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Passaporto da schiavi

In Germania era conosciuta come un’ineffabile cretina che invece di dedicarsi gli hobby e balocchi dei ricchi,  si era messa in politica per tradizione familiare essendo figlia di Ernst Albrecht, che per 14 anni era stato il presidente della Bassa Sassonia, uno dei Land più importanti. E dentro la politica aveva vivacchiato salvo aver fatto immensi casini come ministro della difesa tra cui spicca la vendita di armi all’Arabia saudita : così la Merkel per sbarazzarsi dell’imbarazzante amica intraprese una durissima battaglia per farla eleggere presidente della commissione europea, sicura che sarebbe stata molto utile prendendo senza discutere ordini da Berlino, ma anche da quell’oligarchia finanziaria alla quale non era estranea e che comunque ama politici senza testa  e dunque capaci di essere orgologliosi delle più granbdi idiozie.  Così adesso ci ritroviamo, anche grazie ai 5 stelle che furono decisivi nella sua elezione, con questa von der Leyen che da quanto emerge dall’ultimo vertice europeo è ben decisa ad istituire un passaporto vaccinale in maniera che possano viaggiare solo chi si è fatto il vaccino.

Non ci potrebbe essere nient’altro di meno scientifico e di più stupido di questo, visto che si conosce poco o nulla di questi vaccini, che la loro efficacia è modesta e comunque molto limitata nel tempo, che non impedisce ai vaccinati di essere comunque veicoli del virus, almeno per quanto riguarda Pfizer e Moderna, senza poi parlare delle varianti: dunque ci vorrebbe un passaporto ogni mese e questo per persone che al 99,99 per cento hanno ben poco da temere dal virus e il cui spostamento attraverso il continente costituisce di per sé un fattore di rischio molto più rilevante. Chi per esempio si è già vaccinato in estate potrebbe non essere più coperto, come accade per la vacinazione anti influenzale. L’obiettivo è invece quello di ridurre all’obbedienza la maggio parte delle persone, non per stroncare la malattia, ma per limitare la libertà e isolare chi resiste ai diktat della governance grigia globalista. Insomma avere il passaporto vaccinale non significa un bel nulla dal punto di vista sanitario, anzi potrebbe essere molto pericoloso dando false sicurezze, ma serve alla domesticazione delle masse. non ha alcuna importanza che il Consiglio d’Europa abbia escluso queste forme di discriminazione. Si dice, o almeno così dicono i giornali che il provvedimento servirebbe a salvare il turismo estivo, ma è una visione deformata della realtà: visto che chi si vaccina è comunque portatore del virus e l’immunità dura pochi mesi, che le persone veramente a rischio non sono in condizione di viaggiare, questo è soltanto aprire una finestra nel buio di un dramma per poi continuare la narrazione pandemica come prima e probabilmente più di prima. Forse si vuole evitare che il collasso delle economie non sia così rapido, che si voglia allungare l’agonia sia per questioni contabili che per evitare possibili sommosse.

Ma non lo si può fare semplicemente sbaraccando l’assurdo sistema di confinamenti e di distanziamenti sociale perché questo sarebbe un po’ come dichiarare la mistificazione sanitaria che viene attuata ed ecco allora che salta fuori il passaporto, vaccinale, l’ultimo degli arbitri  del potere che questa volta ha la vacanza come soggetto centrale del ricatto: e già sappiamo he molti non vedranno l’ora di sottomettersi pur di andare da qualche parte, anche se poi avrebbero potuto imparare molto più del mondo, dalle prigionie casalinghe.

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Turismo grottesco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avete visto che aveva ragione la fantascienza profetizzando gli effetti aberranti del  progresso illimitato che ci avrebbero riportato all’età della pietra?  

