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La Grancassa dei piazzisti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A chi si affida al cinema anche per comprendere e interpretare i processi e i fenomeni del sistema economico e  finanziario, dal casinò avvelenato di Gekko o del suo aspirante discepolo Bud Fox, ai grandi flop bancari insieme a Brad Pitt o alle macabre ristrutturazioni affidate ai tagliatori di teste impersonate da un feroce George Clooney, potremmo suggerire la visione di un classico: Pretty Woman. Film di culto in rosa, nel quale l’umanizzazione di una carogna tramite il tocco demiurgico dell’amore va di pari passo con la redenzione dallo status di ingordo cannibale di imprese del melenso Richard Gere, che compra aziende in difficoltà, né più né meno di Cosa Nostra o di Arcelor Mittal, per chiuderle o rivenderle a brandelli togliendo così di mezzo fastidiosi concorrenti.

Così invece di preoccuparci per le remunerazioni dei boiardi di Stato, saremmo più attrezzati a stare in campana sulla qualità delle loro prestazioni e delle finalità attribuite ai loro incarichi e al ruolo sempre più influente che hanno assunto in questi anni e in questi ultimi mesi, a guardare l’irresistibile ascesa di Arcuri, che il presidente del Consiglio vorrebbe a capo della Cassa Depositi e Prestiti, malgrado le sue recenti performance tra mascherine, banchi e app. 

Sarà per consolidare la sua candidatura e la promozione dopo i fasti di Invitalia, uno di quegli organismi più inutili del famoso “Una rosa per Maroncelli” – incaricato di portare un fiore in memoria del martire allo Spielberg, sul quale si accanirono le prime campagne sugli enti superflui – ma che in compenso  produce più danni.

Oppure  sarà per consolidare un brand già attivo,  Cassa Depositi e Prestiti è stata proprio in questi giorni promossa con gran spolvero a ancora di salvezza  del nostro turismo, come illustrato dal suo attuale Ad Fabrizio Palermo nel lanciare l’intesa con il ministero dei Beni culturali per la creazione di un Fondo ad hoc dalla dotazione sostanziosa di ben 2 miliardi.

E’ una notizia che ci fa capire meglio la natura di queste bad company, si tratti di Invitalia creata dall’esecutivo di D’Alema  e incaricata di distribuire fondi alle imprese di “nuova costituzione” o di Cassa Depositi e Prestiti, istituzione finanziaria   sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’83% dal Ministero dell’economia e delle finanze e per circa il 16% da diverse fondazioni bancarie, autorizzata a  agire come una banca di Stato, investendo   nel capitale di rischio delle  grandi imprese “profittevoli e ritenute strategiche per lo sviluppo del Paese”.

Tutte e due rivelano la loro vera vocazione e l’indole dei manager chiamati a dirigerle, assimilabili alla corporazione dei diplomatici o dei Pr, equipaggiati di dorate rubriche coi nomi di major bulimiche, di gadget succulenti  in cambio dei quali è immaginabile che arrivino favori, voti per i governi in carica, protezioni e altre poltrone sempre pronte per i loro augusti lati B.

Ci vuol poco a capire che si ha a che fare con enti vocati all’assistenza senza condizioni di grandi aziende ormai tutte multinazionali con sedi disseminate nell’impero, che si scapricciano  e accreditano mettendo su una produzione “a perdere” nel terzo mondo italiano, o che si fanno cofinanziare l’acquisizione di qualche impresa decotta o sofferente, annettendosi il know how per trasferirlo in sedi più idonee, dove le remunerazioni sono più basse così come i diritti e il rispetto dei requisiti di sicurezza ambientali.  

E siccome ormai l’Italia se la batte con il Bangladesh tanto che resta il paese di Bengodi anche per i Benetton, gli esempi non mancano sulle iniziative promosse da Invitalia per “assistere” grandi imprese che vogliono insediarsi da noi, come  Rolls Royce che ha impiantato uno stabilimento a Avellino subito in perdita su cui scaricare cifre in rosso e  deplorazione unanime per le insane richieste del personale. O per sostenere una cerchia di imprenditori spregiudicati a aggirare le regole mettendosi sul bavero la rosetta legittimatrice degli “aiuti di Stato”, come il resort della costiera amalfitana cui sono stati abbonati alcuni reati: combustione di rifiuti speciali, sbancamento terreno e opere edili in odor d’abuso.

Il segreto è sbandierare i quattro soldi dati a una selezione di start up di rampolli velleitari e creativi di buona famiglia e un paio di regalie a aziende terremotate delle quali fare pubblica ostensione, e il gioco è fatto. Così il malloppo si indirizza verso potentati di settore, magari aiutati dalla narrazione profittevole della “ricostruzione” dopo il confinamento, che ha dimostrato come anche senza complotti e senza cospirazioni, a morire economicamente sono i piccoli, i meno protetti, i più esposti a ricatti e espropriazioni indebite.

