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L’Halloween delle zucche vuote

ven 2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo halloween promossa a festa nazionale, dopo tante inalazioni di paura e sospetto, con la faccia ancora imbrattata di decalcomanie agghiaccianti, sazie di dolcetti di zucca,  frotte di “foresti” vicini e lontani  si sono recate a Venezia il 2 novembre richiamate dal repêchage di una insolita e dimenticata attrattiva,  forse con l’intento di esorcizzare con la liturgia pagana del consumo di luoghi d’arte  l’unico timore  e l’unica minaccia dalla quale nessuno è esente.

Dopo 69 anni infatti è stato allestito nuovamente il ponte provvisorio di collegamento tra le Fondamente Nuove e il cimitero di San Michele, pregevole sito architettonico, pieno di echi letterari e di ospiti illustri, offerto  a locali dolenti e poi anche a turisti curiosi, inaugurato in gran pompa funebre, è il caso di dire,  dal sempre ilare sindaco Brugnaro, per l’occasione compunto e pensoso, con l’intento esplicito di contribuire a difendere “la nostra civiltà occidentale e cristiana” dalle invasioni barbariche, escluse ovviamente le valanghe di forzati delle crociere, dei pullman, dei low coast, benedette e desiderate quelle e il cui arrivo viene favorito e incrementato dissennatamente grazie a  queste iniziative sciagurate.

Il “tentativo di risvegliare la città”, così l’ineffabile sindaco ha definito l’iniziativa, preoccupato forse che la sveglia la dia il referendum sulla separazione da Mestre, e in procinto di lasciare anche lui la sua impronta come Cacciari con un altro ponte ancora, parallelo a quello della Libertà, per collegare meglio la terraferma e facilitare gli arrivi di altre masnade giornaliere, è costato ben 450 mila euro. E ieri ha calamitato migliaia di aspiranti a selfie ossianici diretti verso il ponte votivo, così lo chiamavano una volta, tanto che il sindaco l’avrà preso per una iniziativa elettorale acchiappa preferenze, intasando calli, strade e vaporetti e occupando militarmente la città.

Ormai circolano come per un passa parola globale i richiami all’imperativo di esserci,  tutti nello stesso posto e nello stesso momento allorché viene gonfiata la bolla di un spettacolo irrinunciabile, del quale si ha appunto il dovere oltre che il diritto di godere, documentando la propria partecipazione con pezze giustificative su Instagram o Facebook, mandandole ad amici, parenti  o competitor nella gara presenzialista alla quale non si può mancare a meno di essere sfigati e ignoranti, quindi giustamente ignorati dagli altri.

Si realizza quello che aveva profetizzato Baudrillard, l’aspirazione a riconoscersi non in ciò cha siamo davvero, ma in quelli che vorremmo essere, vip, influencer, vistosi e visibili, protagonisti, quelli che vorremmo essere senza la fatica di diventarlo. Perché in questo  ha avuto vita facile l’interpretazione mainstream del termine meritocrazia, come della convinzione che per essere nati dalla parte “giusta”, estratti nella lotteria naturale in geografie meno esposte a miseria fame e sete, meritiamo minore fatica per stare a galla, per accedere a opportunità e occasioni.

C’è un risvolto tragico in tutto questo: la classe un tempo agiata ha potuto studiare (ma presto ci toglieranno anche questo che sta diventando un beneficio per pochi che lo possono addirittura considerare superfluo, avendo già a disposizione beni, rendite, entrature), conosce, anche solo per sentito dire, risorse, lussi, piaceri, ma non è più abbastanza ricca per poterseli permettere.  Il feticcio della cultura e della comunicazione ha permesso al sistema economico totalitario di spacciare i privilegi come diritti universali cui ognuno deve aspirare e ottenere, costi quel che costi, assoggettamento a ricatti, intimidazioni, perdita di dignità, accondiscendenza a un abbassamento della qualità della vita, delle aspettative, dei desideri, pena la marginalità, la frustrazione, la perdita di appartenenza a un contesto sociale apprezzabile e superiore.

Per anni ci hanno raccontato che l’emancipazione e il riscatto si potevano ottenere comprandoci stili di vita che non possiamo permetterci, facendoci pagare un prezzo economico e morale altissimo in cambio dell’ostentazione di una ricchezza, concreta e morale, che non possediamo.

