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Venezia. Gabelle medievali, svendite moderne

Carnevale Cannaregio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Consiglio comunale di Venezia ha approvato nei giorni scorsi il Regolamento di applicazione del “contributo di accesso” al centro storico, la cosiddetta tassa di sbarco introdotta per la città lagunare dall’ultima legge di bilancio. Sono previste ben 22 tipologie di esenzione dal tributo: da quella per i nativi che abitano altrove a quella per tifosi, curve e hooligans compresi, in trasferta a Venezia per seguire gli eventi sportivi. Il  sindaco Luigi Brugnaro esprime compiacimento: «È un regolamento unico al mondo ed è la prima volta che qualcuno osa fare qualcosa di così impattante rispetto all’utilizzo di una città”.

Fatta la legge trovato l’inganno, recitava il vecchio proverbio. E adesso possiamo contare su Floris che alle istruzioni per aggirare le regole e gabbare lo stato sul reddito di cittadinanza, erudisca torme di garrule monache, scolaresche di adolescenti che trascinano i piedi sui masegni, galli in canottiera traforata e brachette, sassoni sudati che emanano afrori endogeni misti a filtri solari, pantere grigie col parroco in testa, bagnanti che giungono da Jesolo in pareo e calzoncini, trattati come numeri dalle agenzie, uniformati da berrettini (non a caso al terminologia che li riguarda è in gran parte militare: invasione, avanguardie, colonne prese d’assalto, concentramenti), e tutti parimenti adirati, su come evitare l’ingiusto obolo. Perché su questo hanno ragione, si tratta di un’imposizione ingiusta frutto dell’ideologia della disuguaglianza per censo, che sostituisce in questo caso una limitazione necessaria per stabilire e rispettare la capacità di carico della città, con una misura basata sulla capacità di spesa.

Quindi possiamo aspettarci che la creatività di tour operator, affittacamere, albergatori, osti e ciceroni si dimostri con espedienti immaginifici come è giusto avvenga in una città d’arte, in modo da aggirare le incresciose regole tramite autocertificazione di requisiti che potrebbero sconfinare nell’ambito dei diritti fondamentali e inalienabili: quello a presenziare a una gara agonistica su che fa la pipì più lontano in Canalazzo, o l’adesione a un safari di pantegane, quello a effettuare un sopralluogo, su mandato di influencer gastronomici, sul saor e l’efficacia nel tempo della suddetta forma di marinatura testata nel passato per conservare un alto prelato di Torcello la cui salma non poteva essere tumulata a Venezia  per via delle avverse condizioni meteorologiche, o anche la partecipazione a eventi a alto contenuto sociale, come il bacio collettivo qualche anno fa celebrato in Piazza, o anche  l’appartenenza con regolare esibizione dei requisiti e degli attestati a una qualche cerchia di meritevoli che un amico intelligente ha voluto giorni fa identificare in “amici di Costa Crociere”, o meglio aspirante speculatore edilizio a Marghera che il sindaco Brugnaro vuole promuovere a Serenissima 2 a vocazione turistica con tanto di frontline come Dubai e hotel come a Las Vegas e così via.

D’altra parte Venezia è abituata a leggi che non solo possono essere aggirate per motivi di interesse, per corrompere e ridurre tutto a merce, ma che proprio  nascono corrotte come nel caso del suo Mose, affidato a un’aberrazione giuridica.

Figuriamoci se si stupisce di un provvedimento che parte da un principio insano, per non dire suicida: per tutto il mondo andare a Venezia non deve essere un piacere ma un obbligo, un dovere morale e sociale per centomila crocieristi, centomila dipendenti della Toshiba, centomila scolari di college, centomila monache, centomila pensionati con centomila curati sollecitati a convergere tra le Mercerie e la Torre dell’Orologio, tra la Stazione e Campo Santi Apostoli. E’ diventato un impegno, un imperativo categorico che da oggi però, anche se si limita a un soggiorno breve, conquistato con mezzi di fortuna, un mordi e fuggi effimero, una tappa di crociera o una deviazione in vista della costa romagnola, grazie al pagamento di un modesto tributo si converte per  chi l’ha sborsato in diritto a calpestare i sacri mosaici con gli zoccoletti, a intavolare un picnic di cibi estratti dallo zaino all’ombra delle Procuratie,  abbandonando poi le bottigliette e i sacchetti in bella mostra, a tuffarsi dal Ponte di Rialto, a cavalcare i leoni dell’omonima Piazzetta, a trascinare trolley e perfino biciclette “su e zo per i ponti”, salvo magari quello di Calatrava dove sarebbe consigliabile non avventurarsi.

