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L’Europa contro il Lavoro

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come ho ricordato in un mio post di ieri, per capire in che direzione andavano i quasi 50 provvedimenti, alcuni dei quali impropriamente definiti riforme, licenziati da un succedersi vario di governi dalla fine degli anni ’90  in poi, basterebbe guardarsi intorno e verificare se i loro capisaldi hanno prodotto l’effetto promesso di mettere in moto l’occupazione (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/30/impauriti-ricattati-e-disoccupati/  ).

E per ricordare, ce ne fosse bisogno, che non è lecito imputare  la demolizione dell’edificio dei diritti, delle conquiste e della garanzie del lavoro all’empio ventennio berlusconiano, possiamo cominciare dal cosiddetto Pacchetto Treu, anno 1997, Presidente del Consiglio Romano Prodi, il cui obiettivo, cito, consisteva  nella “modernizzazione del diritto del lavoro novecentesco incapace di svolgere le sue funzioni di tutela e promozionali in un mercato contraddistinto, in quegli anni, dall’avvento della terza rivoluzione industriale e dalla crescente globalizzazione”, perciò concentrato  sulla flessibilità in entrata (fu permesso il lavoro interinale), sul superamento del monopolio pubblico del collocamento, su nuove modalità per la gestione del rapporto di lavoro (part-time) e su una rinnovata attenzione verso la transizione dalla scuola al lavoro (apprendistato e tirocini).

Quei due punti in più registrati dalla quantità di posti di lavoro ma non dalla qualità, misero le basi della Legge Biagi (2003, firmata dal Presidente Berlusconi e dall’allora ministro del Lavoro Maroni)  accreditatasi con un largo appoggio bipartisan, proprio per l’intento di «aumentare […] i tassi di occupazione e promuovere la qualità e la stabilità del lavoro», grazie alla “regolazione di nuove tipologie contrattuali, all’attenzione riservata al rapporto tra formazione e lavoro con il riordino del contratto di apprendistato; ai maggiori spazi concessi alle Agenzie per il lavoro, anche al fine di sviluppare il ruolo degli enti bilaterali”.

Vien proprio da dire che “è l’Europa che ce lo chiede” non è stato solo l’ammonimento inconfutabile dei sacerdoti che invitavano alla devozione e all’atto di fede comunitario, ma un principio irrinunciabile che ha intriso con il veleno della discriminazione, della disuguaglianza, dell’incertezza la produzione normativa del nostro recente passato, con la prima modifica dell’articolo 18 (2012) funzionale all’applicazione della Legge Fornero, durante il primo commissariamento del Paese con il golpe bianco di Napolitano/Monti e poi con il Jobs Act, anticipato dalle disposizioni per la liberalizzazione dei contratti a termine (d.l. 20 marzo 2014, n. 34) e declinato in otto decreti legislativi approvati nel 2015 e seguiti, nel 2016, da un decreto correttivo e, nel 2017, dal c.d. Jobs Act degli autonomi e del lavoro agile dedicati al “riordino” degli ammortizzatori sociali, alla regolazione delle tipologie dei contratti a tempo indeterminato, alla “conciliazione vita professionale e vita privata”, alla semplificazione  e alla videosorveglianza.

Presentato con l’etichetta usurpata di “riforma”, il Jobs Act che già dal nome rivela la natura subalterna e gregaria della sua impostazione attribuì i successi, mai confermati dalla realtà, e nemmeno dai dati Istat e Inps, nella creazione di nuovi posti alla, cito ancora, “generosa decontribuzione concessa a tutti i datori di lavoro che avevano assunto a tempo indeterminato nel corso dell’anno 2015”, un incentivo costato alle casse dello Stato ben 18 miliardi e finito in quelle padronali, visto che ruotava attorno a meccanismi premiali per le imprese senza intervenire minimamente sulla qualità dell’occupazione, sulle retribuzioni, sugli investimenti in sicurezza oltre che innovazione.

