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Arcadia infelix

covir Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non tutti i mali vengono per nuocere. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E chi ti dice che sia una fortuna, e chi ti dice che sia una disgrazia.

Succede sempre che quando siamo alla canna del gas, qualcuno tiri fuori la cara, vecchia saggezza popolare: in tempi di carestia nessuno soffre di diabete, alla guerre succede la benefica ricostruzione, il grande massacro ha favorito l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e così via.

E da tempo esiste una corrente gastrofilosofica che ci raccomanda di approfittare della crisi per allestire l’orticello autarchico in poggiolo, che invita a tornare alle ricette della nonna gettando alle ortiche, peraltro ottime nella frittata, i 4 salti in padelle di mamme lavoratrici part time negligenti, insieme a lauree in dottrine fino a oggi propagandate, per dedicarsi – anche in questo caso grazie ai nonni, a occupazioni che prevedono un sobrio ritorno alla natura e alla manualità creativa, intrecciando cesti, producendo un  numero limitato di vasetti di yogurt vegano di latte di mandorla da scambiare con l’augurabile riproposizione del baratto.

Pare siano queste le nuove frontiere della decrescita felice.

Peccato che ci caschi anche qualche intelligente opinionista che dimostra nelle pieghe delle sue convinzioni una appartenenza elitaria e un carattere “aristocratico” inestinguibili. È successo a Montanari che ha somministrato sul Fatto una lezione di positività al virus, citando Sant’Agostino: “Ex malo bonum”, per dimostrare che anche dal pessimo Covid19 avremmo il modo di ricavare qualcosa di buono. La faccia benevola del mostro bifronte come Giano, e come il progresso che con un incremento delle disuguaglianze e dello sfruttamento ci reca – almeno finora- il contrasto a tremendi morbi e tecnologie prodigiose,  consisterebbe nella “decisa frenata della turistificazione di città come Venezia o Firenze, che hanno improvvisamente perso circa la metà delle prenotazioni, e che in questi giorni appaiono belle e accoglienti come non lo erano da trent’anni almeno. Una tragedia economica, un paradiso civile e sociale

Prima di lui la stampa straniera, quella anglosassone in particolare, si era beata di panorami dimenticati, dei passi lenti che risuonano sull’antico selciato di città d’arte finalmente deserte e silenziose, dell’inusuale privilegio di non stare in fila davanti a Giotto o all’ingresso del Colosseo. Almeno lo storico dell’arte fiorentino, impegnato non solo nella sua disciplina ma su fronti civili e politici,  si interroga e si augura che quella  “clamorosa contraddizione” ci insegni qualcosa “sulla follia di un modello che distrugge inesorabilmente la “bellezza” che vende”, con un auspicio: “ Se per cambiare vita abbiamo spesso bisogno di un trauma. Ebbene, per cambiare vita tutti insieme sarebbe saggio farci bastare questo trauma: il prossimo potrebbe non lasciarcene il tempo”.

E’ che nulla intorno fa pensare che siamo attrezzati a ricevere e far tesoro di questo insegnamento. Ma soprattutto in quale sacra scrittura è stabilito  che sia necessario che si produca un danno che colpisce indifferenziatamente tutti, ricchi e poveri, nobili e umili, per rovesciare i processi che hanno reso i primi più forti, potenti e abbienti e i secondi più indigenti e sofferenti? Che ci debba essere una livella che si abbatte indiscriminatamente su colpevoli e vittime – che poi nemmeno quella è giusta se a ogni posto letto tagliato nella sanità pubblica ne corrisponde uno sontuoso e selettivo in quella privata –   per riprendere nelle mani responsabilmente la nostra vita, per riappropriarci di diritti e prerogative rubati, per assaporare l’assenza o la fine di un dolore acuto come fossero piacere e felicità. A ben altro dovremmo aspirare.

E infatti non bisogna essere anarchici insurrezionalisti per osservare e adirarsi se gli  effetti della pestilenza che svuota le città d’arte, i cinema, i ristoranti, gli hotel, non solo non cambieranno i programmi del sistema economico e finanziario ma già ora incidono ben poco nelle tasche delle multinazionali di turismo, delle società immobiliari che hanno cacciato i residenti dai centri storici per trasformare il tessuto abitativo in alberghi diffusi, delle majors del commercio che hanno ridotto in miseria artigiani e attività tradizionali sostituendoli con le cattedrali del lusso e con le loro merci tutte uguali a ogni latitudine.