Eh sì perché la misura di commercializzazione della città sia pure a prezzi scontati già praticata con l’alienazione del patrimonio comune di palazzi, siti, immobili di pregio, permette a chi paga di acquisire un diritto di proprietà, o, più modestamente, di libero oltraggio. Anche perché l’ingresso in quello che la giunta veneziana ha dichiarato non più città, ma museo a cielo aperto realizzando la distopia imperiale che vuole l’Italia un grande parco tematico coi cittadini ridotti in servitù, camerieri, facchini, pony, baristi, tassisti, infine mica costa come un ingresso allo stadio, mica come una sera in discoteca, mica come un menu degustazione del locale della star di masterchef, ma molto meno, molto meno, così poco che non può essere interpretato come un dissuasivo disincentivo e non giustifica il provvedimento se non con motivazioni ideologiche. Quelle del pensiero debolissimo di un ceto dirigente consegnato al dio mercato che ha fatto della città, delle città, un prodotto da svendere, affittare, dissipare, svuotare di chi ci vive e lavora, per sostituirli con più desiderabili avventori e consumatori.

Ormai è fatta, non serve nemmeno ricordare che ben altro si sarebbe dovuto fare per difendere almeno la città se non i suoi residenti dall’affronto quotidiano (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/02/gabellieri-in-gondoleta/ ): controllo e razionalizzazione preventiva dei flussi, numero chiuso, certamente, ma soprattutto un nuovo pensare a Venezia come a una città e non come a un albergo diffuso, o peggio, a un “museo a cielo aperto”, e ai suoi residenti come a cittadini da rispettare e non da espellere, a meno che non si prestino a mansioni precarie e dequalificate. Ma questo significherebbe contrastare l’avidità irriducibile dei nuovi speculatori globali, l’egemonia delle rendite monopolistiche, il suolo urbano come terreno di estrazione, la città come brand da dissanguare. Significherebbe  abbattere  il nuovo “ordine urbano”, la  monocoltura turistica, che provoca l’espulsione e il pendolarismo di lavoratori e abitanti nel parco a tema, che induce la trasformazione del territorio, del paesaggio e dei monumenti da bene comune a merce.

Così  si deve fare i conti con una verità brutale e rimossa dalla nostra ammortizzata società: viaggi sempre più facili su aerei e navi sempre più grandi, su pullman multipiano, su treni sempre più lunghi e inutilmente veloci, su auto sempre più velenosamente efficienti mettono sempre più in circolazione masse di turisti “poveri” per i quali si possono moltiplicare i cestini con pizza e cocacola, le lattine di birra e gli hotdog, ma non Venezia, Taormina, Capri, Firenze, Pisa, luoghi unici e non replicabili neppure a Las Vegas destinati a diventare, pena la distruzione totale, destinazioni e privilegi per minoranze.

E se non è giusto che si voglia essere tutti nello stesso posto e nello stesso tempo, se non è giusto che luoghi eccezionali per essere goduti da tutti prevedano di non essere goduti da chi ci vive e ha contribuito nei secoli a farne il prodigio che sono, è altrettanto ingiusto che sia necessario via via impedire che in mezzo alla calca sudata e spesso ignorante e distratta, che si dà gomitate per farsi un selfie davanti al Ponte dei Sospiri, tra gli scimmieschi analfabeti e annoiati  che si trascinano stancamente in Fondamenta dei Vetrai per acquisire un animaletto made in Taiwan, qualcuno, un illuminato per caso, scopra la bellezza, venga fulminato dalla Madonna dell’Arancio, dai Mori che stanno a guardia dell’appartato campiello, che qualcuno, sia pure tirato su a spot, a scenari di cartapesta, a manga e percorsi virtuali,  senta come un alito, un sussurro, una luce di perfezione, non gretta, non commerciale, non cruda, una grazia insomma, la benedizione laica della bellezza.  In fondo è per loro che il Consiglio dei Dieci si sarebbe impegnato a trovare una soluzione, è per loro che, cogitabondi, hanno meditato di diritti e  morale, doveri e responsabilità collettive, Lutero, Kant,  Schopenhauer e Marx.

E cosa pretendevamo da Brugnaro?

