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I Nuovi Mostri

perpostAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte toccare tornare su temi solo apparentemente marginali, che invece rappresentano indicatori dei nuovi valori di un’opinione pubblica, la sola che si riservi il diritto di espressione in virtù di una pretesa superiorità sociale, culturale e quindi morale che la eleva sulla massa rozza e ignorante.

L’occasione è un post (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/16/laltra-meta-della-griffe/) nel quale me la prendevo  non con il presidente del consiglio oggetto quotidiano della mia critica su temi più cruciali, nemmeno la sua fidanzata, apprezzabile per il remoto e algido distacco mostrato in quel frangente come d‘altra parte in merito al generoso omaggio riservato dal governo all’azienda di famiglia, perdonata per l’omissione del pagamento della tassa di soggiorno, bensì con stampa e opinionisti della rete che si erano stretti intorno alla giovane signora rea, per qualche invidioso affetto da frustrazioni e rancori, di esibire uno  status symbol dal costo esorbitante.

Era stato un alacre affaccendarsi di quotidiani, blog, siti  e frequentatori dei social, suffragati da alcuni vangeli della mediocrazia, Dagospia e organi addetti allo smascheramento di fake, purchè non governative, inteso a dimostrare che l’acquisto e l’ostensione dell’oggetto del desiderio griffato Hermes, definito anche bene aspirazionale, o costituiva la giusta ricompensa acquisita a conferma del successo di carriera personale di una giovane donna affermatasi nell’impresa di famiglia, oppure, a piacere, di un simpatico prodotto contraffatto di quelli sciorinati sui tappetini dei vucumprà, offrendo l’affettuosa immagine “democratica” di una privilegiata che si appaga di una imitazione proprio come la proverbiale casalinga di Voghera in trasferta sul litorale.

C’è da pensare che le reprimende riservatemi con l’accusa di immotivata acrimonia e meschino livore nascano  dalla volontà di riconfermare l’atto di fede nei confronti del Bel Ami assunto a Palazzo Chigi con le funzioni di salvatore della salute pubblica, certo, ma siano suscitate anche dalla combinazione della piaggeria nei confronti di chi sta su nella scala sociale combinata con l’idolatria per i totem dei consumi del lusso che con ragione  e per merito possono aggiudicarsi, in regime di esclusiva, i potenti.

Così ho guardato con una certa nostalgia a quel vizio che una volta si chiamava ipocrisia, un tratto distintivo della nostra autobiografia nazionale attribuibile all’occupazione militare oltre che confessionale della religione cattolica, che aveva convertito in etica pubblica la sua morale confessionale. Capitava allora di vedere la mattina all’alba illustri manigoldi che prendevano la comunione e baciavano la mano al vescovo prima di analoghe effusioni dedicate a un qualche capocosca, gli stessi che magnificavano la modestia della loro signora che, qualche passo indietro, aveva contribuito in qualità di angelo del focolare al loro successo, benchè tradita con qualche stellina beneficata dalla esibizione sulla  Settimana Incom.

Anche il vestire era consono, i notabili con cappottoni che parevano confezionati con coperte della naja o con certe magliette striminzite e incolori sfoggiate durante sobri e effimeri ferragosto,  le mogli ingessate in mesti soprabiti col collettino di lapin o insalamate per le grandi quanto rare occasioni pubbliche  dentro certi abitini imprimé con sopra il cappottino foderato della stessa stoffa, una mise che francamente consiglieremmo a qualche ministro odierno, che ne guadagnerebbe in stile.

È che si trattava di riti penitenziali e convenzioni  necessari per dimostrare affinità e consonanza con un popolo che usciva dagli stenti del dopoguerra e si preparava ai fasti del boom ma proseguiti negli anni successivi quando vigevano compostezza e moderazione, confinando eccessi gli eccessi a un altro contesto “pubblico” e vistoso, quello delle opere speculative,  tanto da far subire l’ostracismo a consorti (a nessuno allora sarebbe venuto in mente di chiamarle first lady)  ree di civetterie e look inappropriati.