Basta leggersi per l’appunto il programma di investimenti nel turismo concordati da Cassa Depositi e Prestiti e quel bel tomo dell’autoreggente (il  copyright spetta all’Espresso) Franceschini, il ministro dei Beni Culturali sempre vigente che ha fatto del consumo turistico del Paese la sua bandiera. Quello per intenderci contro il quale i 5stelle organizzarono una manifestazione di piazza, lo stesso la cui riforma venne smantellata dal ministro Bonisoli del primo governo Conte e ora col secondo governo Conte viene ripristinata.

 E così il tandem dell’ospitalità ha deciso di istituire un  bel Fondo ad hoc dalla dotazione sostanziosa, ben 2 miliardi che, cito, “punterà sulle strutture “iconiche” che rappresentano l’eccellenza della tradizione italiana, come la storica Villa Igiea a Palermo, già dimora della famiglia Florio”, grazie, cito ancora, a “un modello non invasivo che punta a sostenere e investire in sviluppo e ammodernamento delle strutture. Agli attuali proprietari potrà infatti essere concesso un diritto di riacquisto da esercitare in un arco di tempo ‘congruo’, con la possibilità di reinvestimento dei proventi della vendita nell’attività di gestione”.

Non so a voi ma a me ricorda tanto la carità europea, che si prende i nostri soldi, , poi ce li concede a patto che eseguiamo i suoi ordini, caricandoli di condizioni e interessi e infine se non ubbidiamo agli ordini ci espropria dei beni, ci fa vendere le isole e le orchestre e i palazzi, insomma quello che costituisce la nostra “attrattività”, lasciandoci con le sole pezze al culo.

Ma tanto a patire della morte di Covid del turismo sono le realtà minori, attività commerciali individuali, piccoli hotel, strutture con dipendenti a casa da mesi cui non arriva la cassa integrazione, proprietari e gestori che si arrangiano facendo i pony, ristoratori che hanno tirato giù la serranda col cartello “chiuso per ferie”, ma da qui all’eternità.  

Mentre, ma guarda un po’ che sorpresa, i destinatari del Fondo si rivelano essere Rocco Forte e Th resort e il suo pilastro consiste nella “valorizzazione degli asset immobiliari” puntando su “un turismo di qualità e con capacità di spesa, colto e che apprezza e rispetta la fragilità del nostro paesaggio”.

Almeno si fa piazza pulita dell’ipocrisia, cancellate le concessioni al diritto di essere tutti insieme nello stesso tempo e nello stesso posto a consumare bellezza e cultura, finalmente restituiti a quelle élite che le sanno comprendere e godere. Che pagano caro e quindi se le meritano!

Basta con quella marmaglia probabilmente populista che pensa di essersi conquistata il privilegio di fare la fila agli Uffizi, sdoganati dall’influencer sdoganata anche lei in qualità di fiera partigiana, basta con quegli straccioni che si accontentano di dormire sui letti a castello della stanza di nonna adibita a B&B, per anni considerata la nuova frontiera dell’imprenditorialità individuale creativa.

Resta un dubbio:  questa cerchia, superiore socialmente e culturalmente, che dovrebbe appagarsi delle nostre città, dei nostri paesaggi, delle nostre opere d’arte, fino a volersele comprare, chiuderà un occhio sui reperti risparmiati dal vulcano ma ridotti in rovina da incuria e abbandono, sui musei chiusi per mancanza di personale o per legittime rivendicazioni, sugli archivi proibiti a studiosi e studenti, sui centri storici allagati a ogni temporale, dove gli alberi si suicidano sulle auto per assenza di manutenzione?

Ma non sarà che la conversione di fabbriche in monumenti di archeologia industriale, la voluta trasformazione di crisi e danni poco rilevanti in emergenze incontrastabili, fanno parte del progetto di mettere in vendita il Paese con tanto di piazzista che in TV magnifica le offerte del mese, manco fosse Divani & Divani, tra mance, premi ai bancomat- victim, vaccini gratis, e banchi a rotelle, che l’unica cosa fissa e stabile sono le loro poltrone inamovibili che resistono meglio di prima alla riduzione di numero.


Venezia malata, navi “sane”

ve ve Anna Lombroso per il Simplicissimus

Molto meglio di trattati di sociologia, antropologia, economia ha illustrato la questione afroamericana Cassius Clay che raccontò di essersi accorto di non essere più negro quando divenne  “The Greatest“. Perché si sa che, gratta gratta,  sotto alle differenze e alle disuguaglianze e discriminazione  che ne derivano, siano di genere, religione, etnia, pigmentazione. spunta sempre quella di classe.