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Gabellieri in gondoleta

sordiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Almeno una volta è capitato a qualsiasi veneziano che si sia trovato a passare per Piazzale Roma, di essere apostrofato da un turista automunito che gli chiedeva dove doveva girare con la macchina per arrivare a Piazza San Marco. È che i milioni di viaggiatori che prima o poi nella vita “devono” recarsi a Venezia, come un imperativo imprescindibile, come un diritto inalienabile di cittadinanza del mondo, ci arrivano perlopiù impreparati, sbigottiti e disorientati dalla sua unicità. E infatti a sera succede di incontrare lo stesso turista stremato che si riprende dallo spaesamento che la serenissima provoca e si compiace di essere tornato,  insieme a migliaia di altri galeotti dei pellegrinaggi,  nel suo habitat, seduto in mezzo alle auto al tavolino del bar del garage come Calindri nella pubblicità, rassicurato dalla colonna sonora dei clacson, dalla puzza dei gas, dal conforto del navigatore che gli indica la strada verso casa.

Da adesso lui, come gli altri arrivati da ogni dove con ogni vettore,  penserà di avere ancora più facoltà di girare come gli pare nella città, di recarle offesa, di invaderla esercitando il suo diritto di proprietà  su un patrimonio di tutti. Non c’è come l’imposizione di un balzello su un bene comune ad autorizzare quello che già in molti si sono premessi: un bel tuffo dal Ponte di Rialto, un picnic in Piazza San Marco, magari disegnando due cuoricini col pennarello sulle colonne, una passeggiata in bicicletta in Fondamenta degli Ormesini, una pipì in Bacino, perché così si intende una città a misura d’uomo in tempi nei quali è consentito riprendersi a pagamento lo status di animali.

Come all’Elba, come in Oman, come nelle Eolie, come nel centro di Londra i turisti che vogliono entrare a Venezia dovranno pagare un ticket d’ingresso, una somma tra i 2,5 euro e i 5 ( a seconda della stagione) che andrà a sostituire la tassa di soggiorno e che potrebbe addirittura arrivare fino a 10 euro in periodi di altissima stagione. E come accade già in altre località turistiche, il ticket consisterà in un sovrapprezzo del biglietto delle compagnie aeree, navali o di trasporto su terra e delle agenzie e saranno poi le stesse aziende a girarle al Comune, che, come ha proclamato esultando il sindaco, spenderà l’agognato gruzzolo a beneficio dei residenti, determinando un inevitabile effetto paradosso, quello di promuovere anziché disincentivare il flusso ininterrotto per fare cassa. E siccome non c’è profitto che sia equo, a essere penalizzati non saranno i “giornalieri”, le carovane dei forzati dell’immersione nella disneyland lagunare in procinto di affondare per cogliere l’attimo fatale, scesi dal pullman o dalle  navi da crociera (in quel caso smaniosi di tornare a bordo e stare sul ponte del settimo piano a guardare le formiche indigene), e che si trascinano nelle calli inseguendo l’ombrellino della guida, ben attenti a non consumare bibite e souvenir troppo esosi e a farsi i selfie a imperitura memoria. Per loro è certo che molto presto si troverà una soluzione come succede con gli abbonamenti per i vaporetti, a conferma di sconcertanti residenzialità garantite dal brand del turismo scappa e fuggi. Perché è chiaro che si tratta di una di quelle proposte raffazzonate pensate per soffiare un po’ di fumo negli occhi in vista della voluta impossibilità di effettuare controlli e che saranno invece sottoposti al pagamento obbligato del balzello quelli che a Venezia tutti i giorni ci vengono per lavoro, per studiare o insegnare, che  arrivano in bus, treno e che non sfuggiranno ai controlli così come avevano dovuto sottoporsi alle forche caudine dei ridicoli tornelli.

La gabella, la tassa di scopo o non, raramente ha un fine “pedagogico”, ancor meno dissuasivo da peccati e vizi, se attrezzature confessionali e culturali ne arricchiscono il consumo  con l’aggiunta ghiotta del peccato. Peggio ancora se chi paga non ha in cambio un beneficio concreto: non gira con l’auto per le calli, non ha un biglietto per il tour del Canalazzo, o per entrare ai Piombi e farsi un selfie con il fantasma di Casanova. E se già adesso si sente autorizzato a impilare i sacchetti delle sue scoasse in forma di piramidi in Piazzetta  dei Leoncini, uno  dei felini che ha avuto l’onore della cronaca per essere stato generosamente verniciato di rosso da creativi  studenti di Architettura e dell’Accademia di Belle Arti,  o di farli navigare come la bianca Ofelia per i rii, e se già ora si diverte a fracassare bottiglie in Strada Nuova pronto a una battaglia carnevalesca tra vandali come durante l’Oktoberfest, o si fa il bidè con l’acqua delle fontanelle, figuriamoci se adesso, che paga, spende e pretende, si farà qualche scrupolo.