Un primo passo, ma è sempre stato così, consiste nella consapevolezza che non siamo più quelli che pensavamo di essere, spogliati e espropriati di beni e di autodeterminazione, che non potevano bastare le piccole rivoluzioni borghesi che ci sono state e delle quali ancora ci compiaciamo, in chiave solo antiautoritaria e antipatriarcale, che non dobbiamo accontentarci delle elargizioni e delle mance che ci gettano come ossi ai cani rabbiosi e che la sopraffazione degli altri non ci libera da quella che subiamo.

Cosa c’entra  il ponte sulla Laguna? C’entra, perché è un inganno acchiappacitrulli come quello di Christo sul Lago Maggiore, una lusinga offerta a chi passa per un giorno da una città soffocata e offesa da dove ogni giorno vengono espulsi i suoi abitanti, l’illusione di camminare sulle acque senza affogare.

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Salvateci dall’Unesco

esult Anna Lombroso per il Simplicissimus

Io non mi scandalizzai più di tanto quando il comico Lino Banfi venne chiamato a far parte della Commissione italiana per l’Unesco.

Semmai a offendere avrebbe dovuto essere  la scelta di incaricare del ruolo di presidente Franco Bernabè, manager che ha inanellato  “successi” personali in leggendarie imprese fallimentari quasi alla pari con Montezemolo,  in Fiat, Eni, Telecom,  Istituto delle Banche Popolari, e nell’attività di  lobbista, membro dello steering committee del Gruppo Bilderberg, vezzeggiato dai potenti che hanno esaltato la sua poliedricità investendolo di responsabilità le più varie: alla testa di festival e musei, autorevole membro di fondazioni culturali, e perfino rappresentante del Governo per la ricostruzione in Kosovo, carica che la dice lunga sulla pervicacia con la quale anche noi  modesti  prestatori d’opera per le faccende sporche, pensiamo di espiare per i danni di imprese coloniali  mandando la croce rossa e investendo qualche soldo altrettanto sporco  nella provvidenziale riparazione, occasione d’oro per speculazioni e corruzione in grande stile. 

Ma si sa  l’Unesco è una di quelle organizzazioni di stampo mondialista, che ci offre una immagine edulcorata della globalizzazione travestendola da cosmopolitismo mostrandoci le magnifiche sorti di un pianeta interconnesso quindi più informato e più libero, dove con i flussi finanziari circola imprescindibilmente la tutela di arte e paesaggio affidata a sponsor  disinteressati e ricchi mecenati. E dove la promozione di un marchio, di un prodotto, di un monumento  non deve prescindere da quella degli interessi di mercato.

Ne abbiamo un esempio fresco fresco come un flute di bollicine: l’influente istituzione ha dichiarato le colline del prosecco patrimonio dell’umanità, per la gioia di Zaia che ha coronato il suo sogno e dei frequentatori delle apericene,  e per il disappunto di Spagna e Norvegia che l’anno scorso avevano bocciato la candidatura italiana.

E mica avevano torto: da anni si susseguono le denunce per il sacco di quei territori compiuto per appagare la crescente richiesta proveniente da tutto il mondo, Estremo Oriente compreso dove il prosecco è uno status symbol irrinunciabile.Ricerche dell’Università di Padova hanno accertato  che tre quarti del consumo di suolo nella  regione vinicola del Veneto  dove si produce la maggior parte dei  vini di Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG),  (pari a 400.000 tonnellate di terreno ogni anno) è effetto della produzione di prosecco. Ogni bottiglia  determina dunque l’erosione e la perdita di 4,4 kg di terreno.

Esaminando  10 anni di dati riguardanti le precipitazioni, l’uso e le caratteristiche del suolo nonché le mappe topografiche ad alta risoluzione, i ricercatori  hanno confermato che l’industria del prosecco è responsabile del 74% dell’erosione totale del suolo della regione e denunciato come gli effetti della monocoltura intensiva si combinino con altri danni ambientali attribuibili all’uso dei pesticidi  e erbicidi  che caratterizzano la produzione delle colline del Trevigiano.