Chiunque è abilitato a capire che, per i corsari delle crociere che si sono arricchiti grazie all’insano attraversamento della città più delicata e vulnerabile del mondo e che a un mese dall’allarme vanno girovagando per il mondo pressoché intoccati da misure di sorveglianza e profilassi sanitaria, una interruzione dell’attività porta a un perdita irrilevante che si contrasta producendone una ingente, decisiva, fatale su personale assunto con contratti atipici, con patti precari e illegittimi.

O che le grandi catene alberghiere, comprese quelle del turismo religiose nelle mani sicure e abili di soggetti esenti da tasse e balzelli, possono permettersi una pausa che scaricano sui lavoratori, con licenziamenti a raffica, a meno che non si tratti di addetti in tonaca e saio. O che perfino per i grandi musei si tratta di una sgradita perdita di lustro, una interruzione che nuoce alla fama di direttori manager intenti a fare marketing con mostre estemporanee che impegnano investimenti in falsi miti, coperture assicurative per l’export di pezzi unici messi a rischio per megalomania e fosche ambizioni professionali, ma infine il passivo si risolve limitando al vigilanza, eliminando gli ingressi gratuiti, riducendo la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Altro che incidente della storia purificatore e evolutivo: come al solito a pagare sono quelli che stanno sotto, infetti, portatori sani, perfino i salvati dal virus ma non dalla miseria che sa sempre dove andare a colpire.

La speranza di Montanari fa il paio con altre convinzioni che un tempo sarebbero state definite radical chic, ma che, perfino quelle, hanno perso il connotato del radicalismo, se Podemos o Sanders paiono estremisti, se per antifascismo si spaccia la condanna alla comunicazione inelegante di uno sbruffone che nutre il suo mito grazie alle contestazioni più di affini che di contrari.

Si tratta di quelle, tanto per restare in tema,  secondo le quali è arcaico e autolesionista non assecondare i trend dello sviluppo che segnano per gli italiani un futuro di operatori turistici, di affittacamere tramite B&B, non solo perché così vuole la modernità, ma anche perché così si risparmierebbero le generazioni future che non hanno le spalle coperte grazie a destini dinastici, dall’emarginazione e pure dalla fatica fisica, grazie a quel felice matrimonio tra flussi turistici e grandi piattaforme tecnologiche grazie al quale se si è con l’acqua alla gola, di fa i locandieri con casa di babbo e mamma, dormendo da piedi.

Basta pensare a  quel paradosso del consumismo progressista che alimenta l’apologia del turismo di massa come veicolo di democratizzazione e che altro non è che cinica manifestazione di supremazia oligarchica, secondo la quale è equo e giusto che il viaggiatore non acculturato, non privilegiato, mangi male, sfiori la bellezza con davanti altre centinaia di teste immeritevoli quanto lui che gli impediscono di vedere la Ragazza con l’orecchino di perla, catalizzatrice di interesse effimero per via di un brutto polpettone. E che per giunta venga sfruttato dai soliti padrone grazie alla mercificazione del tempo libero e del consumo culturale e del paesaggio, secondo la legge fordista: dare un po’ di straordinari agli operai in modo che si comprino i ferrovecchi che producono.

Una sola lezione dovremmo apprendere dalla peste, la rivelazione che c’era già prima e che se ci ha infettati, forse potremmo guarire riprendendoci le decisioni, la libertà e la vita.

 

 

 


La porti un virus a Firenze

UFFICIO STAMPA COMUNE DI FIRENZEAnna Lombroso per il Simplicissimus

Bisogna proprio che ringraziare Nardella, che non tradisce mai. Quando alla vostra blogger sembra di non avere spunti e provocazioni per un post, ecco che il sindaco di Firenze le viene in soccorso con una delle sue trovate.

