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L’altra metà del fisco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che si debba aver nostalgia di Silvia Costa e Maria Eletta Martini, dell’Udi e tra un po’ anche delle Soroptimist se al traguardo, peraltro mai raggiunto, delle  “pari opportunità” si sta sostituendo quello mutuato dall’impero che ha colonizzato anche il nostro immaginario, della “discriminazione risarcitoria”.  

Ci sono cibi indigesti che, si dice a Roma, si rinfacciano come i peperoni. Ogni tanto qualcuno ce li mette in tavola come soluzione demiurgica di problemi millenari che aspettavano, l’immaginifico estro visionario di qualche profeta, nel caso in questione quello del duo Alesina- Ichino, manca solo Giavazzi, che prima nel 2006 poi nel 2011 con Monti vigente, proposero  una tassazione differenziata per favorire le lavoratrici.

In una società dove regnano le disuguaglianze ci sarebbe preliminarmente e preventivamente da diffidare di qualsiasi forma di differenziazione aggiuntiva: basta pensare alle pretese delle regioni opulente che noncuranti delle prestazioni offerte nella gestione del Covid19, esigono sfrontatamente l’autonomia proprio nelle materie relative alla sanità e alla scuola, incoraggiate dalla immunità e impunità concessa loro dal governo. E figuriamoci se non c’è ancora di più da sospettare quando certe discriminazioni “favorevoli”, guarda caso vanno a beneficio di chi è stato selezionato dalla lotteria naturale per accedere a più doni del destino, chi per dinastia, rendita o fidelizzazione pensa di interpretare così la meritocrazia, di meritarsi cioè privilegi e vantaggi aggiuntivi a conferma di una connaturata  o conquistata superiorità.

Parlo dell’ipotesi, riscaldata al fornello della pandeconomia di una tassazione differenziata dei redditi di lavoro dipendente e autonomo tra donne e uomini, dall’ex Ministro Mara Carfagna, determinata a farsi riconfermare il riconoscimento di femminista  ravvivato dal successo dell’iniziativa bipartisan intesa a condannare l’implicito sessismo della pubblicità dell’App Immuni, che nella prima versione  del formidabile flop digitale esibiva immagini (un uomo al lavoro al computer e una donna che culla un bambino) lesive della dignità delle donne “condannate ad arcaici stereotipi”.

E’ proprio un’ossessione che accomuna ceto politico e opinione pubblica, quella rappresentata plasticamente nei social, quella grazie alla quale contano la superficie, l’apparenza, il sembiante: si parli di antifascismo, ridotto alla stanca lotta contro l’energumeno ormai suonato che vive solo dei riflettori puntati contro di lui, si parli di ecologia retrocessa a attività di festosi e popolari giardinieri, si parli  di diritti, divisi in gerarchie e declinati per graduatorie con la concessione a scegliersi e aggiudicarsi quelli che non intervengo sui rapporti di classe e che hanno migliore stampa.

E si parli di lotte di genere che per carità non annoverino lo scontro trasversale quello di classe, in modo da rappresentare il riscatto patinato di quelle che è lecito chiamare le femministe liberiste, impegnate a sostituire meccanicamente ceto dirigente maschile, manager, professionisti, accademici con altri diversamente maschi, donne cioè altrettanto e addirittura più volitive, più ambiziose in gradi di battere la concorrenza nelle qualità necessarie ad affermarsi: ferocia, competitività, arroganza, indole allo sfruttamento e alla sopraffazione, rivolti con particolare interesse contro il target delle altre donne come per una smania di tradimento e abiura che riconfermi la loro autonomia da disdicevoli pregiudizi.

Non aveva stupito a suo tempo che l’idea luminosa di una originale discriminazione divisiva venisse lanciata da un duo frugale ante litteram, noto per rivelare una particolare affezione per quelle soluzioni finali intese a cancellare garanzie, prerogative, sicurezza e quindi legittimità.