Da tempo indicano possibili “aggiustamenti”,  mantenere  l’erba tra i filari delle vigne per dimezzare  l’erosione totale, effettuare la piantumazione di siepi intorno a vigneti o incrementare la presenza di vegetazioni nei pressi di fiumi e torrenti, ipotesi che non sono state prese in considerazione perchè mentre le proprietà sono state accentrate in poche mani (non tutte pulite se è vera l’ipotesi che uno dei business innovativi della mafia molto presente anche tra quelle verdi colline sarebbe l’acquisizione di aziende in sofferenza o l’acquisto di vendemmie che non rispettano i crismi della qualità da commercializzare all’estero), la presenza degli organismi di controllo e vigilanza dipende da una molteplicità di soggetti e all’interno della zone di Denominazione di Origine Controllata e Garantita si contano 12 comuni e 31 frazioni interessate al brand.

Che l’Unesco abbia una visione particolare della tutela dei beni dell’umanità che si è incaricata di identificare e sui quali svolge la sua occhiuta azione di sorveglianza si evince da un’altra decisione che ci riguarda: sempre a Baku è stato espresso “vivo apprezzamento” per l’eventualità  di spostare il tragitto delle navi da crociera  con stazza superiore alle 40 mila tonnellate a Marghera, evitando il loro attraversamento nel Bacino di San Marco.

Se qualcuno si era illuso che il prestigioso organismo non sarebbe sceso a patti con i corsari, con  le multinazionali del turismo che grazie alla correità del Comune e della Regione stanno trasformando Venezia in un museo diffuso o in un luna park a imitazione della Serenissima, proprio come a Las Vegas,  con le imprese immobiliari che sempre grazie ai complici locali, perseguono la politica di svuotare la città dei suoi abitanti convertendoli in pendolari prestatori di opera in veste di camerieri, osti e facchini, per mettere a disposizione il suo patrimonio immobiliare di hotel, relais, case vacanza, adesso avrà capito che era meglio sospettare delle sue buone intenzioni. E dire che bastava dire di No per una volta, bastava  esigere dalla autorevole tribuna che a fronte di possibili incidenti, di un impatto ambientale formidabile, di una pressione insopportabile senza ragionevoli compensazioni economiche, si risparmiasse la città da quell’oltraggio. 

E’ che la valorizzazione dei nostri patrimoni, ridotti come siamo a remota provincia immeritatamente beneficata da un paesaggio ineguagliabile e da opere che inspiegabilmente sono state create da artisti locali dei quali si è persa l’impronta, non è diversa da quella auspicata per foreste amazzoniche condannate a fornire doverosamente  il legname per i parquet dei ricconi di Miami o degli sceicchi sempre più esigenti.

I dolci declivi veneti sono obbligati a contribuire a brindisi di ogni latitudine, Venezia deve prestarsi a fare da palcoscenico per i forzati delle crociere che la riprendono dall’alto per non mischiarsi ai pochi superstiti assediati da un turismo  autorizzato all’oltraggio, Firenze deve rinnovarsi perfino con i suo tunnel per assomigliare al modello disegnato dal suo nume appena morto e santificato di buen retiro per ricconi in cerca d’atmosfera, il Centro Italia devastato dal terremoto e svuotato di attività tradizionale dovrà essere pronto a diventare la disneyland del turismo religioso, magari combinato con percorsi gastronomici affidati a qualche norcino di chiara fama. 

E adesso datemi della populista e della sovranista se dico che non mi sta bene che “serva Italia” sia diventato il nostro slogan.

 

 

 


Andare in giro, prendere in giro

mappamondoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Avessi scommesso, adesso sarei ricca e potrei con tollerante comprensione associarmi alle esternazioni comparse sui social a proposito del turismo di massa che, perfino secondo alcuni delfini e delfine di dinastie della Grande Sinistra d’antan, rappresenterebbe un riscatto, così come il “viaggiare” una conquista.

Sarà meglio non farlo sapere a quelli della nave Sirio e meno che mai a quelli che varcano il Mediterraneo in gommone, e che non sono direttamente interessati a questa interpretazione del viaggio e del turismo come dovere sociale improrogabile concesso in sostituzione di diritti negati o cancellati: sei un precario in un call center? Goditi la mobilità andando due giorni e due notti brave in un pulciaio a Ibiza. Sei un esodato grazie alla Fornero? Meglio, così hai tempo per recarti a Assisi col parroco e con l’opportunità di comprarti anche la batteria di pignatte.

Oppure grazie a questi nuovi orizzonti del cosmopolitismo aberrante puoi diventare manager dell’accoglienza affittando una stanza in casa di papà e mamma convertita in B%B o la casetta al borgo antico o in incantevole paesaggio agricolo dei nonni, che in ossequio alle direttive del Fondo Monetario hanno preferito togliersi di torno precocemente per non pesare sulla società.

