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I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


I Salvati da Salvini

copp Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai il fenomeno che sortisce l’effetto di sorprenderci di più è proprio la sorpresa di chi continua ad aspettarsi qualcosa di altamente improbabile, quelli che ci restano male quando il Papa fa il Papa e non esprime indulgenza e comprensione per aborto e relazioni omosessuali, o quelli che si stupiscono quando il servizio pubblico si comporta non certo inaspettatamente come la famigerata Agenzia Stefani o il cinegiornale Luce  ubbidendo al cane da guardia di interessi superiori.

E figuriamoci se non è sconcertante lo sbalordimento di chi si accorge, manco fosse un fulmine a ciel sereno, che il gran buzzurro continua ad avere un seguito, ad esercitare influenza e a riscuotere consenso, elettorale, di pubblico e di critica, come se a contribuire al consolidamento della sua immagine di fosca potenza non contribuissero ogni giorno, ancor più dei suoi fan,  i suoi detrattori che elargiscono materia di dibattito miserabile nell’abbeveratoio per grulli dei social, delle stampa e delle tv, facendo da ripetitori zelanti di esuberanti dichiarazioni e esorbitanti menu.

La verità è che in molti gli sono grati. Parlo di avversari politici e ex partner che grazie a lui hanno potuto  riappropriarsi di una patente di autorevolezza e civismo a fronte della sua becera inclinazione alla trucida sovversione parolaia,  parolaia si intende, perché alle sue dichiarazioni incendiarie ha sempre fatto seguito una coscienziosa sottomissione ai comandi imperiali e padronali, come si è visto in materia di diktat europei, di impunità di imprese criminali, di grandi buchi, di osservanza della teocrazia bancaria anche se in passato una certa predilezione era stata dimostrata per altri investimenti neri magari in diamanti.

E infatti sono premiati da stampa e opinione pubblica cui è bastato il cambio di etichetta posta su misure e provvedimenti per autorizzare quello che fino a poco prima si diceva fosse frutto di ferocia belluina, xenofobia, razzismo:  dai patti con despoti sanguinari, all’abbandono di povera gente su vascelli fantasmi, dall’incarceramento di pacifici dissidenti, alla disponibilità in funzione di inservienti sciocchi in operazioni di guerra.

Grazie a lui è diventato facile e comodo essere antifascisti in prima fila e con un semplice click,  senza l’obbligo morale di  criticare lo status quo ridiventato felicemente democratico grazie alla presenza nel governo di un partito che ha cancellato il lavoro, promosso la svendita di beni comuni, legalizzato procedure che hanno favorito la corruzione e l’illegalità, adottato provvedimenti esplicitamente “razzisti” nei confronti dell’etnia dei poveracci, dei marginali, dei barboni, oltre che dei “critici”,  perché basta la riprovazione per le sue cattive maniere ma non certo per i suoi propositi secessionisti interpretati con uguale  entusiasmo dal candidato presidente dell’Emilia, in favore del quale  ci si ritrova per rivendicare l’appartenenza ai buoni che vogliono l’autonomia senza urlare Forza Vesuvio, oppure denunciando la violenza dei guardiani del sistema ma non il sistema che li paga e manovra. O meglio ancora  cantando una canzone  talmente abusata  da diventare la colonna sonora del più recente prodotto  della propaganda fide inteso a beatificare cinematograficamente  quello vigente, per assolverlo dalla complicità con un regime vergognoso prestata a “fin di bene”, mentre cala il silenzio di piazza sull’altro regime inattaccabile e intoccabile, quel califfato occidentale che con tutta probabilità sgancia bombe garbate e necessarie alla stabilità.

Così ormai si può essere antifascisti anche a proposito delle canzonette  della kermesse più provinciale e sorpassata di sempre, proprio come quando pensavano di censurare “papaveri e papere” nel timore disturbasse la “gente in alto” soprattutto se di bassa statura , come quando “Tua” o “avvinta come l’edera” pareva un  attentato al pubblico pudore, proprio come quando è parso un atto di riscatto anti razzista premiare un cantante per il  merito indiscusso di chiamarsi Mahmood o  dare il più alto riconoscimento ai ritornelli di denuncia dei misfatti manicomiali.

