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Il brand dell’oltraggio

uffiziAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo all’ineffabile Nardella il rovesciamento delle elementari regole del mercato e della pubblicità, quando ringrazia l’influencer, “divinità contemporanea nell’era dei social” per migliaia di follower, che ha affittato a prezzo di favore gli Uffizi (museo statale mantenuto con i soldi dei contribuenti)  come location del suo schooting per Vogue, in qualità di ambita supporter della “nostra cultura”, manco dovessimo ringraziarla del favore che ci ha fatto propagandando e valorizzando indirettamente Firenze, l’Italia e,  in veste di zelanti figuranti muti, Venere, Giuditta, Federico da Montefeltro, la Maddalena. E anche  la Velata, la stessa opera che doveva seguire Renzi in un giro di propaganda e essere esposta come testimonial della sua conoscenza del patrimonio artistico della città del Giglio, alla pari con i ciceroni abusivi, nella hall degli hotel toccati dal tour.

L’uomo non è nuovo a certe iniziative di merchandising del patrimonio artistico della città che governa, eterno n.2 dopo il sindaco n.1 che esigeva che, dietro una tappezzeria del salone dei Cinquecento dove  campeggiava la sua scrivania in caso di visite prestigiose,  venisse miracolosamente scoperto e rivelato al mondo e rivelato al mondo un immortale affresco di Leonardo.

Si,  Renzi, lo stesso  che voleva edificare durante la sua era la facciata della basilica laurenziana lasciata incompiuta 500 anni prima secondo il progetto di Michelangelo, quello che indiceva la caccia alle ossa della Gioconda in occasione della svendita al National Geographic del Pacchetto Leonardo e così via, tutte iniziative pensate nell’ambito di una strategia ideata “per far conoscere Firenze”, sempre lui, quello che aveva messo nel CdA del Gabinetto Vieusseux il suo fidatissimo gestore dei parcheggi cittadini, quello che ha seppellito il Maggio fiorentino, ma stanziato quasi 2 milioni per un Luna Park intitolato Genio Fiorentino, poi replicato oltre atlantico  dal suo norcino di fiducia con tanto di guglie del Duomo tra i salami e le provole.

E il suo successore scrupolosamente ha seguito la stessa strada, affittando Ponte Vecchio per le convention aziendali, Santa Maria dei Miracoli per fastosi matrimoni, lanciando invettive contro il personale addetto ai musei proprio come il Sindaco degli italiani: “non lasceremo la cultura ostaggio dei sindacati”, ebbe a dire. Tiene chiusi i  musei, tutti gestiti in regime di monopolio da una  associazione, Muse che fa capo a un buon amico e ex socio di papà Renzi, salvo quelli aperti in casi eccezionali appunto, per ricattare il governo in modo da far ripianare il bilancio comunale orbato della tassa di soggiorno assicurata fino al Covid dallo sfruttamento intensivo della mission esclusivamente turistica della città.

Lo stesso vale per Venezia dove non si sa quando e se riapriranno i Musei Civici il cui personale è in cassa integrazione da 4 mesi, S.racusa, la città dove il Teatro Greco era stato invece messo a disposizione come circuito dove far rombare le Ferrari.

Qualche giorno fa la Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte ha inviato una lettera accorata al Ministro Franceschini, quello, per restare nello slang  dell’advertising al servizio del “Parco tematico Italia”, della campagna Very Bello.

Denunciano  che mentre si vanno riaprendo discoteche, stabilimenti balneari, esercizi commerciali, sale per il Bingo, restano chiuse università, biblioteche e archivi, anche grazie all’insensata prescrizione  dell’Istituto della Patologia del Libro che ha raccomandato una quarantena sanitaria di 10 giorni per ogni libro eventualmente consultato.

Pare che il ministro sia rimasto in un silenzio assordante almeno quanto quello che ha accompagnato il decreto per la Semplificazione  che realizza la distopia berlusconiana istituendo il silenzio/assenso per i progetti che devono essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e un alleggerimento delle procedure    delle norme di appalto inteso alla demolizione del sistema della sorveglianza e dei controlli tecnico-scientifici e finanziari, esautorando – finalmente! direbbe Renzi – i sacerdoti del non-fare e i professoroni delle sovrintendenze, la genia più odiata dai riformisti insieme ai costituzionalisti vivi, che quelli morti erano stati tutti arruolati in occasione del referendum per fortuna perso.