Quella più recente, intorno alla quale ferve il dibattito tra addetti ai lavori, virologi,  clinici, amministratori e citrulli di varie specializzazioni, consiste nella decisione di contravvenire alle regole di profilassi e pure alle indicazioni del Ministro dei Beni culturali, aprendo i musei di Firenze gratis nel fine settimana dal 6 all’8 marzo.

«Credo che l’Italia debba promuovere la più grande campagna di promozione turistica del Paese mai realizzata finora, ha dichiarato,  abbiamo bisogno di questo, non solo delle azioni delle singole città. Fiorentini e turisti potranno approfittare di questa occasione e ritrovare nei nostri musei l’entusiasmo dell’essere comunità contro la paura».

Non l’avesse mai detto. Insorge lo Schweitzer de noantri, che con le sue consuete tinte pastellate ribatte “il virus ringrazia”. E lui, pur  rinnovando stima e ammirazione per lo scienziato,  tanto da chiedergli di collaborare forse nella guardiania e biglietteria  « Ciò che vogliamo dire al mondo, contesta,  è che Firenze non chiude…. Con tutte le cautele e le attenzioni che questa emergenza ci impone e nel rispetto delle ordinanze di regione e ministero, dobbiamo affrontare anche un’altra emergenza pesante, quella economica e dei posti di lavoro».

D’altra parte si sa che cosa sta a cuore, non a caso dalla stessa parte del portafogli, al primo cittadino della città del Giglio: consolidare la vocazione di Firenze città dell’accoglienza,  anche di extracomunitari, purchè provenienti dagli Usa, con eccezion fatta per ragazzotte wasp che con costumi azzardati e trasgressivi provocano reazioni troppo esuberanti di giovanotti sanguigni, dal Canton Ticino o dalla Gran Bretagna, mentre in qualità di efficiente esecutrice delle disposizioni in materia di ordine pubblico penalizza doverosamente lavavetri, mendichi, allestitori di kebab che macchiano reputazione e oltraggiano il decoro.

Come non trovare lodevole questo amore per la città e per il Very Bello italiano, secondo i dettami del ministro in carica che scelse questo slogan per la campagna di valorizzazione del Paese anche attraverso la celebrazione della sua lingua che in Toscana avrebbe avuto la sua culla.

E infatti dobbiamo a lui tutta una serie di interventi nel segno della continuità con l’augusto predecessore: la concessione di spazi pubblici di eccezionale valore artistico come location per eventi di importanti società e imprese in modo da animarli e vivificarli, perché non si riducano a musei sepolcrali, che si sa, come diceva il Renzi – quello che si era convinto che profeticamente dietro al suo scranno di sindaco Leonardo avesse buttato giù per lui il più strabiliante affresco epico, “valgono solo se fanno cassetta”, o se si possono mangiare in mezzo a due fette di pane, come asseriva un influente ministro dei governi del suo padre putativo.

Sempre con proterva determinazione e sprezzo del ridicolo oltre che dell’impatto ambientale, persegue e vuol coronare la festosa distopia dell’Alta Velocità applicata su scala urbana, addirittura con un  buco fotocopia bonsai della Tav, già costato oltre 800 milioni, 450 metri per 60, profondo 10.

C’era stato qualcuno che si era opposto a suo tempo, il presidente della regione Rossi, le cui ragioni sono ondivaghe e effimere come lo schieramento dentro al comune partito, ma più casuali delle relazioni col mondo del cemento. E infatti i due si sono trovati in perfetta sintonia sulla necessità imprescindibile di ampliare l’aeroporto di Peretola con un  progetto talmente insensato, dietro alle cui quinte si cela il solito Luca Lotti, da suscitare la reazione perfino del Consiglio di Stato che ha  preso atto di “un difetto di istruttoria e l’irragionevolezza del giudizio positivo espresso dai ministeri coinvolti sul decreto di valutazione di impatto ambientale”, certificando che “l’illegittimità dei provvedimenti impugnati comporta la necessità di rinnovare il procedimento”.

Ma lui non si arrende, va avanti  nella piena consapevolezza “della necessità dell’Aeroporto di Firenze di dotarsi di una nuova pista e di un nuovo terminal per rispondere alle evidenti criticità infrastrutturali dello scalo” perché vuole Firenze capitale e lui vicesindaco d’Italia, che il primato si sa spetta a Lui.

