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Santa Vanity

Immagino che i cattolici siano perplessi dopo che il Santo Padre è riuscito ad avere finalmente un posto nel panteon contemporaneo, ossia una foto e un testo simile a quello della benedizione Urbi et Orbi di Natale, pubblicati  su  Vanity Fair, dimostrando in maniera inequivocabile di non essere una pecorella smarrita del pensiero unico e nemmeno una pecora nera che si ostina a non voler negoziare i valori. Proprio lui che ha più volte messo in guardia dalla vanità, con un’insistenza che parrebbe frutto di una battaglia personale, finisce sulla bibbia dichiarata di questo vizio dell’anima.  Magari a qualcuno potrà far piacere che la religione cristiana sia ormai esposta nella fiera delle vanità  e che figuri sulla bancarella della storia come un oppiaceo da banco che ormai non ha nemmeno bisogno della ricetta medica per quanto è blando, ma probabilmente il pontefice si ripropone di rinnovare la teologia a misura del grande reset di Davos e di inaugurare una nuova trinità con Pachamama che salva il pianeta, il Vaccino che discende super vos per mantenervi in vita e Cristo a fare da testimonial come personaggio universalmente noto, un divino tronista un po’ malconcio. Tuttavia da ateo infastidito dalle pratiche devozionali e magiche, incredulo di fronte alla credulità, ma affascinato dall’ingegno profuso nei secoli per dimostrare l’esistenza di Dio, preferisco osservare con qualche ironico distacco l’ex cappellano dei militari argentini che tesse giorno per giorno la sua grossolana e furbesca resa al potere globalista. Tuttavia ne parlo, al di fuori di tutte le polemiche che tutto questo può suscitare negli ambienti cattolici, di cui poco mi interessa, perché in questa occasione appare in tutto il suo solenne splendore la vacuità del pensiero unico e globalista, di quel suo umanesimo ipocrita e affetto da una visibile eterogenesi dei fini  che tace su stragi e rapine di risorse e santifica invece le sue conseguenze, ovvero le migrazioni.

Tra i vari testi che Vanity propone a contorno e a commento della benedizione papale, tra cui un articolo di  Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, si evince da una parte uno sviscerato amore per tutte le minoranze, mettendo assieme condizioni che non c’entrano nulla le une con le altre perché si va dalle diversità di genere, ai disoccupati, ai migranti, ai rifugiati, tutte situazioni sociali  intrinsecamente diverse e tra l’altro non necessariamente minoritarie, che solo lo scarso senso del ridicolo può indurre a mettere assieme in papocchio di cui probabilmente un pontefice europeo, aduso a qualche lettura,  si sarebbe vergognato. Ma poi si spiega che questo afflato così generico più che universale vale in quanto portatore di “amore per le diversità, tutte le diversità”. Quasi quasi, di fronte a tanto obiettivo ci sarebbe da far passare in secondo piano le incoerenze e la terribile superficialità nel mettere assieme situazioni così diverse in radice , se immediatamente dopo non arrivasse l’invito ad “abbattere tutte le distinzioni culturali e politiche”. Allora vediamo un po’ “amore per le diversità” ma allo stesso tempo eliminare le diversità. Qui la retorica inciampa clamorosamente e fa cadere la veste che nasconde l’ipocrisia.  Un discorso di questo genere lo potremmo attribuire a qualche mega miliardario rimbambito dai soldi e dalle poche letture, ma non da un Papa che si suppone abbia già troppe contraddizioni teologiche e materiali a cui badare per aggiungerne altre così scoperte. Ma il fatto è che siamo di fronte, in purezza direbbero i gourmand da televisione, alla vacuità globalista che proprio in sé non sopporta la diversità delle culture, delle lingue, delle visioni del mondo delle teorie e prassi politiche, per tentare una totale omologazione servile dentro il pensiero unico. E non a caso le diversità che si prendono in esame riguardano situazioni imposte più che modi di essere e al massimo questioni esclusivamente individuali come quelle di genere, dunque differenze che non incidono sul sistema di dominio oppure, come la disoccupazione, che sono strutturali al sistema economico che si vuole imporre. La diversità e l’amore per la medesima costituiscono un mero pretesto per simulare umanità, uguaglianza e democrazia in un sistema disumano e portatore di una disuguaglianza mai così feroce.

Cosa dire di più:  A -men, A -women, A – vaff

 


Le Compagnie della Cattiva Morte

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri a proposito del mio post (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/10/23/un-papa-radical-chic/ ) nel quale mi meravigliavo ancora una volta del credito che gli orfani della sinistra riservano all’attuale pontefice, che ai loro occhi rappresenta non solo una moderna incarnazione della dottrina sociale della chiesa, ma anche una testimonianza in favore dei sommersi, dei derelitti, delle vittime di consumismo e totalitarismo finanziario.