D’altra parte perché mai dovrebbe se il primo cittadino, i governi che si sono succeduti sono all’avanguardia del cattivo esempio, se proprio loro e qualche veneziano sleale trattano la città come una merce in svendita da barattare e consumare. Se con questa misura la condannano a un destino di parco tematico, della caduta di una superpotenza del passato ridotta a fiera paesana, con i pochi abitanti superstiti impegnati in attività servili, espulsi, a volte volontariamente, dalle case per far posto a un albergo diffuso di palazzi e stamberghe, a botteghe con prodotti offerti dal supermercato globale, uguali qui come a Dubai, in attesa di collocare Venezia dentro un teatrino da sceicchi con tanto di grattacieli sullo skyline.

Addirittura si vantano di voler trasformare una città in museo, con doveroso biglietto di ingresso ma senza guardiania e senza residenti diventati presenze fastidiose a meno che non si prestino in costumi settecenteschi a molestare i passanti offrendo incresciosi concertini di Vivaldi rivisitato e Galluppi manomesso al sintetizzatore, in livrea di facchini preliminare  al riuso della portantina al posto del risciò, o in abito da  locandieri o osti a dispensare ombre e cicheti della grande distribuzione. Si vantano di investire sul turismo, un tallone di piombo  con un indice di pressione «pari a 10,34, molto superiore al 6,28 di Firenze e al 3,14 di Roma», che ha superato tutti i limiti di sopportabilità stabilito in 7,5 milioni all’anno come valore ottimale, in 12 milioni all’anno come massimo sostenibile, che invece ha oltrepassato i 28 milioni, nella morte della città dunque invece che sulla sua vita. Qualcuno ha parlato di simonia, riferendosi non soltanto  alle proposte di  caffetterie sulla terrazza absidale del duomo di Napoli, agli aperitivi sui ponteggi del restauro della facciata di San Petronio o del tè all’Opera, intesa come Opera del Duomo di Siena , ma a un proliferare di balzelli e ostacoli che fanno mercimonio del patrimonio storico e artistico del Paese impedendo accesso e godimento da parte dei cittadini italiani che lo mantengono con le loro tasse, per officiare i riti del dio turismo come “salvavita economico”, promuovendolo e incentivandolo e competendo per attrarre navi da crociera, nuove linee aeree, nuovi hotels, condannando città e nazioni a adattarsi a essere derrata da prendere e consumare.

E dire che in Italia è nata la cultura della conservazione e del recupero dei centri storici,  della loro qualità straordinaria che non consiste  solo nei «monumenti principali», ma nel complesso contesto stradale ed edilizio, nell’articolazione organica di strade, case, piazze, giardini, nella successione compatta di stili e gusti diversi, nella continuità dell’architettura «minore», che di ogni nucleo antico di città costituisce il tono, il tessuto necessario, l’elemento connettivo, in una parola l’«ambiente» vitale. E dire che   la Costituzione ha assegnato al patrimonio storico e artistico della Nazione una missione nuova e originale al servizio del nuovo sovrano, il popolo, aspirando a fare delle città, del paesaggio i      luoghi  dei diritti della persona, i capisaldi su cui costruire eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati.

E dire, per restare nei confini ristretti disegnati da un ceto dirigente affetto da tutte le  patologie del carattere distruttivo, ce ne sarebbero di modi per contenere gli effetti collaterali del godimento dei beni posizionali, la smania dissipata di essere tutti contemporaneamente nello stesso posto nello stesso momento: favorire la prenotazione con dei vantaggi, riducendo il biglietto dei trasporti o dei musei, realizzare dei terminali sulla gronda lagunare e trasportare i turisti a Venezia, anche in maniera lenta con delle imbarcazioni, promuovere un circuito  corretto di comunicazione per  informare chi vuole arrivare della particolarità del luogo in cui si sta  recando e fermare definitivamente il passaggio e il flusso crocieristico e con esso la fortuna degli speculatori del fango e dell’acqua che sono stati premiati proprio in questi giorni dalla decisione del rafforzamento del Canale dei Petroli per assicurare per l’accessibilità al porto da parte delle grandi navi.