E insieme a un Grande Aeroporto che riceva un pubblico in realtà sempre più ridotto come dimostrano le statistiche sul turismo anche prima del virus, vuole anche un Grande Stadio per la Grande Squadra viola, delle Grandi Olimpiadi da tenere in felice combinazione con Bologna, un Grande Albergo diffuso:  senza ritegno è andato in giro a svendersi pezzi di città grazie alle brochure partorite negli uffici del Comune,  a corredo dell’elenco di immobili che potrebbero godere  di dilazioni, riduzioni e cancellazione dell’Imu e della Tasi, oltre alla  possibilità di ampliare fino al 20% la superficie della trasformazione per gli immobili, in barba al “volume zero” fiore all’occhiello del predecessore,  oggetto di tour promozionali in giro per il mondo da fare invidia a Carlino,  quello che trasforma i sogni in solide realtà. In questo caso stabili enormi, vecchi depositi del tram, ville, l’ex tribunale di San Firenze, l’immobile con l’arco di piazza Repubblica, l’ex Manifattura Tabacchi,  l’area delle ex Officine grandi riparazioni, il complesso,  la Cassa di risparmio di via Bufalini, palazzi in via di Quarto a Careggi, e anche il convento cappuccino di via dei Massoni, Poggiosecco e il Teatro Comunale.

Il fatto è che l’ometto, il vice del Lorenzo il Magnifico di Rignano, ha Grandi Ambizioni, anche se pare sortito da una commedia vernacolare del filone toscano di Pieraccioni e Panariello e malgrado cerchi di mascherare l’origine campana con un accento lavato in Arno.

Sotto l’ombrello materno della fortezza europea appartiene alla cerchia di chi si vuol rosicchiare un po’ di sovranità affaristica e privatistica con arrischiate tentazioni autonomiste e federali, che non hanno la grandezza della Lega o del Pd di Bonaccini, riducendosi a qualche espediente bottegaio, a qualche disubbidienza ai comandi centrali, a qualche iniziativa autarchica, a dimostrazione dell’aspirazione a ritrovare e consolidare quella bella e progressiva indipendenza dell’epoca dei principi.

Non è granchè ferrato in storia però, perché si dimentica che la peste quella vera, quella del Decamerone, seguiva un’epoca di crisi profonda prodotta proprio da un sistema economico che aveva dimostrato le sue perversa indole all’avidità e all’accumulazione, alla speculazione e allo sfruttamento, culminata nel fallimento dei Bardi e dei Peruzzi e dei malcapitati investitori caduti nella loro rete criminale, una crisi che aveva affamato  la popolazione, ridotto l’assistenza degli enti benefici e della Chiesa occupata grazie agli uffici della Confraternita dei Capitani di Orsanmichele a svolgere le funzioni di curatori si, ma fallimentari, esponendola al contagio.

E siccome siamo realistici c’è da dubitare che Nardella abbia preso esempio dal passato, quando, come scrive Carlo Maria Cipolla in un arguto pamphlet dedicato all’Italia di allora “i fiorentini trassero le loro logiche conclusioni: piantarono il commercio e la banca, si diedero alla pittura, alla cultura e alla poesia”. Si racconta che iniziò così, là dove era passata la nera signora con la falce, il Rinascimento.  Ci credete davvero al nuovo Rinascimento di Nardella, Renzi, Lotti, Rossi, dei banchieri del Mps e dell’Etruria?

 

 


Morire di ospitalità

venezia-affittasiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ormai accertata la trasformazione delle città da metropoli, in megalopoli e infine in necropoli, a imitazione di quei siti archeologici che non riusciamo a immaginare che siano stati popolati da gente che nasce, vive, lavora, ama, canta, ride, piange, scrive, legge, ma solo da satrapi, faraoni e tiranni, imperatori e regine impegnati a lasciare l’impronta della loro sfacciata crudeltà tramite piramidi, tombe e monumenti funebri che ne celebrano la potenza in vita e nel ricordo imperituro.