E dire che per giorni gli opinionisti ci hanno elargito le loro delicate riflessioni sul bello del lockdown (per carità la valorizzazione di marca Pd e Italia Viva della nostra bella lingua sciacquata in Arno non permette di usare il termine nostrano  “confinamento”), che avrebbe riavvicinato la popolazione distratta alla lettura, alla contemplazione, alla musica colta, sicché, arricchita, avrebbe poi voluto proseguire in quel bagno culturale, andando in visita a chiesette romite, a raccolte d’arte, frequentando i negletti cine d’essai e le trascurate sale da concerto.

Come si può capire, non verremo messi alla prova dalla crisi generale, quella del prima, del durante, e la peggio, quella del  dopo: l’importante è essere sani e pare che per esserlo sia meglio coltivare l’ignoranza che comporta un gradito adeguamento ai comandi, l’affiliazione nei ruoli dell’obbedienza e del conformismo, l’anatema lanciato contro la critica e l’obiezione di coscienza dalle energiche indicazioni che vengono dall’alto e da fuori.

Ci pensa anche l’Europa subito prima di “concordare” a modo suo, come venirci incontro, dandoci in prestito i soldi che versiamo in qualità di partner, condizionati a responsabili rinunce che ci garantirebbero l’appartenenza al consorzio comunitaria, sia pure da cattivi pagatori dei quali bisogna raddrizzare i costumi dissipati. E che taglia il budget dei fondi per la cultura e lo spettacolo di 6 miliardi, a fronte dell’analisi condotta da Kea European Affairs che fornisce una prima valutazione dell’impatto economico che la pandemia ha avuto sul settore culturale europeo.

Secondo le stime dell’agenzia  il settore avrebbe  perso nel secondo trimestre del 2020 fino all’80% del  fatturato per attività ricreative e prodotti culturali. Pare che solo la Germania abbia effettuato  un calcolo, secondo il quale la perdita ammonterebbe a quasi il 13% del fatturato annuo, mentre   stime meno precise parlano di un calo del 10% nel Regno Unito, del 6% in Francia e del 5% in Italia.

Ma è facile ipotizzare che i consumi continueranno a scendere nei prossimi mesi viste le restrizioni e gli obblighi che tengono lontani turisti e appassionati. Si sa già che il Rijksmuseum  di Amsterdam, che normalmente stacca almeno  12.000 biglietti al giorno, dall’8 giugno potrà accogliere soltanto 2.000 visitatori, che la Scala ridurrà il suo pubblico a 200 persone con una perdita fino a 50.000 euro al giorno e che secondo un’analisi dell’Unesco l’industria cinematografica ha un salasso globale di circa 7 miliardi di euro.

Alcuni governi centrali e locali stanno prendendo provvedimenti:  Parigi  ha stanziato 15 milioni di euro, Berlino ha creato un pacchetto di fondi da destinare alle imprese del settore e Amsterdam  fronteggia  l’emergenza con oltre 17 milioni, Barcellona invece ha adottato una serie di misure e incentivi destinati a rilanciare il tessuto cittadino grazie sovvenzioni, sgravi fiscali, esenzioni di affitto.

A volte invece c’è davvero da provare vergogna per conto terzi a vedere che cosa succede da noi. Dove le emergenze che si accumulano, quella economica, quella sanitaria, quella che riguarda il territorio  e il tessuto urbano delle città d’arte, vengono mantenute, promosse e incrementate con l’intento esplicito di determinare uno stato di abbandono e trascuratezza che chiama in causa, nel ruolo di salvatori e mecenati, i privati pronti a acquistare all’outlet immobili e siti, a accaparrarsi comodati utili a riposizionare aziende poco rispettabili o reputazioni compromesse, a offrire donazioni pelose  scaricabili dalle tasse, come dalla coscienza, di abusivisti e inquinatori.

Il fatto è che spesso i cialtroni che si sono arrampicati su qualche augusto scranno sono anche stupidi, accecati da ambizione o avidità. In un Paese che viene condannato ogni giorno di più a diventare un museo a cielo aperto, una Disneyland per il turismo confessionale, un albergo diffuso grazie alla occupazione militare del colosso dei B&B, si dimostra ogni girono un disprezzo totale per quello che gli stessi artefici dell’oltraggio hanno di volta in volta definito come i nostri giacimenti, le nostre miniere da sfruttare, il nostro petrolio.