Gli si può dunque essere grati di scoprirsi democratici, acculturati e compresi della priorità da accordare alle battaglie delle donne, contro sessismo, machismo, violenza di genere, usufruendo di un monologo di Rula Jebreal  da dieci anni residente negli Usa da dove segue con costernata  partecipazione  il manifestarsi di pulsioni intolleranti, violente e razziste … in Italia.

Finirò per essergli un po’ grata anche io perché grazie alle sue pressioni sulla Rai non mi saranno inflitte  le previste interviste a  due delle più entusiaste officianti del totalitarismo economico e finanziario, Michelle Obama e Ophra Winfrey, due icone in quota rosa di quei target che Malcom X avrebbe definito “negri da cortile” e che noi potremmo chiamare “femministe da cortile”,  per catalogare opportunamente esponenti di minoranze oppresse quando scelgono una integrazione entusiasta e una fedeltà cieca al sistema coloniale e discriminatore per garantirsi ammissione e opportunità di successo e quando auspicano la meccanica sostituzione di maschi protervi, ambiziosi e arrivisti con femmine che possiedano le stesse qualità o possibilmente  in misura superiore per garantirsi carriere inarrestabili.

Ma è meglio che non lo dica.

Sse prima non esibisco le referenze di bistrattata,  di discriminata, di penalizzata di genere, perché la rivendicazioni dei diritti pare sia delegata a vittime più o meno prestigiose e non a una battaglia di tutte e tutti  per tutte e tutti, perché a forza di denunciare la sopraffazione cruenta si oscura quella solo apparentemente meno sanguinosa e che agisce condannando le donne a un destino sociale senza scelta, a soffocare talento e vocazioni, a recedere da ambizioni e aspettative professionali, in cambio dell’unico riconoscimento di ruoli affettivi e familiari ormai retrocessi a obblighi.

E se prima non sciorino le credenziali di antifascismo, quello di tanti  che ostinatamente non si limitano a essere contro Salvini o contro Trump, ma pure contro la Clinton o la Meloni, che gli interpreti della correttezza politica e della tolleranza indifferenziata custodiscono e proteggono per via dell’appartenenza sessuale anche se è dubbia quella al genere “umano”. E cui non basta Bella Ciao ma pretende anche l’Internazionale e pure Bandiera Rossa.

 

 

 

 

 


Qualunquemente delatori

spione1Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da aver paura quando il gergo prende il posto della lingua, soprattutto quando un idioma diventa gergo, come è successo con l’americano promosso a linguaggio che accomuna  per dirla con il dizionario Treccani  “sette religiose o politiche, mercanti, persone dello stesso mestiere, e anche vagabondi, malviventi, carcerati, ecc. allo scopo di evitare la comprensione da parte di persone estranee al gruppo,  o che,  per ragioni tecniche o scientifiche o per affettazione, comprende parole e locuzioni esclusive a questi ambienti o categorie”  in modo che chi lo usa sia gratificato dall’appartenenza a una cerchia e vi si riconosca.

Nemmeno il custode della nostra civiltà superiore e della nostra tradizione può nulla contro quell’invasione che evidentemente gli è invece gradita. Non c’è ancora una divisa acconcia, ma è sicuro che anche lui si sente un influencer, parola abusatissima di questi tempi, tanto che recentemente uno dei più prestigiosi e carismatici comunicatori universali ne ha riconosciuto i tratti e la funzione di suggestione nella Madonna, in qualità di testimonial e reclamizzatrice appena un po’ meno accreditata e seguita, si direbbe, della Ferragni.

Tutti aspirano a convincere anche con una certa esuberanza, a fare accoliti, a fare proselitismo e quindi ad arruolare forzatamente nelle   fazioni e negli eserciti in campo. Tutti i frequentatori dei social, delle chat di incontri, combinano quel residuo di fede che attribuisce facoltà salvifica alla confessione, sostituita dagli ebrei con le sedute dalla psicoanalista, raccontando più che se stessi quello che si vorrebbe essere, protetti da nickname e foto arcaiche e ritoccate, con una festosa indole a farsi gli affari degli altri, indagando, confrontando i dati per investigare meglio, e infine sottoponendo i malcapitati interlocutori all’anatema e alla condanna.