Succede nella grandi e estese urbanizzazioni, ma anche nei piccoli borghi, dove i centri storici si desertificano per l’espulsione forzata dei residenti costretti a lasciare la città in mano ai predoni immobiliari, agli speculatori che svuotano le abitazioni per farne gli uffici delle grandi banche, gli hotel dove ospitare la clientela della fabbriche del turismo, le sedi delle multinazionali e i residence per le loro cerchie di globe trotter de luxe.

Ha certamente contribuito anche quella piccola startup di san Francisco, cresciuta a dismisura che si chiama Airbnb e che negli anni ha catalizzato centinaia di migliaia di piccoli proprietari e affittuari, che inizialmente hanno costituito la base di massa della piattaforma, ma che oggi soffrono della pressione e della concorrenza che li sta divorando, i detentori di  una rete di abitazioni, spesso agenzie multinazionali o grandi proprietà che riescono a garantirsi un reddito costante senza soffrire delle incertezze del mercato immobiliare.

Circola in questi giorni una classifica di Infodata che registra la presenza di Airbnb nelle città europee e che colloca al primo posto  dei centri occupati militarmente dalla piattaforma, Porto con 454,78 appartamenti ogni 10mila abitanti,  seguita da Lisbona e Copenhagen, mentre Venezia e Firenze sono “solo” quinte e seste. Ma la statistica  riguarda   gli alloggi “registrati”, non prendendo in considerazione quelli sommersi e clandestini, che non pagano oneri fiscali e si sottraggono a ogni genere di controllo, e nemmeno tiene conto del rapporto tra residenti e “passanti” la cui permanenza è variabile.

Così l’algida aritmetica non rende l’idea del danno economico, sociale, culturale e morale  del contributo che questa forma di sfruttamento delle città ha dato alla gentrificazione, una parolaccia derivata all’inglese per definire il processo di trasformazione di un quartiere popolare  in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. Sinonimo questo, adottato in campo urbanistico,  di “valorizzazione” termine impiegato dal liberismo selvaggio per specificare, tanto per fare un esempio, lo sfruttamento di foreste per fornirci di parquet o per allevare in forma intensiva la materia prima degli hamburger.

E infatti si tratta di un prodotto tossico come certi fondi e certi titoli,  promosso dai governi nazionali e locali e finanziato dal debito per il suo un duplice effetto: quello di congelare sia pure temporaneamente il malessere delle nuove classi disagiate strangolate dai mutui e dalle spese condominiali e dal fisco  contribuendo a integrare i bassi redditi di piccoli proprietari e inquilini, offrendo un  reddito perlopiù sommerso e parassitario a figli e nipoti che si integrano nelle magnifiche sorti e progressive della gig economy   diventando affittacamere digitali e globali, e quello di limitare l’offerta delle case in affitto normale  facendo lievitare i valori degli immobili e dei canoni di locazione, espellendo l’indesiderato  ceto medio-basso.

È un fenomeno che viviamo ogni giorno, a Testaccio, a Trastevere, al Pigneto e alla Garbatella investite dalla movida degli apericena coi tavolini sul marciapiedi a godersi la memoria estinta del ponentino, sui Navigli, in quei quartieri che perdono il carattere abitativo per diventare folclore e attrattiva turistica e dove in ogni stabile campeggia almeno una insegna di casa-vacanze,  B&B, affittacamere, punte visibili dell’iceberg di passaparola del mercato sommerso di stanze coi letti accatastati, poche pulizia, bagni in comune e scontrini per il caffè al bar di sotto. Ma si verifica anche tra i masi di montagna delle Alpi, nella campagna un tempo felix intorno alla Reggia di Caserta, nei borghi abbandonati e solitari del Molise dove l’unica popolazione che intravvedi passando è di anziani davanti al bar con la serranda tirata giù a metà,  o in quelli della Lucania dove qualche basilisco cerca di tirare a campare  entrando nel brand di manager dell’accoglienza con l’offerta della casetta di nonna o del rudere pittoresco tra gli ulivi.