A pensarci bene valeva anche per la dinastia (oggi però la chiameremmo famiglia disfunzionale) che nell’immaginario degli italiani aveva preso il posto della casa non più regnante e dei suoi rampolli troppo esuberanti:  Gente, Oggi ben prima delle riviste di gossip oggi in eclissi tanto da temere la concorrenza dei settimanali del filone “criminale”, diffondevano gli stilemi dell’avvocato, ma quelli imitabili, stivaletti con la para sotto lo smoking – tenuta cui  la massa aspirava per i matrimoni anche di mattina ad onta della sua destinazione rigorosamente serale – o orologio sopra il polsino.

Ma si trattava di simpatiche bizzarrie cui faceva da contrappunto una severità ribadita dalla estrema magrezza denutrita delle bellezze di famiglia, che si supponeva piluccassero raramente un ovetto di storione tanto per gradire e niente di più, o dallo sfoggio virtuoso di abiti austeri indossati e immortalati in più occasioni private e pubbliche, eredità di divise alla marinara  simboliche di memorie domestiche in palazzi e ville poco riscaldati per abitudine monastica e esemplari  di un superiore distacco anaffettivo anche di fronte a scandali e lutti, che si sa se gli affetti producessero  reddito se li sarebbero conservati  in regime di esclusiva come i proventi azionari.

Insomma anche i ricchi come i potenti, dovevano farsi carico della fatica – almeno quella – di mostrare pentimento e di  compiere  le liturgie dell’espiazione per i  privilegi ereditati o per quelli conquistati con pratiche e intrecci opachi.

Va a sapere la data che ha segnato la fine dell’ipocrisia, nella Milano da bere di Verdiglione, degli architetti e delle modelle, con la Grande Bellezza coi peones ammessi alle terrazze sotto l’ombrellone da mercato, mentre Carminati e Buzzi si preparavano a erogare cocaina e servigi, quando la progressiva volgarizzazione di tutto avrebbe sostituito antichi vizi con l’ideologia che ha stabilito al sua egemonia innervando i riti sociali, matrimoni, funerali, comunioni, legami e inclinazioni, relazioni industriali e informazione, politica e spettacolo, somatica ed estetica, come progressione o regressione del puritanesimo negli Usa,  che ha colonizzato perfino il nostro immaginario, radicandosi nella tradizione cattolica.

Quindi per una volta è congruo usare lo slang dell’impero per dire che il polically correct ha cambiato i modi dell’ipocrisia, per adattarla al neoliberismo, in modo da autorizzare e legittimare l’onnipotenza ma pure la pretesa di innocenza  di chi sta su e da contenere collera  e ribellione di chi sta giù, riconoscendone la liceità alle “minoranze”, con l’intento di dividere i cittadini, di stabilire gerarchie di diritti e bisogni e graduatorie dei meritevoli.

Tutto viene passato nel tritacarne della rete, delle corporation, alvei nei quali nessuna forma di istruzione e sapere penetra, in modo che appaia solo qualcosa di labile in superficie, sotto forma di slogan, antifascismo, antirazzismo secondo modalità e stravolgimenti semantici sicchè sembra un passo avanti che gli omofobi menino i gay non chiamandoli froci o quelli di NYPD, abbattano gli afroamericani liberato dall’umiliante denominazione “negro”, o che muoiano di malasanità, liberando lo Stato dalla loro pressione parassitaria, quelli della terza età che non è consono al bon ton indicare come “vecchi”.

Eh si, il politicamente corretto è una pacchia per la destra, che c’è eccome, perché sostiene la grande menzogna quella secondo la quale fascismo e razzismo sono reminiscenze del passato che si possono combattere  con gli strumenti monopolio del mercato, informazione padronale, scuola privata, carità e beneficenza, e non declinazioni del totalitarismo economico e finanziario. Perché anche in grazia di pandemia, censura la critica, quando chi la esercita viene assorbito dalla spirale del silenzio e dall’ostracismo che ne consegue. Perché vieta la violenza, salvo quella autorizzata dei poteri forti e applicata a norma di legge, per prevenire e reprimere la collera connaturata nella lotta di classe, l’unica che fa davvero paura.

Ma il successo più grande consiste proprio nel lavoro compiuto sulle percezioni e sulle coscienze, costrette a bearsi dei privilegi e dei beni che non possiede e che guarda come se fossero su una serie di Netflix, con l’illusione che siano “disponibili”, carriere politiche, spiagge dorate e “panorami mozzafiato” come quelli cui hanno diritto Gori, sindaco eroe secondo il Pd  a Formentera, o “notabiline” a Ischia in barca con l’allegra brigata di Italia Viva, oggetti di culto griffati e lauree in outlet accademici di remote località, reputazioni periodicamente  sanificate, immunità fuori dal gregge e impunità.