Viviamo nel paradosso di un ministro, il peggiore che ci potesse capitare e ricapitare come una presenza irrinunciabile a sfavore della manutenzione e dell’offerta ai cittadini delle bellezze che sono state tramandate e vengono salvaguardate con le   tasse di chi le paga, che ha una sola idea in testa, lo sfruttamento turistico del Paese: la Sicilia trasformata in campo da golf, il Sud come Sharm el Scheik d’accordo con Farinetti e Briatore, canali e canaloni a Venezia per concedere il passaggio alternativo alle grandi navi, i borghi svuotati per far posto al circuito delle case vacanza, proprio come ha fatto con la magione ereditata convertita in  B&B,  tanto che alla “rielezione”  ottenuto di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente, duole dirlo,  divisi dal Conte 1.

E che non si perita di provvedere alla dissoluzione di quel patrimonio che dovrebbe come nel passato costituire l’attrattiva principale dei visitatori, quella ricchezza  artistica e creativa che da secoli fa parte dell’immaginario collettivo.

Adesso che la pandeconomia della semplificazione, della priorità attribuita ai cantieri del cemento, del biasimo punitivo riservato a ristoratori, come anche a tutti gli operatori dell’intrattenimento e dell’accoglienza, ha dato il colpo di grazia insieme al discredito dato a una nazione, dove se ci si ammala, locali o turisti, è preferibile evitare le strutture sanitarie, dove pare tornino buone le copertine dei settimanali tedeschi con la pistola sugli spaghetti aggiornata per collocarsi su vaccini e mascherine, dove un temporale estivo mette in ginocchio le capitali della  Magna Grecia, dove il sistema di difesa della città più speciale e vulnerabile del mondo, Venezia,  è diventato oggetto di satira e scherno globale, c’è proprio da chiedersi quale potenza di attrazione verrà esercitata per richiamare il mondo da noi. (segue)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Polanski, il j’accuse delle quote rosa

neo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome ogni volta che ci si esprime bisogna preliminarmente esibire curriculum, referenze,  e predisporre una dichiarazione di political correctness a propria discolpa, specialmente quando ci si vuol sottrarre all’affiliazione a curve e schieramenti precostituiti, anticipo che la violenza sessuale è un crimine odioso che va perseguito  e represso con particolare severità, soprattutto quando viene commesso ai danni di creature più vulnerabili ed esposte e quando chi lo consuma gode di una posizione gerarchica o psicologica “superiore” e “protetta”, proprio come nel caso della tortura, che lo fa sentire esente da regole, leggi e imperativi morali offrendogli condizioni di immunità o impunità, proprio come nel caso dell’Ilva.

Ciò premesso considero inquietante l’anatema scagliato contro Polanski, vincitore del Cèsar per aver diretto J’accuse, dalla regista Cèline Sciamma, l’altra autrice  in lizza per il primo premio con il film Ritratto della giovane in fiamme, e dalla sua protagonista l’attrice Adèle Haenel, che, è stato notato, hanno lanciato la loro maledizione in un movie on the movie di j’accuse con un Vergogna!  e un “Bravo à la pédophilie”  gridati, ripresi e diventati virali in rete, proprio al momento della consegna del premio, facendo pensare  all’indispettita esecrazione per il trionfatore più che per il reo.

E infatti a gettare l’ombra del risentimento degli sconfitti sulla scomunica tardiva, è stata proprio la tempistica che ha fatto scegliere per la sdegnata epurazione dall’interno proprio la cerimonia pubblica con tanto di télé e giornalisti da tutto il mondo, mentre invece i soci dell’Académie des arts et techniques du cinéma, si erano già dimessi molto prima, Brad Pitt aveva cortesemente rifiutato il premio alla carriera e da giorni associazioni femministe avevano protestato innalzando cartelli  contro Violanski.