Ben prima prima della sgargiante ex valletta e ministra del cavaliere, la cui iniziativa è stata subito valorizzata dal Corriere della Sera, a alzare il vessillo della battaglia emancipazionista erano stati non a caso due di quei giocolieri dei contratti che hanno offerto il sostegno ideale e ideologico alla precarietà, alla svalutazione di inclinazioni e talenti, alla creazione di una rinnovata schiavitù grazie allo smantellamento dell’edificio di conquiste del lavoro, alla propaganda data a quelle occupazioni alla spina cui i giovani, esclusi ovviamente i loro rampolli preparati a passare dalla Bocconi e dalla Luiss a prodigarsi in consulenze superflue, in redazioni del giornale unico in mano ai riciclati produttori di mascherine, in multinazionali e banche, dovrebbero aspirare perché regala la possibilità di approfittare delle libertà offerte dal caporalato, scegliendo il percorso in motorino per la consegna della pizza, o  da imprenditori, appaltando a altri pony la distribuzione.

Alesina ci ha lasciato e bon ton vuole che si porti rispetto anche alle scemenze scellerate degli estinti, aspettiamo al varco Ichino, quello che a suo tempo rintuzzò le lagnanze di scioperati flaneur che si lamentavano degli effetti collaterali della mobilità, rivendicando il caso umano degli onorevoli non rieletti come una allegoria della precarietà sopportata con spirito di servizio.

E figuriamoci se non farà copia-incolla con la raccomandazione rivolta a “un governo che volesse realizzare una riduzione della pressione fiscale per stimolare la crescita economica”, invitandolo a  “concentrarla sulle sole donne” visto che “la minore aliquota sui redditi delle donne si applicherebbe a una base imponibile maggiore e quindi il gettito fiscale diminuirebbe poco”, insomma bella figura con minima spesa, per dare un messaggio forte in aiuto del genere femminile che, cito, “non viene tenuto lontano dal mercato del lavoro per carenza di servizi di cura, ma per una divisione dei compiti squilibrata all’interno della famiglia”.

Insomma il problema non è “economico”, non è “sociale”, è “culturale”: basterebbe  che i mariti svuotassero la lavastoviglie, cambiassero il pannolino alla creatura, imboccassero il nonnino, andassero a parlare con gli insegnanti, e sarebbe fatta.

Anche per via  di una constatazione di carattere antropologico che agli studi internazionali che accompagnano da sempre questa ipotesi è molto cara: pare che gli uomini “lavorino comunque” -e vallo a dire ai 598.000 lavoratori espulsi da febbraio a luglio- mentre le donne, avvantaggiate per non dire viziate dalla possibile opzione se starserne a casa a guardare Netflix e Posto al sole, o affacciarsi sul mercato dell’occupazione sarebbero più influenzate “da  variazioni di salario netto e/o di condizioni di lavoro” e quindi invogliate alla fatica in vista di tangibili e gratificanti benefici fiscali.  

È proprio un problema culturale e infatti bisognerebbe togliere la libertà di parola a chi promuove disparità, differenze e discriminazioni. Qualcuno, non a caso un uomo,  ha scritto a proposito della “gender tax” perché costituirebbe una ingiustizia   conferendo vantaggi a tutti i soggetti di genere femminile, a prescindere dal livello di censo, a discapito degli appartenenti al genere maschile.

In realtà l’ipotetico beneficio favorirebbe le già “favorite” quelle che vivono nella trasparenza e nella legalità contrattuale, anche se a volte illegittima, le garantite, anche se sono sempre meno, quelle del 740, mentre escluderebbe gran parte delle partite Iva, taglierebbe fuori i patti anomali del call center, dei centri commerciali, dei pubblici esercizi, le part time della rivoluzione digitale con Pc in cucina che ha preso il posto, provvisoriamente, della macchina da maglieria, le contadine soggette al caporalato cui adesso pare si preferiscano, in mancanza di immigrati, i percettori di aiuti, le badanti e colf.

E elimina dall’agenda politica non solo la parità retributiva, retrocessa a pretesa visionaria in una società senza lavoro, ma soprattutto gli investimenti in Welfare, in quelle azioni e in quei settori nei quali le donne esercitano un potere o meglio una fatica sostitutiva grazie al millenario ricatto dell’amore, dell’abnegazione, dello spirito di servizio diventati una missione obbligatoria di genere.