Queste ultime normative hanno trovato una ragion d’essere teorica e “morale” e un humus favorevole nell’ideologia dell’austerità, il bastone che ha tenuto dritto il corpaccione del tiranno per anni, e che ha determinato un doppio effetto a  svantaggio delle “classi subalterne”: quello  di autorizzare il taglio diretto della spesa sociale; e quello grazie al quale nel protrarsi della crisi, nell’incrementarsi della disoccupazione di massa, si indebolisce la capacità contrattuale di lavoratori tramite una gamma di ricatti e intimidazioni, dalla sostituibilità tra occupati e disoccupati, dalla pressione virtuale della concorrenza degli immigrati, dalla conflittualità alimentata da arte tra “garantiti” e precari, anche quelli, come gli stranieri, pronti a tutto per la sopravvivenza e funzionali a livellare in basso il livello delle rivendicazioni. E’ indubbio che ci sia anche un contenuto più che morale, moralistico, nella creazione di una falsa coscienza nutrita dai sensi di colpa coltivati grazie all’imputazione di avere voluto troppo a danno delle generazioni a venire, e dunque alla condanna conseguente al sacrificio, all’abdicazione penitenziale e alla rinuncia alla dignità e ai diritti.

È perfino banale ricordare come il Mezzogiorno continentale sia stato da subito identificato come il laboratorio per testare il dominio di una sovranità sovranazionale e la fisiologica riduzione di democrazia che ne consegue. All’Europa piace vincere facile, strafare per sentirsi più forte con noi, che non abbiamo nemmeno tentato un referendum per sottrarci ai suoi diktat, che abbiamo subito senza batter ciglio la cancellazione della scadenza elettorale chissà fino a quando e l’imposizione di una commissario liquidatore che da anni anticipa esplicitamente le sue soluzioni finali cui siamo destinati e che troviamo scritte di sua mano in lettere, programmi globali, interviste, grigie profezie non per questo meno fosche sibilate in Senato.

Si vede che il processo per imporre la gestione da remoto, andava accelerato con un secondo putsch tecnico, si vede che non era sufficiente l’atto di obbedienza alla monarchia sottoscritto col nostro sangue da governi incaricati di scrivere le leggi sotto dettatura.

Ogni tanto il faraone rende merito a quegli scriba. In questi giorni abbiamo appreso che a smentire il  Comitato europeo dei diritti sociali che con il sostegno della Confederazione Europea dei Sindacati, si era espresso denunciando che il Jobs Act  violava il diritto di lavoratrici e lavoratori a ricevere un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione in caso di licenziamento illegittimo, ci ha pensato la Corte di Giustizia europea sentenziando la congruità della riforma di Renzi con il diritto comunitario.  

La Corte, istituita con il compito di garantire l’osservanza del diritto comunitario nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati fondativi dell’Unione, si è pronunciata in merito al caso di un dipendente della Consulmarketing, licenziato illegittimamente insieme a altri 349 colleghi nel  2017, unico a non essere stato successivamente reintegrato grazie al ricorso accolto dei lavoratori, essendo stato assunto dopo l’entrata in vigore della “riforma” e avendo perciò diritto soltanto a un risarcimento per il comportamento illegale del datore di lavoro.

E non basta la rivendicazione della discriminazione e dell’ingiustizia a norma di legge, i giudici  hanno giustificato la decisione riaffermando che la misura del Jobs Act non solo è legittima e compatibile con il diritto europeo, ma possiede la qualità di  costituire un incentivo per la creazione di nuovi posti di lavoro, secondo il principio proporzionale impiegato anche nelle rappresaglie: per far lavorare qualcuno bisogna licenziare un congruo numero di sfortunati o meglio, di immeritevoli.  


Involuzione digitale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dalla   lettera di Karl Marx a Ludwig Kugelmann, medico, attivista e pensatore socialdemocratico, dell’11 luglio 1868: “sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa”.

Così si capisce che non siamo solo noi, popolino, massa, plebaglia, infantili e scriteriati, ma anche il ceto dirigente, le autorità che dicono di aver deciso per il nostro bene, imponendo una sospensione, non dico di un paio di settimane soltanto, del lavoro, limitandolo a quello che una volta di sarebbe detto produttivo, ma che  ormai si limita a importare, assemblare, immagazzinare, timbrare, trasportare, recapitare, oltre che di alcuni diritti fondamentali e della democrazia, impedendo grazie a ogni forma possibile di persuasione morale, che i cittadini vadano al voto, temendo i nefasti assembramenti partecipativi concessi qualche mese fa.

