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L’Halloween delle zucche vuote

ven 2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo halloween promossa a festa nazionale, dopo tante inalazioni di paura e sospetto, con la faccia ancora imbrattata di decalcomanie agghiaccianti, sazie di dolcetti di zucca,  frotte di “foresti” vicini e lontani  si sono recate a Venezia il 2 novembre richiamate dal repêchage di una insolita e dimenticata attrattiva,  forse con l’intento di esorcizzare con la liturgia pagana del consumo di luoghi d’arte  l’unico timore  e l’unica minaccia dalla quale nessuno è esente.

Dopo 69 anni infatti è stato allestito nuovamente il ponte provvisorio di collegamento tra le Fondamente Nuove e il cimitero di San Michele, pregevole sito architettonico, pieno di echi letterari e di ospiti illustri, offerto  a locali dolenti e poi anche a turisti curiosi, inaugurato in gran pompa funebre, è il caso di dire,  dal sempre ilare sindaco Brugnaro, per l’occasione compunto e pensoso, con l’intento esplicito di contribuire a difendere “la nostra civiltà occidentale e cristiana” dalle invasioni barbariche, escluse ovviamente le valanghe di forzati delle crociere, dei pullman, dei low coast, benedette e desiderate quelle e il cui arrivo viene favorito e incrementato dissennatamente grazie a  queste iniziative sciagurate.

Il “tentativo di risvegliare la città”, così l’ineffabile sindaco ha definito l’iniziativa, preoccupato forse che la sveglia la dia il referendum sulla separazione da Mestre, e in procinto di lasciare anche lui la sua impronta come Cacciari con un altro ponte ancora, parallelo a quello della Libertà, per collegare meglio la terraferma e facilitare gli arrivi di altre masnade giornaliere, è costato ben 450 mila euro. E ieri ha calamitato migliaia di aspiranti a selfie ossianici diretti verso il ponte votivo, così lo chiamavano una volta, tanto che il sindaco l’avrà preso per una iniziativa elettorale acchiappa preferenze, intasando calli, strade e vaporetti e occupando militarmente la città.

Ormai circolano come per un passa parola globale i richiami all’imperativo di esserci,  tutti nello stesso posto e nello stesso momento allorché viene gonfiata la bolla di un spettacolo irrinunciabile, del quale si ha appunto il dovere oltre che il diritto di godere, documentando la propria partecipazione con pezze giustificative su Instagram o Facebook, mandandole ad amici, parenti  o competitor nella gara presenzialista alla quale non si può mancare a meno di essere sfigati e ignoranti, quindi giustamente ignorati dagli altri.

Si realizza quello che aveva profetizzato Baudrillard, l’aspirazione a riconoscersi non in ciò cha siamo davvero, ma in quelli che vorremmo essere, vip, influencer, vistosi e visibili, protagonisti, quelli che vorremmo essere senza la fatica di diventarlo. Perché in questo  ha avuto vita facile l’interpretazione mainstream del termine meritocrazia, come della convinzione che per essere nati dalla parte “giusta”, estratti nella lotteria naturale in geografie meno esposte a miseria fame e sete, meritiamo minore fatica per stare a galla, per accedere a opportunità e occasioni.

C’è un risvolto tragico in tutto questo: la classe un tempo agiata ha potuto studiare (ma presto ci toglieranno anche questo che sta diventando un beneficio per pochi che lo possono addirittura considerare superfluo, avendo già a disposizione beni, rendite, entrature), conosce, anche solo per sentito dire, risorse, lussi, piaceri, ma non è più abbastanza ricca per poterseli permettere.  Il feticcio della cultura e della comunicazione ha permesso al sistema economico totalitario di spacciare i privilegi come diritti universali cui ognuno deve aspirare e ottenere, costi quel che costi, assoggettamento a ricatti, intimidazioni, perdita di dignità, accondiscendenza a un abbassamento della qualità della vita, delle aspettative, dei desideri, pena la marginalità, la frustrazione, la perdita di appartenenza a un contesto sociale apprezzabile e superiore.

Per anni ci hanno raccontato che l’emancipazione e il riscatto si potevano ottenere comprandoci stili di vita che non possiamo permetterci, facendoci pagare un prezzo economico e morale altissimo in cambio dell’ostentazione di una ricchezza, concreta e morale, che non possediamo.

Un primo passo, ma è sempre stato così, consiste nella consapevolezza che non siamo più quelli che pensavamo di essere, spogliati e espropriati di beni e di autodeterminazione, che non potevano bastare le piccole rivoluzioni borghesi che ci sono state e delle quali ancora ci compiaciamo, in chiave solo antiautoritaria e antipatriarcale, che non dobbiamo accontentarci delle elargizioni e delle mance che ci gettano come ossi ai cani rabbiosi e che la sopraffazione degli altri non ci libera da quella che subiamo.