Avete visto che avevano ragione i complottisti, che se pure non c’era stata una cospirazione all’origine della pandemia, poi il sistema totalitario avrebbe saputo trarne profitto per toglierci diritti e conquiste, in nome di una nuova barbarie che separa sempre di più noi “umani” dai poteri egemoni, istituzionali, scientifici, tecnologici che vogliono rimuovere gli strati di ragione, sapere, conoscenza, per far posto alla loro intelligenza “artificiale” riportandoci nelle caverne?

E figuriamoci se non approfittava dello spirito  del tempo l’immaginifico Ministro Franceschini, per lanciare un nuovo brand primordiale, quello del turismo della pietra creando  un Fondo, con una dotazione di 4 milioni di euro per l’anno 2021, finalizzati alla tutela e valorizzazione delle “aree di interesse archeologico e speleologico”, grotte naturali e complessi carsici da riqualificare e valorizzare grazie a innovativi impianti di illuminazione, di sicurezza e, potevano mai mancare?  multimediali , per concretizzare anche là le promesse della digitalizzazione.

Che lungimirante, ha proprio pensato a tutto, perché “quando tornerà il turismo internazionale, ha presagito, ci troveremo di colpo ad affrontare degli eccessi di crescita, a dover affrontare il tema degli affollamenti e dei ticket d’ingresso nelle città”.  

Meglio quindi dirottare gli assembramenti e i pellegrinaggi dei forzati dello svago nelle miniere dismesse della Sardegna, nelle grotte care a Slataper, verso le buie spelonche dell’Amiata, in modo da  “distribuire equamente il turismo su tutto il territorio nazionale”, lasciando le città d’arte a disposizione di viaggiatori sopraffini in regime di esclusiva, anche grazie al contributo del Recovery Found. I cui finanziamenti benevoli e generosi serviranno alla “riqualificazione delle strutture ricettive, per non puntare su un turismo di tipo mordi-e-fuggi, bensì su un turismo di alta qualità con alta capacità di spesa”.

E lui ci ha già pensato grazie ai prodighi e fertili uffici della Cassa Depositi e Prestiti, sempre quella, che ha stanziato  250 milioni “dedicati” a resort di lusso diHotelturist S.p.A. e Valtur, TH Resorts in partnership con Club Med, a grandi catene alberghiere multinazionali, con Forte in testa.

Sempre grazie alla partita di giro dei nostri stessi soldi erogati a termine dall’Ue, per superare la crisi che ha messo in ginocchio il comparto (il 2020 si chiude con 53 miliardi di euro in meno rispetto al 2019 e per i primi tre mesi del 2021 si stima una perdita di ricavi di 7,9 miliardi di euro) il piano del titolare del Mibact che a ogni riconferma giura ancora una volta la sottomissione alle leggi del mercato, riconferma la volontà di potenziare il sistema delle Grandi Opere, purché non siano quelle celebrate nei templi della lirica, o i tesori dell’arte contenuti nei musei chiusi, o i testi sacri della lingua in archivi e librerie interdette a esperti e studiosi ai quali in cambio si promette un insensato  progetto ad hoc, un museo “dedicato”  in una Firenze che non è in grado di mantenere a disposizione del pubblico quelli civici.

E infatti si tratta invece degli interventi per realizzare o completare  aeroporti e ferrovie con treni ad alta velocità per arrivare in tutto il Paese. Così a dimostrazione dell’unità di intenti con il dicastero della collega di partito De Micheli, determinata a dare una mano ai dinamici sindaci di Parma, Pavia  e Firenze, c’è tutto un concorde fervore di opere per potenziare scali ridotti a mesta archeologia aeroportuale, e a riportare in cima alle priorità improcrastinabili la Tav, quella “storica” ma pure quella Napoli-Bari, o quelle locali, sotto le pietre e i selciati delle città d’arte, mentre in dieci mesi non è stata capace di  formulare una strategia per potenziare i trasporti pubblici zeppi di pendolari, lavoratori e studenti di serie B, colpevoli di produrre e studiare come una volta, non da “remoto”.