E quindi il venditore di parei colorato e islamico in Costa Smeralda è malvisto a differenza del compratore di  spiagge colorato e islamico ma esponente dinastico degli emirati.

Altrettanto, è perfino banale dirlo, fanno le ultime misure governative nel contesto del prolungamento dell’emergenza, selezionando accuratamente chi fa scalo nei nostri porti a seconda, più che della stazza, del pescaggio, del tonnellaggio, del ceto dichiarato dei passeggeri, accogliendo entusiasticamente i forzati delle crociere che si affacciano festosamente dei ponti delle navi condominio facendosi i selfie davanti al Giglio e a San Marco, mentre vengo respinti irremovibilmente quelli che arrivano già disperati, certamente più di quanto lo saranno gli ospiti di Costa Crociere dopo il salassi di extra che rappresenta il vero business dei nuovi corsari.

E siccome secondo il Presidente del Consiglio del Paese dove il turismo costituisce il 13 del Pil, è arrivato il tempo “ di non pensare a nuove restrizioni, ma di sostenere una effettiva ripartenza”, le navi da crociera  “devono ricominciare a viaggiare perché il turismo è un pezzo fondamentale della nostra economia”, contribuendo all’auspicato ritorno alla normalità che significa, con tutta evidenza, che  bastimenti a più piani sono autorizzati a sfiorare i masegni di Piazza San Marco attraversando sfrontatamente il Bacino un tempo solcato dal Bucintoro, o che le  città d’arte si debbano disporre grate e riconoscenti a essere invase da carovane di turisti ciabattoni, in fila dietro a un ombrellino, accaldati, frastornati, tuttavia compresi  e convinti del diritto meritato a usare bellezza, cultura, storia come una merce da consumare frettolosamente in una triste replica dell’alienazione in fabbrica, in ufficio o alla mensa.

Mi immagino già la reazione di chi pensa che l’appartenenza alla costellazione progressista imponga di approvare il turismo di massa come una conquista popolare che la sinistra antagonista combatte per mantenere un’esclusiva in regime di monopolio del godimento del patrimonio artistico e culturale grazie all’esclusiva e elettrizzante convinzione di poter avere il mondo a propria disposizione.

Il fatto è che appena usciamo da casa siamo turisti  che vogliono stare dove non ci sono altri turisti, che detestano il turismo, fenomeno accettabile finché era privilegio di pochi, prima che i bus multipiano sostituissero i vettori del Grand Tour, prima che i residenti delle città d’arte venissero assediati, espropriati e espulsi da quelle che interpretano non a torto come orde barbariche indifferenti alla cura e tutela dei loro beni. Quelli che,  a leggere le cronache e a guardarsi intorno,  insozzano e deturpano a fronte di benefici sempre più ridotti, posseduti da  un immaginario colonizzato grazie al quale si aspettano che gli invasi si adeguino alle loro aspettative inscenando una realtà – spettacolo come figuranti e addetti di un parco tematico allestito a loro uso.

E figuriamoci se questi esigenti spettatori invece di camminare per calli e campi, sono abilitati a osservare distrattamente  dal ponte n. 7 di una nave il muoversi frettoloso di formiche sullo sfondo di una città condannata a location, ridotta a  scenario di cartapesta di una commedia di Goldoni, nell’anticipazione probabile dell’affondamento morale e materiale dell’arrogante Serenissima che adesso che è al loro servizio si fa pagare 15 euro un caffè.

Quelli che guardano al turismo di massa come alla minaccia mossa contro una prerogativa sociale finora mantenuta da una èlite sociale e morale, dotata degli strumenti messi a disposizione da una istruzione “superiore”, ma ancora di più quelli che ritengono che costituisca un diritto inalienabile pigiarsi davanti alla Gioconda, viaggiare stipati in un aereo low cost, dormire in un B&B senza nessuna caratteristica di confort, dovrebbero invece cominciare davvero a pensare a come l’industria del “viaggio” (il turismo, secondo l’antropologo apocalittico Malcom Crick,  rappresenta il più formidabile movimento di popolazione umane al di fuori del tempo di guerra) sfrutti  e oltraggi non solo il nostro territorio, ma anche il nostro immaginario, la nostra percezione dei luoghi e della vita degli altri, dove gli stereotipi, quelli del pittoresco e della tradizione, diventano i prodotti più taroccati nell’outlet della storia.

C’è chi dice che questo processi di imbalsamazione risponde al bisogno di passato come risarcimento per quello che la modernità ha distrutto o rimosso. E che assomiglia alle liturgie delle giornate della memoria, di quella della donna, del Primo maggio, celebrazioni una tantum di qualcosa che ha perso senso, di qualcosa che per 364 giorni viene sottoposto a un oblio consolatorio della coscienza.