A compensare tante perdite di beni, sicurezze, dignità ci vengono offerti gli ottimistici trastulli, le profezie degli economisti della felicità, i giochi di società della modernizzazione, che ormai sta a significare due cose soltanto: un ambientalismo al di sotto del giardinaggio grazie alla paccottiglia dell’economia green, in modo che  i grandi inquinatori possano scaricare sulla collettività colpe e responsabilità ipotizzando che i guasti del mercato si riparino con il mercato. E, soprattutto, la digital economy, grazie alla quale con la tecnologia, l’informatizzazione fino all’intelligenza artificiale ci promettono che finirà la fatica, anche se è altamente improbabile che finisca lo sfruttamento. 

Come è noto i più esposti e i più provati da questa emergenza sociale non hanno tribuna né platea, piazza o profilo social. Del loro smartworking, anche quello trattamento privilegiato e in quanto tale riproduttore di disuguaglianze e discriminazioni, sappiamo poco salvo indovinare che per alcuni significa cottimo contemporaneo, diponibilità h 24, incremento di sorveglianza, espansione delle anomalie contrattuali e del sistema di ricatti, con in più la rinuncia a quelle forme di socialità e identitarie che potrebbero indurre presa di coscienza e impegno collettivo a tutela del proprio lavoro. 

A strati e ceti più protetti invece questa narrazione piace, chi gode di superstiti sicurezze, di privilegi e garanzie e si è convinto che siano inalienabili continua a compiacersi dei miti demiurgici dell’economia otto-novecentesca, quella imperniata sul Progresso e sui suoi doni, elargiti dalla provvidenza in forma di conquiste della scienza e della tecnica, di accesso alle risorse, di istruzione e del conseguente benessere che la ricchezza di pochi distribuisce generosamente a molti, omettendo l’altra faccia, gli effetti secondari che producono disuguaglianze, mercificazione, profitto avido, guerre di conquista.

Si è fatta strada così quella percezione  di una infinita e inviolabile onnipotenza virtuale che ci consente di parlare faccia a faccia con un interlocutore dall’altra parte del mondo, di coprire distanze quasi incommensurabili, di avere notizie e informazioni in tempo mentre gli eventi accadono, oggi messa in discussione della rivelazione dell’impotenza reale, che ci condanna a riti propiziatori e apotropaici, ai fumenti della nonna per contrastare un virus diventato minaccia apocalittica per via della distruzione operata su ricerca, sistema sanitario, ambiente, potere di acquisto e di accesso ai servizi e ai beni comuni.  

Una dimostrazione concreta del ritardo del “senso comune” sulla realtà è proprio dimostrata dall’attenzione rivolta al mondo di opportunità che si svilupperebbe grazie alle piattaforme digitali, sottovalutando la loro potenza di autogenerazione di profitti prodotti dal contributo volontario del pubblico che scambia dati, offre informazioni pronte per la commercializzazione, si sottomette alla pubblicità promuovendo indirettamente e incrementando consumi, diventando a un tempo cliente, promoter, agente di vendita e sfruttato.

Peggio ancora succede quando osservatori e residenti in quelle geografie – finora –  risparmiate, si imbattono nella sharing economy, nei lavori alla spina che permetterebbero ai più dinamici remunerazioni principesche e invidiabili margini di autonomia, consistenti nella libertà di scegliersi gli orari e i percorsi più favorevoli al pieno impiego del neo- cottimo. Proprio l’altro ieri a smentire  la gustosa favoletta pedagogica della Boralevi sulla stampa (ne ho parlato qui:   https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/18/favolette-immorali/) abbiamo appreso della morte in un incidente non casuale del fattorino di Deliveroo,  47  anni, in una delle sue normali giornate lavorative di 15 ore.  

Anche in questo caso si racconta che si tratta di  forme di “lavoro agile”, supportato da sistemi di logistica  grazie ai quali l’operatore partecipa all’assegnazione effettuata online e  gode della possibilità di decidere lo svolgimento delle sue mansioni, come si fa nelle  zone Free Login dove, è proprio Deliveroo a propagandarlo, “potrai andare online quando vorrai senza alcuna necessità di prenotare le tue sessioni in anticipo…. Tutto ciò che dovrai fare sarà essere all’interno della zona di riferimento e fare login nell’app Deliveroo Rider, così quando sarai online inizierai a ricevere proposte di consegna e, come sempre, sarai tu a decidere quali accettare e quali no”.

