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Morire di ospitalità

venezia-affittasiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ormai accertata la trasformazione delle città da metropoli, in megalopoli e infine in necropoli, a imitazione di quei siti archeologici che non riusciamo a immaginare che siano stati popolati da gente che nasce, vive, lavora, ama, canta, ride, piange, scrive, legge, ma solo da satrapi, faraoni e tiranni, imperatori e regine impegnati a lasciare l’impronta della loro sfacciata crudeltà tramite piramidi, tombe e monumenti funebri che ne celebrano la potenza in vita e nel ricordo imperituro.

Succede nella grandi e estese urbanizzazioni, ma anche nei piccoli borghi, dove i centri storici si desertificano per l’espulsione forzata dei residenti costretti a lasciare la città in mano ai predoni immobiliari, agli speculatori che svuotano le abitazioni per farne gli uffici delle grandi banche, gli hotel dove ospitare la clientela della fabbriche del turismo, le sedi delle multinazionali e i residence per le loro cerchie di globe trotter de luxe.

Ha certamente contribuito anche quella piccola startup di san Francisco, cresciuta a dismisura che si chiama Airbnb e che negli anni ha catalizzato centinaia di migliaia di piccoli proprietari e affittuari, che inizialmente hanno costituito la base di massa della piattaforma, ma che oggi soffrono della pressione e della concorrenza che li sta divorando, i detentori di  una rete di abitazioni, spesso agenzie multinazionali o grandi proprietà che riescono a garantirsi un reddito costante senza soffrire delle incertezze del mercato immobiliare.

Circola in questi giorni una classifica di Infodata che registra la presenza di Airbnb nelle città europee e che colloca al primo posto  dei centri occupati militarmente dalla piattaforma, Porto con 454,78 appartamenti ogni 10mila abitanti,  seguita da Lisbona e Copenhagen, mentre Venezia e Firenze sono “solo” quinte e seste. Ma la statistica  riguarda   gli alloggi “registrati”, non prendendo in considerazione quelli sommersi e clandestini, che non pagano oneri fiscali e si sottraggono a ogni genere di controllo, e nemmeno tiene conto del rapporto tra residenti e “passanti” la cui permanenza è variabile.

Così l’algida aritmetica non rende l’idea del danno economico, sociale, culturale e morale  del contributo che questa forma di sfruttamento delle città ha dato alla gentrificazione, una parolaccia derivata all’inglese per definire il processo di trasformazione di un quartiere popolare  in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. Sinonimo questo, adottato in campo urbanistico,  di “valorizzazione” termine impiegato dal liberismo selvaggio per specificare, tanto per fare un esempio, lo sfruttamento di foreste per fornirci di parquet o per allevare in forma intensiva la materia prima degli hamburger.

E infatti si tratta di un prodotto tossico come certi fondi e certi titoli,  promosso dai governi nazionali e locali e finanziato dal debito per il suo un duplice effetto: quello di congelare sia pure temporaneamente il malessere delle nuove classi disagiate strangolate dai mutui e dalle spese condominiali e dal fisco  contribuendo a integrare i bassi redditi di piccoli proprietari e inquilini, offrendo un  reddito perlopiù sommerso e parassitario a figli e nipoti che si integrano nelle magnifiche sorti e progressive della gig economy   diventando affittacamere digitali e globali, e quello di limitare l’offerta delle case in affitto normale  facendo lievitare i valori degli immobili e dei canoni di locazione, espellendo l’indesiderato  ceto medio-basso.

È un fenomeno che viviamo ogni giorno, a Testaccio, a Trastevere, al Pigneto e alla Garbatella investite dalla movida degli apericena coi tavolini sul marciapiedi a godersi la memoria estinta del ponentino, sui Navigli, in quei quartieri che perdono il carattere abitativo per diventare folclore e attrattiva turistica e dove in ogni stabile campeggia almeno una insegna di casa-vacanze,  B&B, affittacamere, punte visibili dell’iceberg di passaparola del mercato sommerso di stanze coi letti accatastati, poche pulizia, bagni in comune e scontrini per il caffè al bar di sotto. Ma si verifica anche tra i masi di montagna delle Alpi, nella campagna un tempo felix intorno alla Reggia di Caserta, nei borghi abbandonati e solitari del Molise dove l’unica popolazione che intravvedi passando è di anziani davanti al bar con la serranda tirata giù a metà,  o in quelli della Lucania dove qualche basilisco cerca di tirare a campare  entrando nel brand di manager dell’accoglienza con l’offerta della casetta di nonna o del rudere pittoresco tra gli ulivi.

