando costa alla collettività e alla democrazia un intervento che rappresenta il bottino più ghiotto per gli attori delle rinnovate tangentopoli, aziende e un ceto dirigente che traggono e imputano al debito pubblico le risorse necessarie alla sua realizzazione e al consolidamento delle loro funzioni e poltrone. Il tutto grazie a  un format di architettura finanziaria e contrattuale, che affida in concessione la progettazione, costruzione e gestione dell’opera di “interesse generale” ad una società di diritto privato (Spa), ma con capitale tutto pubblico. La Spa pubblica nel modello TAV serve soltanto quindi per  attribuire al contraente generale (il privato) il pagamento oggi del 100% del costo della progettazione e della costruzione e di accollare a sé (il pubblico) il rischio del recupero dell’investimento e della gestione dei debiti.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si al dirottamento di quegli investimenti in trasporti sostenibili ed efficienti per i pendolari e in tutte le nostre geografie, nel risanamento e nella salvaguardia del territorio che anche in quei territori viene sacrificato alle ragioni del profitto, della speculazione, del cemento.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si a quelli che oggi chiedono la verità e il risarcimento per quanti sono stati bollati come terroristi se anticipavano i pareri scientifici e  tecnici sull’inutilità di un intervento per il quale si rubano i soldi dalla tasche di un Paese già impoverito.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si a chi si oppone a un sistema feroce  che condanna i territori a morire  di abbandono  in nome della libera circolazione di capitali, eserciti, merci, come condanna la gente a fuggire dalle proprie terre e dalla proprie case, in Val di Susa e ovunque ha portato guerra e fame e povertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ilva, contratto di morte

300007-metropolis_productionstill_300dpi_09Anna Lombroso per il Simplicissimus

La Corte europea dei diritti dell’uomo  è un organo giurisdizionale internazionale, istituito nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali per assicurarne l’applicazione e il rispetto. Ma, a differenza della Corte di Giustizia, non si tratta di una istituzione dell’Unione Europea.

Sarà per questo che ogni tanto si prende la libertà di esprimersi su crimini e oltraggi compiuti dai 47 stati firmatari in nome dell’ubbidienza all’Europa che lo chiede per via di valori e radici comuni: profitto, sfruttamento, repressione e sopraffazione a difesa del nostro stile di vita e della nostra civiltà superiore da mantenere vittoriosa anche rispetto al terzo mondo interno.

Sarà per questo che la condanna della Corte all’Italia per non aver protetto  i cittadini di Taranto che vivono nelle aree colpite dalle emissioni tossiche dell’impianto dell’ex Ilva, è stata accolta con risentito sconcerto.

Ma come? i governi di furbetti che si sono succeduti hanno perfezionato  la sòla per la Arcelor Mittal che si è comprata la mela marcia sia pure a prezzo stracciato.

Ma come? Adesso si deve subire l’insensata intimidazione che ci costringe a fare il muso duro ben oltre gli obblighi di “vigilanza” che assolviamo con la dinamica attitudine alla semplificazione e alla lotta alla burocrazia, caposaldo dell’ideologia imperante, magari a  cancellare l’immunità penale prevista dai decreti “Salvailva” (se n’è perso il conto alcuni dei quali dichiaratamente incostituzionali ma che hanno permesso impunità e la prosecuzione delle attività con tutti i loro effetti sulla salute e l’ambiente) e perfino a rivedere i tempi di allineamento all’Autorizzazione integrata ambientale, due misure che potrebbero portare alla risoluzione del contratto con la volonterosa azienda che ha acquisito il prodotto reso più appetibile da qualche omaggio aggiuntivo.

Ma come? Dobbiamo subire ancora una volta le pressioni dei parrucconi di Strasburgo oltre che di quelli della Corte costituzionale che ha avuto la sfrontatezza di accusarci di essere più attenti alle ragioni del  profitto che a quelle della salute, in occasione del ricorso contro i decreti presentato per via della morte di un operaio dell’altoforno, caduto “in servizio” per la produttività e lo sviluppo.

Ma come? sembrano dire: sono mai possibili una legalità e una legittimità senza guadagno per chi investe, per chi dà lavoro, per chi ha degli obblighi e delle responsabilità  creando profitto per  sé dal quale discende benessere diffuso per tutti?

