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Carta moscovicida

moscoviciJunckerC’è da ridere, anzi da piangere quando gli europeismi di bassa lega intellettuale o semplicemente ipocriti, celebrano uomini e istituzioni dell’unione continentale come se fossero l’apice del buon governo e non un volgare leviatano di serie b che fa cane da guardia per l’elite.  Spesso si scopre che coloro che ci ricattano o ci ammoniscono o ci mostrano le vie della virtù, non sono altro che politicanti della peggiore specie e questo si avverte con maggiore frequenza prima delle elezioni farsa per un parlamento puramente figurativo: la filigrana volgare che è la loro matrice  viene fuori senza pietà. Ed è accaduto anche a Moscovici, quello così severo con l’Italia e mai contento dei surplus dello Stivale, che è riuscito a creare il suo capolavoro di doppiezza e finzione nell’incontro con alcuni parlamentari greci, disgraziatamente privi di armi da fuoco.

Si tratta di tre semplici proposizioni che nessuno sarebbe capace tollerare in nessun caso della vita, ma che non paiono recare danno di immagine al fastidioso insetto francese. Per maggiore chiarezza voglio numerare le tre affermazioni, ognuna delle quali potrebbe essere menzionata per ignominia e insieme fanno una bomba di idiozia e malafede.

1) Per evitare di confessare le sue responsabilità davanti ai rappresentanti del Paese martire di Bruxelles ha sostenuto che gli avanzi primari richiesti al Paese erano “troppo alti e impraticabili”.

2) che essi non sono stati definiti dalla commissione europea, ma dall’Fmi che evidentemente il politicante gallico considera un istituzione superiore al governo continentale.

3) che comunque i patti devo essere rispettati, anche quando sono per sua stessa ammissione impraticabili e dovranno essere rivisti.

Ci si domanda a questo punto perché mai occorra andare a votare per un Parlamento che ha nessun potere rispetto alla Commissione, la quale a sua volta non ne ha alcuno, anzi non ne vuole avere, di fronte al Fondo monetario. Ma non sono le anguillesche e penose  bugie di un ometto che possono scandalizzare, quanto il fatto che esse sono la prassi del governo continentale ed esprimono a pieno l’ideologia di un ceto politico agli ordini degli organismi economici e  sempre più in allontanamento dalla democrazia verso un sistema oligarchico -autoritario. Lo ha dimostrato senza tema di dubbio lo stesso Moscovici quando, nel tentativo di far stare assieme le tre frasi citate, ha messo in luce come le condizioni poste alla Grecia facciano parte non solo e non tanto di aberranti e sconclusionate teorie economiche, quanto di una prova di sottomissione della Grecia e delle sue istituzioni. Infatti dopo aver detto che la santa e onorata commissione dovrà prima o poi rivedere le imposizioni fatte ad Atene dice: ”  Al centro della questione c’è la credibilità: è solo ubbidendo in maniera duratura che la Grecia può convincere i suoi partner, quando verrà il momento, che si può fare un passo avanti. Ma questo potrebbe essere il risultato, non una precondizione. Se provi a farlo immediatamente, creerai solo dubbi nei tuoi partner. La gente deve avere fiducia che la Grecia rispetterà i suoi impegni non solo per gli ultimi sei mesi, ma anche per i prossimi anni. Quindi ridurre i surplus non è l’idea più brillante che si possa avere”.

Si tratta dunque di una specie di prova di passaggio, di un esperimento fatto sulla pelle dei greci, costringendoli ad accettare condizioni inaccettabili e controproducenti per vedere se sono completamente asserviti alla delirante visione europea. La fiducia insomma può nascere solo dalla soggezione. Personalmente ritengo che per un uomo di questa vaglia morale e politica la ghigliottina sarebbe una ben misera punizione che tra l’altro non comprometterebbe sistemi vitali, ma il problema non è quello di un riverito imbecille e di un ignobile voltagabbana, che è stato persino un modello per una sinistra contraffatta sulle bancarelle dell’informazione, ma rappresenta l’essenza di ciò che è diventata l’Europa, il modo di pensare e di essere della politica continentale.