Così il veleno che ha intossicato le aspettative degli indigeni e quelle di chi arriva contagia tutto, si perdono i caratteri identitari delle popolazioni, delle attività, delle relazioni e delle memorie per convertire le città in parchi a tema, con i “residenti” che magari dopo aver dato le chiavi e le istruzioni per l’uso vanno a dormire in periferia, ridotti a figuranti, comparse e inservienti. Mentre ai turisti si spaccia una imitazione della vita di una comunità che non c’è più, falsificata, taroccata e banalizzata, desiderabile sfondo per selfie.

Non a caso sono rare le sacche di resistenza al processo, le associazioni e le organizzazioni, i movimenti sociali che combattono la pacchiana ristrutturazione e valorizzazione, i cambi di destinazione d’uso, le svendite del patrimonio immobiliare pubblico accompagnato dal trasferimento dei servizi essenziali fuori dalla “cerchia delle mura”, l’aumento ingiustificato dei prezzi dei generi di consumo accompagnato dall’espulsione delle attività sostituite dai supermercati e dai centri commerciali o dalle catene di distribuzione di merci uguali in tutto il mondo.

Sono pochi ancora e non hanno la visibilità e l’appoggio di fermenti cari all’establishment. E non c’è da stupirsene, pensando a Venezia dove  disposizioni urbanistiche che hanno promosso cambio d’uso di tutti gli immobili classificati come abitazioni anche se sfitti o disabitati (escludendo solo i piani terra), leggi regionali e delibere comunali che hanno liberalizzato e incentivato la trasformazione ricettiva degli appartamenti e delle singole stanze, hanno investito la città e le sue isole, travolte dal dilagare di nuovi alberghi, pensioni e residenze turistiche. O a Firenze, storicamente afflitta da sottoccupazione dove l’unica “opportunità” viene monocoltura della  “fabbrica del turismo”, che vampirizza il patrimonio artistico e culturale che estrae, che consuma, ma che non sa né tutelare né riprodurre.

Prevengo  i fan del cosmopolitismo al posto dell’internazionalismo che obietteranno che è un formidabile progresso offerto dalla globalizzazione la possibilità di muoversi, viaggiare, conoscere e immedesimarsi sia pure temporaneamente in vite e posti nuovi low coast, che questo non deve essere un lusso prec pochi, perché è frutto di lotte e conquiste di diritti.

In verità si tratta di una ulteriore disuguaglianza,  aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità e che contrappone da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato  che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività e dunque non li merita, giustamente costretto alla deportazione in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui gradini del Ponte di Rialto  o in Piazza dei Miracoli e a dormire pagando in nero un letto di fortuna.

Ed è quella che offre di consumi di massa per drogare la massa, elargendo qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti, sostituendo col selfie e il souvenir uguale a Pisa come a Dubai, la memoria della dignità, e con la foto di gruppo alle immagini di lotta delle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme, tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far vedere e sentire come è bella la libertà.


Terremoto. Dove sono finiti i soldi?

castelluccio-oggiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate che i droni di un impero feroce abbiano sganciato una pioggia di bombe su una vasta area di un paese, producendo morte e distruzione.

Immaginate che non si tratti di un posto remoto, intoccato dalla superiore civiltà occidentale, ma sia collocato proprio del cuore di una nazione che vanta tradizione e storia millenaria, che costituisca un’eccellenza dell’arte, della creatività e del paesaggio, presente nell’immaginario collettivo come culla di opere immortali e anche del culto di santi nutrito in chiese di straordinaria bellezza.

Immaginate che da quell’infausto evento siano passati più di tre anni e che le strade che conducono a quel teatro di guerra siano ancora invase da macerie, che le case siano là come quinte teatrali a mostrare interni abbandonati in fretta e furia, coi letti disfatti, la tavole ancora apparecchiate, gli armadi spalancati e le cartelle aperte coi libri e i quaderni che perdono i fogli nel vento, con  le rovine spazzate dalla pioggia e coperte di neve.

Immaginate che ipotesi si potrebbero fare per spiegare il delitto e i crimini dell’abbandono di quella terra e dei suoi abitanti sopravvissuti, quelli che non sono scappati a cercare riparo altrove  e vorrebbero riprendere la vita, ma non hanno più le case, non hanno più il lavoro, non ci sono le scuole, le strade,  le fabbriche e le stalle sono distrutte, le bestie morte, alle coltivazioni di luoghi fertili e felici guardano speculatori e profittatori venuti da fuori.

