L’altra metà del fisco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che si debba aver nostalgia di Silvia Costa e Maria Eletta Martini, dell’Udi e tra un po’ anche delle Soroptimist se al traguardo, peraltro mai raggiunto, delle  “pari opportunità” si sta sostituendo quello mutuato dall’impero che ha colonizzato anche il nostro immaginario, della “discriminazione risarcitoria”.  

Ci sono cibi indigesti che, si dice a Roma, si rinfacciano come i peperoni. Ogni tanto qualcuno ce li mette in tavola come soluzione demiurgica di problemi millenari che aspettavano, l’immaginifico estro visionario di qualche profeta, nel caso in questione quello del duo Alesina- Ichino, manca solo Giavazzi, che prima nel 2006 poi nel 2011 con Monti vigente, proposero  una tassazione differenziata per favorire le lavoratrici.

In una società dove regnano le disuguaglianze ci sarebbe preliminarmente e preventivamente da diffidare di qualsiasi forma di differenziazione aggiuntiva: basta pensare alle pretese delle regioni opulente che noncuranti delle prestazioni offerte nella gestione del Covid19, esigono sfrontatamente l’autonomia proprio nelle materie relative alla sanità e alla scuola, incoraggiate dalla immunità e impunità concessa loro dal governo. E figuriamoci se non c’è ancora di più da sospettare quando certe discriminazioni “favorevoli”, guarda caso vanno a beneficio di chi è stato selezionato dalla lotteria naturale per accedere a più doni del destino, chi per dinastia, rendita o fidelizzazione pensa di interpretare così la meritocrazia, di meritarsi cioè privilegi e vantaggi aggiuntivi a conferma di una connaturata  o conquistata superiorità.

Parlo dell’ipotesi, riscaldata al fornello della pandeconomia di una tassazione differenziata dei redditi di lavoro dipendente e autonomo tra donne e uomini, dall’ex Ministro Mara Carfagna, determinata a farsi riconfermare il riconoscimento di femminista  ravvivato dal successo dell’iniziativa bipartisan intesa a condannare l’implicito sessismo della pubblicità dell’App Immuni, che nella prima versione  del formidabile flop digitale esibiva immagini (un uomo al lavoro al computer e una donna che culla un bambino) lesive della dignità delle donne “condannate ad arcaici stereotipi”.

E’ proprio un’ossessione che accomuna ceto politico e opinione pubblica, quella rappresentata plasticamente nei social, quella grazie alla quale contano la superficie, l’apparenza, il sembiante: si parli di antifascismo, ridotto alla stanca lotta contro l’energumeno ormai suonato che vive solo dei riflettori puntati contro di lui, si parli di ecologia retrocessa a attività di festosi e popolari giardinieri, si parli  di diritti, divisi in gerarchie e declinati per graduatorie con la concessione a scegliersi e aggiudicarsi quelli che non intervengo sui rapporti di classe e che hanno migliore stampa.

E si parli di lotte di genere che per carità non annoverino lo scontro trasversale quello di classe, in modo da rappresentare il riscatto patinato di quelle che è lecito chiamare le femministe liberiste, impegnate a sostituire meccanicamente ceto dirigente maschile, manager, professionisti, accademici con altri diversamente maschi, donne cioè altrettanto e addirittura più volitive, più ambiziose in gradi di battere la concorrenza nelle qualità necessarie ad affermarsi: ferocia, competitività, arroganza, indole allo sfruttamento e alla sopraffazione, rivolti con particolare interesse contro il target delle altre donne come per una smania di tradimento e abiura che riconfermi la loro autonomia da disdicevoli pregiudizi.

Non aveva stupito a suo tempo che l’idea luminosa di una originale discriminazione divisiva venisse lanciata da un duo frugale ante litteram, noto per rivelare una particolare affezione per quelle soluzioni finali intese a cancellare garanzie, prerogative, sicurezza e quindi legittimità.

Ben prima prima della sgargiante ex valletta e ministra del cavaliere, la cui iniziativa è stata subito valorizzata dal Corriere della Sera, a alzare il vessillo della battaglia emancipazionista erano stati non a caso due di quei giocolieri dei contratti che hanno offerto il sostegno ideale e ideologico alla precarietà, alla svalutazione di inclinazioni e talenti, alla creazione di una rinnovata schiavitù grazie allo smantellamento dell’edificio di conquiste del lavoro, alla propaganda data a quelle occupazioni alla spina cui i giovani, esclusi ovviamente i loro rampolli preparati a passare dalla Bocconi e dalla Luiss a prodigarsi in consulenze superflue, in redazioni del giornale unico in mano ai riciclati produttori di mascherine, in multinazionali e banche, dovrebbero aspirare perché regala la possibilità di approfittare delle libertà offerte dal caporalato, scegliendo il percorso in motorino per la consegna della pizza, o  da imprenditori, appaltando a altri pony la distribuzione.