Il sottoproletariato di oggi e domani è anche quello dei cottimisti e del caporalato digitale, se ormai i rider più scafati gestiscono un gruppo di “dipendenti” che effettuano le consegne in outsourcing. Gente che, come gran parte dei lavoratori autonomi, una volta apparteneva al ceto medio ormai retrocesso e impoverito e orfano di rappresentanza politica e sindacale, spinto dal bisogno e dal distanziamento sociale che c’era ben prima del Covid a confliggere con gli altri, autonomi contro dipendenti, artigiani contro ristoratori, disoccupati contro part time, in una lotta orizzontale provocata e della quale godono le classi dominanti.

Comunque sia della degradazione o della sostituzione del lavoro finiremo per soffrire tutti. Se, come è già evidente, è diventato più facile automatizzare operazioni umane complesse piuttosto che guidare, sistemare merci negli scaffali e se la fine della fatica grazie alle piattaforme, tanto per fare un esempio, non interessa milioni di donne e uomini che continuano a lavorare in fabbrica, nei campi, nelle miniere di litio e cobalto che servono agli smartphone simbolo della nostra personale rivoluzione digitale.

Però per chi ama le curiosità, c’è un settore investito dalla modernizzazione che si colloca all’avanguardia. Quello dei cassamortari – come sono chiamati a Roma- che hanno raccolto la sfida epocale creando   cimiteri.online o Rip.Cemetery, dove basta un clic per entrare in un camposanto virtuale dove esseri umani (ma pure  animali)  trovano accoglienza in un paradiso virtuale nel quale resistere al tempo e all’oblio, con un imperituro c’è un profilo social post mortem  con foto, video, audio, post e like.

Ma ci sono anche funzioni più concrete opportunamente informatizzate: il sensore di movimenti da chiudere nella bara per contrastare il fenomeno, peraltro raro, di morti apparenti, il Qr code da incidere sulla lapide per fare accedere i dolenti alla banca dati con le gesta del caro estinto per un ricordo interattivo, mentre i Giappone esistono già e con successo i cimiteri Hi-Tech.

E ovviamente spetta a Microsoft il primato di  un brevetto per una tecnologia che “rianimerebbe” i morti ricreandoli attraverso i post sui social media, video e messaggi privati ​​che potrebbero anche essere scaricati in un modello 3D realistico del defunto.  Il chatbot, potrebbe essere una figura storica, una celebrità, un amico o un parente trapassato, utente sarebbe quindi in grado di simulare una conversazione umana tramite comandi vocali e / o chat di testo.

Può darsi che sia  questa la clientela preferita dal gigante dell’informatica. Resta però, purtroppo,  un limite estremo oggettivo allo svilupparsi delle opportunità offerte alla nostra vita dalla tecnologia,  la morte continua a essere implacabilmente naturale.


Aria fritta con contorno di lenticchie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’incerto  piatto di lenticchie intorno al quale primogeniti e cadetti si stanno accapigliando, peggio di Esaù, è per giunta avvelenato, grazie alla dichiarata e definitiva cessione di sovranità in forma di autonomia di bilancio  che impone ai commensali correi o assoggettati, quando sarà formalizzata la minaccia del ritorno alle regole di prima del tempo del colera, di piegarsi alla più feroce austerità.

Ma i contendenti qualcosa ci guadagnano, la protezione padronale sia pure capricciosa, un consenso “social” che ormai ha sostituito il rito elettorale più pericoloso di una prèmiere a teatro o di un cenone in famiglia, mentre è inspiegabile che la cosiddetta società civile si faccia prendere per in fondelli, come le tre scimmiette che non ne vogliono sapere di conoscere i contenuti delle raccomandazioni europee che riguardano la condizionalità, le country-specific recommendations, declinate sui singoli paesi e ispirate a quelle  formulate dalla Commissione europea nell’ambito del Patto di stabilità e crescita.

Sarà che la stampa, ma pure gli euroscettici, intimoriti dall’eventualità di essere arruolati tra negazionisti, complottisti e no-vax, si sono tenuti nel cassetto la pennetta con l’elenco dei “suggerimenti” amichevoli rivolti ai riottosi partner tra il 2011 e il 2018,  e che vertevano  particolare sulla riduzione della spesa relativa alle pensioni, alle prestazioni sanitarie e all’indennità di disoccupazione, che sollecitavano il contenimento della crescita salariale e la limitazione degli interventi normativi e delle misure a garanzia della sicurezza sul lavoro. E per quanto riguarda l’Italia, non hanno voluto preoccuparci rivelandoci  la dolce violenza esercitata per combinare l’aumento dell’età pensionabile con la riduzione della spesa pubblica in materia di previdenza e assistenza degli anziani, in conformità con i consigli per le vendite dei servizi e delle strutture  sanitarie.