Ci fanno sapere che sono interventi di interesse generale perché finalmente uniranno il Sud pigro e indolente, immeritevole di tanta bellezza paesaggistica e artistica, all’opulento Nord motore di sviluppo e civiltà sia pure con qualche recente défaillance, e che potrà contribuire ai destini della madre patria adeguando i suoi territori all’Utopia dei Grandi Artefici, i Farinetti di Pea, il Briatore che vuol fare del mezzogiorno la Sharm El Sheik d’Europa, il Franceschini che sogna di convertire la Sicilia in un susseguirsi di green per il golf di americani, tedeschi e giapponesi  al cui servizio in veste di alacri caddies dovranno prestarsi i cittadini di quella Italia “minore” come la chiama lui, rispetto a quella maggiore delle città in fallimento, inquinate, espropriate dei loro beni comuni, risorse, cultura, bellezza, in modo da condannare anche i “cafoni” alla stessa sorte di moderna servitù.  

Non so voi, ma io mi sento offesa e dileggiata da un governo che ha affrontato quella che ha definito una crisi sanitaria promuovendola a emergenza sociale, senza affrontare e risolvere i problemi e gli squilibri che l’hanno prodotta e acutizzata, ma devastando il tessuto produttivo, incrementando precarietà e disoccupazione, devastando interi comparti, generando insicurezza e sfiducia e che poi ha la faccia di tolla di proporre la ripopolazione di borghi, come presepi di offrire ai visitatori in forma di ostelli diffusi con comparse e figuranti in costumi tradizionali, il business dei cammini religiosi (“abbiamo cento Santiago di Compostela”, si compiace l’inossidabile Ministro) per farci capire che non  ci resta che confidare nei santi, o il percorso delle ferrovie inutilizzate che suona come un affronto a un Paese nel quale la capitale della cultura è dotata di una stazione dalla quale non partono né arrivano treni, nel quale due convogli a gran velocità si scontrano lungo un tratto a binario unico, nel quale un treno merci deraglia in piena stazione di Viareggio, nel quale i lavoratori pendolari sono trattati come bestiame avvilito e vilipeso.

Si fa un gran parlare del Grande Reset –  tema tra l’altro del prossimo Forum di Davos, il consesso annuale dove si riuniscono i potenti della terra per decidere su questioni che riguardano la governance mondiale, contrastando le pulsioni populiste, nazionaliste e sovraniste che li minacciano – come del momento perfetto nel quale un incidente della storia può e deve trasformarsi nell’occasione per un profondo cambiamento epocale in modo che nulla torni come prima, come l’alba rosea di un nuovo giorno del nostro mondo, più equo e più sostenibile.

In realtà sarebbe più corretto chiamarlo Grande Paradosso, meglio ancora il Grande Imbroglio, se la quarta Rivoluzione Industriale mette le ali sorvolando le macerie di milioni di imprese finite, se intere geografie produttive sono state cancellate come da un terremoto, peraltro prevedibile, se le misure restrittive e repressive dei governi hanno fatto intravvedere le potenzialità di pratiche, dallo smartworking alla teledidattica, attuate in maniera occasionale, scombinata, dilettantistica sicché se ne percepisce solo l’effetto divisivo del fronte degli sfruttati, isolati e ricattabili, se digitalizzazione e automazione si traducono in slogan a fronte del ritardo strutturale percepibile dove l’accesso alla rete è disuguale e costoso, l’innovazione e ancor più la sicurezza non fanno parte dell’agenda delle imprese e tanto meno della Pubblica Amministrazione, della sua burocrazia, della ricerca scientifica consegnata all’industria privata.

È probabile anzi certo che i lampi della tempesta perfetta illuminano il declino dell’Occidente, ma è decisamente irrealistico sperare che  si faccia strada un Nuovo Migliore, incarnato da “timonieri” come Macron, Biden, Conte, Draghi, Starmer, ambientato nei vaccinifici e nella fabbriche della bugia dove si confezionano le dosi di terrore in polvere e di elettrochoc virtuale da alternare con gli esilaranti delle mance, dei ristori, delle elemosine, del Progresso.  