È probabile che sia così soprattutto in un Paese dove riforme dell’istruzione di marca “progressista” hanno provveduto a ridimensionare lo studio della storia, a cancellare l’educazione civica e la storia dell’arte, dove proprio oggi, a fonte della liberatoria per le navi da crociera, restano e resteranno vincoli e limitazioni per l’accesso all’istruzione pubblica che confermano la lesione di un diritto fondamentale e che dovrebbe essere uguale per tutti.

Ma  purtroppo la trasformazione di Venezia in mummia da rimirare preferibilmente  dall’alto, è stata avviata.

E il paradosso è che – come ormai succede per quasi tutte le città d’arte, sottoposta al maquillage degli impresari per presentarsi bene in occasione del suo fastoso funerale, Carnevale, festival, Redentore, Regata, e per essere esposta a pagamento al compianto  di chi vorrebbe accelerare la sua fine, magari per essere presente durante lo spettacolare inabissamento o quando il mostro marino per forza d’inerzia abbatte i quattro cavalli –  a trarre profitto dai benefici della mercificazione non sono gli abitanti, nemmeno i connazionali, bensì multinazionali fantasmatiche di armatori, immobiliaristi che beneficiano della cacciata dei residenti, catene commerciali che hanno preso il posto dei negozi e delle attività tradizionali, compagnie turistiche 200 anni dopo Thomas Cook insieme alla gang di AirBnb che ha, anche grazie al Covid, estromesso i piccoli che affittavano la stanza in più consolidando invece il monopolio speculativo dei grandi proprietari.

Ormai Venezia è, come ebbe  a dire Mary McCarthy, l’album pieghevole delle sue cartoline, da quando si è fatta strada ingenerosamente anche grazie a un ceto dirigente locale reo di tradimento, che la città sia “patrimonio mondiale” condannandola a assomigliare sempre di più alla sua imitazione a Las Vegas per appagare l’aspettativa distratta dell’immaginario collettivo dei 30 milioni di visitatori (secondo i dati di Paolo Lanapoppi) che ci capitano ogni anno.

Sono loro i veri city users che bivaccano in piazza, fanno pipì in canale, nuotano in Piazza allegramente durante l’acqua granda, vanno in monopattino su e giù per i ponti, ai quali si vorrebbe contrapporre un turismo sostenibile, educato, politicamente corretto, ambedue irriguardosi del destino di una città che prima di essere patrimonio dell’umanità è ancora fatta di gente, poca, memoria, molta ma minacciata, vocazioni, represse, gente costretta nel migliore dei casi a diventare guardiana della sua stessa “casa” convertita in museo, dove arriva la mattina dalla terraferma per poi far ritorno la sera in altri posti senza identità se non quella di bacino di servizio al luna park lagunare.

C’è poco da sperare, la grande menzogna dei benefici immediati e tangibili dell’oltraggio si è affermata. Lungo le tratte segnate dai corsari si avvicinano le loro navi da guerra pronte a rovesciare nella città  nei giorni di maggior afflusso oltre 35 mila persone, che producono costi sociali e ambientali ingentissimi: inquinamento dell’aria, del mare, elettromagnetico e acustico, alterazioni dell’equilibrio morfologico della Laguna, indebolimento delle fondamenta, iperproduzione di rifiuti, incremento della pressione antropica.

Effetti questi che non sono minimamente comparabili ai benefici, grazie a un sistema che concentra e privatizza i profitti mentre socializza i danni e che carica i costi su chi non trae reddito né vantaggi, i residenti che sopportano un prezzo di circa 6 mila euro l’anno pro capite, mentre i profitti vanno ai titolari delle agenzie, a società che non hanno sede a Venezia, agli armatori, ai fornitori dei servizi e  dei rifornimenti, a quei soggetti cioeè che hanno in mano anche la gestione dello scalo portuale grazie alla privatizzazione del Vpt (Venice Port Teminal, non a caso nello slang dell’impero), quella cordata di armatori riunita nella società  Venezia Investimenti in combutta esplicita con la Regione in virtù del suo “braccio” finanziario “Veneto Sviluppo”.

Sono sempre loro che già contrattano le alternative al passaggio in Bacino grazie a nuove vie d’acqua la cui realizzazione è ovviamente affidata al soggetto che ormai opera in regime di esclusiva riunendo in sé tutto e il contrario di tutto, scavi e riempimenti, sporcizia e pulizia, opere e controllo sulle opere, quel Consorzio Venezia Nuova sotto la cui gestione dispotica e assoluta corruzione, malaffare e inefficienza hanno agito a norma di legge.

I futuristi di ieri volevano uccidere il chiaro di luna e l’abuso di stereotipi  romantici incarnati dal mito passatista di una città “estenuata e sfatta da voluttà secolari”, colmando “i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi”, bruciando “le gondole, poltrone a dondolo per cretini”. I futuristi di oggi hanno fatto di più, hanno ucciso Venezia.  

