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Chiesa: denunciato il peccato, assolti i peccatori

Constantinos-Polychronopo-010L’altro giorno ho visto su TV 2000, l’emittente della conferenza episcopale italiana, un servizio sulla Grecia che sarebbe impossibile trovare altrove, nell’informazione paludata, europeista e atlantista:  si vede il degrado delle città, si vedono le mense a cielo aperto per dare un mezzo piatto di minestra a torme di impoveriti e anche di migranti, operai di piccole fabbriche abbandonate dai padroni che provano a continuare in proprio la produzione per sopravvivere, il tentativo di supportare malati che non si possono più permettere le cure. Insomma viene presentato il drammatico impoverimento del Paese e al tempo stesso tutto un mondo di solidarietà tra poveri che è visivamente un atto di accusa alla Ue e ai suoi padroni. Ma ciò che manca in questo servizio è proprio l’accusa circostanziata e precisa: si esalta lo spirito caritatevole, la fratellanza, il sostegno reciproco, senza mai però fare l’anamnesi del male, dire esplicitamente che quelle situazioni non sono frutto di una catastrofe naturale, ma di quella catastrofe di civiltà che si chiama capitalismo finanziario sulla carta d’identità ideologica ed Europa per gli amici.

Analogamente la chiesa cattolica nella figura dello stesso Pontefice  si batte per l’accoglimento incondizionato dei profughi dal medioriente, senza mai menzionare le cause e i mandanti di questa catastrofe la cui radice consiste nel tentativo occidentale di sloggiare il legittimo governo siriano per impadronirsi del Paese: le hanno tentate di tutte, dall’importazione in massa di guerriglieri terroristi alle infami sanzioni contro Damasco per l’uso di gas che invece hanno usato proprio i terroristi arruolati dall’occidente. E’ moralmente vergognoso, ma il dito del Papa non punta sulle cause, ma solo sugli effetti, chiede rimedio per il peccato, ma tace il peccatore che continua imperterrito nella sua opera e perpetua così il dramma. Come si vede la Chiesa non rinuncia alla sua secolare ipocrisia: lo stesso atteggiamento moralmente contraddittorio di compassione e negazione delle cause che tiene campo nel dramma dei profughi  il parlare di poveri, povertà e disuguaglianza rimane sospeso nel nulla, mancante della parte attiva, ossia la denuncia dei meccanismi , delle idee e dei sistemi che sono alla radice dell’impoverimento.

Salvo qualche episodico rimbrotto riguardo all’avidità eccessiva del potere economico sembra che la Chiesa consideri la povertà come un fatto naturale, decretato da Dio al pari del potere o della ricchezza e che non senta per nulla il bisogno di riflettere sulle sue cause, continuando in quel pauperismo di ritorno, in quel cieco spirito caritatevole inaugurato con il concilio di Trento e che è al tempo stesso spia e causa del ritardo fra l’Europa meridionale e quella del Nord protestante dove sotto la spinta delle gilde il problema della povertà cominciò ad essere affrontato in termini di legislazione e non di buona volontà dei singoli. Ciò che davvero sorprende è come a distanza di secoli si possa ancora affermare che il lavoro non deve essere una merce e tuttavia sostenere proprio quelle dottrine, quei potentati, quelle concezioni sociali, quegli stili di vita che ne fanno esplicitamente una merce. Forse perché sono  proprio queste ideologie che hanno bisogno di una qualche religione per un miglior controllo sociale?  O forse perché un organismo monocratico come la chiesa cattolica è così soggetta ad atrofizzazione che qualunque cambiamento la frantumerebbe come  una reliquia? Forse perché Dio è un ottimo viatico per la doppia morale, per la buona parola rivolta da attici milionari?  Probabilmente tutto questo insieme.

Ma le cose stanno cambiando rapidamente: il numero di persone in povertà sta raggiungendo in occidente, quello della pre rivoluzione industriale e il sistema stesso, teso nello sforzo di smantellare gli ultimi due secoli di conquiste, sta costruendo una sua mitologia destinata ad occupare gli spazi individuali e sociali, a riempire di cartongesso gli spazi che danno sul nulla, nella quale l’apparire viene declinato come mito del corpo e della cura di un sé sempre più povero e autoreferente. Oltretutto si tratta di una narrazione che non ha bisogno di intermediari, che galleggia sul mercato e si ciba di esso. Dunque il tentativo della Chiesa di cambiare registro solo nell’immagine, ma senza andare a fondo può raccogliere un consenso momentaneo, ma alla lunga è destinato ad arenarsi.