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Acqua sporca etichettata Ue

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi vende non è più suo, recita un  vecchio proverbio,  che conferma come spesso la saggezza popolare sia al servizio  del più forte. E infatti quelli che oggi alienano beni comuni, mettono all’asta il patrimonio collettivo, cedono a basso costo palazzi, coste, spiagge sanno che grazie alla loro sottomissione saranno graditi ospiti in fastose dimore, abbronzarsi su sabbie rosa, solcare acque private, se non possono addirittura aspirare ad accaparrarsele, comprarsele a prezzi stracciati tramite intermediari che si prestano generosamente o che addirittura li acquisiscono a loro insaputa per farne munifico omaggio. Perché tratto saliente della svolta feudale che sta percorrendo il capitalismo è proprio l’incrudelirsi delle disuguaglianze, così dopo anni di lotte e conquiste anche il godimento di quello che dovrebbe essere di tutti è soggetto a accessi discrezionali, a appagamento arbitrario, proprio come i diritti scaduti a elargizione, le prerogative convertite in privilegio.

Non si tratta soltanto dello spregiudicato assoggettamento al mercato, dell’ottusa devozione al profitto, non è colpa soltanto di quel pragmatismo “fattivo” che impone che persone, desideri, lavoro, beni diventino merci e che ha preso il posto delle grandi narrazioni “metafisiche” che avevano influenzato gli uomini e le donne dell’Occidente: illuminismo, idealismo,  marxismo, quelle luminose  interpretazioni del mondo  ormai esaurite, di fronte al malinconico e spento disincanto che attraversa  le nostre esistenze. No, è la nuova forma che ha preso la politica secondo questa classe dirigente, come scienza piegata a rendere perenne la sua permanenza al potere, in cambio dell’ubbidienza, a assimilarla al ceto padronale, in cambio della circolazione di favori, comprese leggi e misure corrotte dall’aspirazione al profitto contro finanziamenti opachi, regalie, gratifiche.

E’ stato così che le “ideologie” della liberalizzazione, della privatizzazione, della competizione, della flessibilità si sono alimentate con il corpo ospitante delle vecchie organizzazioni di sinistra, che ne sono uscite spolpate, mentre nuovi leader alieni e parassitari se ne nutrivano, se ne ingrassavano mentre languiva la promessa della pubblica felicità, se dopo trent’anni di propaganda il    risultato è che noi e le prossime generazioni viviamo e vivranno peggio delle precedenti e che nella narrazione pubblica del domani manca il lieto fine.

Ed è per questo che una stampa subordinata idealmente e ricattata praticamente ripete ossessivamente il mantra europeo  della inevitabilità punitiva per i  costumi dissipati dei paesi  affetti da colpevoli debiti pubblici che consiste nella liquidazione dei beni comuni. E tace pudicamente, salvo rare eccezioni sulle occasioni nelle quali i padroni extranazionali si prendono gioco di pronunciamenti popolari e delle ragioni della storia sia pure recente, e che raccontano l’insuccesso economico e sociale delle privatizzazioni dei beni comuni: economico perché a fronte di scarsi profitti, gli uniche a guadagnarci sono state le società di consulenza finanziaria che incaricate dei processi di privatizzazione (nei ruoli di advisor, valutatore, intermediario, collocatore e consulente); sociale, perché la cessione a monopoli privati del management di attività e servizi in precedenza pubblici, ha comportato il passaggio perverso della funzione sociale a funzione unicamente indirizzata alla redditività economica.

Così quasi nessuno ha riferito della contestazione del Forum italiano dei movimenti e  della Rete europea escluse dalla Conferenza Europea dell’Acqua, teatro della Grande Ipocrisia Ue e della Grande Menzogna italiana.  Ancora una volta si è eluso il principio per il quale sono state raccolte quasi due milioni di firme, secondo il quale l’accesso all’acqua da bere e per i servizi igienici è un bene dell’umanità, e che in questa qualità va escluso    dalle «norme del mercato interno» e dalle liberalizzazioni. La Commissione alla quale è pervenuta la richiesta di farne oggetto di un provvedimento legislativo si dice favorevole, salvo ricordare che non spetta all’Ue legiferare in materia, il governo Italiano – quello della Spending Reveiw  che mira al taglio delle società partecipate dagli enti locali, con una  «riduzione da 8mila a mille, quello dello Sblocca Italia che grazie alla creazione di un gestore unico regionale, getta le realtà locali pubbliche in pasto alle multi utilities, Acea, Iren, Hera – ci ripete che è l’Europa che ce lo chiede e punta a costituire l’ennesima governance oligopolistica e accentratrice, nella stessa logica che ispira la “riforma” della scuola e quella della Rai e nella convinzione che si tratta di atti preliminari al coronamento del disegno di sudditanza totale del Ttp, il suk transatlantico, il supermercato sui cui scaffali ci saremo anche noi, merce a prezzo di svendita.