 

 

 


Il brand dell’oltraggio, parte seconda

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quanti improperi, quante accuse di provincialismo sono state indirizzate a chi nell’anno di grazia 2105, Renzi Presidente, aveva messo in guardia dalla decisione dell’allora Ministro dei Beni Culturali di chiamare a dirigere i più importanti musei di Stato italiani a personalità straniere.

Bastava grattare un po’ sotto la superficie del cosmopolitismo Pd, che ha da tempo sostituito il molesto e arcaico internazionalismo, per capire che a ingolosire non era l’appartenenza etnica o la congruità con i più frusti stereotipi, mondanità francese, eleganza britannica, efficienza tedesca, bensì un certo tipo di competenza richiesto per sviluppare la missione imposta dalle nuove frontiere dello sfruttamento intensivo del nostro patrimonio artistico e culturale: fare cassa.

E infatti la selezione ministeriale premiò, sulle orme  degli indimenticabili Bondi e  Ornaghi che misero a reggere le sorti dei musei Mario Resca grazie alle sue referenze conquistate in McDonald e al Casinò di Campione, soggetti che vantavano un curriculum di manager particolarmente versato nelle discipline del marketing.

Tanto che dopo tre sentenze del Consiglio di Stato e due del Tar del Lazio, chiamati a dirimere il contenzioso aperto da chi sosteneva che il bando  internazionale andava contro le regole nazionali  che impediscono di far assurgere ai posti di vertice della pubblica amministrazione cittadini stranieri, il sempiterno Franceschini ha potuto rinnovare il mandato per la seconda volta a Eike Schmidt in qualità di direttore degli Uffizi, si, quello che abbiamo visto, gongolante e compiaciuto, salutarsi col gomito con l’illustre testimonial, cui non poteva giovanilmente dare il cinque per ragioni sanitarie.

Fiero di aver aperto la strada a altri operatori culturali sbarcando tra i primi su Tik Tok, lo storico tedesco  rivendica con orgoglio “l’operazione”  Ferragni “volta, dice, ad avvicinare anche i più giovani ai grandi capolavori del Rinascimento”. E aggiunge: “quello dei giovani è un problema che ci ponevamo anche prima, per esempio quando abbiamo invitato le star del festival Firenze Rocks a visitare i nostri musei….   Noi abbiamo una visione democratica del museo: le nostre collezioni appartengono a tutti, non solo a un’autoproclamata élite culturale, ma soprattutto alle giovani generazioni. Anche perché, se i giovani non stabiliscono oggi una relazione col patrimonio culturale, è improbabile che in futuro, quando saranno loro i nuovi amministratori, vorranno investire in cultura”.

Davvero mi domando come mai non sia stato offerto un prestigioso ruolo dirigente nei beni culturali ai pubblicitari che hanno avvicinato i ragazzi di allora al repertorio classico, riempiendo i teatri, comprando Cd e poi scaricando brani a raffica, dopo essere stati cullati dalla Romanza per violino e orchestra n. 2, op. 50 di Beethoven che creava un’atmosfera nel sorseggiare il cognac.

O quelli che avevano ballato su “per Elisa” rivisitata da Presley, o sulle note di saccheggiatori rei confessi di Pachelbel o di Schubert. Il fatto è che l’estrapolazione estemporanea è come le citazioni, solo chi è curioso e avido di apprendere va a cercarsi la fonte, gli altri meccanicamente registrano con indifferente noncuranza, contraddicendo così  le convinzioni di alcuni  che manifestano soddisfazione perché l’immagine della celebrata sciacquetta in braghette e ombelico in bella mostra davanti alla Venere, ha fatto scoprire ai rampolli il Botticelli. Più o meno come un tempo si familiarizzava con il Colosseo o San Marco dentro alla sfera con dentro la neve.

D’altra parte ormai la realtà viene guardata e ammirate e entra nelle esistenze umane solo così, a vedere i turisti che percorrono il Canal Grande o le strade di Roma sul bus a due piani, contemplando sullo smartphone in versione virtuale i monumenti che scorrono di fianco a loro.

E se a testimoniarne (ne ho scritto ieri: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/20/il-brand-delloltraggio/ ) è l’incarnazione della perentoria volgarità post berlusconiana, idolatrata perché come il Cavaliere fa un sacco di grana, paga e pretende, approfittando di generazioni di citrulli che vorrebbero consumare come lei la stessa robaccia standardizzata, meglio ancora.

E meglio ancora se a far stabilire “una relazione emozionale con il nostro patrimonio”, è sempre il direttore a dirlo,  ci pensa una nuova divinità contemporanea, un bel quarto di ciccia – ma guai a dirlo per non beccarsi l’inevitabile accusa di sessismo – che potrebbe essere infilata in mezzo a due fette di pane, come voleva fare appunto con i nostri tesori d’arte Tremonti, al fine di renderli finalmente redditizi.