Come è giusto Roman Polanski paga in consenso e popolarità il delitto confessato nel 1977, quando ammise di aver consumato “un rapporto sessuale extramatrimoniale” con  una tredicenne, Samantha Geimer, reato per il quale  è ancora sorprendentemente “sulle sue tracce” l’Interpol e che appunto è turpe e ripugnante anche qualora non ci fosse stata violenza, perché un maschio autorevole, prestigioso, famoso esercita una potenza sopraffattrice anche se in forma psicologica e solo “persuasiva”.   Ed è sfuggito alle maglie della giustizia, per prescrizione, nel caso dell’accusa di stupro, rivoltagli 44 anni dopo il fatto, da  Valentine Monnier, giusto giusto l’8 novembre, cioè alla vigilia dell’uscita francese dell’ultimo film.   Altre donne poi pare abbiano sollevato addebiti analoghi, anche quelli postumi e che hanno avuto come teatro fori virtuali e gogne mediatiche, invece di uffici di polizia e tribunali.

Non voglio biasimare la natura e la qualità di queste incriminazioni a posteriori, accese come una miccia e non casualmente si direbbe, solo quando si è creato un clima favorevole alla condanna dell’opinione pubblica, in assenza di processi.  Non lo faccio perché è purtroppo vero che da sempre, dalla mitologia a Artemisia, dal Circeo alle vittime convertite dai magistrati in furbe adescatrici o spericolate provocatrici per via di abbigliamento arrischiato e incauta presenza a rave o apericena, la rivelazione e la denuncia dell’oltraggio subito  sono un onere e una pena che si aggiungono allo stupro con un carico di violenza e ingiuria,  capaci di trasformare il dolore in vergogna, tanto  che può sembrare preferibile e raccomandabile rinunciare alla tutela della propria persona e della propria dignità, nascondendo l’umiliazione  e lo sfregio.

Ma è anche vero che la denuncia, soprattutto da parte  di donne che hanno una tribuna e la possibilità di usare tutti gli strumenti per la propria difesa con maggiore forza, per via dell’appartenenza a ambienti e cerchie più acculturate e privilegiate, è un diritto, ma anche un dovere che si deve compiere in nome della salvaguardia e della protezione di  altre donne che potrebbero subire e subiscono lo stesso danno.

Perché se il privato è politico, come abbiamo sostenuto per anni, allora si tratta di una responsabilità civile e collettiva che va assunta ed esercitata con forza, se non si è tredicenni, se non si è in stato di soggezione fisica, morale o culturale come accade alle schiave del sesso deportate, a mogli che ritengono che faccia parte delle prerogative coniugali soggiacere a vessazioni bestiali, anche per proibire a chi a vario titolo si presta a difendere quelle che per secoli i giudici hanno definito virili  e naturali persuasioni o delicate ingiunzioni,  di far sospettare che si tratti della ricerca del solito quarto d’ora di celebrità di attricette a caccia di notorietà e consenso.

E quindi al plotone in smoking e merletti sul red carpet dovremmo tutte e tutti preferire la condanna della giustizia, con il biasimo che ne deriva rivolto al colpevole non alla sua opera artistica o professionale. Perchè se è vero che Hannah Arendt e i suoi allievi avrebbero dovuto pretendere che Heidegger non subisse la sconcia fascinazione del nazismo, imperdonabile in chi ha l’onere di interpretare e definire i modi del pensare, del conoscere e dell’agire, non è ragionevole ritenere moralmente accettabile rinchiudere e chiudere la bocca a Assange fantasiosamente denunciato per stupro, censurare la Gioconda per via delle accuse di sodomia e pedofilia rivolte a Leonardo, mettere all’indice le poesie di Cèline o i Canti del povero Pound già offeso per l’abuso ai suoi danni dei una formazione che, quella sì, dovrebbe essere oscurata per apologia di reato, o coprire pudicamente i quadri di Caravaggio, baro, violento, brutale attaccabrighe e  forse assassino.

Questo non significa che dobbiamo riconoscere una inviolabilità del talento, una superiorità morale della creatività e del genio che debbano esonerare dall’obbedienza a imperativi etici e leggi civili, perché allora avrebbero avuto ragione le gerarchie ecclesiastiche a rinviare le sentenze sui preti pedofili al giudizio di Dio e non a quello dei tribunali, limitandosi alla esecrazione, come se la tonaca o la casacca da pittore attribuissero carattere di sacralità a chi li indossa.