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I gattini sul Papa che scotta

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma non sarà semplicemente che il Papa è andato su Facebook e si è imbattuto in una qualche ostensione di  micetti, tartarughine, orsetti lavatori, interrotta da altrettanto numerose invettive contro l’invasione di   stranieri, tutti di età adulta, robusti quanto indolenti,  che ci portano via il lavoro, delinquono, stuprano, rubano, approfittano della nostra assistenza e istruzione?

Perché lo ammetto da laica, atea, agnostica, anticlericale, anche io, che non milito in una  religione che si ispira a amore, fratellanza, carità, solidarietà, limitandomi a guardare a quei valori come a delle stelle polari che mi sanno indicano un cammino, quello che deve percorrere chi vuole battersi contro ingiustizie, sfruttamento, iniquità, mi interrogo sulla natura di una comunanza a intermittenza, quella di chi preferisce le bestie agli uomini, perché più innocenti, comprensive, affettuose, talmente compreso della superiorità del mondo animale da volerlo imitare in istinti ferini, in irrazionalità, magari anche nel subire le leggi della giungla ormai molto di moda, se orientano giurisprudenze degli uomini e azioni di governo.

Da sempre lamento le ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche nelle nostre vite, da sempre guardo con sospetto e riprovazione a quanto quell’invadenza condizioni scelte e imponga come etica pubblica una morale religiosa e di parte, da sempre ancor più condanno chi si riferisce a quegli imperativi per determinare scelte, politiche e regole comuni, mettendo fuori legge inclinazioni, comportamenti, attitudini non convenzionali, non conformiste, non assoggettate. Da sempre denuncio che carattere comune alle chiese, consista nel predicare bene e razzolare male, nel fare professione di carità da sontuosi palazzi, nell’esprimere deplorazione per trasgressioni, tollerate e protette quando si consumano al loro interno, nel reclamare il diritto a sottrarsi ai tribunali degli uomini in attesa, in più tardi possibile, di quello di un dio, nell’imporre precetti che allontanano il sacerdozio ma anche la comunità dei fedeli dalla realtà, dai desideri, dalla quotidianità della gente comune, ripetendo lo stesso distacco castale che contraddistingue i poteri forti, suscitando e praticando discriminazione:

Credo di essere esente dall’applicazione personale del noto proverbio: co la carne se frusta l’anima se giusta, dubito con l’avanzar di anni, afflizioni e frustrazioni della carne, di  seguire l’esempio di Bertinotti, trasmigrato da Bakunin a Don Giussani, nemmeno quello di Parlato che un giorno ammise di essere persuaso che era meglio dare l’8 per mille alla chiesa, convinta come sono di preferire la solidarietà alla carità e incazzata come sono di dover pagare imposte e balzelli dai quali il Vaticano e le sue declinazioni territoriali sono dispensati.

Però credo di essere così liberamente laica da riconoscere a un’autorità religiosa, il dovere oltre che il diritto di esprimersi sui temi della responsabilità morale, della misericordia, dell’aiuto. Anche se mi duole che possa esercitarli con la forza e il prestigio derivante dall’occupazione di uno spazio morale lasciato libero da altri soggetti, lo Stato e le sue istituzioni, gli intellettuali, specie zittita dalle campagne di acquisto in grande stile lanciate dal mercato, la scuola, ormai privatizzata e soggetta anche quando è pubblica, la cultura, che nemmeno saprei più definire, decretata l’eclissi dei suoi “operatori” trasformati in organizzatori di eventi.

Si, mi duole che a Lesbo, per esprimere, cito, “vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco, tanto generoso nell’accoglienza” ci sia andato un pontefice, che ha gettato una corona di fiori nelle acque del mare che ha inghiottito tante vittime,  riempiendo la falla civile, umana e politica aperta da un’Europa assente nella coesione, nell’accoglienza, nella generosità, quando è presente con la sopraffazione, l’istinto coloniale, la subalternità all’impero finanziario, mostrando così una volta per tutte il suo volto, quello di una entità artificiale e aerea che si materializza nel promuovere guerre, che favorisce il business della tratta dei nuovi schiavi, incaricando la Turchia di  organizzare la più grande deportazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale, che grazie all’austerità ha diffuso come un contagio miseria, sospetto, ingiustizia, che ha eroso la sovranità di stati e popoli per sradicare democrazia e libertà.

Dovremmo far nostra una frase di Tolstoj, quando dice che il suo cuore ha tante stanze e può contenere tanti amori. Ma se proprio preferite le bestie e le piazzate sui vostri profili nei social network, date la preferenza ai lupi, almeno loro sanno stare in branco.

 

 


Sadik Kahn il piacione globale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per quanto rivendichiamo di essere disincantati, per quanto ci riteniamo scevri da pregiudizi, finiamo per scoprire che la nostra è una razionalità limitata, condizionata da passioni, preconcetti ideologici, emozioni. Difficile dunque non essere compiaciuti per la vittoria di Sadik  Khan, 45enne nuovo primo cittadino di Londra.