Lo spunto era offerto dalla dichiarazione di Francesco riportata in un film, di apertura al rinascimento giuridico delle coppie omosessuali, già smentita da altri esponenti del “vertice” vaticano. “Le unioni civili, secondo il cardinale Muller, violano i diritti umani,  e il Papa che non è al di sopra di Dio, dovrebbe stare più attento”.

Non ho l’ingenuità di stupirmi ancora per le incursioni temporali dei sacerdoti della religione dell’amore: nello stesso contesto il pontefice aveva affermato anche che  si deve “creare una legge di convivenza civile” in modo che le coppie gay siano coperte legalmente. Tanto da essersi battuto personalmente per quello.

Icastica manifestazione questa, della sua volontà, o meglio della sua legittimazione celeste, a intervenire sulle questioni e sulle norme che regolano la vita “civile” non solo dei fedeli ma di tutti i cittadini. Attività che già svolge con grande tenacia se taccia di “carnefici” i medici che applicano una legge dello Stato italiano che legalizza l’interruzione di gravidanza, prima soggetta a criminose pratiche clandestine.

E se agisce come i predecessori compreso l’emerito vivente, delegittimando il tribunale in terra nel caso di pedofilia, per consegnare il giudizio a quello supremo. O se, in plastico contrasto con la riflessione contenuta nell’ultima enciclica sul “possesso”, che avrebbe ragion d’essere se prevede una funzione sociale di “indennizzo” dei poveri della terra, non si ipotizza l’obbligo di “cittadinanza” che spetta a chi possiede delle proprietà in Italia, chiamato a contribuire con le tasse ai servizi offerti dallo Stato e dei quali gode.

 Si sa che sono tempi bui nei quali un diritto, quello alla salute, è stato collocato in cima alla gerarchia che comprende quelli fondamentali e primari, che in troppi a torto credevano inalienabili, e quelli denominati “civili”, elargiti a piccole dosi in modo che non compromettano lo status quo.

Ci stanno persuadendo – ceto politico, scienza mai sfiorata dal dubbio, informatori, compresi quelli che hanno scoperto il giornalismo investigativo rivelandosi “positivi” in modo da offrirci dolenti e edificanti cronachette dalle corsie – che è doverosa la rinuncia alle conquiste di garanzie e prerogative nel lavoro, nell’istruzione, nella libertà di circolazione fino a otto mesi fa decantata come il trionfo del moderno cosmopolitismo, rappresentato dai voli low cost e dall’Erasmus.

E figuriamoci se è il caso, proprio di questi tempi, di parlare del diritto a porre fine alla propria esistenza quando i suoi ritmi e le sue aspettative sono sovrastate dal dolore, dall’umiliazione, dalla sconfitta della dignità battuta dalla sofferenza fisica e morale.

E infatti mentre il papa si esprimeva in favore dell’amore coniugale,  passava inosservata la pubblicazione, da parte della Congregazione della Dottrina della Fede, di un lungo documento sull’eutanasia e il fine vita, intitolato Samaratinus Bonus, nel quale non sono presenti quegli elementi di compassionevole misericordia che la religione dell’amore dovrebbe riservare a chi patisce una sofferenza che minaccia di farlo regredire a una condizione animale di puro patimento senza speranza.

Si tratta di una condanna che fa un bizzarro contrasto con un pensiero comune concentrato da mesi unicamente a combattere una malattia, accettando qualsiasi imposizione più o meno efficace, autorevole, ragionevole, dando per buone misure che sconfinano nella superstizione e che obbligano all’abdicazione dal diritto a un lavoro dignitosamente remunerato, all’istruzione e alla cura di patologie che non siano la peste in atto.  

Eppure da otto mesi chi malgrado, la colonna sonora di dati contraddittorie, statistiche raffazzonate e manipolate, ha saputo ascoltare e vedere,   ha avuto la rivelazione che è stata attuata da anni e ultimamente applicata in forma diffusa una eugenetica ispirata a salvaguardare la specie – quella dei nuovi schiavi – eliminando i pesi morti, quelle frange parassitarie che pesano sul bilancio pubblico.

Perfino  chi ha devastato l’assistenza pubblica, tagliato prevenzione e cure per i malati cronici, perfino chi ha adottato disposizioni che hanno impedito di effettuare tre milioni di esami e accertamenti per patologie – cancro, patologie respiratorie, cardiache, ematologiche-  si è vergognato di chiamare “eutanasia” ( e vedi mai,  significa buona morte) l’ecatombe di anziani morti per ipotetico concorso del Covid in aggiunta a malattie trascurate, effetto collaterale e non solo di condizioni di abbandono, della difficoltà di accesso all’assistenza, del costo di farmaci e terapie, della solitudine.