Eh si, l’anonimato aiuta, come sa chi, è il caso di questo blog bloccato da Facebook dove si sono smaterializzati post e commenti e pure le condivisioni dei lettori del social, è stato sottoposto a restrizioni e censure per aver commesso la colpa di esprimere contenuti e pensieri considerati offensivi per qualche bizzoso appartenente alla community. Non potendo fare di meglio qualche aspirante influencer magari intrinseco di emigrati in Venezuela che vedono di buon occhio i condizionamenti dell’influencer globale, qualche soldatino in forza alla compagine governativa di oggi o del passato, qualche lobbista de noantri che vuole che gli arrivino più presto e su ferro le rosettes de Lyon, schifando il nostro più saporito strolghino, hanno scelto la strada della denuncia dei nostri articoli anche del passato in una sorta di damnatio memoriae, fatto abbastanza inconsueto visto che la rete è l’unico posto dove è ammesso e anzi promosso il ricordo imperituro (lo ha raccontato ieri il Simplicissimus qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/02/01/facebook-un-neonato-grande-come-king-kong/ ).

Avremmo dovuto capirlo subito, invece di attribuire la misura censoria all’indole commerciale di Facebook intenzionato a farci entrare nel mercato delle opinioni tramite inserzioni a pagamento e spazi pubblicitari: la denuncia, la delazione anonima sono da sempre capisaldi su cui si regge qualsiasi regime, anche oggi che non ci sono più le portinaie di una volta e gli spioni di caseggiato. E che a aziende e amministrazioni tocca l’ingrato compito di monitorare gattini e “je suis…” per trovare opportune motivazioni per ingiusti licenziamenti, sospensioni punitive, rappresaglie e congedi non abbastanza facilitati e legittimati da riforme e leggi, come d’altra parte ha voluto sancire con recente sentenza proprio la Cassazione che ha dato ragione al datore di lavoro di una impiegata part time colpevole di abuso di social definendolo un “comportamento in contrasto con l’etica comune”, mentre pare non esserlo assumere con contratti anomali, che non prevedono garanzie e diritti.

È che la tecnologia ha anche assunto le funzioni di “giuseppone ‘o spione”, nelle aziende occhi artificiali controllano e informano in tempo reale, sono stati introdotti dispositivi che replicano le prestazioni dei braccialetti elettronici, ci sono telecamere a ore che controllano i tempi di permanenza nei bagni e registrano le conversazioni davanti alle macchinette del caffè in modo da saggiare il sentiment dei dipendenti. Tutte attrezzature queste illegittime ma rese legali da una serie di provvedimenti adottati nel quadro di trasformazione del lavoro in servitù e delle conquiste in erogazioni arbitrarie e discrezionali.

Ma anche se la tecnica aiuta, c’è sempre e comunque il delatore, promosso come mai prima a soggetto di pubblico servizio grazie alle nuove frontiere del contrasto alla corruzione e ai reati nella pubblica amministrazione attraverso  la creazione della qualifica di whistleblower,  il “segnalatore” cioè, quel dipendente pubblico che  protetto dall’anonimato si premura di denunciare condotte illecite di interesse generale e non di interesse individuale, di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, come il caporeparto, il sorvegliante, la caposala, il caporale, quei ruoli cioè nei quali gente ricattata e intimidita si rifà sui sottoposti, li ricatta, intimidisce e minaccia a sua volta per rivendicare e esercitare una malintesa superiorità o per prendersi una miserabile vendetta o per sentirsi arbitro e padrone delle vite degli altri. Ma come anche come il ladro o il malavitoso che confessa e mette in mezzo i complici, con il sollievo di liberarsi la coscienza o con quello più voluttuoso di tirarsi appresso altri straccioni, altri bulli, altri malfattori. Piccoli, però, perché invece i grandi criminali sono più spietati ma anche più solidali, si danno manforte, si sostengono e pagano correità, favoreggiatori, fiancheggiatori, conniventi e delatori a prezzo di svendita.  E in fondo non c’è Stato che non abbia aggiunto alle azioni di contrasto di mafia, terrorismo e criminalità il ricorso a informatori, più o meno pentiti, quasi tutti comunque e in varie forme, mercenari. E dietro ogni strega bruciata, ogni indemoniato infilato nel pentolone della sacra Inquisizione c’è di sicuro una pia beghina e un fervente credente che ha voluto dimostrare così la sua professioni di fede.

Figuriamoci poi se, come sempre dietro ai dogmi,  si sente il frusciare  delle banconote, e perfino se in margine al proprio selfie si moltiplicano gli i like.