Certo tutto si fa più difficile e sta passando anche la sbornia collettiva promossa da AirBnB e altre imprese acchiappacitrulli hanno fondato un impero su evasione fiscale, elusione delle regole e partecipazione alla cacciata di residenti dalle loro case per far posto all’accoglienza:  i target acchiappati si stanno accorgendo che la saturazione del mercato non genera più concorrenza, che a fronte delle esose percentuali delle organizzazioni e delle agenzie il profitto è irrilevante, che il passaggio di ospiti poco paganti devasta le proprietà, quelle private e pure quelle pubbliche, innalzando il costo dei servizi essenziali, così come i viaggiatori trovano ricovero spesso in scatole multi-giaciglio dove non si cambia la biancheria e nemmeno l’aria.

Quelli che lo indicano come veicolo di affrancamento raggiunto attraverso lotte sociali, trascurano che, come tutto del resto, anche il turismo di massa è un palcoscenico dove si consumano le più vergognose e inique disuguaglianze: che c’è chi sta pigiato davanti a un quadro in mezzo a quella folla che loro per primi aborriscono tanto che preferiscono visite private in musei e gallerie, concesse a imprese e testimonial in veste di mecenati a diecimila euro a convention, c’è chi procede incolonnato in fila per due col berrettino in testa per attraversare Piazza dei Miracoli sotto il sole cocente attaccato alla bottiglietta dell’acqua minerale riposta dello zainetto insieme al panino sotto vuoto e chi invece sfugge dalla insolente e ignorante marmaglia rifugiandosi in resort freschi e appartati in attesa che silenziose limousine o motoscafi li conducano nei luoghi della contemplazione culturale e estetica via dalla pazza folla, risalita già sui torpedoni.

Ah dimenticavo, c’è anche chi prende modesti guadagni dalle rendite parassitarie indotte dal fatto che l’accoglienza e le attività servili sono diventate l’unica economia “produttiva” di molte località (ne ho scritto proprio ieri quihttps://ilsimplicissimus2.com/2019/06/06/turismo-di-cacca/ ) e che ha sostituito imprese e lavori locali e tradizionali, in nome di una presunta vocazione turistica che pesa come una condanna genetica sulle città d’arte, mentre i veri profitti speculativi sono delle multinazionali dei corsari del mare, delle agenzie e delle imprese di travel e alberghiere in combutta con quelle immobiliari che stanno cambiando la faccia e la natura di interi paesi, aiutando il più criminale dei ricambi, abitanti sostituiti da visitatori.

Le differenze si consumano non solo a proposito dell’utenza di luoghi costruiti, del godimento di opere d’arte e monumenti: le montagne un tempo meta di escursionisti spericolati e amanti della solitudine contemplativa sono occupate militarmente da infrastrutture sportive e alberghiere, atolli sono soffocati dai sacchetti di plastica dei visitatori ma anche da quelli importati ( la Malesia si ribella e li vuol rimandare da noi), a Tahiti i selvaggi felici descritti dal signor de Bouganville non ne possono più di mettere in scena la rappresentazione della loro gioiosa innocenza per carovane di wasp imbecilli e sfruttatori, mentre sappiamo che i paradisi fiscali hanno imparato a combinare l’ospitalità di capitali sporchi con quella di evasori in cerca di riposo su spiagge bianche e deserte e in mari incontaminati.

Ma questo pare non si possa dire per non essere tacciati, in fondo né più né meno di Adorno, di disprezzo nei confronti delle masse alienate e ignoranti prese in ostaggio dai miti del consumismo culturale. In questo caso la spirale del silenzio,  che impedisce di ammettere verità che potrebbero essere oggetto di vituperio e deplorazione dal parte della propria cerchia sociale,  serve non solo a placare quel po’ di coscienza suscitata dal revival dell’antifascismo che dobbiamo a Salvini, ma soprattutto a esercitare indulgenza elargita generosamente a quelle classi subalterne anche quelle recentemente riscoperte e valorizzate proprio per sottolineare l’appartenenza di pochi, sempre quelli, a quelle superiori e  libere.