È proprio un problema “culturale” e infatti ci vorrebbe davvero una rivoluzione per rovesciare il tavolo del potere e pure il desk di chi va in soccorso delle vittime di disuguaglianze creandone altre, di chi promuove la concorrenza sleale tra donne e uomini, tra garantiti e precari, di chi riconferma che i diritti siano monopolio di chi se ne è appropriato, li ha ereditati o se li compra, come si compra in regime di esclusiva salute, istruzione, sicurezza, giustizia, dignità, quelli e quelle più uguali degli altri.  


La paccottiglia dei vecchi giovanotti

paAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono uomini che non si arrendono all’età, venerati accademici corteggiano allieve che potrebbero essergli figlie, prestigiosi pensatori si tingono i capelli color nero apache, filosofi attempati indossano il chiodo e gli stivaletti rancheros e volano in sella a una Harley Davidson d’annata. Fin qui niente di male, in fondo sfidano solo il senso del ridicolo. Peggio è quando invece per provocare e vincere la battaglia con il tempo si iniettano forti dosi di ferocia capitalistica e ce la spacciano, convinti della loro funzione terapeutica in qualità di elisir di giovinezza.

Prima ci sono toccate le esternazioni del Gran Parassita Ichino – lo ricordiamo lamentarsi della cruda scoperta della precarietà di chi non viene ricandidato e rieletto – che approfitta del momento per prendersela con la concorrenza sleale di altri meno degni parassiti di serie B, impugnando come un’arma i consolidati pregiudizi contro i furbetti del cartellino che nella maggior parte dei casi  avrebbero goduto di una lunga vacanza retribuita al 100%. E duole dirlo, ma non ha del tutto torto a ritenere che l’improvvisato fervore del lavoro a distanza raffazzonato, rabberciato, affidato a gente impreparata con strumenti tecnici inadeguati,  sortisca l’effetto di aiutare l’incompetenza combinata con la detenzione di informazioni e piccoli poteri prepotenti, scavando ancora di più il distacco dei cittadini dall’apparato statale e dalla sua burocrazia.

Adesso invece ci tocca l’esaltazione scriteriata dello smart working a firma di  De Masi.

Parla chiaro l’ispirato sociologo, anni 82  ma con l’impeto di un nativo digitale: “durante i mesi di lockdown lo smart working ha salvato l’economia e la scuola contribuendo a salvare la salute”.

E continua, “nonostante la pandemia, milioni di lavoratori pubblici hanno continuato a lavorare come e più di prima benché i loro vertici, negli anni precedenti, non avessero fatto nulla per adottare gradualmente il lavoro agile”.E dire”, sostiene, “che grazie a esso, i lavoratori avrebbero risparmiato tempo, denaro e stress; le aziende avrebbero guadagnato il 15-20% in più di produttività; l’ambiente avrebbe evitato l’inquinamento del traffico”.

Da anni illustri studiosi segnalano come sia impossibile e inane in Italia effettuare una misurazione delle prestazioni – e della loro efficacia –  delle attività della Pubblica Amministrazione, qualcuno ha parlato dell’Italia come di uno Stato senza società proprio perché espropria i cittadini dei diritti di accedere alle informazioni e di tutelarsi da sopraffazioni e arroganza dei burocrati, altri hanno denunciato  come dietro all’inerzia, all’assenza di incentivi, alla scarsa formazione e motivazione, all’invecchiamento di uomini e strutture della macchina amministrativa, si nasconda la volontà di cedere anche questo settore strategico del viver civile e della cittadinanza ai privati,  come si fa già con i servizi pubblici, la sanità, i trasporti, la sicurezza e come in fondo si è fatto creando organismi come Equitalia che avevano la possibilità di sottrarsi a lacci e laccioli esercitando un potere di vita e di morte assolutistico.

Invece il De Masi che non a caso ha alternato la didattica da vicino con la consulenza da più vicino ancora a imprese “virtuose” e eccellenti,  e fondando la SIT-Società Italiana Telelavoro per la diffusione del telelavoro e la sua regolamentazione sindacale e la scuola  di Management Culturale per la professionalizzazione dei neolaureati in organizzazione di eventi di Ravello, è talmente entusiasta della paccottiglia ideologica di quello che proprio lui ha contribuito a definire come il cosiddetto “paradigma post-industriale, basato  sulla concezione che l’azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa abbia prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica”, da poter offrire numeri e statistiche sull’efficacia del lavoro agile e sulle benefiche e progressive ricadute per tutti.