Immaginate che  ci si sia messo anche il silenzio caduto sui delitti, sulle vittime, su chi resiste, e vi sarete fatti un quadro di quello che accade ed è accaduto nel centro Italia del sisma del 2016, dopo le prime   e le successive lacrime di coccodrillo, dopo l’avvicendarsi di misure eccezionali e commissari speciali, dopo i pistolotti tenuti durante le prime visite pastorali delle autorità compunte con le promesse di case, aiuti, presenza solidale e concreta, anche quella del sindaco che pare si sia intascato i quattrini dei sms dei benefattori.

Avreste diritto a  aspettarvi che  la rete sia  piene di denunce e petizioni, le piazze di giovani sdegnati che esigono giustizia e senso di responsabilità,  che in parlamento i rappresentanti eletti ogni giorno presentino interrogazioni e interpellanze, che i profili dei social dichiarino di voler impersonare i bisogni e la collera delle popolazioni colpite.

Niente del genere, invece.

Che la politica si sia ridotta a scontro di tifoserie in superficie e a negoziazioni opache più sotto è ormai evidente, e altrettanto evidente è che l’opinione pubblica segua l’andazzo schierandosi con le fazioni che fingono soltanto come in un teatro dei pupi di prendersi a bastonate e a colpi di spadoni di legno, così chi vorrebbe non stare né con gli uni né con gli altri pretendendo di poter immaginare altro dalle alternative poste della polarizzazione delle posizioni, diventa un molesto brontolone, un fastidioso qualunquista a meno che non decida di farsi arruolare, possibilmente nelle schiere del male minore, quello che vuol farci dimenticare di essere comunque un male.

Anche l’informazione di quello che a tre anni di distanza succede nel Centro Italia colpito non dalle bombe ma dal sisma è diventato merce da propaganda utile alla politica o all’antipolitica che poi ormai coincidono, e a far dire che lo stato imbelle deve essere sostituito dai privati, che le regioni devono avere più autonomia di spesa e investimento, che i comuni devono avere più competenze in materia di decoro o ordine pubblico per contrastare sciacallaggio e corruzione o, al contrario, che devono averne di meno per fare spazio a poteri straordinari.

E anche la mesta aritmetica delle cifre deve prestarsi alla polemica  e infatti solo un giornale storicamente legato alla destra si è preso la briga in chiave antigovernativa – e poco ci vuole a denunciare il susseguirsi criminale di inadeguatezza indifferenza i potenza cattiva volontà malaffare o eccesso di affarismo di tutti i governi alle prese col post terremoto qui, come all’Aquila in Emilia  – e pure per un soffietto al tecnico incaricato di poteri commissariali, di dare qualche numero.

Così dobbiamo solo al Tempo, e un po’ ce ne duole,  l’unica informativa della stampa ufficiale su come si vive, ammesso che possa chiamarsi vita, nel cratere del terremoto che ebbe epicentro ad Accumoli, in provincia di Rieti, colpì Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche, e fece oltre 300 morti.

E apprendiamo che in questi tre anni sono stati spesi soltanto 49 milioni (proprio come quelli della Lega)  degli oltre 2 miliardi stanziati, che di 2291 interventi finanziati solo 15 sono stati ultimati. Che una prima ripartizione stimava che 300 milioni per le scuole, 40 milioni per le chiese, 197 milioni per 277 progetti di edilizia pubblica, 100 milioni contro i dissesti idrogeologici. Ma che le macerie che giacciono ancora nelle strade e nei paesi – le amministrazioni locali e regionali non hanno provveduto ai piani di smaltimento –  sarebbero più di 2 milioni e mezzo di tonnellate, che comprendono materiali a rischio, amianto compreso.  Che va riconosciuto al commissario straordinario (il terzo dopo Vasco Errani reduce dal flop emiliano e dopo l’attuale ministra De Micheli che mostra più talento nella costruzione che nella ricostruzione) aver permesso che non tornassero indietro i fondi per l’edilizia sociale che le regioni non erano state in grado di spendere entro la scadenza prevista per l’implementazione dei piani di case residenziali-popolari fissata al 31 dicembre 2018. Adesso, dopo il parere dell’Anac che ha permesso di “ammettere” almeno i progetti approvati, si sarebbe riaperto il tavolo che potrà dare il via agli interventi grazie ai 170 milioni di euro finora inutilizzati.