Come se ­­­­­gli americani acculturati, ben descritti da Roland Barthes, che vanno in Giappone  cercando non ciò che è giapponese ma ciò che è giapponesizzato e mediato dalla cultura occidentale Hollywood compresa, fossero migliori delle frotte che si armano di mascherine per partecipare del Carnevale veneziano visto nelle soap.  Con la differenza che i primi si sarebbero meritati grazie ai quattrini, alla lettura di Mishima e ai film di Kurosawa nei cine d’essai il turismo d’élite con i suoi hotel, le visite prenotate per pochi intimi, le esplorazioni in luoghi esclusivi che dischiudono le porte e le meraviglie solo per loro, agli altri è permesso quello di massa, elargito come  magnanima compensazione più che come risarcimento. E che ha anche l’effetto non secondario di alimentare contenziosi  tra poveracci, ospiti e ospitanti, che  confliggono per accedere a servizi sempre più limitati, ambiente sempre più maltrattato, bellezza sempre più incompresa.

Ormai a pensare che le conquiste siano quelle sono le cavie che si sono accomodate nelle gabbiette del sistema, quelle che hanno conservato qualche – labile- privilegio di rendita, di fama, dinastico, quelli che hanno perso la voglia o la capacità di concepire un modo “altro” di vivere fuori dal loro superstite – labile – benessere, più equo, più giusto, più bello e pensano di conservarselo con qualche concessione ai Tartari che premono: una passeggiata a Tragara, una pipì in Canal Grande, le iniziali col pennarello sul colonnato di Piazza San Pietro, un selfie sulle macerie di un paese retrocesso a luna park.


Turismo di cacca

turismo-mondiale-580x400 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lunedì scorso delle giovani turiste che non sappiamo se fossero scese a terra da una delle grandi navi da crociera, hanno contribuito con la loro personale polluzione all’impronta ecologica della ex Serenissima . Entrate in un elegante negozio di abbigliamento di Venezia e scelti dei capi firmati, chiedono di provarli e se li portano in camerino, da dove escono frettolosamente: “grazie non vanno bene”, dicono andandosene. La commessa che va per riporli ha la sorpresa di scoprire che nello stanzino hanno defecato e si sono pulite il sedere con gli abiti.

Una delle destinazioni turistiche più popolari dell’Islanda, isola di 335.000 abitanti contro i due milioni e mezzo di turisti per lo più americani,  è Jokulsarlon. Un gruppo di investitori esteri, che ha acquistato un esteso appezzamento da una banca in asta per farne un mega villaggio, è deciso a combattere contro la prelazione dell’acquisto da parte dello stato islandese, che aveva affidato la gestione della laguna e delle sue coste al parco nazionale di Vatnajokull. E è quasi certo che vincerà la sfida, perché ormai il turismo, che nel 2017 ha generato il 20% del Pil, è diventato la principale fonte di reddito del paese, sostituendo la sua economia a quella delle industrie della pesca e dell’alluminio, cambiando il volto del Paese, quello ambientale e quello sociale. Le infrastruttura stradali non ce la fanno a sopportare la pressione,  gli hotel sono saturi, l’esplosione di Airbnb ha alzato il prezzo degli alloggi nella capitale a scapito degli abitanti delle città, che ora lottano per trovare alloggi a prezzi accessibili, i servizi igienici, quelli ospedalieri così come i parcheggi e la segnaletica sono insufficienti, e i siti  finora incontaminati e tutelati, sono ora presi d’assalto.

Un recente rapporto dell’Ue ha segnalato che in Israele si registra un abnorme  incremento della promozione turistica nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, grazie a iniziative come il Parco di City of David, i sentieri escursionistici verso il Golan,  perfino una funivia, al fine di espandere gli insediamenti e le infrastrutture, legittimando con finalità culturali oltre che commerciali,  l’occupazione.

Nelle Baleari, 1,1 milione di abitanti, arrivano ormai quasi tre milioni di visitatori a “buon mercato” con una spesa media di 100 euro al giorno, molto più bassa rispetto alla Francia e più ridotta è la permanenza  media, che è scesa a circa 7 giorni. Il settore sta passando sempre di più dalle mani dei tour operator e delle catene alberghiere a quelle dei siti internet come Airbnb, con un inevitabile rincaro di affitti e prezzi, e la “espulsione” dei residenti attribuibile anche  alla ripercussione della pressione turistica sui servizi pubblici (in primo luogo sulla sanità), che non riescono a conciliare le necessità di questa popolazione stagionale con quella degli abitanti.