In America sono 27 le imitazioni di Venezia, in Brasile dicono ammontino a più di 20, si dice che lo Stato del Venezuela  debba il suo nome al fatto che l’area di Maracaibo è costruita su palafitte, non si contano le mini-serenissime in parchi di divertimento e città-casinò. Presto dovremo farcele bastare che la Venezia vera ce la siamo giocata come a Las Vegas.


Ce la siamo voluta?

Acqua-altaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non sono e probabilmente non sarò mai animata da amor “patrio”. Per citare una filosofa che ha il potere di accendere delle luci nella mia mente, come di tanti altri, non so amare una nazione, un popolo e nemmeno l’umanità, se è per quello, mi sento a fianco di persone, sono affezionata a luoghi e li rispetto e vorrei che tutti facessero altrettanto. A volte però provo un sentimento di amore per questa disgraziata Italia e non solo perché le persone per le quali provo compassione, condividendo dolore  e gioia, sono perlopiù diseredate, vittime, derubate, sfruttate. Sento una specie di gratitudine per questo paese e la sua storia perché ha ispirato e suscitato l’Italiana di Mendelssohn, “chiare, fresche e dolci acque”,  la Madonna dell’Arancio, migliaia di versi, migliaia di quadri, migliaia di note.

Ma stamattina sono posseduta da uno sciovinismo fanatico: vi ricordate quando intorno al declino veneziano si agitavano decine di associazioni, di intellettuali e damazze come quelle che vogliono salvare Roma, e fondazioni estere in ambascia per Venice in Peril come recitava lo slogan di una delle più autorevoli? Quando su Firenze ferita dall’alluvione convergevano giovani da tutto il mondo per dare una mano? Via via questa animazione solidale si è spenta, se perfino l’Unesco dopo i motivati allarmi per la crisi delle due più importanti città d’arte del mondo si accontenta dei balbettii difensivi dei due sindaci, dando colpevole credito a promesse di princisbecco.

Il fatto è che proprio i governi, i ceti dominanti e pure i cittadini in pullman e nave da crociera ,che guardano all’Italia  come alla merce turistica più desiderabile e a noi come a un popolo che si deve mettere doverosamente e alacremente al loro servizio, dopo averci ricattati e comprati, ci disprezza perché ci siamo fatti ricattare e comprare.

Non hanno tutti i torti: è difficile ottenere il rispetto se non lo si riserva a se stessi e ai propri beni materiali e immateriali.

Non hanno tutti i torti: i vergognosi sindaci di Firenze e Venezia, il primo impegnato più che a rafforzare gli argini dell’Arno, a proseguire nel disegno impunito di allargare un aeroporto in barba alla tutela dell’ambiente, alle leggi della logica e perfino a quelle del profitto per accontentare un cordata di investitori amici, o a scavare tunnel per la sua Tav in miniatura per non far rimpiangere l’innominabile predecessore, il secondo, che ancora ieri ha chiuso Piazza San Marco non solo ai turisti imbecilli che volevano godere dello spettacolo folcloristico e gioviale quanto la sagra di Predappio e magari farsi un bagno immortalato da selfie, ma anche ai tecnici e ai residenti, in modo da essere ripreso come un cristo che cammina sulle acqua, durante la sua ispezione pastorale, per incarnare via spot la pubblicità della più indegna opera al servizio della corruzione, ecco quei due sindaci come in gran parte dei comuni, li abbiamo votati, o magari dopo un voto inutile, abbiamo disertato le urne per ritirarci in un Aventino mai abbastanza alto e remoto per salvarci dal fango in crescita.

Non hanno tutti i torti: abbiamo chinato la testa a leggi che dovrebbero salvaguardare il decoro, lasciandoci persuadere che l’immagine di una città e la sua reputazione fossero oltraggiati dalla vista di poveri, matti, barboni e non dalla prepotenza di chi li aveva fatti diventare così, da accampamenti e baracche e non da osceni grattacieli già obsoleti prima di essere abitati, da condomini occupati da senzatetto e non dalla speculazione di chi aveva ricevuto denaro e protezione per edificarli con materiali scadenti, senza dare una razionale risposta a un bisogno abitativo che poteva essere soddisfatto con la riqualificazione del patrimonio esistente.