E se non vi basta potete apprendere da qualche sito di associazioni e organizzazioni locali, non da quello istituzionale della “ricostruzione” soggetto a interventi di aggiornamento,   che Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, e che c’è una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km. su strade tortuose. Che per il sindaco di Pieve Torina questo è l’anno peggiore, perchè dopo oltre tre anni la pazienza e le illusioni sono finite: “Abbiamo il 93% degli edifici inagibili, il 100% di quelli pubblici“.

Scoprireste che  malgrado la moria di animali prosperano i ladri di polli, se la Guardia di Finanza ha scoperto gli altarini di una struttura alberghiera della provincia di Macerata che ha incassato 1,5 milioni di euro da Regione Marche e Prefettura di Macerata per l’accoglienza degli sfollati del sisma ma ha inquattato uno  anche per comprare 51 lingotti d’oro prima di dichiarare bancarotta.  Che la piana di Castelluccio fa gola alle multinazionali delle sementi che ci vogliono piantare le loro lenticchie, primi tra tutti i canadesi che hanno gia avviato una proficua infiltrazione commerciale anche in vista della provvidenziale ratifica del Ceta, fortemente voluta dalla ministra Bellanova.

Quello che il Tempo non dice è che il silenzio e l’abbandono non sono casuali, non nascono da cattiva volontà o impotenza o incapacità. Ma da un disegno preciso che assomiglia a quello che ha determinato la espulsione dei residente e delle attività tradizionali, artigianali e commerciali, dai centri storici delle città per far posto al terziario delle banche, degli uffici delle multinazionali, degli shopping mall, degli alberghi e delle foresterie, della residenzialità del lusso.

Tutto congiura nel far sospettare che di questi territori da concedere a catene di coltivazioni e produzioni globalizzate come alle agenzie internazionali, si voglia fare un immenso parco tematico del turismo religioso e della “gastronomia” come piace al norcino di regime buono per tutte le stagioni, tanto che proprio sulla piana di Castelluccio si è tentato di erigere un monumento a questa oscena prospettiva con il Deltaplano che avrebbe dovuto accogliere osti graditi alle trasmissioni dei santoni tv e che si è ridotto a un mesto supermercato.

Intanto strangolati da imposte e spese (i governi che si sono succeduti si sono rimangiati  la promessa degli sgravi fiscali previsti) i pochi imprenditori locali vengono costretti a ricorrere agli strumenti del microcredito (quelli che ci hanno imposta dall’alto, Fmi e Europa con la sua apposita agenzia) che li incravattano sempre di più con debiti cui non potranno mai far fronte. E a ogni Legge di Stabilità si ripropone l’ipotesi dell’assicurazione obbligatoria contro i terremoti, l’albero della cuccagna per le compagnie, mentre ogni volta si riduce l’impegno della prevenzione.

Eppure i miliardi di euro spesi dallo Stato dal terremoto del Belice (1968) a quello del Centro Italia,  aggiornando gli stanziamenti, ammonterebbero almeno  a 121,6 miliardi di ieri. Il doppio o il triplo di quanto costerebbe oggi mettere in sicurezza sul piano antisismico quel 70 % dell’Italia che in sicurezza non è.

Un costo che si dovrebbe chiamare con il suo nome: investimento. Se pensiamo a che formidabile bacino occupazionale e di sviluppo costituirebbe la combinazione della messa in sicurezza antisismica con quella idrogeologica, quando  tutta la dorsale appenninica è ad alto rischio terremoti, il 98 % dei Comuni laziali e il 99 % di quelli marchigiani   risulta a rischio idrogeologico. E che straordinaria e vera Grande Opera sarebbe quella di garantire tutela delle vite, delle case, delle scuole, degli ospedali, del paesaggio, della bellezza e dell’arte.


Ministero dei Mali Culturali

tortaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Io capisco che siete ancora tutti impegnati nel neo-antifascismo militante contro l’ex ministro che continua ad essere in auge grazie al successo di critica, la vostra, di pubblico, anche elettorale, di stampa, tutta entusiasticamente adibita a fare da ripetitore alla sua propaganda cialtrona. E che se proprio un sabato mattina decidete di disertare il supermercato, è per andare in piazza con specie ittiche  più civiche dei bastoncini e dei filetti del Capitano.