Però sarebbe ingiusto attribuire ai governi del ventennio berlusconiano l’irruzione del mercato, della commercializzazione, della speculazione nel settore dei beni culturali.

In realtà a essere posseduti dal demone liberista, a dannarsi in cambio del favore di imprenditori e finanziatori privati pronti a prodigarsi con generosi benefici fiscali per “partecipare” della manutenzione, tutela e soprattutto gestione dei nostri giacimenti, sono stati in prima linea i fan di un progresso che in vista del declino dell’economia produttiva, della renitenza del nostro sistema a investire in ricerca innovazione, tecnologia, salvaguardia dell’ambiente e del territorio, hanno creato il mito fasullo della vocazione del Paese a diventare la “meta” più frequentata dall’immaginario globale.  Condannato dunque  a trasformarsi in parco tematico, albergo diffuso, parodia di una nazione con il suo popolo convertito in una moltitudine di osti, gondolieri, suonatori di mandolino, pizzaioli, facchini e affittacamere a casa loro.

Che poi questa “predisposizione”, ammesso che esistesse, non veniva sostenuta né con investimenti né con la volontà politica. Non solo si sono invece abbandonati il territorio, il paesaggio, i siti archeologici senza garantire la manutenzione indispensabile, non solo si sono consegnate le città svuotate dei residenti alla più mediocre mercatizzazione, non solo si è alimentata la trasandatezza che ha trasformato la crisi delle città in emergenza abitativa, dei servizi, della mobilità, ma non è stato fatto nessuno sforzo per reggere la concorrenza con altre realtà meno care, più organizzate, più strutturate e più dinamiche.

Basta pensare al caso Eurodisney: è il 1984 e tra le localizzazioni individuate per il più grande parco di divertimenti del continente c’è anche Bagnoli, con l’immensa area Italsider già in dismissione. Pare così appropriata che i competitori alzano la posta, la Francia con Parigi, la Spagna con Barcellona, ma i tempi si allungano, le procedure sono complicate alla fine la Disney si spazientisce, sceglie la capitale francese e il nostro Paese, che pure ha investito in innumerevoli fallimenti ludici, tra calcio e olimpiadi, rinuncia a oltre 35  mila posti di lavoro e non quelli effimeri dei cantieri, a milioni di visitatori ogni anno che avrebbero gravitato su  un’area più vasta da Napoli a Pompei, a Paestum, a Ercolano.

Invece la consuetudine che ha preso piede è stata quella di appagare gli appetiti delle cordate impegnate nei Grandi Eventi Effimeri, per speculare sulla occupazione di territori che finita l’occasione hanno perso valore, su cattedrali e infrastrutture “nel deserto”, sulla menzogna del project financing che ha  costretto enti pubblici e amministrazioni a garantire reti viarie e servizi di sostegno a spese della collettività.

È  stato questo lo spirito che ha animato e ispirato le scelte politiche da quando la Costituzione – e quello che detta in materia di cultura e diritto al sapere, all’istruzione e al godimento dei beni comuni, bellezza compresa, è diventata un testo letterario da rispolverare nelle occasioni celebrative.

E i nostri tesori ereditati sono stati convertiti in un pozzo da prosciugare, come non fanno ad Abu Dhabi che sta costruendo il più grande museo del mondo dove stipare tutto quello che il petrolio ha comprato dai paesi che hanno trascurato memoria e proprietà collettive, anche grazie alla legenda diffusa secondo la quale è democratico che anche gli straccioni possano stiparsi in pullman per poi sfilare svelti svelti davanti al “Buon Governo”, mentre una èlite sociale e morale può entrare nel Colosseo deserto invitata dal re dei mocassini, o nel Louvre allestito in forma di ristorante esclusivo per onorare il profumiere.

Ha cominciato, è giusto ricordalo, Ronchey, promosso sul campo “professore” dal governo Amato e anticipatori di altri severi frugali, a introdurre i privati nei musei anche grazie alla istituzione dei servizi aggiuntivi, merce, ristorazione, poi seguiti dall’editoria e da varie forme di produzione di eventi.

Poi Paolucci, che non aveva nemmeno l’attenuante dell’incompetenza, arriva a allargare la gamma  delle attività delegate ai privati investitori, in attesa del più dinamico nel consolidare il flirt tra stato e imprese, Veltroni, che sancisce che se il settore pubblico non garantisce la tutela e la cura del nostro patrimonio è doveroso affidarlo all’iniziativa di altri. Se si aggiunge l’accoppiata con Melandri che approfitta della Bassanini per attribuire nuove competenze alle regioni creando una giungla ci norme e funzioni contraddittorie e ingovernabili, il gioco è fatto e i ministri berlusconiani trovano la tavola allestita.