La capitan fracassa

82e02713-5c00-4cf5-9970-cdfe30e72e03Non bastavano le eroine dei cartoni animati, nate a bizzeffe negli ultimi anni come testimoni della parità raggiunta nella fantasia e contraltare dell’impotenza delle persone, occorrono anche le Giovanne d’Arco in carne ed ossa per distrarre le masse. Non è nemmeno tramontata Greta gingillo elettorale esaltato dai megafoni del potere, ma messo da parte non appena ottenuto l’effetto, anzi cancellata dalla decisione europea di non farne nulla del piano Co2 zero per il 2050, che adesso si affaccia all’orizzonte un’altra virago di famiglia ultra benestante come la prima, che come hobby fa la negriera punto 2 trasportando sedicenti richiedenti asilo raccattati non si sa bene come e dove, ma decisa a forzare la decisione del governo italiano per appartenenza politica a quel globalismo idiota e all’umanesimo ipocrita nel quale militano colonialisti e guerrafondai della peggior specie, disposti ogni tanto ad accogliere qualcuno dopo aver scacciato e umiliato milioni.

Benché l’azione di questa eroina bianca, ricca e tedesca, come si definisce in maniera fin troppo scoperta, non sia diretta solo contro il governo italiano e in particolare Salvini, ma anche contro le stesse regole europee che pur tra le incredibili fumisterie di Dublino, impongono lo sbarco dei migranti nel porto più vicino, nel caso specifico Tunisi; benché abbia dimostrato un’umanità global robotica visto che come anche un bambino tonto capirebbe sarebbe bastato attraccare la nave tedesca battente bandiera olandese in un un porto dei due Paesi cui la nave è legata, oppure in Francia, oppure in Spagna, insomma dovunque ci si indigna per la chiusure di Lampedusa, una folta schiera di anime belle la mette sugli altari e si straccia le vesti per il destino dei 40 ostaggi ridotti da migranti a potenziali naufraghi politici che peraltro non vogliono affatto venire in  Italia, ma nella patria della  eroina banca, ricca e tedesca. Destino che peraltro non ha mai minimamente previsto alcun reale rischio visto che la Sea Watch è solida e piena zeppa di rifornimenti alimentari. Ma in questo modo si vuol fare passare  l’idea che un’organizzazione privata e finanziata da chissà chi può prevalere  sulla legge degli Stati, ossia sullo stato di diritto. Con conseguenze che sappiamo, anzi di cui abbiamo un esempio di giornata con  la pretesa della Mittal di essere al di sopra della legge per tenere aperta l’Ilva.

Chi è questa gente che o si presta a fare la parte dell’allocco o ci è? Probabilmente appartiene al Pd o a quella galassia esplosa della soi disant sinistra che non manca mai di deludere. Ma più che a queste appartenenze di confezionamento politicante, si tratta di persone che hanno un loro preciso manifesto di azione, anche se in grande maggioranza non se ne rendono conto. Lo ha redatto per loro  Michele Salvati esattamente due anni fa, nel giugno del 2017, dopo che la bruciante sconfitta al referendum richiedeva di raccogliere il gregge. Sul Corriere della sera scrisse esattamente questo programma di potere: la vita dei cittadini è grama e lo rimarrà molto a lungo, quindi la strategia delle forze di sistema è quella 1) di convincerli che le leggi dell’economia non consentono deroghe e che quindi occorrerà farle digerire alla gente; 2) che a questo scopo servirà un cambiamento di costituzione; 3) che siccome una singola forza politica non è più in grado di imporre questi obiettivi dettati dal pensiero unico bisogna lavorare alla costruzione di un grande contenitore che raccolga tutte le forze del cosiddetto anti populismo. Non voglio ritornare sull’ ingenuità. coglionaggine o ipocrisia della fede nelle cosiddette leggi economiche di cui nemmeno una ha avuto una dimostrazione convincente nel mondo reale, né sul significati di populismo, ma è del tutto evidente che per raggiungere lo scopo di mettere insieme piddini e berlusconiani, fascisti e antifascisti, in nome del sistema, dell’Europa e della dura legge del più forte, non c’è nulla di meglio che creare casi e clamori intorno a temi meno diretti che possono essere giocati nel modo più ambiguo possibile e tra questi ci sono certamente i disastri ambientali o l’umanesimo ambiguo e ideologicamente dozzinale di chi con le sue guerre, stragi e ruberie provoca i flussi migratori. Si comincia a portare l’immaginetta di Greta, si loda la capitana tedesca, tutte espressioni per nascita ed educazione delle classi dominanti, in maniera da dare ai più tentennati una buona ragione per confluire nella Santa Alleanza di Bruxelles, la quale naturalmente se ne fotte altamente sia dell’ambiente (salvo quando consente di far fare soldi) e dell’umanità, ma se ne serve per i suoi scopi, avvero castrare la protesta. Ovviamente questo non è valido solo per l’Italia, ma anche per tutti gli altri Paesi impigliati come tonni nel pensiero unico, ognuno a suo modo.