Tutto sommato non è una cattiva idea quella di trovar riparo nelle grotte oscure in attesa di riprenderci la luce.    


La Grancassa dei piazzisti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A chi si affida al cinema anche per comprendere e interpretare i processi e i fenomeni del sistema economico e  finanziario, dal casinò avvelenato di Gekko o del suo aspirante discepolo Bud Fox, ai grandi flop bancari insieme a Brad Pitt o alle macabre ristrutturazioni affidate ai tagliatori di teste impersonate da un feroce George Clooney, potremmo suggerire la visione di un classico: Pretty Woman. Film di culto in rosa, nel quale l’umanizzazione di una carogna tramite il tocco demiurgico dell’amore va di pari passo con la redenzione dallo status di ingordo cannibale di imprese del melenso Richard Gere, che compra aziende in difficoltà, né più né meno di Cosa Nostra o di Arcelor Mittal, per chiuderle o rivenderle a brandelli togliendo così di mezzo fastidiosi concorrenti.

Così invece di preoccuparci per le remunerazioni dei boiardi di Stato, saremmo più attrezzati a stare in campana sulla qualità delle loro prestazioni e delle finalità attribuite ai loro incarichi e al ruolo sempre più influente che hanno assunto in questi anni e in questi ultimi mesi, a guardare l’irresistibile ascesa di Arcuri, che il presidente del Consiglio vorrebbe a capo della Cassa Depositi e Prestiti, malgrado le sue recenti performance tra mascherine, banchi e app. 

Sarà per consolidare la sua candidatura e la promozione dopo i fasti di Invitalia, uno di quegli organismi più inutili del famoso “Una rosa per Maroncelli” – incaricato di portare un fiore in memoria del martire allo Spielberg, sul quale si accanirono le prime campagne sugli enti superflui – ma che in compenso  produce più danni.

Oppure  sarà per consolidare un brand già attivo,  Cassa Depositi e Prestiti è stata proprio in questi giorni promossa con gran spolvero a ancora di salvezza  del nostro turismo, come illustrato dal suo attuale Ad Fabrizio Palermo nel lanciare l’intesa con il ministero dei Beni culturali per la creazione di un Fondo ad hoc dalla dotazione sostanziosa di ben 2 miliardi.

E’ una notizia che ci fa capire meglio la natura di queste bad company, si tratti di Invitalia creata dall’esecutivo di D’Alema  e incaricata di distribuire fondi alle imprese di “nuova costituzione” o di Cassa Depositi e Prestiti, istituzione finanziaria   sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’83% dal Ministero dell’economia e delle finanze e per circa il 16% da diverse fondazioni bancarie, autorizzata a  agire come una banca di Stato, investendo   nel capitale di rischio delle  grandi imprese “profittevoli e ritenute strategiche per lo sviluppo del Paese”.

Tutte e due rivelano la loro vera vocazione e l’indole dei manager chiamati a dirigerle, assimilabili alla corporazione dei diplomatici o dei Pr, equipaggiati di dorate rubriche coi nomi di major bulimiche, di gadget succulenti  in cambio dei quali è immaginabile che arrivino favori, voti per i governi in carica, protezioni e altre poltrone sempre pronte per i loro augusti lati B.

Ci vuol poco a capire che si ha a che fare con enti vocati all’assistenza senza condizioni di grandi aziende ormai tutte multinazionali con sedi disseminate nell’impero, che si scapricciano  e accreditano mettendo su una produzione “a perdere” nel terzo mondo italiano, o che si fanno cofinanziare l’acquisizione di qualche impresa decotta o sofferente, annettendosi il know how per trasferirlo in sedi più idonee, dove le remunerazioni sono più basse così come i diritti e il rispetto dei requisiti di sicurezza ambientali.  