Ma qualcuno ci sarà ancora che si augura che quell’accordo che deve essere ratificato da tutti i parlamenti nazionali degli Stati membri non si faccia, che non ci piova sulla testa la pioggia acida di quattrini tra “ prestiti” e “trasferimenti”, che dovremo restituire con gli interessi, che non ci mettono in pari visto  che l’Italia versa all’Europa più   di quanto riceva, che potremmo tirar su  in condizioni di sovranità monetaria ma perfino adesso  con aste di Btp, e che comporta, lo sappiamo per esperienza nostra e dei vicini greci, l’obbligo di demolire l’edificio di conquiste e garanzie del lavoro, delle tutele occupazionali, delle contrattazioni collettive.

È che Covid e Recovery Fund non possono fare a meno l’uno dell’altro come certe coppie indissolubili,  senza la pandemia il piano di distruzione della società immaginato dal regime totalitario dell’economia finanziaria intriso dei principi dell’ideologia neoliberista non potrebbe concretizzarsi, senza l’apocalisse non ci sarebbe il benefico grande reset.

Ormai è perfino inutile domandarsi se il tandem sia frutto di un complotto o se intorno al primo sternuto si sia configurata prodigiosamente la provvidenziale cospirazione, che ha aggiornato anche la terminologia in uso, così le oscene disuguaglianze sono diventate il doveroso distanziamento, la profilassi è stata convertita in epica campagna di guerra, i caduti sul campo – ma non è una novità – sono catalogati come effetti collaterali provocati dalle intemperanze delle stesse vittime, la stessa morte che ha dovuto aggiornarsi ha assunto legittimità solo come epilogo incontrastabile del virus.

E si capisce quindi che lo stravolgimento anche semantico interessi la modernità che deve configurarsi unicamente come digitalizzazione, il lavoro che deve essere sempre più telecomandato, telecontrollato e tele-eseguito, per consolidare la balla stratosferica della fine della fatica, quando i colossi che escono vittoriosi dai lockdown traggono profitto è vero dal commercio di dati ma anche dagli schiavi che immagazzinano e trasportano merci, guidano camion, producono e assemblano articoli. Non a caso da anni si parla di politiche del lavoro e dell’occupazione, di cultura di impresa, di management, di relazioni industriale,  grandi contenitori svuotati dalla gente, dagli operai, dai contadini ma pure dai commessi, dai pony, dai trasportatori, figurine arcaiche ricollocate dentro al Quarto Stato.

E la stampa che non è mai stata così padronale, si presta al teatro dei pupi dando voce a pretese confindustriali insoddisfatte e sdegnate proteste di autonomia governativa quando per capire che si tratta del solito gioco delle parti in commedia, basta  dare una veloce scorsa, alla voce  missione 5, “Inclusione e sociale” del Recovery Plan Italia, con una dotazione di 27,6 miliardi, da “sviluppare” su tre direttrici: politiche per il lavoro (12,6 miliardi), infrastrutture sociali, famiglia, comunità e Terzo settore con una dotazione di circa 10,8 miliardi, e interventi speciali di coesione territoriale (4,1 miliardi) comprendente anche le azioni per la ricostruzione nelle aree colpite  dai terremoti del 2009 e 2016.

C’è dentro tutto il bric à brac che ha ispirato i think tank, le leopolde, i centri studi ichiniani, i dream team di Taddei, gli algoritmi montiani, che ha animato le forbici non solo virtuali dei Cottarelli, dei tagliatori e dei controriformisti renziani, e pure le liste Tsipras e le pensose giravolte dei progressisti neoliberisti e che serve per moltiplicare i loro brand innovativi. E lo si capisce dai titoletti impiegati per la parte riguardante le “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione”, del valore di 7,5 miliardi di euro  per quattro “misure”: Politiche attive del lavoro e formazione (3,5 miliardi), Piano nuove competenze (3 miliardi), Apprendistato duale (600 milioni) e dulcis in fundo, Sostegno all’imprenditoria femminile (400 milioni).  