Famiglia numerosa – otto figli, di cui sette maschi e una femmina, immigrati pakistani usi a lavoro e fatica, babbo autista di bus, mamma sarta, alloggio popolare di quelli assegnati alle famiglie più indigenti a  Earlsfield, periferia della capitale, racconta di sé di essere cresciuto vedendo i suoi  arrabattarsi in continuazione, e di aver seguito il loro esempio facendo ogni tipo di lavoretto  fin da ragazzino, per contribuire al ménage domestico e  ai pochi soldi che i Khan mandavano ai parenti in Pakistan, “perché noi stavamo meglio di loro”, ricorda. Ha studiato nelle scuole pubbliche  gratuite,  poi, dice, influenzato dal serial televisivo “L.A. Law” (Avvocati a Los Angeles), si è laureato in giurisprudenza  e, passato l’esame di difensore d’ufficio,  si è specializzato  in diritti umani, patrocinando vittime della violenza della polizia, della discriminazione sul lavoro, di torture e violenze in  carcere.

Sembra il ritratto di un  eroe di Dickens o il protagonista di un film di Frank Capra, con qualche pennellata in più, che ne fa una icona moderna del riscatto sociale e di una globalizzazione benevola: è musulmano, in un paese poco disponibile alla generosa integrazione di minoranze “rischiose”, ha una bella moglie di successo, avvocato come lui, possiede gli atout che avvantaggiano l’immagine e l’accreditamento nella società dello spettacolo, a cominciare dalla quotidiana interpretazione del ruolo primario in un legal movie.

Così riesce a piacere anche ai benpensanti: laburista addomesticato, rimprovera a Corbyn di avere adottato un approccio “troppo radicale”, ha molto a cuore il superamento delle disuguaglianze, con particolare riguardo per la restituzione di garanzie e prerogative perdute al ceto medio, e, tanto per non sbagliare, si dichiara fiero di essere  a un tempo musulmano, britannico, laburista, marito, padre e tifoso del Liverpool, in una apoteosi di “piacionismo” ecumenico che ha dimostrato di essere gradita, anche grazie alla rivelazione oculata di un pugno di ferro sotto il guanto di velluto: professione di muscolarità contro il terrorismo, consenso per operazioni militari anche arrischiate.

E infatti senza tentennamenti ha dichiarato orgogliosamente di essere pro-business e pro- Europa, affiliazione quest’ultima poco impegnativa e onerosa per il rappresentante di un Paese che sta in un club esclusivo senza pagare la quota associativa.

È che a volte ci si schiera a fianco di qualcuno per adesione sentimentale, letteraria, emotiva, perché certe vittorie, alla prima occhiata, ci sembrano appagare il nostro gusto della provocazione, per via dell’empatia irrazionale che ci suscita la storia di un successo faticato che dovrebbe parlare di affrancamento e riparazione di torti, quelli subiti per via della casualità della lotteria naturale in aggiunta a quelli  invece prevedibili e calcolati di un sistema fondato sulla continuità inalienabile del privilegio, dell’iniquità, del profitto e  dell’accumulazione.

Invece accade sempre più spesso che si si sottrae ai codici e ai destini imposti alle minoranze non solo numeriche, fatti di marginalità, di sospensione di diritti e garanzie, discriminazione, abbia la memoria corta, in una rimozione, se non in un rifiuto del mandato che tacitamente gli è stato consegnato. Vale per premi Nobel per la pace usurpati, per il tradimento di genere o di ceto di politici  in quote “rosa” o “gay” o “operaie” – dalle nostre ministre, a ex sindacalisti, a Scalfarotto, e così via e c’è da sospettare che varrà per Khan, compiaciuto per l’ammissione al circolo esclusivo.

Certo non dispiace nemmeno a me, almeno a prima vista, la sfida alla benpensante e ipocrita Albione di un sindaco mussulmano, laddove certe etnie sono state accolte con tollerante ospitalità in veste di camerieri, chef etnici, ristoratori fusion, senza contare pizzaioli italiani. Ma dovremmo invece aspirare tutti e in tutte le latitudini a eleggere rappresentanti laici, che assicurino la libera espressione di ogni professione di fede, a cominciare da quella di ateismo, sempre meno popolare oggi che a interpretare etica pubblica, a propagandare solidarietà, a esercitare critica all’Europa che piace tanto a Kahn abbiamo lasciato tutto lo spazio in un potere sostitutivo assoluto e totale a un Papa, proprio mentre paradossalmente riceve il Premio Carlo Magno.

 

 


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