E siccome ormai l’Italia se la batte con il Bangladesh tanto che resta il paese di Bengodi anche per i Benetton, gli esempi non mancano sulle iniziative promosse da Invitalia per “assistere” grandi imprese che vogliono insediarsi da noi, come  Rolls Royce che ha impiantato uno stabilimento a Avellino subito in perdita su cui scaricare cifre in rosso e  deplorazione unanime per le insane richieste del personale. O per sostenere una cerchia di imprenditori spregiudicati a aggirare le regole mettendosi sul bavero la rosetta legittimatrice degli “aiuti di Stato”, come il resort della costiera amalfitana cui sono stati abbonati alcuni reati: combustione di rifiuti speciali, sbancamento terreno e opere edili in odor d’abuso.

Il segreto è sbandierare i quattro soldi dati a una selezione di start up di rampolli velleitari e creativi di buona famiglia e un paio di regalie a aziende terremotate delle quali fare pubblica ostensione, e il gioco è fatto. Così il malloppo si indirizza verso potentati di settore, magari aiutati dalla narrazione profittevole della “ricostruzione” dopo il confinamento, che ha dimostrato come anche senza complotti e senza cospirazioni, a morire economicamente sono i piccoli, i meno protetti, i più esposti a ricatti e espropriazioni indebite.

Basta leggersi per l’appunto il programma di investimenti nel turismo concordati da Cassa Depositi e Prestiti e quel bel tomo dell’autoreggente (il  copyright spetta all’Espresso) Franceschini, il ministro dei Beni Culturali sempre vigente che ha fatto del consumo turistico del Paese la sua bandiera. Quello per intenderci contro il quale i 5stelle organizzarono una manifestazione di piazza, lo stesso la cui riforma venne smantellata dal ministro Bonisoli del primo governo Conte e ora col secondo governo Conte viene ripristinata.

 E così il tandem dell’ospitalità ha deciso di istituire un  bel Fondo ad hoc dalla dotazione sostanziosa, ben 2 miliardi che, cito, “punterà sulle strutture “iconiche” che rappresentano l’eccellenza della tradizione italiana, come la storica Villa Igiea a Palermo, già dimora della famiglia Florio”, grazie, cito ancora, a “un modello non invasivo che punta a sostenere e investire in sviluppo e ammodernamento delle strutture. Agli attuali proprietari potrà infatti essere concesso un diritto di riacquisto da esercitare in un arco di tempo ‘congruo’, con la possibilità di reinvestimento dei proventi della vendita nell’attività di gestione”.

Non so a voi ma a me ricorda tanto la carità europea, che si prende i nostri soldi, , poi ce li concede a patto che eseguiamo i suoi ordini, caricandoli di condizioni e interessi e infine se non ubbidiamo agli ordini ci espropria dei beni, ci fa vendere le isole e le orchestre e i palazzi, insomma quello che costituisce la nostra “attrattività”, lasciandoci con le sole pezze al culo.

Ma tanto a patire della morte di Covid del turismo sono le realtà minori, attività commerciali individuali, piccoli hotel, strutture con dipendenti a casa da mesi cui non arriva la cassa integrazione, proprietari e gestori che si arrangiano facendo i pony, ristoratori che hanno tirato giù la serranda col cartello “chiuso per ferie”, ma da qui all’eternità.  

Mentre, ma guarda un po’ che sorpresa, i destinatari del Fondo si rivelano essere Rocco Forte e Th resort e il suo pilastro consiste nella “valorizzazione degli asset immobiliari” puntando su “un turismo di qualità e con capacità di spesa, colto e che apprezza e rispetta la fragilità del nostro paesaggio”.

Almeno si fa piazza pulita dell’ipocrisia, cancellate le concessioni al diritto di essere tutti insieme nello stesso tempo e nello stesso posto a consumare bellezza e cultura, finalmente restituiti a quelle élite che le sanno comprendere e godere. Che pagano caro e quindi se le meritano!