Grazie al Covid dunque e allo stato di eccezione imposto, lo Stato stesso potrà essere  positivamente rivoluzionato:  e infatti “ se la ministra Dadone prende al volo questa occasione, se libera milioni di lavoratori pubblici dal greve contesto polveroso in cui sono ammassati, se li coinvolge in una moderna organizzazione per obiettivi, illustra coi toni lirici dell’Utopia,  rischia di passare alla storia per essere riuscita a fare quello che grandi giuristi come Giannini e Cassese, per mancanza di un’occasione così rara, non sono riusciti a fare”.

È sicuro che rappresenti, come dice lui, un’occasione rara, che si potrà ancora meglio cogliere se un altro virus si presenterà opportunamente con i primi freddi a favorire esodi, scivoli, pensionamenti punitivi, tagli e licenziamenti, possibili grazie a venti riformisti anche nella Pa, riduzione di emolumenti per impiegati e insegnanti.

Si sta già cominciando a vedere che magnifiche occasioni si presentano per le donne cui viene elargito il part time a uso della custodia dei valori domestici, che opportunità di mettere a frutto la proprio creatività vengono offerte a chi si sta già cercando un secondo lavoretto alla spina per arrotondare un reddito ridotto dalla pandemia, e si possono già registrare i successi di quella selezione operata sulla risorsa umana dalle odierne forme legalizzate di servitù, per eliminare chi non si adegua, chi non è attrezzato per la scommessa della tecnologia, che ha già condannato alla marginalità vergognosa pensionati con non possono interagire con l’Inps, costretti al conto alle Poste e a essere umiliati dal medico curante, dal farmacista, dal bancario per la colpa di non avere introiettato i valori digitali, ma anche ragazzini senza rete in casa e senza pc, considerati tutti nuovi analfabeti secondo un nuovo razzismo tecnologico.

E non c’è da sentirsi rassicurati che il Vangelo digitale di Colao, sia finito a reggere la zampa sbilenca di qualche scrivania a Palazzo Chigi se l’ideologia che lo ispira è forte e attiva, quando il lavoro a distanza è la cornice dentro al quale dare forma e legittimità a precarietà e flessibilità,  se l’era Bonomi in Confindustria esige di mettere  mano al diritto del lavoro, eliminando le causali per i contratti a tempo determinato, abolendo il reintegro dei licenziati senza giusta causa assunti prima del Jobs Act e quando Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, propone di congelare le causali per “rimuovere ogni ostacolo normativo alla ripresa”.

Già la regolarizzazione ai tempi di Bellanova, già l’ostensione di nuovi valori a uso dei ragazzi: volontariato, avvicendamento scuola-lavoro, già l’avvento del taylorismo digitale, che illude l’esercito della forza lavoro dei lavoretti alla spina con un ideale di libertà concepito come l’autonomia nello scegliersi percorsi e orari per la consegna della pizza avevano disegnato il futuro del cottimo di Stato e di governo, mutuato dall’era Prime Now di Amazon con tanto di recapiti domenicali.

E siccome l’arma più efficace è sempre il ricatto salariale, finalmente si farà giustizia dei preconcetti sui  Travet, inchiodati al desk, in gara coi colleghi in analoghe camere e cucina, soli e isolati in modo che non abbiano la tentazione di confrontarsi con altre vittime e di reagire, persuasi alla rinuncia all’ora d’aria per dimostrare attaccamento al lavoro anche in carenza di straordinari e benefits.

Sull’efficacia del New Deal secondo Colao, secondo De Masi, secondo i golpisti confindustriali che non si accontentano delle concessioni già ottenute e pretendono  i soldi europei, quelli dello Stato, quelli dei lavoratori, quelli dei poveri, abbiamo avuto delle anticipazioni durante il lockdown: bastava collegarsi all’Inps, ai siti dei Comuni e delle prefetture, al numero verde messo a disposizione di chi lamentava sintomi allarmanti, ai vigili e alle polizie locali, all’Agenzia delle Entrate, per avere conferma della remota distanza di chi è incaricato di rispondere e soddisfare a esigenze e bisogni dei cittadini.

E così viene alla luce il vero intento dello smart working coi fichi secchi, senza banda larga, senza organizzazione, senza formazione, senza garanzie, senza tutele, per chi sta da una parte o dall’altra dello schermo, come in uno specchio che riflette servi contro servi.