Così il veleno che ha intossicato le aspettative degli indigeni e quelle di chi arriva contagia tutto, si perdono i caratteri identitari delle popolazioni, delle attività, delle relazioni e delle memorie per convertire le città in parchi a tema, con i “residenti” che magari dopo aver dato le chiavi e le istruzioni per l’uso vanno a dormire in periferia, ridotti a figuranti, comparse e inservienti. Mentre ai turisti si spaccia una imitazione della vita di una comunità che non c’è più, falsificata, taroccata e banalizzata, desiderabile sfondo per selfie.

Non a caso sono rare le sacche di resistenza al processo, le associazioni e le organizzazioni, i movimenti sociali che combattono la pacchiana ristrutturazione e valorizzazione, i cambi di destinazione d’uso, le svendite del patrimonio immobiliare pubblico accompagnato dal trasferimento dei servizi essenziali fuori dalla “cerchia delle mura”, l’aumento ingiustificato dei prezzi dei generi di consumo accompagnato dall’espulsione delle attività sostituite dai supermercati e dai centri commerciali o dalle catene di distribuzione di merci uguali in tutto il mondo.

Sono pochi ancora e non hanno la visibilità e l’appoggio di fermenti cari all’establishment. E non c’è da stupirsene, pensando a Venezia dove  disposizioni urbanistiche che hanno promosso cambio d’uso di tutti gli immobili classificati come abitazioni anche se sfitti o disabitati (escludendo solo i piani terra), leggi regionali e delibere comunali che hanno liberalizzato e incentivato la trasformazione ricettiva degli appartamenti e delle singole stanze, hanno investito la città e le sue isole, travolte dal dilagare di nuovi alberghi, pensioni e residenze turistiche. O a Firenze, storicamente afflitta da sottoccupazione dove l’unica “opportunità” viene monocoltura della  “fabbrica del turismo”, che vampirizza il patrimonio artistico e culturale che estrae, che consuma, ma che non sa né tutelare né riprodurre.

Prevengo  i fan del cosmopolitismo al posto dell’internazionalismo che obietteranno che è un formidabile progresso offerto dalla globalizzazione la possibilità di muoversi, viaggiare, conoscere e immedesimarsi sia pure temporaneamente in vite e posti nuovi low coast, che questo non deve essere un lusso prec pochi, perché è frutto di lotte e conquiste di diritti.

In verità si tratta di una ulteriore disuguaglianza,  aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità e che contrappone da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato  che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività e dunque non li merita, giustamente costretto alla deportazione in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui gradini del Ponte di Rialto  o in Piazza dei Miracoli e a dormire pagando in nero un letto di fortuna.

Ed è quella che offre di consumi di massa per drogare la massa, elargendo qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti, sostituendo col selfie e il souvenir uguale a Pisa come a Dubai, la memoria della dignità, e con la foto di gruppo alle immagini di lotta delle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme, tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far vedere e sentire come è bella la libertà.


Terremoto. Dove sono finiti i soldi?

castelluccio-oggiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate che i droni di un impero feroce abbiano sganciato una pioggia di bombe su una vasta area di un paese, producendo morte e distruzione.

Immaginate che non si tratti di un posto remoto, intoccato dalla superiore civiltà occidentale, ma sia collocato proprio del cuore di una nazione che vanta tradizione e storia millenaria, che costituisca un’eccellenza dell’arte, della creatività e del paesaggio, presente nell’immaginario collettivo come culla di opere immortali e anche del culto di santi nutrito in chiese di straordinaria bellezza.

Immaginate che da quell’infausto evento siano passati più di tre anni e che le strade che conducono a quel teatro di guerra siano ancora invase da macerie, che le case siano là come quinte teatrali a mostrare interni abbandonati in fretta e furia, coi letti disfatti, la tavole ancora apparecchiate, gli armadi spalancati e le cartelle aperte coi libri e i quaderni che perdono i fogli nel vento, con  le rovine spazzate dalla pioggia e coperte di neve.

Immaginate che ipotesi si potrebbero fare per spiegare il delitto e i crimini dell’abbandono di quella terra e dei suoi abitanti sopravvissuti, quelli che non sono scappati a cercare riparo altrove  e vorrebbero riprendere la vita, ma non hanno più le case, non hanno più il lavoro, non ci sono le scuole, le strade,  le fabbriche e le stalle sono distrutte, le bestie morte, alle coltivazioni di luoghi fertili e felici guardano speculatori e profittatori venuti da fuori.