Basta con quella marmaglia probabilmente populista che pensa di essersi conquistata il privilegio di fare la fila agli Uffizi, sdoganati dall’influencer sdoganata anche lei in qualità di fiera partigiana, basta con quegli straccioni che si accontentano di dormire sui letti a castello della stanza di nonna adibita a B&B, per anni considerata la nuova frontiera dell’imprenditorialità individuale creativa.

Resta un dubbio:  questa cerchia, superiore socialmente e culturalmente, che dovrebbe appagarsi delle nostre città, dei nostri paesaggi, delle nostre opere d’arte, fino a volersele comprare, chiuderà un occhio sui reperti risparmiati dal vulcano ma ridotti in rovina da incuria e abbandono, sui musei chiusi per mancanza di personale o per legittime rivendicazioni, sugli archivi proibiti a studiosi e studenti, sui centri storici allagati a ogni temporale, dove gli alberi si suicidano sulle auto per assenza di manutenzione?

Ma non sarà che la conversione di fabbriche in monumenti di archeologia industriale, la voluta trasformazione di crisi e danni poco rilevanti in emergenze incontrastabili, fanno parte del progetto di mettere in vendita il Paese con tanto di piazzista che in TV magnifica le offerte del mese, manco fosse Divani & Divani, tra mance, premi ai bancomat- victim, vaccini gratis, e banchi a rotelle, che l’unica cosa fissa e stabile sono le loro poltrone inamovibili che resistono meglio di prima alla riduzione di numero.


Venezia malata, navi “sane”

ve ve Anna Lombroso per il Simplicissimus

Molto meglio di trattati di sociologia, antropologia, economia ha illustrato la questione afroamericana Cassius Clay che raccontò di essersi accorto di non essere più negro quando divenne  “The Greatest“. Perché si sa che, gratta gratta,  sotto alle differenze e alle disuguaglianze e discriminazione  che ne derivano, siano di genere, religione, etnia, pigmentazione. spunta sempre quella di classe.

E quindi il venditore di parei colorato e islamico in Costa Smeralda è malvisto a differenza del compratore di  spiagge colorato e islamico ma esponente dinastico degli emirati.

Altrettanto, è perfino banale dirlo, fanno le ultime misure governative nel contesto del prolungamento dell’emergenza, selezionando accuratamente chi fa scalo nei nostri porti a seconda, più che della stazza, del pescaggio, del tonnellaggio, del ceto dichiarato dei passeggeri, accogliendo entusiasticamente i forzati delle crociere che si affacciano festosamente dei ponti delle navi condominio facendosi i selfie davanti al Giglio e a San Marco, mentre vengo respinti irremovibilmente quelli che arrivano già disperati, certamente più di quanto lo saranno gli ospiti di Costa Crociere dopo il salassi di extra che rappresenta il vero business dei nuovi corsari.

E siccome secondo il Presidente del Consiglio del Paese dove il turismo costituisce il 13 del Pil, è arrivato il tempo “ di non pensare a nuove restrizioni, ma di sostenere una effettiva ripartenza”, le navi da crociera  “devono ricominciare a viaggiare perché il turismo è un pezzo fondamentale della nostra economia”, contribuendo all’auspicato ritorno alla normalità che significa, con tutta evidenza, che  bastimenti a più piani sono autorizzati a sfiorare i masegni di Piazza San Marco attraversando sfrontatamente il Bacino un tempo solcato dal Bucintoro, o che le  città d’arte si debbano disporre grate e riconoscenti a essere invase da carovane di turisti ciabattoni, in fila dietro a un ombrellino, accaldati, frastornati, tuttavia compresi  e convinti del diritto meritato a usare bellezza, cultura, storia come una merce da consumare frettolosamente in una triste replica dell’alienazione in fabbrica, in ufficio o alla mensa.