Al contrario si dovrebbe ristabilire il rapporto di fiducia delle donne e degli uomini nei confronti della legge, esigendo che non venga eseguita come un’operazione aritmetica, ma con giudizio e trasparenza, in modo che nessuna vittima possa sentirsi colpita due volte e nessun colpevole, nemmeno il più prestigioso, nemmeno il più autorevole, nemmeno il più influente possa sentirsi dispensato dal pagare per il suo reato.

Pur nutrendo a volte nostalgia per i tribunali del popolo e un certo affetto per le tricoteuses, dovremmo preferire la giustizia al giustizialismo, limitare la portata delle giurie di genere (maschile o femminile che sia) e di lobby,  perché non trionfi la legge del più forte, si tratti non solo del lodevole imprenditore, ma anche del venerato poeta, del celebrato regista, se dietro alla loro fama c’è la colpa, ma senza che la fedina penale sporca  imbratti opere che hanno aiutato donne e uomini ad essere liberi di difendere i loro diritti.


Il sonno della ragione genera mostre

l-uomo-vitruvianoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un segno portentoso dell’eterna vitalità della razza italiana “, a parlare così non sono il sindaco Brugnaro o il Ministro Franceschini, orgogliosi di aver portato a termine l’operazione di esodo sia pure temporaneo di un veneziano speciale, l’Uomo Vitruviano, a Parigi per essere esibito pubblicamente, quando ogni visitatore che ci si sia imbattuto nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe alle Gallerie dell’Accademia veniva informato fino a ieri della sua vulnerabilità che richiedeva particolari misure di tutela e di limitazioni “dell’utenza”.

No, la frase del 1930 è di Mussolini, che fu un iniziatore di quella pratica scriteriata e spregiudicata di usare il patrimonio artistico, che non conosceva e probabilmente disprezzava, a scopo propagandistico, e oggi ancora più abusata, grazie alla conversione della tutela in “valorizzazione”, affidata a una cerchia mercantile che annovera curatori seriali di esposizioni, direttori di musei selezionati in base ai criteri del marketing per dimostrata indole e esperienza manageriale nel settore commerciale, critici che sfornano expertise e prefazioni un tanto al chilo. Tutti al servizio di multinazionali delle assicurazioni, dell’editoria di settore, degli imballaggi e dei trasporti eccezionali,  oltre che di quelle del turismo che movimentano nomadi della cultura prêt-àporter e forzati delle file smaniosi di immortalarsi con un selfie davanti alla ragazza con l’orecchino di perla e che a Venezia evitano come la peste l’Accademia, preferendo location più fast e smart, amministratori locali e assessori alla cultura desiderosi di lasciare un’impronta, oltre a quelle digitali in questura, come un certo sindaco che voleva promuovere la notorietà della sua cittadina, Firenze, anche grazie al disvelamento di un Leonardo scoperto non  a caso dietro alla sua scrivania di primo cittadino, ma anche rappresentanti intenzionati a passare alla storia non per aver tutelato e offerto ai cittadini di tutto il mondo quelle opere che sono i prodotti di una creatività che ha incontrato il suo paesaggio intorno. i suoi borghi, le facce della gente, gli animali, ermellini compresi e che per questo ha diritto di cittadinanza, ma per averli fatti circolare dentro le valigette dei commessi viaggiatori per far cassa e incrementare il turismo di massa in città già abusate e violentate, dalle quali vengono sistematicamente espulsi i residenti, uomo vitruviano compreso.

Il caso del disegno a penna e inchiostro su carta (34×24 cm) di Leonardo da Vinci è proprio u i.   na mesta allegoria dell’occupazione del tempio da parte dei mercanti, quando invece dovrebbe essere proprietà e bene comune non solo della comunità dei fedeli dell’arte e della cultura ma anche di quelli che vi si avvicinano e che potrebbero esserne folgorati tanto da volerle difendere e mantenere. La cessione sia pure provvisoria dell’opera fa parte di un memorandum di intesa tra Italia e Francia, voluto dall’asse degli zerbinotti alla Renzi/Conte/Macron per siglare un’amicizia impari, con gli italiani in posizione prona davanti ai carolingi e pronti a venire incontro ai capricci di un Paese che anche ultimamente ha mostrato di non avere particolarmente a cuore la manutenzione e la custodia dei suoi tesori d’arte. Così, appena arrivato, Franceschini è stato ben contento di affratellarsi con l’omologo Franck Riester per  sancire a spese della salute del nostro patrimonio collettivo, in questo caso 23 opere da sottoporre alla trasferta,  il dovere di “costruire cittadinanza comune e perché, nel caso non l’avessimo capito,  la cultura è una grande opportunità di crescita economica“, come impone l’obbedienza a tutto quel coglionario di massime neo liberiste sul nostro petrolio, i musei come juke box, i giacimenti da sfruttare e magari infilare tra due fette di pane.