Non hanno tutti i torti: per un ignominioso falansterio frontemare abbattuto ci sono centinaia di abusi assecondati o condonati (ne abbiamo un esempio recente in una delle isole più maltrattate e oltraggiate dalla piccola e grande speculazione) in nome di uno stato di necessità arbitrario e discrezionale. Ci sono centinaia di offese all’ambiente e al paesaggio recate in nome della valorizzazione, quella delle casette a schiara nella campagna toscana, quella della cementificazione delle coste sarde concesse alla cupola edilizia degli sceicchi, in cambio di compensazioni tarocche e occupazione precaria e insicura.

Non hanno tutti i torti: pensate a quanto sono caduti nei trabocchetti della necessità, dell’Europa che ce lo chiede, dei profitti e benefici che dovevano derivare da alte velocità, ponti su canali promossi a impronte simboliche di sindaci megalomani e archistar poco edotti de requisiti ingegneristici, condotte e trivelle indispensabili per il nostro approvvigionamento di utenti sciuponi, esposizioni, giochi  e Balli Excelsior imprescindibili per riconquistare credibilità internazionale. Allo stesso modo di quando crediamo che non si possa dire no a nodi scorsoi, corde per impiccarci, taglieggiamenti del racket carolingio, offerte nell’outlet della guerra con la svendita di patacche irrinunciabili per accedere agli sgabelli del consesso dei grandi, a opere e infrastrutture già superate prima passare dalla carta al cemento, che anzi anche quando restano sulla carta sono già profittevoli di investimenti, sanzioni, penali aggiustamenti.

Non hanno tutti i torti: a ogni catastrofe ormai non più naturale, prevedibile e incontrastata, andiamo col cappello in mano, a elemosinare aiuti nel contesto di finanziamenti ai quali contribuiamo con dovizia per quanto imposta, senza mai mettere in discussione le imposizione che subiamo per sancire l’appartenenza alla grande matrigna. Come nel caso delle “invasioni” un po’ meritate e un po’ geograficamente imposte, quando noi diventiamo rei della colpa di rifiuto quanto di incauta accoglienza mentre la Turchia di Erdogan di guadagna 3 miliardi e più per cacciare chi si affaccia dai vicini indegni come noi di salvaguardare i sacri confini.

Non hanno tutti i torti.  Da tanto tempo seduti nella platea globale vediamo il film di quello che è stato in Grecia, in Brasile, in Argentina, che poi è il trailer di quello che c’è già qui. Quando qualcuno ci mostra l’altro film, di quello che potrebbe essere, lo trattiamo come se col cartoccio di pop corn ci infliggesse una di quelle pellicole da cineforum – mica La Corazzata Potemkin, per carità, che non ci suscitasse pensieri di ribellione – no, uno di quei polpettoni d’autore sui quali ci si deve concentrare e immedesimare, un Resnais a Marienbad, un Kagemusha, o peggio l’Arpa Birmana, per non dire di Ken Loach.

Non hanno tutti i torti: città e interi paesi muoiono repentinamente o a poco a poco, quando rinunciano alla loro storia e memoria, o la dimenticano, o la rimuovono perché è un peso oneroso come le responsabilità e i doveri; o quando si lasciano occupare da un nemico con le armi o  con quattro soldi.

Guai ai vinti, guai a noi se non lo amiamo questo posto in cui siamo nati o nel quale siamo approdati, questo riparo fragile e bello, guai a noi se non ce lo riprendiamo per goderne e custodirlo.

 

 


Sardegna, isolata e svenduta

sardAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siamo ormai così abituati alle gerarchie, alle top ten, alle graduatorie perfino dei naufragi con doverose differenze tra navi da crociera e barconi malandati, nella qualità delle vittime, nel valore commerciale delle vite offese, che quando succede qualcosa in geografie periferiche, quando vaste aree del paese vengono sommerse da infauste alluvioni attribuibili perlopiù a cattiva o nulla manutenzione, all’invasione del cemento e all’erosione delle coste, alla speculazione oltraggiosa, più in generale a un cambiamento climatico del quale a vari livelli siamo correi, beh allora la notizia non abbastanza (e lo credo bene per quanto si ripete) sensazionale da  occupare le dirette di Mentana, la tv del dolore della Vita in Diretta o di Barbara D’Urso, scivola via, come se si trattasse di luoghi assuefatti alla disgrazia e che se la meritano, popolati di indolenti, di malcontenti che non si compiacciono della fortuna capitata loro con lo sfruttamento minerario, con quello turistico, con l’arrivo di predoni filantropici che  occupano suolo,  verde, boschi, acqua, mare e li annettono ai loro principati e sceiccato “billionari”.