Naturalmente né Greta né la capitan Fracassa della Sea Watch sono dei veri protagonisti, ma solo specchietti per le allodole, vittime inconsapevoli di una cultura dello spettacolo e della narrazione, nonché della sua occasionalità e vacuità. Cerchiamo di  non essere anche noi vittime del grande nulla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La Morale delle beghine

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho mai approvato l’abitudine della prozia Enrichetta (poco amata dai  nipotini  perché invece del trenino e dei vestiti per Barbie un Natale regalò loro un libretto di risparmio subito emunto dai  genitori) che insigniva dello status di “povero” qualsiasi defunto celebre e non, in qualità di morto non più criticabile o soggetto a esecrazione, compreso il povero Benito. Non credo sia azzardato dire che strenna indesiderata e  pietas postuma sono ambedue manifestazioni di un vizio nazionale comune agli appartenenti a tutte le fedi e militanze, l’ipocrisia, quell’atteggiamento così potente da essersi trasformato nel tempo in ideologia imperiale, in mutazione globale del puritanesimo  dei padri pellegrini, quasi tutti peraltro sfuggiti alle maglie della giustizia dei paesi d’origine per varie malefatte. E che da qualche tempo a dimostrazione della sua influenza e energia maligna si è trasformato in ideologia, quella del politicamente corretto, che impedisce di abbattere idoli, di  violare templi, di infrangere tabù, di scoperchiare sepolcri imbiancati.

Forse da allora  io continuo a pensare che non esistono ragioni di opportunità – o opportunismo-  che tengano quando è sacrosanto anzi obbligatorio dire la verità anche in caso di strage terroristica dalle modalità sconcertanti e tanto più di morti discussi che si vorrebbe beatificare, smascherando pie  menzogne e convenzioni che di solito vengono imposte a chi non ha voce, non ha pulpiti, non ha censo per sostenere una causa, una ragione, un collegio di difesa in caso di querela per diffamazione. Se i sacrari e i sacelli vanno rispettati ancor  va rispettata la verità viva e vegeta che non deve aspettare il tempo più conveniente e appropriato  in ossequio alle scadenziario del bon ton: trigesimo, caduta a precipizio da titolo di testa a breve in cronaca, lettura di sgradito testamento.

Via via il politicamente corretto è diventato sempre più una melassa nauseabonda offerta in comoda confezione nel supermercato globale per dare luogo a una nuova morale facendo retrocedere la civilizzazione a bon ton l’umanità a pietas e la solidarietà a carità, imponendo obblighi di coscienza imposti per legittimare e applicare le regole dell’ordine sociale esistente,  che deve essere assorbito, sintetizzato dalle teste e digerito dalle pance di chi lo subisce.

Ma non è meno ripugnante l’esorbitante reazione uguale  e contraria, quella  smania di dissacrazione provocatrice e sgangherata a suon di sberleffi e derisione in poche battute su Twitter che ormai è diventato uso comune di chi pensa così di abbattere gli idola della sinistra radica chic, con tutta la tradizionale paccottiglia di critica alla pashmina, alle terrazze purché non siano a corredo dei superattici qualche alto prelato, di dileggio per la preghiera del vucumprà musulmano che stende il tappeto di preghiera  dietro agli ombrelloni, reo di non essere non l’ emiro del Qatar che si compra Milano e le squadre del cuore, di deplorazione per i congiuntivi sbagliati del ragazzino di Torre Spaccata che si sottrae al destino biologico di reietto di periferia.

