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Il sonno della ragione genera mostre

l-uomo-vitruvianoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un segno portentoso dell’eterna vitalità della razza italiana “, a parlare così non sono il sindaco Brugnaro o il Ministro Franceschini, orgogliosi di aver portato a termine l’operazione di esodo sia pure temporaneo di un veneziano speciale, l’Uomo Vitruviano, a Parigi per essere esibito pubblicamente, quando ogni visitatore che ci si sia imbattuto nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe alle Gallerie dell’Accademia veniva informato fino a ieri della sua vulnerabilità che richiedeva particolari misure di tutela e di limitazioni “dell’utenza”.

No, la frase del 1930 è di Mussolini, che fu un iniziatore di quella pratica scriteriata e spregiudicata di usare il patrimonio artistico, che non conosceva e probabilmente disprezzava, a scopo propagandistico, e oggi ancora più abusata, grazie alla conversione della tutela in “valorizzazione”, affidata a una cerchia mercantile che annovera curatori seriali di esposizioni, direttori di musei selezionati in base ai criteri del marketing per dimostrata indole e esperienza manageriale nel settore commerciale, critici che sfornano expertise e prefazioni un tanto al chilo. Tutti al servizio di multinazionali delle assicurazioni, dell’editoria di settore, degli imballaggi e dei trasporti eccezionali,  oltre che di quelle del turismo che movimentano nomadi della cultura prêt-àporter e forzati delle file smaniosi di immortalarsi con un selfie davanti alla ragazza con l’orecchino di perla e che a Venezia evitano come la peste l’Accademia, preferendo location più fast e smart, amministratori locali e assessori alla cultura desiderosi di lasciare un’impronta, oltre a quelle digitali in questura, come un certo sindaco che voleva promuovere la notorietà della sua cittadina, Firenze, anche grazie al disvelamento di un Leonardo scoperto non  a caso dietro alla sua scrivania di primo cittadino, ma anche rappresentanti intenzionati a passare alla storia non per aver tutelato e offerto ai cittadini di tutto il mondo quelle opere che sono i prodotti di una creatività che ha incontrato il suo paesaggio intorno. i suoi borghi, le facce della gente, gli animali, ermellini compresi e che per questo ha diritto di cittadinanza, ma per averli fatti circolare dentro le valigette dei commessi viaggiatori per far cassa e incrementare il turismo di massa in città già abusate e violentate, dalle quali vengono sistematicamente espulsi i residenti, uomo vitruviano compreso.

Il caso del disegno a penna e inchiostro su carta (34×24 cm) di Leonardo da Vinci è proprio u i.   na mesta allegoria dell’occupazione del tempio da parte dei mercanti, quando invece dovrebbe essere proprietà e bene comune non solo della comunità dei fedeli dell’arte e della cultura ma anche di quelli che vi si avvicinano e che potrebbero esserne folgorati tanto da volerle difendere e mantenere. La cessione sia pure provvisoria dell’opera fa parte di un memorandum di intesa tra Italia e Francia, voluto dall’asse degli zerbinotti alla Renzi/Conte/Macron per siglare un’amicizia impari, con gli italiani in posizione prona davanti ai carolingi e pronti a venire incontro ai capricci di un Paese che anche ultimamente ha mostrato di non avere particolarmente a cuore la manutenzione e la custodia dei suoi tesori d’arte. Così, appena arrivato, Franceschini è stato ben contento di affratellarsi con l’omologo Franck Riester per  sancire a spese della salute del nostro patrimonio collettivo, in questo caso 23 opere da sottoporre alla trasferta,  il dovere di “costruire cittadinanza comune e perché, nel caso non l’avessimo capito,  la cultura è una grande opportunità di crescita economica“, come impone l’obbedienza a tutto quel coglionario di massime neo liberiste sul nostro petrolio, i musei come juke box, i giacimenti da sfruttare e magari infilare tra due fette di pane.

Infischiandosene della minaccia che sul trasferimento fuori dalla Repubblica italiana di un bene “che fa parte del  fondo principale di una determinata ed organica sezione di un museo” ( comma 2 dell’articolo 66 del Codice dei Beni Culturali) venga chiamato a pronunciarsi il Tar, dell’opposizione  della comunità scientifica che aveva cercato di fermare l’atto dissennato, della quale si erano fatti interpreti in prima linea l’ex direttrice del Museo veneziano e il responsabile del Gabinetto che mise in guardia “sul rischio elevato ed eccessivo non giustificabile e sostenibile per un’opera di tale rilevanza” per compensare il quale le Gallerie dell’Accademia si vedrebbero costrette a non rendere visibile il disegno per molti anni, quello che si riconferma essere con ogni probabilità il peggior ministro del Mibact degli ultimi 150 anni, si è prodigato con zelo e solerzia per il prestito delle opere di Leonardo al Louvre e di quelle di Raffaello alle Scuderie del Quirinale per marzo 2020, battendo il suo discusso predecessore che pure veniva  dalla Naba, l’ Accademia  di Arte, Moda e Design, incarnazione ennesima del primato del privato nel “mercato” culturale.

E d’altra perché stupirci, parliamo del ministro del Very Bello, che permise la trasvolata atlantica di un paio di guglie del Duomo per fare da sfondo alle salsicce e alle mozzarelle del prestinaio di fiducia del governo,  quello che non si diede per inteso quando addetti ai lavori gli chiesero invano di introdurre nella sua riforma una disciplina più severa in materia di movimentazione delle opere, quello che ci rimase male quando quella fastidiosa “solona” della sovrintendente archeologica della Calabria si oppose all’esposizione dei Bronzi di Riace all’Expo, quello che tanto per non sbagliare entrando al Quirinale per il giuramento nel 2014 dichiarò: “Mi sento chiamato a guidare il ministero economico più importante del Paese”, quello che ha ceduto il campo al ministro dello Sviluppo economico, permettendogli di cambiare il codice dei Beni culturali nell’ambito del disegno di legge sulle semplificazioni.

Nel mostrare come le opere d’arte siano pezzi unici, insostituibili, come toglierle da loro habitat costituisca un rischio, vale la lezione che un sindaco di un  piccolo paese diede al grande storico Roberto Longhi – lo ricorda Tomaso Montanari in un suo utile pamphlet “Contro le mostre”- rispondendo alla richiesta di esporre in altra località  un prezioso codice miniato “Spiacenti non poter concedere prestito oggetto in parola perché ne abbiamo uno solo”.

A protestare contro il viaggio periglioso  del bene  ( vale la pena di ricordare che nell’ambito dell’iniziativa del Mibact del 2010 chiamata “Circuitazione di opere icone”, la Velata di Raffaello di Palazzi Pitti viaggiò per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che durante una mostra al Colosseo  è caduta per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio, e è stata danneggiata la Hestia Giustiniani, mentre nella mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si è rotto un  prezioso cratere in marmo), ci saranno domani comitati e associazioni, gruppi attivi in rete, che hanno fatto dell’Uomo Vetruviano il simbolo di chi resiste ogni giorno e combatte l’espulsione forzata e l’esodo dei veneziani (quelli di Terraferma compresi, che devono far posto alle torri di cemento e cristallo del frontline distopico del sindaco) e dello stesso destino imposto agli abitanti delle città d’arte, come dei comuni del cratere del sisma, del Mezzogiorno che si vorrebbe diventasse Sharm el Sheik, dei Sassi ridotti al albergo diffuso, dell’Italia condannata a diventare una imitazione in cartapesta della se stessa del passato, in modo da negarle il futuro.

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