Fanno la festa alle bambine

csm_Balthus_Anna Lombroso per il Simplicissimus

A riconferma che le celebrazioni sotto forma di Giornate, perlopiù a forte contenuto commerciale – memoria, donne, mamme, nonni, babbi – come minimo portano sfiga e comunque pongono il sigillo commemorativo su stragi anche morali, fallimenti, decadenza di valori messi in liquidazione in cambio di bottiglie di cognac, mazzetti di mimose che puzzano di cimitero, scatole di cioccolatini e, peggio, una cena in pizzeria, licenza concessa  una tantum per tornare poi al miserabile trantran,  oggi l’Onu  per il settimo anno consecutivo, celebra la Giornata Mondiale delle Bambine. Per solennizzare la festa con qualche opportuna statistica,  qualche quotidiano   rende noti i numeri  sulla violenza sui minori elaborati per il Settimo Dossier della Indifesa di Terre des Hommes, anche quelli caratterizzati dalle differenza di genere.

In Italia, nel 2017, il 60% degli abusi su minori (quelli denunciati sarebbero 5.788   con un +8% rispetto al 2016 e un +43% rispetto a dieci anni fa, quando erano 4.061) sono ai danni di bambine e ragazze,    Le violenze sessuali, le cui vittime sono per l’84% femmine, sono aumentate del 18% rispetto al 2016. In forte crescita i minori vittime di reati legati alla pedopornografia: +57% per la detenzione di materiale pornografico, +10% per la loro produzione, che coinvolge per l’84% bambine e ragazze. Ma il reato con maggior numero di vittime rimane il maltrattamento in famiglia: 1.723 bambini in un solo anno (+6%). Sono alcuni dei dati Anche gli atti sessuali con minorenni sono cresciuti del 13% e le vittime sono ragazze nel 79% dei casi; la corruzione di minorenni (atti sessuali in presenza di bambini sotto i 14 anni) è aumentata del 24% e il 78% delle vittime sono bambine; la violenza sessuale aggravata (tra cui quella subita da persone di età inferiore ai 14 anni) è in aumento dell’8% (387 casi nel 2017 contro i 359 dell’anno precedente) e l’83% delle vittime sono ragazze o bambine.

E come è ormai d’obbligo, come per le guerre umanitarie e l’esportazione bellica di democrazia, non ci accontentiamo delle nostre imprese in patria e in famiglia:   dei  tre milioni di persone che ogni anno si mettono in viaggio per fare sesso con un minore, circa  80 mila hanno nazionalità italiana,  le loro mete sono   Brasile, Repubblica Dominicana, Colombia, oltre a Thailandia e Cambogia.

Sono passati 45 anni dalla pubblicazione di “Dalla parte delle bambine” quell’ indagine sull’identità sessuale femminile che denunciava come la differenziazione di “destino sociale” fra maschi e femmine  operata fin dalla prima infanzia, persino prima della nascita effettiva dell’individuo non si dovesse  a fattori ‘innati’, bensì ai ‘condizionamenti culturali’, consolidando la convinzione della “naturale” superiorità maschile contrapposta alla “naturale” inferiorità femminile. Allora, a pochi anni dalla Mistica Femminile della Friedan, dall’Eunuco femmina della Greer,  a qualcuno di più dal Secondo sesso di Simone de Beauvoir, liquidato come elegante prodotto letterario di una musa e moglie celebre, il libro fu accolto come una provocazione nostrana, oggi largamente superata. Beh, è proprio come quando si parla di diritti: tutto, informazione politica, scienza, ci vuole persuadere che le nostre sono le conquiste del progresso ormai inalienabili e che in quanto tali non vengono messe in discussione, tanto che ci si può occupare degli optional (ne ho scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/08/verona-il-pd-muore-con-la-vita/) .

Macchè superato, il libro è oggi più che mai attuale quando un Papa unanimemente osannato per la sua attenzione ai diseredati, ai sommersi, ai deboli, tuona contro una legge dello Stato che ospita il Vaticano e che ha avuto la qualità morale di liberare vittime dalla condizione di rischiosa clandestinità e di colpevolezza, dando loro la possibilità di operare una scelta amara e dolorosa senza sentirsi perciò delle assassine, con la stessa protervia con la quale permette ai suoi sacerdoti di sottrarsi a leggi e tribunali dello stesso Stato in attesa di altro, superiore giudizio.