A quelli del politicamente scorretto piacciono i  capra capra di Sgarbi, le contumelie trucide della nipotina del duce, le  volgarità sibilate a fior di labbroni della badante di Silvio, le istigazioni a delinquere vernacolari della Meloni. E soprattutto la burbanzosa tracotanza dei Giovanardi e dei salviniani che fanno ostensione come fosse una virtù dell’indole bestiale alla sopraffazione fino alla tortura, esibita perché non ci si vergogna di essere prepotenti,  biechi e cafoni, anzi ci si vanta di essere sinceri e popolari perché si interpreta e testimonia quel peggio che la civilizzazione aveva consigliato di tenere celato. Qualcosa che finisce per essere speculare all’ammissione politicamente corretta di Blair quando disse pubblicamente che certo qualche esagerazione cruenta,  qualche delitto, qualche strage necessaria era stata commessa nel corso della partecipazione della Gran Bretagna alle guerre umanitarie della Nato,  ma che la centenaria attitudine alla democrazia e alla libertà del Paese era dimostrata dal fatto di dirlo, dichiararlo, non nasconderlo.

Non c’è proprio più ritegno, se perfino quelle che ritenevo delle illustri sconosciute  finché non ho avuto la ventura di scorrere le loro biografie in rete, hanno licenza di esprimersi senza remore, con inossidabile faccia di bronzo e certe di ottenere quel premio che davvero li appaga, quei pochi istanti di notorietà sotto forma di followers e tweet, purché si parli di loro sia pure male, come sosteneva qualcuno che però ha pagato cara la sua indole alla provocazione e che oggi si prederebbe come minimo del pervertito.

A una che leggo essere una scrittrice, in qualità o di candidata a un premio, con buoni auspici  per i pretendenti agli Ig- Nobel o per essere in via di raccogliere i suoi articoli su Repubblica in uno di quei fortunati instant book, e che ha criticato il coraggioso adolescente che ha tenuto testa ai fascisti, per qualche inflessione vernacolare e per una colluttazione con la consecutio, ha risposto qualcuno che le ha rammentato  che Pasolini che ha frequentato quelle aspre periferie non avrebbe ripreso le licenze al nostro idioma dell’intrepido ragazzino. Apriti cielo ecco subito una sacerdotessa della spietatezza icastica e ruvida, senza peli sulla lingua che, no, scrive, sarebbe stato troppo impegnato a ingropparselo.

Anche la seconda interlocutrice, (nomen omen? Guia sarebbe un nome di origine spagnola e significherebbe che la Madonna è la sua guida), si apprende dalla rete, è   “una prolifica autrice di libri di narrativa e saggistica”,   che ha goduto finalmente dei riflettori della cronaca per essere sfuggita alle maglie della giustizia grazie all’assoluzione per il reato  di  furto “di segreti e immagini di personaggi dello spettacolo attraverso presunti accessi abusivi nei loro account di posta elettronica”.

In occasione dell’ancora oscura morte di Pasolini, le prime avvisaglie della correttezza politica avevano fatto dichiarare spericolatamente a qualcuno che l’omicidio di un uomo di cultura era più infame e colpevole di quello di un uomo qualunque. Ma è certamente più spregevole e vile per conquistarsi quei pochi secondi di notorietà su Twitter, uccidere due volte l’uomo di cultura assassinato per via delle sue inclinazioni e dei suoi comportamenti, facendo coincidere, come piace alla scorrettezza più furfantesca e codarda, omosessualità e pedofilia, purché non si parli di alti prelati, quelli si inviolabili.

Se loro rimproverano ai comunisti di non aver mangiato i bambini giusti, a noi spetta biasimarli per non aver realizzato qualche gulag nostrano dove confinare certi intellettuali.


Le mani pulite del colonialismo

-721381_w650h366Non siate affamati, come diceva un mitico ragazzo del garage noto per non aver scritto in vita sua nemmeno una riga di codice, ma abbastanza levantino da riuscire a vendere a prezzo doppio rispetto alla concorrenza strumenti basati su un sistema operativo libero e gratuito. No, non siate affamati per affamare gli altri, siate invece curiosi, non vi fermate alle apparenze, alle blandizie e alle persuasione di un sistema feroce ed elusivo. Questa storia comincia con un sapone, uno di quei saponi neri africani di cui si dicono meraviglie: uno di questi distribuito in esclusiva e con un proprio marchio da un’azienda  inglese e prodotto in Ghana, presenta tutta la panoplia dell’acchiappacitrullismo contemporaneo: naturale, vegano, con un aspetto grezzo appositamente ricercato per asseverare la sua lontananza dall’ industria, cosa che tanto piace alle cattive coscienze dei desideranti benestanti e nascondendo il fatto di essere un potente esfoliante che per certe situazioni dermatologiche piuttosto diffuse può essere gravemente controindicato.