Mi immagino già la reazione di chi pensa che l’appartenenza alla costellazione progressista imponga di approvare il turismo di massa come una conquista popolare che la sinistra antagonista combatte per mantenere un’esclusiva in regime di monopolio del godimento del patrimonio artistico e culturale grazie all’esclusiva e elettrizzante convinzione di poter avere il mondo a propria disposizione.

Il fatto è che appena usciamo da casa siamo turisti  che vogliono stare dove non ci sono altri turisti, che detestano il turismo, fenomeno accettabile finché era privilegio di pochi, prima che i bus multipiano sostituissero i vettori del Grand Tour, prima che i residenti delle città d’arte venissero assediati, espropriati e espulsi da quelle che interpretano non a torto come orde barbariche indifferenti alla cura e tutela dei loro beni. Quelli che,  a leggere le cronache e a guardarsi intorno,  insozzano e deturpano a fronte di benefici sempre più ridotti, posseduti da  un immaginario colonizzato grazie al quale si aspettano che gli invasi si adeguino alle loro aspettative inscenando una realtà – spettacolo come figuranti e addetti di un parco tematico allestito a loro uso.

E figuriamoci se questi esigenti spettatori invece di camminare per calli e campi, sono abilitati a osservare distrattamente  dal ponte n. 7 di una nave il muoversi frettoloso di formiche sullo sfondo di una città condannata a location, ridotta a  scenario di cartapesta di una commedia di Goldoni, nell’anticipazione probabile dell’affondamento morale e materiale dell’arrogante Serenissima che adesso che è al loro servizio si fa pagare 15 euro un caffè.

Quelli che guardano al turismo di massa come alla minaccia mossa contro una prerogativa sociale finora mantenuta da una èlite sociale e morale, dotata degli strumenti messi a disposizione da una istruzione “superiore”, ma ancora di più quelli che ritengono che costituisca un diritto inalienabile pigiarsi davanti alla Gioconda, viaggiare stipati in un aereo low cost, dormire in un B&B senza nessuna caratteristica di confort, dovrebbero invece cominciare davvero a pensare a come l’industria del “viaggio” (il turismo, secondo l’antropologo apocalittico Malcom Crick,  rappresenta il più formidabile movimento di popolazione umane al di fuori del tempo di guerra) sfrutti  e oltraggi non solo il nostro territorio, ma anche il nostro immaginario, la nostra percezione dei luoghi e della vita degli altri, dove gli stereotipi, quelli del pittoresco e della tradizione, diventano i prodotti più taroccati nell’outlet della storia.

C’è chi dice che questo processi di imbalsamazione risponde al bisogno di passato come risarcimento per quello che la modernità ha distrutto o rimosso. E che assomiglia alle liturgie delle giornate della memoria, di quella della donna, del Primo maggio, celebrazioni una tantum di qualcosa che ha perso senso, di qualcosa che per 364 giorni viene sottoposto a un oblio consolatorio della coscienza.

È probabile che sia così soprattutto in un Paese dove riforme dell’istruzione di marca “progressista” hanno provveduto a ridimensionare lo studio della storia, a cancellare l’educazione civica e la storia dell’arte, dove proprio oggi, a fonte della liberatoria per le navi da crociera, restano e resteranno vincoli e limitazioni per l’accesso all’istruzione pubblica che confermano la lesione di un diritto fondamentale e che dovrebbe essere uguale per tutti.

Ma  purtroppo la trasformazione di Venezia in mummia da rimirare preferibilmente  dall’alto, è stata avviata.

