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A nostra insaputa siamo tutti cileni

EHWxMuWW4AAm6SZ-1-1280x827La folla che protesta a Santiago come nelle altre città cilene, che resiste alla violenza inaudita della repressione e che vuole una nuova costituzione, non è qualcosa di lontano, un motivo di passeggera e quasi rassicurante indignazione. E’ invece qualcosa che ci riguarda molto da vicino dal momento che proprio il Cile è stato il laboratorio delle teorie, delle pratiche e della rozza antropologia neo liberista fin dai primi anni ’70  quando la Cia organizzò il colpo di stato contro Allende. Insomma non si trattò  del consueto golpe militare sud americano che ristabilisce gli interessi delle multinazionali per un certo tempo, ma di un vero e proprio progetto sperimentale destinato poi ad espandersi in tutto l’occidente.  Ora sembra di essere tornati ai tempi di Pinochet, della violenza, delle torture, delle uccisioni, cosa immaginabile visto che il presidente Piñera, naturalmente miliardario, è fratello di colui che fu uno dei ministri più importanti del governo dittatoriale, nonché il creatore della Costituzione post democratica, ma in qualche modo cosa anche inevitabile perché i governi non hanno altre risposte da dare alla gente, se non impoverirla ancora di più per favorire una crescita economica figurativa che in realtà è solo l’arricchimento dell’1 per cento.

E’ proprio negli anni ’70 che il “ladrillo” (mattone Ndr) , il libro di 300 pagine che costituì la base teorica del pinochettismo, ispirato dai Chicago boys e da Milton Friedmann, finanziato dall’Usaid e benedetto dalla Chiesa, diede inizio all’era neoliberista, riducendo tutto al privato e al mercato, senza tralasciare scuola, sanità,  i servizi essenziali come la distribuzione dell’acqua,  demonizzando il welfare e la spesa pubblica come improduttiva e creatrice di debito. Tutte cose che poi saranno patrimonio di Reagan e della Thatcher e che negli anni ’90 hanno incardinato i concetti e le pratiche che guidano l’Europa di oggi. La costituzione di Pinochet è quella che ispira i ricorrenti  guastatori della nostra carta fondamentale e contiene gli stessi principi di fondo che ritroviamo nel trattato di Lisbona. Ma mentre la crisi economica del 2008 i Europa ha cominciato a seminare dubbi sull’efficacia dell’accumulazione capitalistica per espropriazione, che è la caratteristica precipua del capitalismo finanziario, in America Latina è stata l’occasione per le elites di comando, sempre e immancabilmente legate a doppio filo con Washington, di accelerare il processo e indurre una crescita  nominale dell’economia attraverso l’impoverimento dei ceti popolari.

Anzi è proprio questo è in buona sostanza il senso del neoliberismo: trasferire soldi dai più poveri e dalle classi medie verso i ricchi, così da creare bolle a Wall Street e declino senza speranza in Main street, ovvero nell’economia reale dentro una maledetta spirale per cui ad ogni caduta non si può fare altro che aumentare il dosaggio di ciò che ha provocato il male. Questo tipo di società è destinata a morire di overdose se i popoli non riusciranno a disintossicarsi e a liberarsi dai trafficanti di illusioni e dai loro spacciatori mediatici. In tutto questo la democrazia, non è altro che uno scenario destinato alla gestione del malcontento mentre lo Stato si riduce a tutore armato del nuovo ordine: il tutto nella concezione che il cittadino tipo, soprattutto se è divenuto un mero consumatore, preferisce evitare i danni che aumentare il proprio bene. Ma evidentemente fino a un certo punto come è accaduto in Cile e in altri Paesi dell’America Latina che stanno di nuovo invertendo la rotta. E’ ovvio che in società come quelle europee, ma soprattutto in quella italiana dove c’è ancora parecchio grasso sottopelle, dove i risparmi privati accumulati in passato riescono a sorreggerei una sorta di società della ricreazione dove le generazioni più recenti campano come cicale coatte perché sono state convinte che l’estate non finirà mai, che possono permettersi di far finta di acquisire competenze che nella realtà non hanno visto il pauroso declino dell’istruzione pubblica ad ogni livello, oppure di poter fare a meno di competenze evolute, che gli basta sapere un po’ d’inglese per trovare posto  nel divertimentificio universale. E se proprio avvertono il vuoto di tutto questo si consolano con l’idea di essere loro a mantenere gli anziani  i quali gli rubano il futuro, come vuole una ridicola tesi piddin – grillina. Non è certo un caso se la jacquerie ormai endemica dei gilet gialli è nata in Francia, Paese nel quale il boom edilizio tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000 ha convogliato molti risparmi privati  nel settore immobiliare il cui valore è poi  diminuito del 13%  creando una diffusa sensazione di precarietà soprattutto al di fuori dei grandi centri urbani del nord e dovunque nel Midi. Da noi, impegnati fin dai secoli bui a investire in mattoni, questo ha avuto un effetto solo marginale, favorendo invece la nascita di opposizioni confuse e molli, con in tasca la bandiera bianca.