In fondo è un dovere sociale quello di cedere alle “ragioni della ragionevolezza” che impone di scegliere tra posto e quel cielo pulito che piace alle anime belle, di optare per il salario che permette di curarsi per eventuali effetti collaterali del progresso. Effetti che non riguardano solo chi si ammala e muore a Taranto, perché intanto si fa il bagno e si pescano i ricci a Torre Lapillo, si coltiva l’uva per il primitivo a Salice Salentino, si produce il primo sale nelle masserie di Veglie. Adesso salterà su qualcuno a dire che le vittime se lo meritano, che hanno votato i complici del delitto, quelli delle trivelle e della centrale di Avetrana. E come se allora come oggi – e come ha denunciato la Corte – non fosse pervicacemente interdetto l’accesso alle informazioni sull’impatto di opere e attività, anche per via di legge a guardare gli equilibrismi recenti per circoscrivere il diritto di conoscere e sapere nell’iter della procedura di Via. e come se in passato come oggi ci fosse stato e ci fosse una opzione elettorale capace di garantire indipendenza dei diktat padronali che l’hanno sempre avuta vinta altrove e là, come dimostra il processo nel quale un’altra corte deve esprimersi in merito alle responsabilità di proprietari, dirigenti, manager, amministratori, soggetti di vigilanza accusati per il reato di ambiente svenduto ma che dovrebbero essere condannati per crimini reiterati contro l’umanità, visto che hanno dimostrato di non voler interrompere la catena di morte fin dal 2008, quando la  “legge di interpretazione autentica” (Legge n. 8/2009)  che recepisce il protocollo d’intesa fra Regione, governo, Ilva e sindacati  offre una “interpretazione” della “legge antidiossina” 44/2008, rendendola «una normativa assolutamente inefficace a contenere l’inquinamento dell’Ilva», una scatola vuota nella quale l’azienda può infilare i numeri che vuole, effettuando i controlli solo in tre fasi durante l’anno,  rinunciando  al campionamento continuo,  permettendo che i fumi potessero essere diluiti e falsando così i valori di diossina eventualmente riscontrati. E fin dal 2012 quando il decreto SalvaIlva di allora mise una pietra tombale sul lavoro di indagine effettuato dalla Gip Todisco e  impose la riapertura e la ripresa della produzione di un impianto sequestrato, violando  ben 17 articoli della Costituzione e parecchi altri del Codice penale.

C’è poco da stupirsi: ci sarà ancora qualcuno che afferma che i tarantini sanno  e hanno ceduto al ricatto: posto o salute, che sono consapevoli di avere l’acciaio nel dna e di trasmetterlo ai figli, che è naturale che  i bambini del quartiere Tamburi abbiano un quoziente intellettivo inferiore alla media dei coetanei e apprendano con maggiore difficoltà, che in fabbrica si crepa di altoforno ma fuori si hanno patologie cardiovascolari e tumorali, che negli ospedali cittadini si ricoverano in gran numero i malati di Ilva, come da anni informa la Gazzetta del Mezzogiorno consultabile e che non è certo un organo clandestino degli anarco insurrezionalisti.

Ci sarà e c’è ancora qualcuno a sostenere che, come per i dieci anni precedenti, non si poteva fare altrimenti, che era impossibile ribellarsi al ricatto occupazionale mettendo per strada 10 mila famiglie, che era impossibile tornare indietro e cancellare quella clausola di immunità penale garantita dal governo Renzi e poi Gentiloni e che aveva persuaso della bontà della transazione il volonteroso acquirente, che era impossibile tornare indietro e imporre obblighi e vincoli sulle bonifiche. Che era impossibile tornare indietro e il ricatto occupazionale, che era impossibile costringere a effettuare le azioni di bonifica sulle bonifiche e quelle di riqualificazione, che era impossibile sottrarre la città al destino industriale che non era suo e le era stato intimato. Che era impossibile salvarla dal mostro nutrito a forza nel suo organismo che la teneva in vita e la consuma fino a ucciderla, da quando i problemi del Sud sono stati affrontati con la logica del colonialismo assistenziale, trasformandola da “capitale dell’acciaio”, a “Beirut italiana” come scrisse a suo tempo un sociologo immaginifico.

Si susseguono i governi dell’impossibile, quelli che dimostrano l’impraticabilità di fare l’interesse dei cittadini perché è ineluttabile fare invece quello dei padroni, quelli che dopo aver promesso tanti No, vogliono convincerci che per il bene comune è arrivato il momento del ragionevole Si incondizionato, pena sanzioni, multe, figuracce internazionali, costi quel che costi, anche rimetterci la salute e la vita, la nostra.


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