Però sarebbe opportuno che vi guardaste intorno per identificare altri pericoli per la democrazia e l’interesse generale e per dare voce e ascolto ad altri fermenti, uno per esempio si chiama Emergenza Cultura, i cui rappresentanti non si sa come non compaiono mai nei talk, non vengono intervistati, non producono gadget e merchandising, forse perché si battono proprio contro la commercializzazione dei nostri beni e l’occupazione dei nostri templi dell’arte, del paesaggio e della storia da parte dei mercanti.

E di mercanti ce ne sono due molto attivi nel governo e hanno il merito sorprendente di farci rimpiangere i predecessori, Toninelli e Bonisoli.

Si tratta della ministra delle Infrastrutture, entusiasta delle opportunità che offrono le emergenze testate in qualità di ex commissaria nel cratere del sisma del Centro Italia, vuole perpetuarne qualcuna foraggiando quelle grandi opere dannose per l’ambiente e i bilanci pubblici ma redditizie per cordate di corrotti e corruttori, prudente e riflessiva invece quando si tratta di noiosa e poco creativa manutenzione del territorio o di rivedere contratti con controparti criminali. E del ministro per i Beni Culturali, tornato per fare piazza pulita di due o tre misure non proprio disdicevoli del predecessore, grazie al ricorso al gioco delle tre carte, togli qualcosa a qualcuno (l’ingresso gratuito agli ultra sessantacinquenni, che vadano a guardare i lavori degli stradini perbacco!, e rimetti le domeniche gratuite nei musei.

Era solo il primo passo della restaurazione secondo Franceschini, che sta ripristinando i contenuti della sua Prima Riforma che aveva fatto di lui con tutta probabilità il peggior Ministro dei Beni Culturali, in pool position con Galan, Ornaghi e quel Bondi, cui dobbiamo l’acquiescenza idiota al dimezzamento del budget del dicastero voluto da Berlusconi e Tremonti, quello che la cultura la voleva in mezzo a due fette di pane, così oggi spendiamo in cultura l’1.1% della spesa pubblica (cioè esattamente la metà della media europea) e lo 0,6% del Pil.

Lui non parla di salame o mortadella con marchio Unesco, ma ripete il mantra desolante e  il trito repertorio da volantini di Mondo Convenienza con l’offerta sugli scaffali del supermercato globale del nostro petrolio e dei nostri giacimenti al migliore offerente. Non a caso ha subito provveduto al ripristino della direzione generale Turismo presso il ministero dei Beni culturali, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico. E che la nostra missione non è quella di tutelarlo per goderne perché è una perenne lezione di storia e dunque di futuro oltre che di bellezza, ma di lanciarlo sul mercato per trarne profitto.

E infatti la parola d’ordine non è salvaguardia, non è cura, bensì valorizzazione, un termine che già nella sua radice  ha a che fare con la quotazione, il prezzo e il profitto della merce cultura, della cui  promozione sono incaricati quei direttori di museo selezionati in virtù di conclamate performance di manager e esperti di marketing con particolare interesse per soggetti stranieri che garantiscano un rapporto consolidato con le multinazionali  del moderno consumo di merce culturale.

D’altra parte da uno che in fase di eclissi di poltrone ha trasformato la casa avita in profittevole B&B ,  non possiamo aspettarci che pratichi il culto del passato,  come si fa nei musei che, lui forse non lo sa, sono un “brevetto” italiano. E infatti il museo dovrebbe essere una realtà viva e di tutti, non è una mostra,  non è a termine, non si monta e smonta e non deve aprire una tantum, non deve essere messo in ombra dalle esposizioni che ospita o dissanguato da quelle che nutre con prestiti dissipate,  fa parte dei nostri territori, incarna e dà ospitalità alla nostra memoria collettiva, in quelli maggiori molto propagandati come in quelli minori, ancora più fondamentali per il rispetto e il ricordo di radici comuni.