Perciò,  in un certo senso il Cile, che ha anticipato di un decennio le ricette neo liberiste,  poi applicate da noi, rappresenta il nostro futuro: se non saremo in grado di reagire alla fine ci sarà l’esplosione.

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5 responses to “A nostra insaputa siamo tutti cileni

  • antonio morena

    mah

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  • A nostra insaputa siamo tutti cileni — Il simplicissimus – Revolver Boots

    […] via A nostra insaputa siamo tutti cileni — Il simplicissimus […]

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  • andrea z.

    Dopo anni di disinteresse nei confronti del Sud America da parte dell’amministrazione Bush junior, concentrata sulla destabilizzazione del Medio Oriente a favore delle multinazionali militar-petrolifere americane e di Israele, è scattata la controffensiva già ai tempi di Obama.
    Il “cortile di casa” statunitense è stato violato dalla nuova potenza cinese che ha coinvolto nella Belt and Road diversi Paesi caraibici e stretto legami economici con Cile, Venezuela, Uruguay, Brasile e Argentina.
    Il colosso cinese Cosco ha monopolizzato il porto di Chancay in Perù mentre la China Merchants possiede il 90% del terminal del porto di Paranagua in Brasile e investimenti infrastrutturali importanti hanno riguardato la Patagonia.
    Il rischio per le multinazionali americane è quello di perdere le ricchezze di un continente che si affaccia su due oceani e possiede la maggiore riserva d’acqua del pianeta.
    La “reconquista” statunitense si è basata su due leve: la destabilizzazione attraverso tentativi di colpi di Stato come in Venezuela, Bolivia e Nicaragua e l’azione giudiziaria attraverso magistrati corrotti nei confronti dei leader nemici di Washington.
    Ma, alla fine, le ricette neoliberiste volute dagli USA tramite il FMI hanno mandato a monte tutto il lavoro dei servizi segreti e del Pentagono, innescando una crisi economica e sociale difficile da superare se non con la repressione della democrazia.
    In questo momento l’Unione Bolivariana delle Americhe di matrice progressista ha resistito alle pressioni del Gruppo di Lima filo-americano e le vittorie elettorali in Bolivia e in Argentina fanno sperare in un riordino democratico del continente, soprattutto se in futuro il Brasile riuscirà a scaricare il governo liberista di Bolsonaro.

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  • jorge

    Scrive il Simplicissimus :

    Mentre la crisi economica del 2008 i Europa ha cominciato a seminare dubbi sull’efficacia dell’accumulazione capitalistica per espropriazione, che è la caratteristica precipua del capitalismo finanziario……

    Parole in libertà, il capitlismo è sempre espropriazione ( anche quando è produttivo), infatti a causa della concorrenza tra capitalisti, l’operaio viene pagato sol per li tempo di lavoro che gli consente la riproduzione fisica, anche dei figli, futura forza lavoro

    Ma la giornata lavorativa dura un tempo maggiore, quello che eccede la riproduzione dell’operaio viene appropriato a gratis dal caitale, il famoso plusvalore

    Sicchè il plusvalore è un tempo di lavoro espropriato all’operaio, è comunque un tempo produttivo di merci, anche queste vengono a gratis per il captale, che poi le vende facendo il profitto (quest’ultimo è cosi solo sfruttamento)

    Andando avanti, i piccoli capitalisti in difficoltà (non tutti i piccoli, ne tutti i grandi), vedono che la finanza li tosa, con lo stesso sistema che vige verso gli operai, ti do un prestito ma mi devi restituire tramite gli interessi tutto quello che va oltre la stretta sopravvivenza della tua azienda.

    Il plusvalore preso agli operai, tramite la produzione, viene infine appropriato dalla finanza

    Si badi però che tra produzione da un lato (tanti piccoli capitalsti ed anche grandi hanno aumentato le loro esportazioni in questi anni di crisi), finanza da un altro lato, e da un terzo lato la rendita fondiaria (qualunque monopolio naturale e non, altro attore strutturale), esiste sempre una ripartizione del plusvalore preso agli operai, che restano l’unica classe sfruttata

    Quando a causa della tecnica robot etc. il lavoro produttivo operaio diminuisce sempre più, allora si restringe la base dello sfruttamemto, della estorsione di plusvalore, le spese tecniche crescenti e propedeutiche alla produzione non vengono ripagarte, il capitalismo come tale muore (Infatti oggi vige il suo zombie, che si regge sull’aiuto statale a noi fatto poi pagare)

    E’ troppo chirurgico il Simplicissimus nello storpiare le categorie economiche di Marx a favore della produzione, in specie dei piccoli capitalisti che semre dice espropriati, paradossalmente si può pensare che fosse il figlio un piccolo e rozzo padroncino, tagliato fuori da chi fu ancor piu rozzo, e per questo il Nostro risulti portatore della più bieca visione bottegaio-piccoloborghese

    Vincesse la parte politica che piace a lui, sarebbe l’eldorado dei nano-capitalisti e l’inferno per i lavoratori dipendenti tutti, ancor peggio che con Savini (a parte il fumo neli occhi idelogico e concreto)

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