Juncker ricattato per il trattato transatlantico

LogoIeri, rompendo la crosta di conformismo, mi ero permesso di osservare la stranezza di un j’accuse nei confronti di Juncker che riguarda cose più che risapute, ovvero gli sconti fiscali che sono applicati a la carte in Lussemburgo (qui). Tutte cose che invece di essere nascoste, sono da molti anni propagandate e diffuse, persino vantate a grandi linee nelle brochure promozionali  del Luxembourg Stock Exchange che potrete trovare a questo indirizzo . Cose che tra l’ altro sono praticate sia pure in maniera meno intensiva anche da altri stati come Irlanda e Olanda, in perfetta linea con lo spirito dell’Europa liberista. Ho sottolineato l’incongruità dell’accusa senza proporne una spiegazione nonostante che i tempi e la fonte  -documenti anonimi giunti sottobanco a un enigmatico consorzio internazionale del giornalismo investigativo – giustificasse un po’ di dietrologia. Lì per lì mi è parso un caso di lupara bianca nello scontro fra Draghi e la Germania.

Ma oggi si può dire di più e inquadrare la vicenda nell’ambito della battaglia che in molti Paesi si sta combattendo contro il Trattato transatlantico e vera ragione delle posizioni dure espresse da Cameron, sfegatato piazzista del Ttip, su Junker, nonostante il fatto che persino l’Economist sia arrivato a formulare dubbi sull’insieme normativo contrattato segretamente. Nel suo manifesto per l’elezione a presidente della commissione Ue l’ex primo ministro lussemburghese aveva fiutato l’aria di reazione della cittadinanza e la fragile situazione di alcuni governi necessari al massacro sociale e aveva dichiarato: “non voglio sacrificare la sicurezza, la salute, le norme sociali e protezione dei dati in Europa sull’altare del libero scambio. Né accetto che la competenza dei giudici in  Stati membri dell’UE sia limitata dai regimi speciali per le controversie con gli investitori “. La  soccorrevole intenzione è intervenuta quando i termini del trattato sono divenuti pubblici, benché con molto e colpevole ritardo e al presidente della commissione, di fronte a manifestazioni giornaliere ( 450 solo ad ottobre) e massicce raccolte di firme ( quella continentale Stop Ttip con quasi 2 milioni adesioni la trovate qui) non è rimasto che smussare gli angoli più indigesti del trattato soprattutto quelle nell’ambito della risoluzione delle controversie presso tribunali privati, pur di salvare il Ttip nelle sue linee generali ed evitare contestazioni popolari nei vari stati dell’unione in aggiunta a quelle per l’austerità.

Forse si può scorgere nella sua posizione anche un riflesso della preoccupazione che serpeggia nel mondo produttivo europeo sul fatto che il trattato rischia di affossare il continente costringendo le aziende europee a doversi confrontare con regole fortemente favorevoli a quelle americane. Senza parlare della moria che questo costituirebbe per le piccole produzioni locali.

Ma il 21 ottobre è giunto sulla scrivania di Junker, una lettera inviata da 14 governi i quali  privatamente e senza consultare i rispettivi parlamenti chiedono che nel trattato siano specificatamente incluse le regole di risoluzione delle controversie che dovrebbero essere composte presso tribunali speciali formati da avvocati e lobbisti  e che di fatto sottraggono agli stati le competenze su lavoro, ambiente, finanza  e sanità per conferirle alle multinazionali (*vedi nota).  La missiva (qui)  è stata diffusa nei giorni scorsi dal Financial Times e dalle dichiarazioni di Kenneth Clarke, ministro britannico per gli affari europei (ed ex braccio destro della Thatcher, oltre che vicino ai movimenti filofascisti delle British Isles) pare proprio che ad ispirarla sia stata Downing Street, sempre agli ordini di Washington.

E’ fin troppo chiaro che, visti gli interessi in gioco, anche geopolitici, lo scontro si focalizza proprio su questo e lo svelamento dei segreti di Pulcinella di Junker fa parte di questa battaglia sotterranea.  Che dovrebbe diventare la battaglia dei cittadini del continente contro il potere finanziario e multinazionale che rotti gli indugi si appresta a mangiarsi in un sol boccone la democrazia .