E difatti i 3,5 miliardi destinati alle politiche attive sono finalizzati  ad aumentare il tasso di occupazione, “facilitando le transizioni lavorative da un impiego all’altro, o dalla disoccupazione al lavoro, l’inserimento lavorativo dei NEET, e l’adeguamento delle competenze alle trasformazioni del mercato del lavoro”,  modificando la disciplina dell’assegno di ricollocazione, rafforzando i centri per l’impiego e affidando al nuovo  Programma nazionale Garanzia di occupabilità dei lavoratori (GOL), già previsto dalla legge di Bilancio 2021, la “presa in carico dei disoccupati e delle persone in transizione occupazionale, sia per la profilazione dei servizi al lavoro che per la formazione”.

3 miliardi sono invece dedicati al progetto del Piano nuove competenze, che mira a sviluppare un “sistema permanente di formazione” (ovviamente in inglese, life-long learning, reskilling e upskilling), attraverso il potenziamento del sistema dei centri di formazione professionale, dei fondi interprofessionali (che potranno fare attività di formazione anche per i disoccupati), degli ITS, dei centri provinciali di istruzione per adulti (CPIA) e delle Università, anche mediante la  creazione di reti territoriali di servizi di istruzione, formazione e lavoro,  attraverso partenariati pubblico-privato in forma di “industry accademy”.

Mentre per favorire “l’occupabilità” dei giovani è previsto il potenziamento del sistema duale, per aumentare le sinergie tra i sistemi d’istruzione e formazione con il mercato del lavoro, promuovendo “modalità di apprendimento on the job”, per realizzare  percorsi formativi che rispondano ai fabbisogni professionali delle imprese e riducano il mismatch tra le competenze richieste nel mercato del lavoro e quelle in uscita dai percorsi di istruzione e formazione.

Ma non siete stufi di trovarvi nel piatto, senza lenticchie, tutta questa aria fritta, o meglio fried air, confezionata da chi manda i figli nei college, si cura nelle cliniche, accumula incarichi e prebende in libero regime di conflitto d’interesse, delocalizza ( i 475 miliardi che imprenditori italiani hanno speso all’estero per impiantare linee produttive se fossero stati investiti nel paese avrebbero generato 2,6 milioni di posti di lavoro), rinomina i crimini chiamandoli transizione ecologica e rivoluzione Hi Tech, con la lingua dell’impero o con il gergo dei fantocci bocconiani, per abbellire sopraffazione e sfruttamento, quelli che hanno voluto la scuola come anticamera della servitù specialistica, e convertito la servitù già brutta in schiavitù?


I diritti del lavoro, morti di Covid

lav  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stampa e rete da una pio di giorni pubblicano a raffica le severe reprimende contro i negazionisti del Covid, i no mask e i revisionisti del vaccino  in Senato, nello studio di Sabino Cassese e nelle spiagge guardate opportunamente a vista da militari con tanto di mitra intimidatorio, sviluppo questo largamente prevedibile della criminalizzazione dei trasgressori rinnovata in occasione del prolungamento dello stato di emergenza.

Come mai? vi direte,  non avevamo assistito a analoga  insurrezione moral-sanitaria quando Gori, promosso poi sindaco martire e modello esemplare di governo delle città vittime della pestilenza, dichiarò con burbanzosa determinazione: Bergamo non chiude!, o quando Sala dal canto suo ribadì: Milano non si ferma!.

Tutti abbiamo la risposta ma pochi hanno il coraggio di darla: prima, durante e dopo, nella cabina di comando a dettare misure e regole c’era il padronato, audace e ardimentoso con le vite dei dipendenti mandati ad esporsi, a norma di legge, anzi di decretazione di urgenza, al contagio per garantire la continuità dei profitti “normali” incrementati da accaparramenti e borsa nera, in vista dei futuri arricchimenti del dopoguerra.

Basta ricordare quella magistrale faccia di tolla di Bonometti, presidente di Confindustria lombarda,  ai primi di marzo, dopo le agitazioni subito deplorate e poi represse  dei lavoratori che chiedevano protezione e tutela nei posti di lavoro e cui si rispose con un patto unilaterale che lasciava alle imprese libertà discrezionale di adottare provvedimenti e di  concedere dispostivi e attrezzature di sicurezza in forma volontaria e arbitraria, quando proclamò: la fabbrica oggi è il posto più sicuro!