Come una apocalisse sorprendente e inattesa abbattutasi su zone inquinate che hanno incrementato la vulnerabilità dei soggetti più esposti, l’epidemia ha invece rivelato il già noto, qualcosa che avremmo dovuto conoscere e prevedere: che gli ospedali mal gestiti ammalano perché diventano focolai di infezioni, perché i vecchi non meritano attenzioni da un personale sfruttato e impreparato, perché quando riconquistano autonomia possono essere conferiti in strutture apposite dell’ordinaria manutenzione che ogni anno diventano focolai influenzali.

Il compianto per i vecchi morti da soli, senza esequie compassionevoli, senza elaborazione del lutto è diventato il sudario sotto il quale si è composta l’ipocrisia di chi ha contribuito con la benedizione delle influenti personalità mondiali a condannare gli anziani all’invisibilità, alla morte virtuale che sarebbe opportuno si concretizzasse per lasciar liberi posti e più fruttuose le risorse da investire nelle nuove geografie del profitto, quelle digitali e automatizzate cui non devono avere accesso e che più che risparmiare la fatica devono incentivare la servitù atomizzata degli individui davanti a un pc, pronti anche a dirigere con un clic i bombardieri senza pilota.

Partorirai con dolore, hanno prescritto, vivrai con dolore e morirai nel dolore, hanno “promesso”, per percorrere la strada della redenzione e della salvezza, per attraversare la cruna dell’ago, passaggio arduo, ma che, si sa, è risparmiato a chi se lo può permettere, esentato dal male, che viene ridotto con ogni mezzo diventato lecito, se si  patisce tra sete, broccati e porpore, così come escursionisti della genitorialità possono approfittare delle offerte a disposizione in altre latitudini, così come, avendo i mezzi, si riconquista la propria dignità con una morte serena e volontaria oltre confine.

E infatti vecchioni anche spregevoli ma ben equipaggiati dello sterco del diavolo si evitano l’inferno in terra, guariscono rapidamente e senza effetti dalla provvidenziale peste, occupano un piano dei nosocomi cui hanno offerto nel tempo doviziose elemosine e gli ospizi li frequentano quei pochi giorni necessari all’applicazione di pene alternative.

Il fatto è che quando la libertà è negata, quando dietro ai dogmi si nasconde un profitto, quando la malattia fa affiorare le tremende disuguaglianze, quando la nascita, le inclinazioni, gli affetti, sono soggetti a una morale di parte al servizio di regole di mercato diventate leggi naturali incontrovertibili, allora nemmeno la morte è una livella.    


Un Papa radical chic

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Gli omosessuali sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo”. Poche parole estrapolate da una intervista contenuta nel docufilm “Francesco“ di Evgeny Afineevsky, hanno suscitato  unanime giubilo, soprattutto in laici e agnostici che, in attesa di tardive conversioni da conseguire come l’ultimo successo editoriale una volta giunti allo status di venerabili maestri,  si guardano intorno alla ricerca di oggetti di idolatria politicamente corretta.

E grande esultanza si è registrata anche per un’altra dichiarazione molto riportata dai giornali:   Ciò che dobbiamo creare è una legge di convivenza civile. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

A questo pontefice piace vincere facile: in Italia la legge  invocata è già stata approvata, quindi  non c’è stato bisogno di adontarsi per eventuali ingerenze nella vita democratica di un paese straniero, i cui tribunali non vengono riconosciuti nel caso del crimine di pedofilia in attesa di quello del Cielo.  E semmai il problema è che le condizioni economiche del Paese hanno reso i matrimoni e le convivenze un lusso per privilegiati, che possono permettersi una casa, nella quale, privilegio ancora più esclusivo, mettere al mondo una prole.

E lo dimostra anche  una telefonata opportunamente ripresa nel film che il papa fa a una coppia di omosessuali italiani che gli avevano indirizzato una lettera, Andrea Rubera e Dario Di Gregorio, genitori orgogliosi di tre figli piccoli  grazie alla “gestazione per altri” avvenuta in Canada, e che lo avevano interpellato per “superare l’imbarazzo”  che provano  nel portare i bambini in parrocchia alle lezioni di catechismo. 

Pronta la risposta di Francesco: “ I bambini vanno accompagnati in parrocchia superando eventuali pregiudizi e vanno accolti come tutti gli altri”, per nulla imbarazzato, lui, dalle modalità contrattuali della felice surrogazione, visto che ormai i “prodotti” erano già confezionati e si trattava magari di tre contributi alla natalità   messa in pericolo da leggi che permettono l’aborto legale contrastato da volonterosi obiettori in grazia di Dio.