Poveri ricchi

perso Anna Lombroso per il Simplicissimus

In forma ricorrente e come se non bastasse quello che ci viene inflitto ogni giorno in perdita di garanzie e diritti, oltre che di beni e di tutele sociali che abbiamo contribuito a creare, siamo anche costretti a subire l’affronto di “datori di lavoro” che lamentano di dover dichiarare fallimento perché nessuno risponde alle loro offerte di lavoro, preferendo di gran lunga quella forma di parassitismo studiata apposta per bamboccioni  indolenti e pigri e flaneurs,  rappresentata dal reddito di cittadinanza.

Proprio in questi giorni ne circolava uno di questi accorati appelli: il gestore di un caffè di Rovigo lamentava di essere costretto a  chiudere i battenti per mancanza di personale. Gli ha risposto dalle colonne del Gazzettino la barista che aveva lavorato nel locale senza contratto, senza assicurazione, senza contributi pagata in contanti di tanto in tanto con la cifra di 300 euro per sei mesi.

Eppure par di sentirli quelli delle varie maggioranze silenziose che di volta in volta si materializzano, i cumenda col cappotto di cammello e le sciure col visone di Corso Vittorio Emanuele di un tempo, gli elettori del cavaliere: “lavoro, guadagno, spendo, pretendo” e oggi molta di quella società signorile, quella cerchia che non si arrende a essere diventata classe disagiata e che gode di una autoproclamata superiorità sociale e anche morale perché è riuscita a conservare qualche garanzie e qualche rimasuglio di benessere e privilegio e che riservano la loro riprovazione alle nuove generazioni, purchè siano frutto di lombi altrui, accusate di essere troppo viziate, poco determinate, troppo esigenti, poco duttili. Quelle che dovrebbero prestarsi a lavori precari, servili, umilianti, malpagati,  per liberare il paese dalla morsa ricattatoria della competizione messa in atto dagli immigrati, disposti, loro sì, a fare di tutto senza lagnarsi, senza esigere, senza pretendere, come è doveroso fare quando c’è la fame.

Ma anche la fame è un concetto relativo, oggetto di statistiche elastiche e fantasiose come quelle sul numero di disoccupati nel quale non rientrano gli scoraggiati che vivono in quella zona grigia ai margini, che il lavoro non lo cercano più perché sono disperati, che non vengono considerati disoccupati ma inattivi o uomini persi, o quelli che invece vengono annoverati tra gli occupati perchè   lavorano un’ora alla settimana.

E infatti ben oltre la media del pollo di Trilussa l’aritmetica degli analisti esclude dalle geografie della miseria chi può offrirsi “consumi eccedenti”  il livello di sussistenza  pari a 500 euro mensili pro capite, sicchè circa cinquanta milioni di italiani sarebbero comunque abbienti  per la semplice circostanza di “vivere sopra la soglia di povertà”. Peccato che il pallottoliere usato per questi calcoli sia quello del dopoguerra e di prima della vittoria della lotta di classe dei ricchi contro i poveri e che gli standard che distinguono chi gode di un certo benessere dai nuovi poveracci, siano quelli di allora, il bagno in casa, l’acqua corrente, il riscaldamento.

Mentre gli indicatori di oggi dovrebbero essere tarati sulla crisi greca, sulla guerriglia dei gilet gialli, sulla nostra incazzatura quotidiana, perché è vero che non facciamo a meno del cellulare, ma è altrettanto vero che dobbiamo rinunciare alle spese mediche, non contribuiamo alle performance delle scuole pubbliche obbligate a dividere gli scolari in gerarchie di merito corrispondente agli investimenti familiari, la tredicesima serve a pagare tasse e mutui arretrati, la pensione di chi ce l’ha è in parte destinata a mantenere gli studi dei nipoti o a foraggiare improbabili iniziative di discendenti che affittano la casetta al paese come B&B, come succede nelle società “dell’arrangiarsi”, dove le dinamiche del benessere appena un poco più su della sopravvivenza non sono più dovute ai redditi da lavoro.

Si è fatta strada una regressione del pensare comune che istiga alla resa e alla rinuncia: quella al riconoscimento dell’esperienza, della vocazione, del talento, della preparazione e quella alla dignità.