Ma il vero trionfo della “partecipazione” attiva delle rendite e dei signori dello sfruttamento si celebra con il renzismo, con la cacciata dell’unico ministro degno di consenso, Bray, con la consegna dei beni artistici e  della memoria agli speculatori delle multinazionali della “fruizione culturale”, poliedrici nel fare cassa con l’editoria, gli eventi tarocchi, il merchandising e soprattutto svendendo, locando, offendo in comodato, alienando la roba nostra come fosse loro. Proprio come è successo in Grecia, come sta succedendo e succederà in forma accelerata da noi.

Ci aspetta di essere infilati in una palla di vetro, ma senza neve. che comunque sarebbe a spese nostre. (fine)

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Taranto, veleni e balocchi

polveAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa una tromba d’aria ha sollevato  le polveri dell’ex Ilva facendo precipitare una pioggia di carbone sul quartiere Tamburi di Taranto. Il Comune, cittadini,  le associazioni ambientaliste – i soliti disfattisti – pretendono laserrata immediata dell’azienda, in aperta polemica con il governo che manda in visita pastorale il sottosegretario Turco, seguendo l’esempio di  Servola,  chiudendo l’area a caldo ed avviando la riconversione.

Mai contenti, viene da dire. Che poi, ammettiamolo,  una suggestiva tempesta di particelle rosse si colloca perfettamente nel disegno di rinascita di Taranto, a forza di son, lumière, giochi d’acqua come in uno di quei luna park con scivoli, ruote panoramiche, cascate artificiali, con, sullo sfondo, pudicamente, quella Foresta Urbana, concessione magnanima in veste di compensazione offerta dagli immuni e impuniti assassini che si sono avvicendati. E perché no? Una possibile vocazione termale grazie al recupero di quei 4 milioni di tonnellate di fanghi, oggetto della auspicata “bonifica”.

Ci ha pensato il governo con il sostegno dei parlamentari pugliesi che proprio non ne possono più di doversi occupare dell’annosa e mai risolta vicenda dell’azienda metallurgica obsoleta e incompatibile con un sistema economico nel quale le produzioni sono arcaici lasciti del passato, insieme a lavoratori che non sanno convertirsi a nuove frontiere più smart.

Con impeto creativo si è infatti concordato di fare di una città martire dell’avidità di profitto criminale,  la prossima e promettente capitale del turismo ionico, grazie prima di tutto ai Giochi del Mediterraneo 2026:  290 milioni di euro di investimento (il Governo ne metterà a disposizione circa 100, cui altri se ne aggiungeranno quando i ritardi e le trastole avranno trasformato anche questo evento “di interesse generale” in una emergenza da gestire con fondi e misure eccezionali), 65 impianti che dovranno ospitare le gare, maschili e femminili, di 23 diverse discipline sportive.

E difatti l’operazione non sorprendentemente verrà affidata a un soggetto commissariale, in questo caso l’Autorità Portuale con nuove competenze eccezionali e poteri straordinari. E che ha già ottenuto la ratifica del passaggio  dell’ex-Stazione Torpediniere dalla Marina Militare alla sua amministrazione, che provvederà al recupero delle  motonavi Adria e Clodia, rimorchiatori della Marina e del relitto del fu Vittorio Veneto, che si voleva adibire a nave museo. E  che, si legge sulla stampa locale in estasi,  ha scelto quella “location” come la più favorevole  per la nascita dell’Acquario la formidabile attrattiva in concorrenza con Genova, “in grado di convogliare un fertile   traffico di visitatori”, facendo dimenticare la triste reputazione della città industriale e magari occupando in veste di animatori quei 3000 esuberi sul piatto della bilancia della trattativa con Arcelor, dalla quale sono stati esclusi gli enti territoriali.

Chi in questi mesi avesse nutrito l’illusione che i fallimenti criminali dei privati e delle regioni, a cominciare da quelle che aspirano a una maggiore autonomia proprio per appagare gli appetiti imprenditoriali nei settori della sanità, dell’università della scuola, potessero configurare un nuovo ruolo programmatore e realizzatore dello Stato, di fronte alla prospettiva della resa incondizionata all’Europa, alla definitiva cessione di sovranità che condiziona l’elargizione secondo una partita di giro degli stessi quattrini che siamo tenuti a versare in cambio dell’esecuzione di “riforme-ghigliottina”, ancora più accelerate e drastiche rispetto alla Grecia, saprà che tutto sarà peggio di prima, che il vero patto del diavolo è già stato sottoscritto.

E non serviva questa emergenza a farcelo scoprire.