E ancora: le fabbriche non possono chiudere!, epico editto accolto con giubilo dai resilienti sul divano davanti alla Casa di Carta, di modo che in Lombardia,  il luogo della catastrofe, il 40% di operai e operaie ha viaggiato sulle metropolitane e sui bus pieni e non ha interrotto le produzioni, anche quando non si trattava di comparti essenziali, grazie alle acrobazie delle nuove frontiere dello spirito di iniziativa che legittima il cambio dei codici Ater per attribuire   carattere di indispensabilità a qualsiasi attività e alla compiacente decisione di Conte che rivendica di aver riaperto le aziende “in nome dell’interesse generale sia pure contro il consiglio degli scienziati”.

Grazie al Covid, che non sarà un complotto, ma che ha messo in piedi una cospirazione contro il lavoro, da quel momento e per legge non è diventato imprescindibile, necessario, “essenziale” quello che si realizza e produce, ma che le macchine girino, la catena non si fermi, il profitto arrivi a destinazione, nelle tasche degli azionariati, degli imprenditori, di quelli che guidano il motore del Paese.

E figuriamoci se non si approvvigionavano anche di un sostegno ideologico-scientifico, materializzato nel corpus roboante del cosiddetto Piano di Rilancio messo a punto dal gruppo di tecnici indipendenti presieduti da Colao, già Ad di Vodafone e consegnato nelle mani di Conte, che ha fatto finta di impiegarlo per reggere una zampa della sua poltrona traballante, ma a ben vedere ne ha tratto spunto e ispirazione della sua programmazione in 137 punti, approvata dagli Stati Generali e sottoposta come una letterina per Babbo Natale all’Ue, densa di cantieri, digitalizzazione, smartworking e didattica a distanza forieri di licenziamenti e contratti atipici, insomma la fuffa abituale degli impotenti.

Ma dietro alla quale si celano le strenne più gradite ai fan della cultura di impresa e della responsabilità sociale, tanto da sembrare scritta sotto dettatura di Confindustria : scudi penali, immunità e impunità, rinnovo e rinvigorimenti della precarietà con i contratti a termine sotto la bandiera della improrogabile deregolamentazione del mercato del lavoro per incentivare l’occupazione, defiscalizzazione di tutta una serie di misure e interventi, il tutto accompagnato dall’opportuno incremento dei fondi pubblici a sostegno delle aziende che vogliono investire  in mecenatismo peloso nei settori della scuola, della ricerca, della formazione e della sanità, offrendo generosamente le loro competenze nello stabilite priorità e finalità.

È ovvio che in questo disegno suggerito caldamente dal padronato e condiviso entusiasticamente dal miglior governo che ci potesse capitare e dagli enti regionali e locali, lo Stato ritorna nelle retrovie, in funzione di erogatore di aiuti a perdere, assistenzialismo a chi ha e punizioni a chi non ha saputo avere e ottenere, per indolenza, codardia, indole parassitaria, subalterno al mercato, esautorato di competenze e poteri, retrocesso a cattivo pagatore ancora prima di ottenere i crediti dal racket europeo.

Nel caso ci fossero dubbi sulla weltanschauung  della nostra élite “industriale” ci aveva pensato subito il presidente Bonomi a fare chiarezza, fresco di nomina alla presidenza di Confindustria in una intervista del 30 maggio calda di passione “civile” e vibrante di sdegno, un j’accuse  contro il governo e tutta la classe politica, accusati di prodigarsi per dare soldi agli immeritevoli miserabili anzichè aiutare le imprese, soprattutto quelle più grandi, che quelle piccole sono comunque destinate a affondare del grande mare della globalizzazione.

E ricordando che se da 25 anni cala la produttività la colpa è dei lavoratori, viziati, accontentati nelle loro richieste irragionevoli, pigri e dissipati, secondo una propaganda smentita dai dati delle organizzazioni internazionali: in Italia si lavora mediamente di più che in Francia, Germania, Austria e Svezia ma di guadagna molto di meno. E siamo in testa nelle classifiche del doppio lavoro e degli straordinari nei giorni festivi insieme, che sorpresa, alla Grecia, a conferma che da noi di fatica molto perché si percepisce poco.

La ricetta quindi è la stessa di sempre, richiamata da Boeri,  da Ichino, dal recuperato in corsa Brunetta e ci manca solo il Sacconi di “siamo sulla stessa barca”: più lavoro, meno salari, più profitto, meno diritti.

E proprio ieri sempre Bonomi alza la voce contro il blocco dei licenziamenti che “più tardi verrà eliminato e peggiore sarà l’impatto” e sghignazza contro gli sgravi per le neo assunzioni: “ Lei vede qualcuno oggi interessato ad assumere se col divieto di licenziamenti non può ristrutturare? Al danno dell’impianto attuale degli ammortizzatori si aggiunge la beffa”.