Mentre grazie a “riforme” volute da insospettabili progressisti, in testa Ronchey e Veltroni che hanno preparato la strada al nostro Attila odierno, si è spalancata la porta al mecenatismo peloso dei privati grazie all’istituto delle concessioni  che ha lasciato nelle loro mani non solo i cosiddetti servizi aggiuntivi dei luoghi di cultura (ristoranti e librerie), ma anche la didattica, l’organizzazione delle mostre, la bigliettazione e la
vigilanza,  per mettere a reddito i nostri tesori. Così a Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato  e le cene degli azionisti delle multinazionali, a Brera sfilano i capi degli stilisti, alla Gipsoteca riscaldata opportunamente invece l’intimo di una nota marca, il Colosseo è da tempo la location di sconfortanti show compresi i festeggiamenti per l’ottavo re n.10 della Magica,  la Reggia di Caserta diventata un brand è la location preferita di spot, allestimenti arrischiati per mostre estemporanee, il nome per la pubblicità di liquori, pasta, accessori,  Ponte Vecchio si chiude ai cittadini per la cena di gala di un’azienda cara al Giglio renziano.

Viene da sospettare che la restituzione dello status di autonomia amministrativa e gestionale  alle Gallerie dell’Accademia di Firenze concessa dallo stesso Franceschini nel 2016 con la incoronazione a direttrice della tedesca Cecilie Hollber, che si è definita “manager culturale”, così come è previsto per il Parco Archeologico dell’Appia Antica e per il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, vada nella stessa direzione di altre pretese centrifughe che premiano insulsi campanilismi e invadenze privatistiche,  pensate per segmentare e paralizzare la gestione centrale e di conseguenza quella periferica, conservando allo Stato la tutela ma delegando poteri decisionali e competenze a comuni e regioni in “piena schizofrenia amministrativa”,  se è vero che l’indipendenza dal Polo della Toscana del museo, che non possiede una struttura né uffici  a disposizione di una comunità di ricerca e studio, serviva solo a tenersi in tasca i proventi del biglietto per la visita al Davide.

E non rincuora certo il potenziamento previsto della struttura. Quanti fichi secchi serviranno alle nozze di  7 nuove soprintendenze, alla creazione di quella nuova per il patrimonio subacqueo, della nuova direzione generale per la sicurezza del patrimonio culturale e per la conferma degli uffici esportazione in qualità di strutture interne operative alle soprintendenze, questi ultimi incaricati delle procedure che presiedono alla pratica nefasta dei prestiti con trasvolate oceaniche a beneficio delle iniziative di norcini e organizzatori delle multinazionali dei Grandi Eventi  ? O per il rafforzamento della direzione generale Creatività Contemporanea che già così puzza di polvere negli occhi dei citrulli e che dovrebbe occuparsi di rigenerazione urbana, design, moda, periferie, industrie culturali e creative, qualsiasi cosa si voglia intendere con questo sciocchezzaio modaiolo degno del manifesto delle Sardine.   Quando  a fronte dei 25 nuovi dirigenti “promossi” da Franceschini per avere una rete di controllo, vigilanza e tutela ci sarebbe bisogno di almeno sette mila  addetti.

E’ che, come ha osservato Salvatore Settis, l’ideologia che ha ispirato gran parte dei ministri che si sono susseguiti negli anni considera le soprintendenze e la rete di  tutela come una “bad company”, distinta dalla “good company” che sarebbero i musei e la conservazione pura e semplice.  Così chi lavora tra le mura di un museo, di una chiesa, in un sito archeologico è umiliato, mal pagato, privo di quelle stesse tutele che dovrebbe riservare alla bellezza di cui è incaricato di aver cura. Solo la metà di loro ha un contratto  e solo il 23% ne ha uno “regolare”, magari di quelli multiservizi, quelli per le pulizie, per le mense scolastiche, del commercio, mentre per gli altri vige la regola del ricatto e l’imposizione di un volontariato come promessa e premessa di qualcosa di più in un ipotetico futuro.

La cultura non si mangia ma nemmeno ci fa mangiare: in troppi se la stanno rosicchiando.


L’Halloween delle zucche vuote

ven 2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo halloween promossa a festa nazionale, dopo tante inalazioni di paura e sospetto, con la faccia ancora imbrattata di decalcomanie agghiaccianti, sazie di dolcetti di zucca,  frotte di “foresti” vicini e lontani  si sono recate a Venezia il 2 novembre richiamate dal repêchage di una insolita e dimenticata attrattiva,  forse con l’intento di esorcizzare con la liturgia pagana del consumo di luoghi d’arte  l’unico timore  e l’unica minaccia dalla quale nessuno è esente.