Nei giorni scorsi la Sardegna, come la Calabria d’altra parte, altra regione di serie C per via della ricorrenza di temporali promossi a catastrofi, è stata colpita per tre giorni da un nubifragio che l’ha lasciata stremata: paesi senza luce per tre giorni, strade interrotte perché (lo dice l’Anas) la pioggia ha eroso il fondo stradale, scavandolo, due morti, in una tragica replica di quello che avvenne nel 2009. Fortuna che è avvenuto adesso, a stagione balneare finita, viene da dire: la Sardegna è un’isola che sale all’onore delle cronache per la sua funzione di servizio, se apre un night, se il Qatar riconferma il suo interesse per l’acquisizione di lunghi tratti costieri, in modo da valorizzarle e da creare occupazione, in una regione che pare meriti solo la carità pelosa, se pensiamo alla squallida vicenda dell’acquisto da parte del gruppo Sider Alloys di Lugano dello  stabilimento ex Alcoa di Portovesme, in Sardegna, il più importante impianto italiano per la produzione di alluminio primario. Grazie a un accordo che parte già avvelenato (Portovesme è uno dei siti più inquinati d’Italia, dopo quarant’anni di scarichi industriali incontrollati: 25 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima), firmato da Calenda nel febbraio scorso e che  coinvolge Invitalia, l’agenzia italiana per gli investimenti, obbligata a portare una bella porzione del tesoretto di 135 milioni di euro necessari al riavvio della produzione in cambio della benevolenza svizzera, senza un piano di bonifica e risanamento, dopo che i fondi stanziati nel  ’90 sono finiti. È la Asl locale che consiglia di non consumare il latte delle pecore e capre che brucano nei dintorni, né mangiarne la carne, né raccogliere mitili e crostacei o vendere frutta e verdura, che raccomanda di non farli consumare dai bambini. Che denuncia che nelle polveri sottili ci sono piombo e cadmio, che il terreno è impregnato di metalli pesanti. La falda sotto Portovesme è un concentrato di veleni, secondo l’ultima relazione dell’Agenzia regionale per l’ambiente diffusa nel giugno 2017: i campioni prelevati nell’area industriale rivelano arsenico, cadmio, fluoro piombo, mercurio, tallio, zinco e idrocarburi policiclici aromatici, tutto in quantità centinaia migliaia di volte oltre i limiti.

A Portovesme c’è chi combatte con presidii di lavoratori e cittadini, anche se le notizie dal quel fornte sono scarse quanto quelle sul nubifragio. E ancora minore è la risonanza e l’eco della battaglie solitarie di chi tenta di contrastare l’oltraggio ripetuto delle disposizioni in materia di pianificazione territoriale promosse in forma bipartisan, con in testa il   Piano Paesaggistico Regionale.  113 articoli in linea con la filosofia del grande suggeritore che non ha smesso di dettare le sue regole dalle piscine della villona teatro di incontri al vertice e cene eleganti che stabiliscono misure che esorbitano dalle competenze regionali, violano il principio di sussidiarietà ed esautorano i comuni dalle loro funzioni più caratterizzanti, specifiche e delicate, quali quelle che attengono all’assetto e all’utilizzazione del proprio territorio. Che nel sancire come unica vocazione dell’isola, quella  dell’accoglienza, permette che in nome della ricettività si stravolga la fisionomia delle coste, si cementifichi e costruisca con criteri speculativi al fine di rendere le strutture alberghiere competitive,  anche grazie all’aumento delle volumetrie turistiche già dimezzate da precedenti disposizioni, si introducano variazioni criminali alla destinazione d’uso agricolo.