 

* Qualche esempio di ciò che significa il Trattato, lo si può trarre da ciò che è successo in seguito ad analoghi patti  sia pure di minori dimensioni che hanno coinvolto i Paesi anglossassoni e altri disgraziatamente trascinati a forza dentro. La Philips Morris ha citato in giudizio Australia e Uruguay per il loro tentativo dissuasione dal fumo.  La compagnia petrolifera Occidental ha ricevuto 2,3 miliardi di risarcimento da parte dell’Ecuador per la sospensione della concessione di perforazione in Amazzonia, dovuta al fatto che la Occidental aveva infranto la  la legge ecuadoriana (14). La società svedese Vattenfall ha citato in giudizio il governo tedesco per la sua decisione di uscire dal nucleare. Una società australiana ha citato in giudizio El Salvador per 300 milioni di dollari dopo che il governo aveva sospeso il permesso per una miniera d’oro responsabile di avvelenare l’acqua potabile. 


Buffoni e canaglie per l’eutanasia della sanità

20140822_76962_C-4-articolo-2064018--ImageGallery--imageGalleryItem-3-image.jpg.pagespeed.ce.2QSpvx8ymJLo spettacolo della gente che si butta in testa secchiate d’acqua ufficialmente per aiutare la raccolta fondi contro la Sla, sostanzialmente per fare i fresconi e richiamare servizi televisivi, è una cosa che dovrebbe suscitare pena e indignazione. Tanto più che dopo le secchiate, compresa quella di Renzi irrestibilmente attratto dalle stupidaggini come l’ago della bussola lo è dal nord, non arrivano soldi o ne arrivano pochini: in tutto l’occidente finora non si è raccolto nemmeno ciò che serve a comprare un F35 e in Italia nemmeno una berlina accessoriata. Alla fine si arriva a constatare che la ricerca su una malattia considerata rara non è sostenuta dai fondi pubblici il cui unico scopo è risparmiare per far contenta la finanza, ma nemmeno da quella privata che non ne ricaverebbe un significativo profitto: rimane affidata alla possibilità che qualche buffonata umanitaria raccolga pochi spiccioli, magari esentasse.

Secchiate in testa invece di fare l’eroico sforzo di usare la parte anatomica in questione per affrontare i problemi legati alla salute e dunque anche al grado di solidarietà che le società riescono a sviluppare. E che ahimè sembra scomparire dall’evanescente e terribile Europa delle banche. Tanto che il ministro lituano della salute, tale Rimante Salaseviciute, personaggio tra i più progressisti della piccola repubblica baltica sulla quale sventola la bandiera delle 12 stelle, arriva a dichiarare alla radio nazionale: “L’eutanasia è una buona soluzione per gli strati deboli della società, per i poveri che non hanno i mezzi per pagare le cure sanitarie.” Aggiungendo che è impensabile che la Lituania sviluppi uno stato sociale dove la sanità e le cure siano accessibili a tutti.

Evidentemente gli accorati appelli della Lagarde sull’allarmante aumento dell’età media e sulla salaseviciuteincredibile tracotanza dei ceti popolari che pretenderebbero di usufruire dei progressi delle conoscenze mediche, fanno scuola. Ora vengono i brividi pensando che la Salaseviciute è divenuta ministra della sanità da appena un mese, sostituendo il compagno di partito e di governo Andriukaitis chiamato a far parte della commissione europea.

Ma vedete le secchiate in testa e le incredibili dichiarazioni che arrivano dalla Lituania, non sono affatto cose separate e non correlate fra loro: sono due facce della stessa medaglia. Quella feroce dei piccoli (ma anche grandi) stati del profondo est dove la conversione liberista ha assunto toni fanatici dopo la caduta dell’ Urss, trasferendo tout court il dirigismo verticistico di stampo sovietico verso i centri di potere economico e quello buonista, apparentemente umanitario di stampo occidentale dove si raccolgono fondi caritatevoli alla luce tuttavia della medesima prescrizione ideologica secondo la quale lo stato, il pubblico non può più garantire l’accesso alla sanità di tutti i cittadini. Buffoni e canaglie compaiono sullo stesso piano ideologico come le figure speculari su una carta da gioco. Quella del baro che ci sta portando via la posta accumulata in tanti anni di lotte e di speranze.


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