Bastava appunto guardare a quell’azienda, a quella città, a quei lavoratori e cittadini che  in 50 anni, hanno assistito all’inserimento forzato dell’acciaieria nel loro territorio, a una produzione intensiva che ha prodotto, si, acciaio e lavoro, ma anche devastazione, malattie, inquinamento, ricatti, per diventare  un maledetta ferrovecchio da quando con un tozzo di pane la famiglia Riva se lo aggiudica seppellendo sotto i suoi profitti   prontamente dirottati in conti offshore, una vergogna nazionale fatta di cancro, corruzione, intimidazioni e correità.

Bastava guardare al susseguirsi di cedimenti dei governi alle pretese, ai ridicoli “piani industriali”  dei vari sciacalli cui ha addirittura concesso immunità, che vertono sempre sulla fatale e ineluttabile riduzione degli addetti, sulla cortina di oblio da stendere come un sudario sulle colpe del passato e pure del presente e del futuro, in cambio delle promesse di continuare la produzione, come d’altra parte è confermato dai contenuti  di un accordo stipulato  tra la stessa Arcelor Mittal e il Governo siglato nello scorso mese di Marzo, del quale da mesi i sindacati  non vengono ufficialmente messi a parte. Prima della pioggia rossa, Conte aveva “rassicurato” tutti con la conferma del coinvestimento pubblico accanto al privato, grazie all’incarico  affidato nella partnership a  Invitalia, società del Mef della quale – casualmente – è amministratore delegato quel Domenico Arcuri messo a capo della task force  dell’emergenza Covid, un nome, una garanzia per prestazioni eccezionali. In quell’occasione il Presidente del Consiglio ha omesso di far luce sul “nodo occupazionale” ancora irrisolto: ArcelorMittal  prevede il taglio di 3.200 addetti, con la riduzione dei dipendenti a 7.500.

Che si tratti di una farsa dietro la quale si è consumata e si consuma una tragedia, è chiaro:  Taranto e l’Italia post pandemica dovranno accontentarsi del male minore, che va sotto il nome di  “ambientalizzazione” dello stabilimento, ottenuto con la riduzione della produttività, mobilitazione di risorse a carico del pubblico – circa un miliardo? e licenziamenti – il Governo sarebbe  disposto a un accomodamento con un tetto  di 1800 “esuberi”.

Eh si, di questi tempi ci si deve rassegnare alla rinuncia anche in una città dove per veder morire vecchi e ragazzini non occorreva aspettare la peste, che era già in casa.

Quante volte mi è capitato negli anni di scrivere che l’unica soluzione per l’azienda e per la città era risanare   e nazionalizzare. Quante volte però insieme ad altri più autorevoli ma altrettanti inascoltati osservatori, ho sottolineato che se quella è una produzione strategica per il Paese allora vale la pena di salvarla e con essa il futuro dei suoi dipendenti e la posizione del paese nel mercato, affetto da sovraproduzione ma non del tutto saturo.

Quante volte abbiamo sentito dire che si tratta di un’ipotesi che ha cittadinanza solo nel regno dell’Utopia, perché uno Stato ridotto già al fallimento per indebitamento non può sobbarcarsi i costi di un’azienda in perdita (come se Grandi Eventi e Grandi Giochi non lo fossero)  anche se sappiamo che si tratta di uno dei comparti dove sono state più insane, insicure e soggette a corruzione, speculazione, influenze borsistiche,   le politiche di sviluppo industriale, se, per fare un esempio, è caduto il silenzio   sull’indagine della  Guardia di Finanza che indagato  sull’abitudine inveterata  dell’azienda di acquistare  a prezzi maggiorati le materie prime di lavorazione  per poi svendere il prodotto finito a prezzi stracciati ad altre aziende del gruppo Arcelor-Mittal.

Il fatto è che ormai siamo egemonizzati e colonizzati dal pensiero neoliberista, così non è più possibile compiere una scelta politica, sociale e etica che rischi di confliggere con i comandi e gli appetiti del “capitale” e del padronato.

Così bisogna accettare i suggerimenti dell’Impero del Male Minore, quello che impone di scendere a patti con banditi, criminali e mafiosi, che pensa che l’occupazione si tutela incrementando i contratti a termine e precari, quello che legittima i governi a pararsi dietro a vincoli accolti come un alibi, per dichiarare impotenza o rendersi correi di alleanze opache e oscene con multinazionali malavitose.

È quello che ha tolto poteri e competenze allo Stato e allo stato di diritto, persuadendo interi popoli che è doveroso il sacrificio dei beni, del talento, della dignità per mantenere livelli di sicurezza, anche sanitaria, elementari, al di sotto della vita e appena assimilabili alla sopravvivenza, che spinge alla rinuncia su larga scala di vocazioni, beni comuni, risorse, cui è meglio abiurare perché costano, perché sarebbero immeritate, perché fanno cassa.

Non per noi, per i quali ben che vada è assicurata quella da morto, come sottintende uno slogan che campeggia sulle strade di Roma: c’è chi bara e chi non bara.

 

 

 

 


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