Quella grazia invece non spetta a chi chiede di morire con dignità, di mettere fine a una esistenza ormai ridotta a dolore e umiliazione. Pochi giorni prima dell’edificante e compassionevole indulgenza plenaria in favore delle coppie omosessuali, era stato pubblicato  da parte della Congregazione della Dottrina della Fede, un lungo documento sull’eutanasia e il fine vita  redatto dall’organismo guidato dal  cardinal Luis Francisco Ladaria, uomo di fiducia di Francesco che lo ha scelto per succedere al tedesco Muller.

C’è ben poco di misericordioso nella requisitoria del  Samaratinus Bonus , che nega agli individui il diritto di decidere della propria vita e della propria morte,  permettendosi di compiere  scelte che la religione condanna come empie,  innaturali e delittuose tanto condannarle come crimini. Confermando l’approccio teocratico in virtù del quale le leggi divine devono tradursi in leggi dello stato, condizionandole e ostacolando qualsiasi  valore che non si uniformi alle interpretazioni che la chiesa dà di volta in volta dei suoi dogmi.

Fanno bene i vecchi irriducibili della laicità a non fidarsi se al deflagrare del caso Becciu c’è stato un affaccendarsi solerte di esegeti della enciclica “Fratelli tutti” sottoposta a ostensione in modo da creare un sapiente contrasto tra i misfatti speculativi del finanziere maneggione, prudentemente licenziato prima degli articoli di stampa sullo scandalo, e l’immaginetta votiva di un Papa che rifiuta le mollezze vaticane, incarnazione della chiesa dei poveri per i poveri e di una francescana ingenuità, tenuto all’oscuro di trame e intrighi orditi dai mariuoli che avevano avuto accesso alle segrete stanze a pure ai conti in banca personali del pontefice.

Non si tratterà di un documento programmatico dei un partito riformista europeo: il Pd guarderebbe alla bolla come a un volantino anarco-insurrezionalista meritevole di galera come i No-Tav, ma l’ecumenismo generalista dell’enciclica potrebbe rappresentare il manifesto temporale della nuova religione del politicamente corretto, con tutta la volonterosa cassetta degli attrezzi messi insieme in occasione della Dottrina sociale della Chiesa, modernizzati per accogliere i valori  antiglobalisti ma cosmopoliti,   antiindividualisti, antirazzisti, antinazionalisti, antisovranisti (fatta salva la “specialità” dei poteri autonomi del Vaticano),  antipopulista.

Il fatto è che chi si sente orfano della sinistra dovrebbe smettere di fare scouting alla ricerca di nuovi idoli e nuovi profeti. Il papa fa il papa e non è ragionevole aspettarsi il riscatto e la liberazione degli sfruttati dalla sua propaganda fide, che proprio come quei “fermenti” graditi e integrati nell’establishment si fermano alla superficie del contrasto al consumismo e non alla teocrazia del mercato, all’Impero del Denaro e non al capitalismo, da combattere con le armi della carità e della pietas e delle pari opportunità al posto della lotta di classe.  

E infatti riprendendo  un’affermazione già contenuta in Laudato si del 2015, reinterpreta il concetto di  proprietà“, per sottolineare quella che dovrebbe costituire la sua fertile vocazione: “la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”,    condizionando il  possesso (diritto secondario)    all’ipoteca del riconoscimento e soddisfacimento del  “diritto”  dei più svantaggiati,   diritto primario, quello,  che stabilisce la “destinazione universale dei beni “.  

Come a dire insomma che il nostro frigorifero in cucina sta alla pari con la cassaforte di Fca o Amazon, ugualmente obbligati ad amministrare i loro “beni”, a “valorizzarli” e restituirli in forma di benefici per tutti, purché, lo si ricordi, “senza alcun cedimento alla concezione e alla prassi comunista dei beni e del loro possesso, concezione e prassi in cui la persona e le comunità di persone vengono posposte e asservite allo Stato”.

Ci risiamo dunque con  la conferma di principi di solidarietà e fraternità  intesi come dovere morale individuale e collettivo e non come responsabilità personale e comune che può e deve esprimersi anche a livello istituzionale come doveri dello Stato, delle istituzioni, delle rappresentanze incaricate di garantire libertà dallo sfruttamento, così come di espressione, credo, inclinazioni, aspettative.

Si sa che la povertà culturale e morale dell’ideologia neoliberista esige il ripristino di vecchi miti e nuove narrazioni, per puntellare la mercificazione totale, così insieme a  teorie gender, diritti civili senza diritti sociali, emancipazione senza liberazione, fino alla triade tornata in auge: Patria (senza Stato sovrano), Famiglia(possibilmente arcobaleno e liquide) e Dio, quello capace di idealizzare e confezionare una falsa coscienza, quell’ombrello “etico” necessario a legittimare e “addomesticare”  l’ordine economico e sociale esistente in modo che sia accolto di buon grado e interiorizzato da chi lo subisce.

Ma non sarà che Francesco è rimasto l’ultimo radical chic?


I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


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