Non molto tempo fa Ichino, che in passato si presentò in qualità di penoso caso umano per via della precarietà insita nella funzione di rappresentante del popolo eletto democraticamente che implorava una compassionevole rielezione, invitava l’Italia a copiare la Germania che ha esaltato le opportunità della libera contrattazione decentralizzata, allineando i contratti e dunque i salari alla produttività. Il risultato desiderabile che si raggiungerebbe da noi, sarebbe quello di diminuire le paghe nel Sud, dove il costo della vita è inferiore come anche le pretese e la domande di beni, incoraggiando le imprese a assumere e favorendo l’occupazione.

C’è da giurare che questa modesta proposta, che purtroppo non ha l’intento satirico di quella di Swift, anche se il cannibalismo c’entra, avrà un posto di rilievo nell’agenda delle regioni guidate da Lega e Pd che rivendicano l’autonomia, e anche nelle prossime esternazioni di Prodi in merito all’auspicata riduzione dei sindacati a uno solo, perché corona il sogno liberista di una determinazione dei salari  a livello di ciascuna azienda e senza restrizioni su base nazionale, a coronamento definitivo delle politiche del lavoro del fronte riformista, cancellazione dell’articolo 18, Jobs Act, mobilità e legittimazione del caporalato, come sta avvenendo con il caso degli appalti navali Fincantieri, a Marghera e Monfalcone e il reclutamento e gestione della manodopera straniera sul mercato transnazionale.

La rinuncia, l’accontentarsi, l’abiura dei diritti in cambio della sicurezza aleatoria della paga, che poi si riduce a quella della fatica, fa parte di una vera e propria dottrina che ci insegna che la mobilità è una forma di avventurosa e appagante libertà, che il cottimo ha una moderna qualità di indipendenza se quelli di Foodora vengono considerati dalla piattaforma “lavoratori autonomi” –  contro leggi, regole e anche la Cassazione che ha finalmente stabilito il loro status di lavoratori subordinati.

Con l’arrivo della bella stagione si moltiplicheranno le segnalazioni di stabilimenti, hotel, pensioni, bagni in cerca di personale, proprio in quella pingue Emilia Romagna che ha registrato il successo degli autori della cancellazione definitiva dei valori, delle prerogative e delle conquiste del lavoro, dove da anni si è consolidato un sistema di potere  del PD, delle COOP, dell’Unipol, della CGIL, dei patronati che formano una rete indissolubile  di relazioni politico-clientelari in stretto accordo con la Confindustria, le banche locali, ben visto dagli avventizi dell’antifascismo della “diversamente destra” che ci vuol persuadere che i cantieri della Tav portino pane e lavoro, che la mafia sia un fenomeno calabrese e siciliano,  che ragione e buonsenso indicano che se non sai mantenere al meglio il tuo patrimonio è meglio svenderlo, che se in ospedale non hai l’assistenza che meriti è opportuno rivolgersi alle assicurazioni indicate dalle confederazioni, ormai diventate procacciatrici di fondi.

È triste ma vero, solo la fame, quella vera potrà portare il riscatto, far ritrovare la dignità, muovere la collera verso la liberazione.

 


Sempre di più i No – Jobs Act

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai solo complici e correi, esecutori zelanti e criminali mandatari fingono di credere alla bontà delle ricette che dovrebbero contrastare quell’incidente chiamato crisi. Ormai solo loro, con il sostegno di una stampa assoggettata, continuano a fingere di credere, a tutela di qualche migliaio di responsabili e contro decine di milioni di vittime, che si tratti di un fenomeno imprevedibile, effetto del debito eccessivo degli Stati – oggi l’ho sentito ripetere come un mantra da uno dei loro cantori, l’ineffabile Mieli, che puntava il dito contro popoli rei di aver vissuto dissipatamente e al di sopra delle loro reali possibilità – e non prodotto delle attività speculative dei grandi gruppi finanziari, e non della condizione di monopolio concessa alle banche private di creare denaro e suoi succedanei, e non dalla volontà pervicace di indirizzare la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto, in modo che i pochi ricchi diventino sempre più ricchi e i moltissimi poveri sempre di più e sempre più poveri.