Proprio vero che l’appetito vien mangiando e alla smania bulimica del nostro ceto produttivo non basta il Jobs Act, la Legge Fornero, gli aiuti dalla qualità anche simbolica promettente di altre diffuse provvidenze alla Fca, la pietra sepolcrale a seppellire i crimini dei Riva, di De Benedetti, gli applausi al management della Thyssen, non è sufficiente l’offerta delle terga ai Benetton, gli esiti di trattative e negoziazioni condotte i suo nome da Calenda o dalla Bellanova, non è sufficiente la licenza di cementificare elargita alle cordate delle opere inutili e corruttive con l’avvio o la ripresa di 130 cantieri, neppure la

deregulation e quindi l’autorizzazione all’abuso e alla speculazione del Decreto Semplificazione, perché vogliono la resa incondizionata dello Stato, delle istituzioni, del Parlamento, dopo aver avuto quella dei governi che si sono succeduti e l’opzione su quelli futuri, dei sindacati che da anni ormai hanno sostituito la pratica negoziale con l’accondiscendenza, la rappresentanza con i servizi di consulenza dei patronati e dei Caf e con la adesione “professionale” al Welfare aziendale e l’offerta di fondi assicurativi e pensionistici, mutue private, bolle pronte a esplodere, sicchè i lavoratori contribuiscano due volte al profitto dei padroni.

E d’altra parte in un Paese dove – per tradizione storica – anche un cavallo diventa senatore, e perfino un asino, a vedere Renzi e tanti altri, le figure di imprenditore che hanno l’onore delle cronache, meritando solo quella nera, sono i dinamici bricconi dei locali notturni grazie a nuove frontiere della colonizzazione interna in Sardegna e esterna in Kenya, il Briatore che ha fatto ballare tutta la sinistra fighetta e quello che l’ha appagata a suon di salsicce e provole, le stesse della socia Coop, maggiorate però in qualità di prodotti scelto dal patron Farinetti esibiti sugli scaffali di Eataly- negli Usa insieme alle guglia del Duomo concesse dal Ministro dei Beni Culturali  –  a uso di citrulli contenti di farsi prendere per i fondelli.

Gente che fallisce ricorrentemente ma viene sempre salvata con qualche salvagente a nostre spese,  come c’è da aspettarsi proprio per l’augusto norcino il cui fiore all’occhiello, Fico, è appassito come merita con  perdite nette di esercizio per il 2019   pari a 3,14 milioni.  Così apprendiamo che si è lamentato il management della Città del cattivo gusto ormai avariato, per il basso indice di fedeltà dei visitatori, il cui numero è calato a picco.

Certo,  hanno la competenza per parlare,  che di tradimenti loro se ne intendono, come se ne intende l’esangue dinastia Fiat, le garrule imprenditrici, Marcegaglia o Todini, il cui mito di zarine implacabili e feroci in quota rosa è minacciato dell’influencer agli Uffizi o dalla Clio Zammatteo che, si legge sul suo prestigioso curriculum, ha insegnato, tramite YouTube, a milioni di donne “a truccarsi, a volersi bene e a prendersi cura di se stesse”. Sanno bene di cosa si tratta i delocalizzatori, che smontano azienda e futuro dei dipendenti in una notte cercando lidi più favorevoli ai brand egli abusi, delle evasioni, del riciclaggio, dell’inquinamento e della corruzione, quelli che stanno nei loro uffici prestigiosi a aspettare gli esiti di borsa da quando i produttori sono diventati azionariati che non investono in innovazione, tecnologia e competitività bensì nella roulette del casinò finanziario. O quelli che se devono spendere preferiscono riversare risorse per comprarsi i giornali,  fonderla in un unico quotidiano in attesa del partito unico, del sindacato unica, che il pensiero unico c’è già e ha vinto.

Povera Costituzione: ha resistito a tanti assalti in forma golpista o referendaria o, spesso,  tutte e due, a Benigni che l’ha trasformata in prodotto agile come i Baci il 14 febbraio, per “scartarla” e mangiarsela, a manomissioni e interventi di plastica per la riduzione dei diritti e delle garanzie. Ma adesso ormai è proprio condannata alla cancellazione, a cominciare dall’articolo 1: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

 

 

 


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