In Spagna se la produttività aumenta appena di poco meno dell’un per cento all’anno, è perché è legata a comparti  settori a bassa redditività, come il turismo dove abbondano l’occupazione e i lavori scarsamente qualificati, ha ricordato più volte  Ada Colau, sindaco di Barcellona, nota per aver dichiarato di non voler contribuire a far fare alla sua città “la fine di Venezia”. E si segnalano ormai forme di disubbidienza civile che sono state paragonate spericolatamente da Partito Popolare alle azioni di guerriglia urbana degli indipendentisti baschi,  anche se in realtà di sono limitate al lancio di coriandoli e alla serrata di alcuni locali della movida.

Il fatto è che non esiste ormai località al mondo dove non capiti almeno una volta l’anno un viaggiatore per caso. Si definiscono ormai “mete” turistiche le città in cui il numero di visitatori annui supera di gran lunga il numero di abitanti: quindi Venezia, Firenze,  Kyoto, Dubrovnik, Bruges,  ma anche metropoli grandi come Roma o Barcellona, Parigi e Londra  e perfino  New York, se ci si limita all’isola di Manhattan. Con la differenza che per alcune si tratta della sola industria locale come una volta  Detroit e Torino erano le città dell’automobile,  Essen quella dell’acciaio,  Clermont-Ferrand quella della gomma. E quelle si convertono in Luna Park dove i residenti, sempre meno, si prestano attività servili o sono costretti a interpretare una rappresentazione della loro esistenza secondo stereotipi antropologici e sociologici, con tanto di costumi tradizionali: damine del Settecento a imporre concerti di Vivaldi in chiave hiphop, gondolieri che strimpellano ‘O sole mio, stornellatori fiorentini che trasportano le Cascine sopra la sottovia di Nardella.

La fabbrica globale delle “destinazioni” consta di circa 230 milioni di posti di lavoro (dati Ue), 9,4% del Pil europeo (15,5 in Spagna, 10,2 in Italia), dati formidabili che snocciolati così danno l’impressione di una potenza moderna, immateriale e comunque leggera, mentre invece è pesantissima, causa devastazioni e danni fatta com’è di costruzioni, infrastrutture, auto, aerei, navi ( in Europa le crociere inquinano più di 260 milioni di vetture).

Il marchio di patrimoni dell’umanità dell’Unesco condanna gli abitanti all’esodo, secondo un tragico paradosso: non possono più stare dove sono nati e vissuti anche se il loro reddito in parte sempre maggiore dipende dall’invasione, spesso costretti a ritorni giornalieri nella loro città in veste di comparse, affittacamere di proprietà nelle quali non possono più permettersi di vivere, deplorati in quanto parassiti che si approfittano della dabbenaggine del visitatore distratto dal suo ruolo di cliente consumatore di luoghi, bellezza, storia, arte, cucina, vini e souvenir uguali alle loro imitazioni di ogni latitudine, impreparato e impermeabile all’esperienza che sta vivendo tanto che ormai il fotografare sostituisce il vedere e quello che lo circonda è ridotto a location dei suoi selfie.

So già che quello che ho citato fino ad ora verrà rintuzzato da chi ricorda che la possibilità di viaggiare, visitare posti nuovi, godere di ferie pagate non è un lusso ma una conquista ottenuta al prezzo di lotte, che rispecchia una ulteriore disuguaglianza aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità: da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato e ignorante che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività.

Mentre nessuno dovrebbe compiacersi che il turista ciabattone  venga deportato in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui masegni di Piazza San Marco come nell’intervallo tra due consegne di Amazon.

Che poi il sistema è lo stesso collaudato dal signor Ford che regalava qualche fuori busta ai suoi dipendenti perché potessero investirlo comprando una delle sue auto, quello degli 80 euro renziani e del contributo per acquisti “culturali”, nono poi diverso dall’elargizione di uno stadio della Roma o della Fiorentina al posto di servizi per la città, della Tav  per recapitare le merci alla madamine invece delle infrastrutture per i pendolari.

E consiste nell’offerta di consumi di massa per ridurre al letargo la massa, erogando qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti e qualche selfie/ricordo al posto della memoria della dignità, permettendo la sosta per i picnic e le foto di gruppo nelle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far sentire il grido della libertà.


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