Cosa c’entra  il ponte sulla Laguna? C’entra, perché è un inganno acchiappacitrulli come quello di Christo sul Lago Maggiore, una lusinga offerta a chi passa per un giorno da una città soffocata e offesa da dove ogni giorno vengono espulsi i suoi abitanti, l’illusione di camminare sulle acque senza affogare.

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3 responses to “L’Halloween delle zucche vuote

  • L’Halloween delle zucche vuote | infosannio

    […] (Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Dopo halloween promossa a festa nazionale, dopo tante inalazioni di paura e sospetto, con la faccia ancora imbrattata di decalcomanie agghiaccianti, sazie di dolcetti di zucca,  frotte di “foresti” vicini e lontani  si sono recate a Venezia il 2 novembre richiamate dal repêchage di una insolita e dimenticata attrattiva,  forse con l’intento di esorcizzare con la liturgia pagana del consumo di luoghi d’arte  l’unico timore  e l’unica minaccia dalla quale nessuno è esente. […]

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  • Anne La Rouge Lombroso

    caro Jorge con tremendo fastidio ho sfogliato il libro di Marco d’Eramo sul turismo che da entusiasta convertito al liberismo, sostiene che l’accesso delle masse sia pure nelle condizioni che conosciamo, sarebbe una conquista sociale. Secondo quella negazione del marxismo per cui è meglio sostituire alle disuguaglianze pari opportunità tutte a livelli più bassi. A conferma che la lotta di classe deve contenere anche l’accontentarsi di poco e appagarsi di un po’ di vendetta..Uno degli aspetti più avvilenti della fruizione di massa di cultura e bellezza è appunto viverla come un diritto ma anche come un dovere, una conferma del proprio Sè e rispondere così agli imperativi di consumismo e spettacolarizzazione. A venezia appunto è facile vedere bande di turisti in vaporetto lungo il Canal Grande con gli occhi incollati ai telefonini sui quali fanno scorrere a volte anche le immagini del Canal Grande

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  • jorge

    Che poi, quale sperienza estetica sarà mai passare tra monumenti e pesaggi artistici stretti tra gli altri turisti come in una scatola di sardine

    tra venditori di souvenir, offerte di pranzi turistici, bambini chiassosi ed adulti panzoni di cui ti devi sentire il sudore ed i rutti, come ho odito io in un recente passaggio a venezia

    feticismo, la storia e l’arte come una merce da consumare e che in tali condizioni niente può lasciare, sfatti ( loro) fisicamente come chi si abboffa di pop corn e patatine davanti alla partita in televisione

    è esperienza estetica maggiore starsene a casa o fare sport

    non è che si voglia riservare l’arte e la storia a delle elites, ma l’arte è tanta dovrebbe entrare nella vita per vie diverse, anche decentrate, una diversa organizzazione del lavoro e della vita consentirebbe un rapporto piu autentico non solo con certe le città d’arte ma con la vita in generale

    siamo espropiati anche dell’esperienza estetica, paredossale che in un
    paese come l’italia, con tanto partimonio artistico, non esista una discussione pubblica, una educazione scolastica, circa il rapporto con l’arte e l’esperienza estetica (tranne il parlare a scopo speculativo e pubblicitario). Fa bene a parlarcene, ed il colpevole è sempre quello lì

    Il capitalismo è sempre espropriazione (anche quando è produttivo), infatti a causa della concorrenza tra capitalisti, l’operaio viene pagato solo per li tempo di lavoro che gli consente la riproduzione fisica, anche dei figli, futura forza lavoro

    Ma la giornata lavorativa dura un tempo maggiore, quello che eccede la riproduzione dell’operaio viene appropriato a gratis dal caitale, il famoso plusvalore

    Sicchè il plusvalore è un tempo di lavoro espropriato all’operaio, è comunque un tempo produttivo di merci, anche queste vengono a gratis per il captale, che poi le vende facendo il profitto (quest’ultimo è cosi solo sfruttamento)

    Quando a causa della tecnica robot etc. il lavoro produttivo operaio diminuisce sempre più, allora si restringe la base dello sfruttamemto, della estorsione di plusvalore, le spese tecniche crescenti e propedeutiche alla produzione non vengono ripagarte, il capitalismo come tale muore (Infatti oggi vige il suo zombie, che si regge sull’aiuto statale a noi fatto poi pagare)

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