Infischiandosene della minaccia che sul trasferimento fuori dalla Repubblica italiana di un bene “che fa parte del  fondo principale di una determinata ed organica sezione di un museo” ( comma 2 dell’articolo 66 del Codice dei Beni Culturali) venga chiamato a pronunciarsi il Tar, dell’opposizione  della comunità scientifica che aveva cercato di fermare l’atto dissennato, della quale si erano fatti interpreti in prima linea l’ex direttrice del Museo veneziano e il responsabile del Gabinetto che mise in guardia “sul rischio elevato ed eccessivo non giustificabile e sostenibile per un’opera di tale rilevanza” per compensare il quale le Gallerie dell’Accademia si vedrebbero costrette a non rendere visibile il disegno per molti anni, quello che si riconferma essere con ogni probabilità il peggior ministro del Mibact degli ultimi 150 anni, si è prodigato con zelo e solerzia per il prestito delle opere di Leonardo al Louvre e di quelle di Raffaello alle Scuderie del Quirinale per marzo 2020, battendo il suo discusso predecessore che pure veniva  dalla Naba, l’ Accademia  di Arte, Moda e Design, incarnazione ennesima del primato del privato nel “mercato” culturale.

E d’altra perché stupirci, parliamo del ministro del Very Bello, che permise la trasvolata atlantica di un paio di guglie del Duomo per fare da sfondo alle salsicce e alle mozzarelle del prestinaio di fiducia del governo,  quello che non si diede per inteso quando addetti ai lavori gli chiesero invano di introdurre nella sua riforma una disciplina più severa in materia di movimentazione delle opere, quello che ci rimase male quando quella fastidiosa “solona” della sovrintendente archeologica della Calabria si oppose all’esposizione dei Bronzi di Riace all’Expo, quello che tanto per non sbagliare entrando al Quirinale per il giuramento nel 2014 dichiarò: “Mi sento chiamato a guidare il ministero economico più importante del Paese”, quello che ha ceduto il campo al ministro dello Sviluppo economico, permettendogli di cambiare il codice dei Beni culturali nell’ambito del disegno di legge sulle semplificazioni.

Nel mostrare come le opere d’arte siano pezzi unici, insostituibili, come toglierle da loro habitat costituisca un rischio, vale la lezione che un sindaco di un  piccolo paese diede al grande storico Roberto Longhi – lo ricorda Tomaso Montanari in un suo utile pamphlet “Contro le mostre”- rispondendo alla richiesta di esporre in altra località  un prezioso codice miniato “Spiacenti non poter concedere prestito oggetto in parola perché ne abbiamo uno solo”.

A protestare contro il viaggio periglioso  del bene  ( vale la pena di ricordare che nell’ambito dell’iniziativa del Mibact del 2010 chiamata “Circuitazione di opere icone”, la Velata di Raffaello di Palazzi Pitti viaggiò per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che durante una mostra al Colosseo  è caduta per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio, e è stata danneggiata la Hestia Giustiniani, mentre nella mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si è rotto un  prezioso cratere in marmo), ci saranno domani comitati e associazioni, gruppi attivi in rete, che hanno fatto dell’Uomo Vetruviano il simbolo di chi resiste ogni giorno e combatte l’espulsione forzata e l’esodo dei veneziani (quelli di Terraferma compresi, che devono far posto alle torri di cemento e cristallo del frontline distopico del sindaco) e dello stesso destino imposto agli abitanti delle città d’arte, come dei comuni del cratere del sisma, del Mezzogiorno che si vorrebbe diventasse Sharm el Sheik, dei Sassi ridotti al albergo diffuso, dell’Italia condannata a diventare una imitazione in cartapesta della se stessa del passato, in modo da negarle il futuro.