Ma una scritta su tutte le altre mi ha colpito e cioè il fatto che sia anche ethically sourced: la cosa non può che rafforzare ulteriormente la propensione all’acquisto sebbene non significhi proprio nulla, sia perché l’espressione può avere almeno una decina di accezioni differenti ed è facilmente usato come specchietto per le allodole dalle multinazionali, sia perché quasi sempre significa sfruttamento delle persone. Un esempio potrebbe essere Starbucks che dichiara nel breviario delle sue buone intenzioni da sepolcro imbiancato:  “Oggi, il 99 percento del caffè Starbucks è di origine etnica (?). Starbucks ha una responsabilità verso le persone che producono il nostro caffè e il terreno su cui cresce”. La retorica che sfrutta vacuamente l’ambientalismo salottiero fa il paio con il “naturalismo” da caffetteria, peccato però che siano proprio queste multinazionali ad aver fatto crollare i prezzi del caffè dell’80% e ridotto in miseria milioni di piccoli agricoltori “etnici”, una parola che è divenuta il razzismo politicamente corretto del XXI° secolo. 

Ma torniamo a noi: una piccola e semplice ricerca ci mostra come in Ghana il lavoro minorile ( dai 5 ai 14 anni) sia enormemente diffuso e coinvolge ufficialmente il 41% dei dei bambini, ma di fatto la loro quasi totalità: si va dallo sfruttamento nelle miniere d’oro dove gli avvelenamenti da mercurio e i ferimenti sono all’ordine del giorno, alle coltivazioni cacao e a tutte le altre attività agricole e di raccolta che appunto convergono nel nostro sapone etico. Il tutto ovviamente per risparmiare visto che gli adulti in agricoltura possono arrivare a pretendere anche 2 dollari al giorno nella loro avidità: dunque i bambini sono chiamati a gonfiare le tasche degli sfruttatori occidentali visto che sono quasi gratis. Non dubito che il sapone nero appartenga proprio a quest’ultima sorgente etica, ovvero quella del capitalismo. Tutto questo è anche possibile perché si è costretti a leggere narrazioni indecorose, come quella ad esempio prodotta dall’Espresso nella primavera scorsa in cui si esalta il Ghana come un’economia vincente. che cresce del 8 e passa per cento l’anno, (grazie all’oro dei bambini) mentre la borsa di Accra “inanella record”, che esiste “una salutare alternanza tra i due partiti maggioritari” (che poi sono pressoché identici), dove cristiani e musulmani vivono in pace. Come si concili questa scellerata celebrazione borsistica con il fatto che la metà dei giovani, tra quelli che non emigrano altrove e sono almeno una decina di migliaia l’anno (su una popolazione inferiore ai 10 milioni) e priva di lavoro perché costerebbero troppo, con la presenza più grande discarica di prodotti tecnologici e di metalli pesanti al mondo, con il fatto che l’acqua manca perché su consiglio della Banca mondiale è stata affidata a multinazionali private che servono solo chi se la può permettere e per gli altri i pozzi, che manca anche l’elettricità visto che quella prodotta in abbondanza viene o venduta ai paesi vicini o usata principalmente per le industrie dell’alluminio occidentali. Questo viene considerato dal settimanale un modello per il futuro sviluppo africano, appunto un modello di perfetto sfruttamento dentro il quale le oligarchie tribali sguazzano. E’ ben noto che il Ghana ha passato circa 120  milioni in oro all’ente spaziale giapponese perché producesse e mandasse in orbita un satellite chiamato Ghana -sat 1 il quale è destinato a monitore l’ambiente costiero messo a rischio dalle stesse multinazionali. Ma per lavarsi le mani c’è sempre un ottimo sapone che pulisce a fondo tutto salvo l’ipocrisia.

Siate curiosi e vi passerà la fame.


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