E il paradosso è che – come ormai succede per quasi tutte le città d’arte, sottoposta al maquillage degli impresari per presentarsi bene in occasione del suo fastoso funerale, Carnevale, festival, Redentore, Regata, e per essere esposta a pagamento al compianto  di chi vorrebbe accelerare la sua fine, magari per essere presente durante lo spettacolare inabissamento o quando il mostro marino per forza d’inerzia abbatte i quattro cavalli –  a trarre profitto dai benefici della mercificazione non sono gli abitanti, nemmeno i connazionali, bensì multinazionali fantasmatiche di armatori, immobiliaristi che beneficiano della cacciata dei residenti, catene commerciali che hanno preso il posto dei negozi e delle attività tradizionali, compagnie turistiche 200 anni dopo Thomas Cook insieme alla gang di AirBnb che ha, anche grazie al Covid, estromesso i piccoli che affittavano la stanza in più consolidando invece il monopolio speculativo dei grandi proprietari.

Ormai Venezia è, come ebbe  a dire Mary McCarthy, l’album pieghevole delle sue cartoline, da quando si è fatta strada ingenerosamente anche grazie a un ceto dirigente locale reo di tradimento, che la città sia “patrimonio mondiale” condannandola a assomigliare sempre di più alla sua imitazione a Las Vegas per appagare l’aspettativa distratta dell’immaginario collettivo dei 30 milioni di visitatori (secondo i dati di Paolo Lanapoppi) che ci capitano ogni anno.

Sono loro i veri city users che bivaccano in piazza, fanno pipì in canale, nuotano in Piazza allegramente durante l’acqua granda, vanno in monopattino su e giù per i ponti, ai quali si vorrebbe contrapporre un turismo sostenibile, educato, politicamente corretto, ambedue irriguardosi del destino di una città che prima di essere patrimonio dell’umanità è ancora fatta di gente, poca, memoria, molta ma minacciata, vocazioni, represse, gente costretta nel migliore dei casi a diventare guardiana della sua stessa “casa” convertita in museo, dove arriva la mattina dalla terraferma per poi far ritorno la sera in altri posti senza identità se non quella di bacino di servizio al luna park lagunare.

C’è poco da sperare, la grande menzogna dei benefici immediati e tangibili dell’oltraggio si è affermata. Lungo le tratte segnate dai corsari si avvicinano le loro navi da guerra pronte a rovesciare nella città  nei giorni di maggior afflusso oltre 35 mila persone, che producono costi sociali e ambientali ingentissimi: inquinamento dell’aria, del mare, elettromagnetico e acustico, alterazioni dell’equilibrio morfologico della Laguna, indebolimento delle fondamenta, iperproduzione di rifiuti, incremento della pressione antropica.

Effetti questi che non sono minimamente comparabili ai benefici, grazie a un sistema che concentra e privatizza i profitti mentre socializza i danni e che carica i costi su chi non trae reddito né vantaggi, i residenti che sopportano un prezzo di circa 6 mila euro l’anno pro capite, mentre i profitti vanno ai titolari delle agenzie, a società che non hanno sede a Venezia, agli armatori, ai fornitori dei servizi e  dei rifornimenti, a quei soggetti cioeè che hanno in mano anche la gestione dello scalo portuale grazie alla privatizzazione del Vpt (Venice Port Teminal, non a caso nello slang dell’impero), quella cordata di armatori riunita nella società  Venezia Investimenti in combutta esplicita con la Regione in virtù del suo “braccio” finanziario “Veneto Sviluppo”.

Sono sempre loro che già contrattano le alternative al passaggio in Bacino grazie a nuove vie d’acqua la cui realizzazione è ovviamente affidata al soggetto che ormai opera in regime di esclusiva riunendo in sé tutto e il contrario di tutto, scavi e riempimenti, sporcizia e pulizia, opere e controllo sulle opere, quel Consorzio Venezia Nuova sotto la cui gestione dispotica e assoluta corruzione, malaffare e inefficienza hanno agito a norma di legge.

I futuristi di ieri volevano uccidere il chiaro di luna e l’abuso di stereotipi  romantici incarnati dal mito passatista di una città “estenuata e sfatta da voluttà secolari”, colmando “i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi”, bruciando “le gondole, poltrone a dondolo per cretini”. I futuristi di oggi hanno fatto di più, hanno ucciso Venezia.  

 

 

 


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