Poco ci vuole per pensare  che, come è sempre avvenuto, la morale confessionale (di qualunque credo) promossa a etica pubblica e come è stato profetizzato dovesse accadere in presenza di una fondamentale perdita di credo dei valori di autodeterminazione e responsabilità personale e collettiva, quella che Sartre chiama “caduta nella libertà, ovvero nel nulla”, dia una mano al riaffiorare di inclinazioni arcaiche e irrazionalo, al recupero e alla trasmissione  di un irrinunciabile schema ideologico che fa risalire le sue norme e istituzioni a precetti a-storici, eterni, garantiti dalla volontà divina o da presunte leggi scientifiche o naturali, quelle appunto del patriarcato, e oggi alla esaltazione di ruoli di genere da rispettare in presenza di uno stato di necessità che ha comportato la perdita di beni, di un benessere che pareva intangibile e che avrebbe dovuto appagare istanze e aspettative, dare spazio legittimo a inclinazioni, permettere l’espressione di talenti.

La chiamano teocrazia di mercato, detta i suoi imperativi costruendo una realtà ad uso del  suo dominio regressivo grazie a nuovi miti che devono occupare il nostro immaginario: l’ossessione dell’identità,
l’edonismo individualista, l’ambizione e la competizione sfrenate promosse a virtù in cambio della fidelizzazione a uno stile di vita nel quale sei sfigato e immeritevole se non entri nella gara con l’intento di vincere perfino la bambolina del luna park. E figuriamoci se gli stessi che i diritti li hanno già acquisiti per privilegio, volontario assoggettamento,  censo, e che imputano all’islam l’incompatibilità con civiltà e democrazia per via di tradizioni che creano, alimentano e perpetuano disparità di genere, non accettano la rinuncia necessaria a diritti, prerogative e conquiste delle donne, in virtù delle loro cifre “naturali”, spirito di sacrificio, altruismo, una certa indole alla gregarietà e alla subordinazione, perfino al conservatorismo e al conformismo ubbidiente per tutelare famiglia, prole e ordinata sicurezza in quella casa, se ce l’ha, nella quale ha l’alto compito di trasmettere inossidabili e indiscutibili valori alle nuove generazioni fin dall’infanzia, combinando riproduzione della specie, con la riproduzione di un modello di società.

Vale la pena di rileggerlo Dalla parte della bambine, o di leggerlo come un documento da rivedere grazie alla diffusione fino alla banalizzazione del pensare intorno alla società dello spettacolo  dove le uniche notizie che fanno notizia, gli unici eventi politici di cui si parla sono quelli riducibili ad esibizione, dove  le persona stesse vengono prese in considerazione solo se si rinviene in loro un aspetto drammatizzato e se esse stesse hanno coscienza di esistere se sono “viste”, se ricevono followers e mi piace e se sgambettano in Tv o rovesciano le fodere della loro esistenza in pubblico, grazie alla  riduzione dell’uomo a merce, una merce di nessun valore in una società dove a contare non erano più i desideri e le aspirazioni dell’uomo, ciò che fa di un uomo un uomo,  ma le ragioni e il valore degli scambi di cose e prodotti animati e inanimati. Dove è possibile per tutti diventare icone di stile, da attaccare alla porta dei teenager insieme al Che, dove è augurabile diventare gadget, perfino “causa” con tanto di braccialettino umanitario e petizione online.

E vale la pena di ricordare oggi Giornata delle Bambine e in questi giorni nei quali qualcuno guarda a lui come a “un meno peggio” degli attuali, di quali crimini di sia macchiato il Cavaliere in quanto puttaniere, certo, ma soprattutto in quanto testimonial di quel modello di vita da Drive in, che ha sostituito la partecipazione con le campagne-acquisto, la tv alla realtà, Forum meglio dei tribunali, i talkshow meglio del Parlamento, la Ruota della Fortuna meglio delle Frattocchie,  coi risultati che conosciamo. Dobbiamo a lui e ai suoi successori entusiasti la annessione della morale al moralismo, della giustizia al giustizialismo, e a lui (prima ancora a quelli della Milano da Bere, e prima ancora ancora all’altro Cavaliere) la spregiudicatezza fino alla trasgressione, che permette di dare un prezzo e comprarsi tutto, deputati, consenso, voti, intelligenze un tanto al chilo, sicari e donnine, meglio se stanno zitte, meglio se la loro disponibilità a entrare nel novero delle olgettine è garantita da zelanti genitori, meglio se sono acerbe, quasi “bambine”.

 

 

 

 

 

 


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