Immaginate che  ci si sia messo anche il silenzio caduto sui delitti, sulle vittime, su chi resiste, e vi sarete fatti un quadro di quello che accade ed è accaduto nel centro Italia del sisma del 2016, dopo le prime   e le successive lacrime di coccodrillo, dopo l’avvicendarsi di misure eccezionali e commissari speciali, dopo i pistolotti tenuti durante le prime visite pastorali delle autorità compunte con le promesse di case, aiuti, presenza solidale e concreta, anche quella del sindaco che pare si sia intascato i quattrini dei sms dei benefattori.

Avreste diritto a  aspettarvi che  la rete sia  piene di denunce e petizioni, le piazze di giovani sdegnati che esigono giustizia e senso di responsabilità,  che in parlamento i rappresentanti eletti ogni giorno presentino interrogazioni e interpellanze, che i profili dei social dichiarino di voler impersonare i bisogni e la collera delle popolazioni colpite.

Niente del genere, invece.

Che la politica si sia ridotta a scontro di tifoserie in superficie e a negoziazioni opache più sotto è ormai evidente, e altrettanto evidente è che l’opinione pubblica segua l’andazzo schierandosi con le fazioni che fingono soltanto come in un teatro dei pupi di prendersi a bastonate e a colpi di spadoni di legno, così chi vorrebbe non stare né con gli uni né con gli altri pretendendo di poter immaginare altro dalle alternative poste della polarizzazione delle posizioni, diventa un molesto brontolone, un fastidioso qualunquista a meno che non decida di farsi arruolare, possibilmente nelle schiere del male minore, quello che vuol farci dimenticare di essere comunque un male.

Anche l’informazione di quello che a tre anni di distanza succede nel Centro Italia colpito non dalle bombe ma dal sisma è diventato merce da propaganda utile alla politica o all’antipolitica che poi ormai coincidono, e a far dire che lo stato imbelle deve essere sostituito dai privati, che le regioni devono avere più autonomia di spesa e investimento, che i comuni devono avere più competenze in materia di decoro o ordine pubblico per contrastare sciacallaggio e corruzione o, al contrario, che devono averne di meno per fare spazio a poteri straordinari.

E anche la mesta aritmetica delle cifre deve prestarsi alla polemica  e infatti solo un giornale storicamente legato alla destra si è preso la briga in chiave antigovernativa – e poco ci vuole a denunciare il susseguirsi criminale di inadeguatezza indifferenza i potenza cattiva volontà malaffare o eccesso di affarismo di tutti i governi alle prese col post terremoto qui, come all’Aquila in Emilia  – e pure per un soffietto al tecnico incaricato di poteri commissariali, di dare qualche numero.

Così dobbiamo solo al Tempo, e un po’ ce ne duole,  l’unica informativa della stampa ufficiale su come si vive, ammesso che possa chiamarsi vita, nel cratere del terremoto che ebbe epicentro ad Accumoli, in provincia di Rieti, colpì Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche, e fece oltre 300 morti.

E apprendiamo che in questi tre anni sono stati spesi soltanto 49 milioni (proprio come quelli della Lega)  degli oltre 2 miliardi stanziati, che di 2291 interventi finanziati solo 15 sono stati ultimati. Che una prima ripartizione stimava che 300 milioni per le scuole, 40 milioni per le chiese, 197 milioni per 277 progetti di edilizia pubblica, 100 milioni contro i dissesti idrogeologici. Ma che le macerie che giacciono ancora nelle strade e nei paesi – le amministrazioni locali e regionali non hanno provveduto ai piani di smaltimento –  sarebbero più di 2 milioni e mezzo di tonnellate, che comprendono materiali a rischio, amianto compreso.  Che va riconosciuto al commissario straordinario (il terzo dopo Vasco Errani reduce dal flop emiliano e dopo l’attuale ministra De Micheli che mostra più talento nella costruzione che nella ricostruzione) aver permesso che non tornassero indietro i fondi per l’edilizia sociale che le regioni non erano state in grado di spendere entro la scadenza prevista per l’implementazione dei piani di case residenziali-popolari fissata al 31 dicembre 2018. Adesso, dopo il parere dell’Anac che ha permesso di “ammettere” almeno i progetti approvati, si sarebbe riaperto il tavolo che potrà dare il via agli interventi grazie ai 170 milioni di euro finora inutilizzati.