Alesina ci ha lasciato e bon ton vuole che si porti rispetto anche alle scemenze scellerate degli estinti, aspettiamo al varco Ichino, quello che a suo tempo rintuzzò le lagnanze di scioperati flaneur che si lamentavano degli effetti collaterali della mobilità, rivendicando il caso umano degli onorevoli non rieletti come una allegoria della precarietà sopportata con spirito di servizio.

E figuriamoci se non farà copia-incolla con la raccomandazione rivolta a “un governo che volesse realizzare una riduzione della pressione fiscale per stimolare la crescita economica”, invitandolo a  “concentrarla sulle sole donne” visto che “la minore aliquota sui redditi delle donne si applicherebbe a una base imponibile maggiore e quindi il gettito fiscale diminuirebbe poco”, insomma bella figura con minima spesa, per dare un messaggio forte in aiuto del genere femminile che, cito, “non viene tenuto lontano dal mercato del lavoro per carenza di servizi di cura, ma per una divisione dei compiti squilibrata all’interno della famiglia”.

Insomma il problema non è “economico”, non è “sociale”, è “culturale”: basterebbe  che i mariti svuotassero la lavastoviglie, cambiassero il pannolino alla creatura, imboccassero il nonnino, andassero a parlare con gli insegnanti, e sarebbe fatta.

Anche per via  di una constatazione di carattere antropologico che agli studi internazionali che accompagnano da sempre questa ipotesi è molto cara: pare che gli uomini “lavorino comunque” -e vallo a dire ai 598.000 lavoratori espulsi da febbraio a luglio- mentre le donne, avvantaggiate per non dire viziate dalla possibile opzione se starserne a casa a guardare Netflix e Posto al sole, o affacciarsi sul mercato dell’occupazione sarebbero più influenzate “da  variazioni di salario netto e/o di condizioni di lavoro” e quindi invogliate alla fatica in vista di tangibili e gratificanti benefici fiscali.  

È proprio un problema culturale e infatti bisognerebbe togliere la libertà di parola a chi promuove disparità, differenze e discriminazioni. Qualcuno, non a caso un uomo,  ha scritto a proposito della “gender tax” perché costituirebbe una ingiustizia   conferendo vantaggi a tutti i soggetti di genere femminile, a prescindere dal livello di censo, a discapito degli appartenenti al genere maschile.

In realtà l’ipotetico beneficio favorirebbe le già “favorite” quelle che vivono nella trasparenza e nella legalità contrattuale, anche se a volte illegittima, le garantite, anche se sono sempre meno, quelle del 740, mentre escluderebbe gran parte delle partite Iva, taglierebbe fuori i patti anomali del call center, dei centri commerciali, dei pubblici esercizi, le part time della rivoluzione digitale con Pc in cucina che ha preso il posto, provvisoriamente, della macchina da maglieria, le contadine soggette al caporalato cui adesso pare si preferiscano, in mancanza di immigrati, i percettori di aiuti, le badanti e colf.

E elimina dall’agenda politica non solo la parità retributiva, retrocessa a pretesa visionaria in una società senza lavoro, ma soprattutto gli investimenti in Welfare, in quelle azioni e in quei settori nei quali le donne esercitano un potere o meglio una fatica sostitutiva grazie al millenario ricatto dell’amore, dell’abnegazione, dello spirito di servizio diventati una missione obbligatoria di genere.

È proprio un problema “culturale” e infatti ci vorrebbe davvero una rivoluzione per rovesciare il tavolo del potere e pure il desk di chi va in soccorso delle vittime di disuguaglianze creandone altre, di chi promuove la concorrenza sleale tra donne e uomini, tra garantiti e precari, di chi riconferma che i diritti siano monopolio di chi se ne è appropriato, li ha ereditati o se li compra, come si compra in regime di esclusiva salute, istruzione, sicurezza, giustizia, dignità, quelli e quelle più uguali degli altri.  

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