Dopo 69 anni infatti è stato allestito nuovamente il ponte provvisorio di collegamento tra le Fondamente Nuove e il cimitero di San Michele, pregevole sito architettonico, pieno di echi letterari e di ospiti illustri, offerto  a locali dolenti e poi anche a turisti curiosi, inaugurato in gran pompa funebre, è il caso di dire,  dal sempre ilare sindaco Brugnaro, per l’occasione compunto e pensoso, con l’intento esplicito di contribuire a difendere “la nostra civiltà occidentale e cristiana” dalle invasioni barbariche, escluse ovviamente le valanghe di forzati delle crociere, dei pullman, dei low coast, benedette e desiderate quelle e il cui arrivo viene favorito e incrementato dissennatamente grazie a  queste iniziative sciagurate.

Il “tentativo di risvegliare la città”, così l’ineffabile sindaco ha definito l’iniziativa, preoccupato forse che la sveglia la dia il referendum sulla separazione da Mestre, e in procinto di lasciare anche lui la sua impronta come Cacciari con un altro ponte ancora, parallelo a quello della Libertà, per collegare meglio la terraferma e facilitare gli arrivi di altre masnade giornaliere, è costato ben 450 mila euro. E ieri ha calamitato migliaia di aspiranti a selfie ossianici diretti verso il ponte votivo, così lo chiamavano una volta, tanto che il sindaco l’avrà preso per una iniziativa elettorale acchiappa preferenze, intasando calli, strade e vaporetti e occupando militarmente la città.

Ormai circolano come per un passa parola globale i richiami all’imperativo di esserci,  tutti nello stesso posto e nello stesso momento allorché viene gonfiata la bolla di un spettacolo irrinunciabile, del quale si ha appunto il dovere oltre che il diritto di godere, documentando la propria partecipazione con pezze giustificative su Instagram o Facebook, mandandole ad amici, parenti  o competitor nella gara presenzialista alla quale non si può mancare a meno di essere sfigati e ignoranti, quindi giustamente ignorati dagli altri.

Si realizza quello che aveva profetizzato Baudrillard, l’aspirazione a riconoscersi non in ciò cha siamo davvero, ma in quelli che vorremmo essere, vip, influencer, vistosi e visibili, protagonisti, quelli che vorremmo essere senza la fatica di diventarlo. Perché in questo  ha avuto vita facile l’interpretazione mainstream del termine meritocrazia, come della convinzione che per essere nati dalla parte “giusta”, estratti nella lotteria naturale in geografie meno esposte a miseria fame e sete, meritiamo minore fatica per stare a galla, per accedere a opportunità e occasioni.

C’è un risvolto tragico in tutto questo: la classe un tempo agiata ha potuto studiare (ma presto ci toglieranno anche questo che sta diventando un beneficio per pochi che lo possono addirittura considerare superfluo, avendo già a disposizione beni, rendite, entrature), conosce, anche solo per sentito dire, risorse, lussi, piaceri, ma non è più abbastanza ricca per poterseli permettere.  Il feticcio della cultura e della comunicazione ha permesso al sistema economico totalitario di spacciare i privilegi come diritti universali cui ognuno deve aspirare e ottenere, costi quel che costi, assoggettamento a ricatti, intimidazioni, perdita di dignità, accondiscendenza a un abbassamento della qualità della vita, delle aspettative, dei desideri, pena la marginalità, la frustrazione, la perdita di appartenenza a un contesto sociale apprezzabile e superiore.

Per anni ci hanno raccontato che l’emancipazione e il riscatto si potevano ottenere comprandoci stili di vita che non possiamo permetterci, facendoci pagare un prezzo economico e morale altissimo in cambio dell’ostentazione di una ricchezza, concreta e morale, che non possediamo.

Un primo passo, ma è sempre stato così, consiste nella consapevolezza che non siamo più quelli che pensavamo di essere, spogliati e espropriati di beni e di autodeterminazione, che non potevano bastare le piccole rivoluzioni borghesi che ci sono state e delle quali ancora ci compiaciamo, in chiave solo antiautoritaria e antipatriarcale, che non dobbiamo accontentarci delle elargizioni e delle mance che ci gettano come ossi ai cani rabbiosi e che la sopraffazione degli altri non ci libera da quella che subiamo.

Cosa c’entra  il ponte sulla Laguna? C’entra, perché è un inganno acchiappacitrulli come quello di Christo sul Lago Maggiore, una lusinga offerta a chi passa per un giorno da una città soffocata e offesa da dove ogni giorno vengono espulsi i suoi abitanti, l’illusione di camminare sulle acque senza affogare.


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