Così resort e alberghi potranno allargarsi fino al 25 per cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici», le imprese avranno licenza di costruire nuovi corpi di fabbrica, spa e piscine aggravando l’impatto ambientale. È un regalo miliardario fatto a beneficio soprattutto dell’emirato del Qatar che ha dettato in prima persona  le norme per la gestione delle coste imponendo  vincoli più leggeri: qualche voce ancora libera della stampa locale ha raccontato la performance dell’amministratore delegato di Sardegna Resorts e di Qatar Holding, proprietaria di Porto Cervo e dei blasonatissimi hotel della Costa Smeralda, presentatosi “davanti alla commissione urbanistica regionale con in pugno un documento di quattordici cartelle firmate una per una, come si fa nei contratti civili, con le proposte di revisione della legge per l’edilizia, il piano casa del centrosinistra varato nel 2015”, e persino là, nella fascia dei trecento metri dalla battigia vincolata dal piano paesaggistico di Renato Soru. Provocazioni alle quali la giunta targata Pd ha risposto di si  osando  dove non ha osato neppure l’amministrazione regionale berlusconiana, quella guidata da Ugo Cappellacci. E d’altra parte come dire di no all’augusto benefattore  che in cambio ha deciso di finanziare la realizzazione del mega ospedale Mater Olbia, nella città gallurese, un’incompiuta del San Raffaele per la quale si è speso di persona l’ex premier Matteo Renzi, pensata per ospitare i vip intossicati dall’eccesso di aragoste.

E come dire di no alla proposta magnanima di riempire il paesaggio di Bitti – costellato di venti chiese antiche, un  panorama rurale straordinario ancora incontaminato dai compagni di merende di Briatore e che si era salvato dal saccheggio di 100 mila querce tentato da un industriale padano – con una distesa di specchi e pale, proposta dal gruppo Siemens-Gamesa in nome della “solidarietà” energetica col resto del Paese.

E come dire no alle “ricadute economiche e occupazionali” di cui può beneficiare Domusnovas -piccolo centro sardo di 6.300 abitanti in provincia di Carbonia-Iglesias  conosciuto finora solo da qualche turista per le sue bellissime grotte carsiche, nel quale da qualche tempo si è  insediata una fabbrica di armi della società Rwm Spa, dalla quale solo nel 2016  sono partite esportazioni per un ammontare di  5 milioni di euro di  razzi, siluri e bombe verso varie destinazioni, come si legge nella Relazione sulle operazioni autorizzate di controllo materiale di armamento 2015 del governo, tra le quali figura anche l’Arabia Saudita per il conflitto yemenita, in palese violazione della legge 185/90.  Chi volesse sapere di più di questa inquietante “servitù” non trova risposta da parte dei lavoratori (74) ricattati e zittiti dalla minaccia delle  sanzioni del “codice etico” aziendale, che all’articolo 22 prevede il licenziamento per la diffusione di informazioni riservate e dalla popolazione provata da una crisi che ha investito quelle zone con le  dismissioni delle miniere e le vertenze Carbosulcis, Alcoa, Euroallumina e Portovesme Srl  e dove gli ultimi dati Istat dicono che  la disoccupazione è al 17% con quella giovanile che supera il 60% e che se nel 2014 il Pil procapite del Sud Italia era di 16.761 euro -circa la metà rispetto a quello del Nord- nel Sulcis è di soli 8.800 euro.

D’altra parte la Regione Sardegna “promuove la crescita intelligente, lo sviluppo sostenibile e l’inclusione sociale previsti nella più ampia strategia europea 2020, con la propria Strategia di specializzazione intelligente (detta S3), finalizzata a identificare le eccellenze territoriali in termini di ricerca e innovazione e a individuarne le potenzialità di crescita”. E come dire no quindi ai venerati alleati che hanno contribuito con i nostri governi  a fare  dell’isola un presidio con  il 67 per cento delle servitù militari italiane, con i tre più grandi poligoni d’Europa, TeuladaCapo Frasca e quello di Salto di Quirra, 120 chilometri quadrati di estensione per la più importante base europea per la sperimentazione di nuove armi, missili, razzi e radio bersagli, sito in cui avviene l’addestramento di alcuni apparati delle forze armate: esercito, aeronautica e marina militare e dove dal 1956  l’esercito italiano insieme a svariate aziende private collauda mezzi bellici da esportare nei diversi teatri di guerra nel mondo.

Tante volte si è detto che il tempo della pace in Europa è stato lungo, troppo lungo. E infatti chi non ha vissuto il conflitto mondiale nemmeno sui libri di storia, nemmeno sui temi della maturità, nemmeno da spettatore  al cinema preferendo i cinepanettoni, ha scelto di dichiararne una sua muovendo i suoi eserciti reali e immateriali e occupando quelle propaggini africane indolenti, separate per “progresso e civiltà”, quelle isole remote rispetto ai disegni imperiali, buone solo per farci il bagno in acque che saranno sempre meno azzurre, perché lo sforzo bellico non ama la bellezza e se non può comprarla, la sporca per dispetto.

 


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