L’aberrazione chiamata austerità viene condannata oggi anche dall’Ilo, (International Labor Organization),il cui rapporto pubblicato oggi annuncia ufficialmente che la disoccupazione globale nel corso del 2015 è destinata salire di ulteriori 3 milioni di disoccupati.  Ilo stima in 219 milioni le persone senza lavoro entro il 2019, e che per colmare e contenere il gap a un livello fisiologico dovrebbero venir creati 280 milioni di nuovi posti di lavoro.   Il tasso di disoccupazione europeo e di altri Paesi sviluppati ha continuato a crescere nel 2013 raggiungendo l’8% (45,2 milioni di persone). “In queste economie avanzate, sottolinea l’Ilo, la drastica riduzione della spesa pubblica e l’aumento della tassazione sul reddito e sui consumi hanno gravato pesantemente sulle imprese private e sulle famiglie. Anche se molti settori hanno registrato dei profitti, questi “si riversano principalmente nei mercati finanziari e non nell’economia reale, pregiudicando in questo modo le prospettive occupazionali di lungo termine”.   In Italia, la disoccupazione che ha raggiunto nel 2013 il 12,2%  continuerà ad  aumentare quest’anno toccando il 12,7%  (e raddoppiando rispetto al 2007 in cui si registrava il 6,1% di senza lavoro). “I periodi di disoccupazione sempre più lunghi, secondo l’Ilo, sono dannosi per il  mercato del lavoro che soffre anche in caso di una ripartenza dell’attività economica; l’effetto è quello di pesare  sulle finanze pubbliche provocando un aumento delle tasse (o un  taglio della spesa) per non aumentare il deficit fiscale”. Perfino l’Ilo, non Bakunin, perfino l’Ilo, subito assimilabile tra gufi e disfattisti, suggerisce le  azioni “elementari” per correggere questo disequilibrio: una maggiore attenzione alle politiche più favorevoli all’occupazione e un incremento dei redditi da lavoro, in modo da  rafforzare la crescita economica e la creazione di posti di lavoro.

E perfino Ichino qualche giorno fa ha invece ammesso che il Jobs Act serve solo a licenziare. Inutilmente perché l’ideologia che muove il governo è una dottrina totalitaria che non ammette critiche o ripensamenti, una dottrina che ha corrotto la vita sociale , il tessuto delle relazioni, ogni campo dell’organizzazione sociale, condizionando le decisioni esistenziali, la scelta di compagni di vita, la realizzazione di inclinazioni e vocazioni, i rapporti tra generazioni, la qualità abitativa e ambientale, perché se tutto è in vendita, più cose il denaro può comprare, più la ricchezza – o la sua mancanza – conta. Che le dottrine neo liberiste abbiano fallito, negli Usa come in Europa, è ormai ampiamente verificato, e la pervicacia con la quale i governi e la “politica” europea persevera nell’errore di impiegare per risolvere la crisi le teorie e le azioni che l’hanno provocata è diabolica.

Così ci sono molte più persone in cerca di lavoro che posti disponibili, creando un perverso spostamento di produzioni. Così si è registrata una stagnazione dei salari che ha prodotto una riduzione di oltre 10 punti percentuali e oltre della quota salari sul Pil in tutti i paesi Ocse. Così si è aggravato l’indebitamento delle famiglie, non solo per comprare una casa, far studiare i figli, ma per curarsi, per assistere malati e anziani. Così padroni delle nostre esistenze e del nostro futuro sono diventati i gestori dei fondi (fondi pensioni, assicurazioni, fondi immobiliari) mentre noi siamo ridotti a topolini in gabbia che salgono e scendono incessantemente dalle scalette, si dondolano sui trapezi crudeli dei debiti, delle tasse, dei mutui, si affannano in un presente sempre più avvelenato.  Così è stata costruita un’egemonia politica, economica, culturale in ogni settore della società, che non ammette alternativa, che non permette speranza, che non concede scelte. Che obbliga alla rinuncia di un futuro collettivo ed anche all’abiura di un sogno personale.

I sacerdoti di quella potenza, quelle 10 famiglie più ricche, i loro valletti sanno che c’è un altro mondo possibile, per quello vogliono impedire che lo sappiano e vogliano conoscerlo anche i topolini.

 

 

 

 

 

 

 


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