E se non vi basta potete apprendere da qualche sito di associazioni e organizzazioni locali, non da quello istituzionale della “ricostruzione” soggetto a interventi di aggiornamento,   che Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, e che c’è una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km. su strade tortuose. Che per il sindaco di Pieve Torina questo è l’anno peggiore, perchè dopo oltre tre anni la pazienza e le illusioni sono finite: “Abbiamo il 93% degli edifici inagibili, il 100% di quelli pubblici“.

Scoprireste che  malgrado la moria di animali prosperano i ladri di polli, se la Guardia di Finanza ha scoperto gli altarini di una struttura alberghiera della provincia di Macerata che ha incassato 1,5 milioni di euro da Regione Marche e Prefettura di Macerata per l’accoglienza degli sfollati del sisma ma ha inquattato uno  anche per comprare 51 lingotti d’oro prima di dichiarare bancarotta.  Che la piana di Castelluccio fa gola alle multinazionali delle sementi che ci vogliono piantare le loro lenticchie, primi tra tutti i canadesi che hanno gia avviato una proficua infiltrazione commerciale anche in vista della provvidenziale ratifica del Ceta, fortemente voluta dalla ministra Bellanova.

Quello che il Tempo non dice è che il silenzio e l’abbandono non sono casuali, non nascono da cattiva volontà o impotenza o incapacità. Ma da un disegno preciso che assomiglia a quello che ha determinato la espulsione dei residente e delle attività tradizionali, artigianali e commerciali, dai centri storici delle città per far posto al terziario delle banche, degli uffici delle multinazionali, degli shopping mall, degli alberghi e delle foresterie, della residenzialità del lusso.

Tutto congiura nel far sospettare che di questi territori da concedere a catene di coltivazioni e produzioni globalizzate come alle agenzie internazionali, si voglia fare un immenso parco tematico del turismo religioso e della “gastronomia” come piace al norcino di regime buono per tutte le stagioni, tanto che proprio sulla piana di Castelluccio si è tentato di erigere un monumento a questa oscena prospettiva con il Deltaplano che avrebbe dovuto accogliere osti graditi alle trasmissioni dei santoni tv e che si è ridotto a un mesto supermercato.

Intanto strangolati da imposte e spese (i governi che si sono succeduti si sono rimangiati  la promessa degli sgravi fiscali previsti) i pochi imprenditori locali vengono costretti a ricorrere agli strumenti del microcredito (quelli che ci hanno imposta dall’alto, Fmi e Europa con la sua apposita agenzia) che li incravattano sempre di più con debiti cui non potranno mai far fronte. E a ogni Legge di Stabilità si ripropone l’ipotesi dell’assicurazione obbligatoria contro i terremoti, l’albero della cuccagna per le compagnie, mentre ogni volta si riduce l’impegno della prevenzione.

Eppure i miliardi di euro spesi dallo Stato dal terremoto del Belice (1968) a quello del Centro Italia,  aggiornando gli stanziamenti, ammonterebbero almeno  a 121,6 miliardi di ieri. Il doppio o il triplo di quanto costerebbe oggi mettere in sicurezza sul piano antisismico quel 70 % dell’Italia che in sicurezza non è.

Un costo che si dovrebbe chiamare con il suo nome: investimento. Se pensiamo a che formidabile bacino occupazionale e di sviluppo costituirebbe la combinazione della messa in sicurezza antisismica con quella idrogeologica, quando  tutta la dorsale appenninica è ad alto rischio terremoti, il 98 % dei Comuni laziali e il 99 % di quelli marchigiani   risulta a rischio idrogeologico. E che straordinaria e vera Grande Opera sarebbe quella di garantire tutela delle vite, delle case, delle scuole, degli ospedali, del paesaggio, della bellezza e dell’arte.


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