Popcorn per il Giocondo

vitruvAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’ho immaginato picconare gli affreschi cinquecenteschi che impreziosivano la Sala Civica del palazzo comunale,   per portare alla luce un misterioso quanto improbabile capolavoro leonardesco, a suo dire coperto dal Vasari per via di  invidie e dispetti da comari. Si era scelto una task force di consiglieri selezionati tra gufi e professoroni ravveduti pronti a giurare sul complotto che aveva seppellito la Battaglia di Anghiari  “per fare un favore a Michelangelo” cancellandola dalla memoria e dalla gloria, proprio come in un colossal tratto da Dan Brown, persuasi come lui che  quella epifania avrebbe contribuito alla sua saga personale e alla propagazione del mito di quel neo rinascimento sul quale si fonda l’industria culturale di questi anni, al servizio di sponsor, pizzicagnoli, ciabattini.

Non gli andò bene: il suo proposito visionario si scontrò con la realtà, come è successo a quelli che raccolsero firme e fondi per trovare le ossa della Gioconda o per riportarne l’effige  in Italia per una di quelle esposizioni mordi e fuggi che fanno la fortuna delle multinazionali dei grandi eventi. E come è successo a chi ha cancellato quell’altro grande affresco, dei valori del lavoro, dell’istruzione pubblica, della cura, dell’accoglienza e  voleva stravolgere una Costituzione che nel parlare del nostro “patrimonio” non intendeva un petrolio da sfruttare a fini commerciali ma di un’eredità morale ricevuta da chi ci ha preceduti e che dovremmo lasciare intatta o addirittura esaltato a chi verrà dopo di noi.

Ma non è andata bene nemmeno a noi che speravamo di non sentir più parlare di Matteo Renzi e che invece lo vediamo rispuntare ogni giorno nelle vesti di vendicativo sequel, di sfrontato oppositore, di instancabile commentatore sui social e ora di divulgatore televisivo in una felice sintesi di Daverio e Angela jr. con un docufilm che illustrerà tramite le bellezze di Firenze la sua weltanschauung. “ne verrà fuori una grande battaglia contro la demagogia, il qualunquismo e la paura — ha confidato alla stampa nei giorni scorsi.  — Bellezza contro odio, apertura contro protezionismo, Rinascimento contro oscurantismo”. Il prezioso  materiale e il suo messaggio “culturale e politico” prodotto da Lucio Presta che, citiamo sempre la stampa nazionale,  “ conta di far leva su due «atout»: la notorietà di Renzi (già invitato più volte all’estero per conferenze) e il fascino, molto apprezzato sia in America che in Asia, di una città carica di storia”,  rischia di restare come un pesante fardello nelle mani del manager dello spettacolo, imprenditore e ballerino: dopo il no della Rai, anche Mediaset ha declinato l’offerta e le puntate dello show  saranno proposte  solo sulle piattaforme internet a livello internazionale.

Meglio così,  avrà dunque circolazione limitata il vergognoso paradosso di veder magnificare una città da chi in varie vesti, presidente della provincia, sindaco e padrino di un successore fotocopia, presidente del consiglio, leader “antipopulista”  ne ha decretato il declino e che perfino con questa sua nuova performance riconferma l’ideologia che lo ispira, la consegna del bene comune alla speculazione e alla rendita privata, l’affidamento al mercato di leggi, scelte e azioni politiche. E infatti già dal 21 in festosa continuità con la sua gestione di amministratore cittadino che ha concesso a pochi euro luoghi, spazi, monumenti  per la “valorizzazione” tramite convention, cene, sfilate di protettori, finanziatori, amici della Leopolda, alcuni siti cittadini verranno chiusi al pubblico per permettere lo svolgimento delle riprese a cominciare dalle prime scene nel palazzo della Provincia dove l’ometto della provvidenza mosse i primi passi, un simbolo e un auspicio, e poi Piazza del Duomo, il Campanile di Giotto e altri luoghi topici, salvo, pare gli Uffizi, che per una volta si sono sottratti all’impegno di farsi macchina da soldi, o juke box, come si augurava l’allora primo cittadino.

D’altra parte è questa la sua idea di città: offrire uno scenario di lusso ai pochi grandi viziati,  attraverso la sottomissione dei grandi simboli dell’umanità a interessi commerciali con la sostituzione delle botteghe artigianali e del piccolo commercio di prossimità con catene commerciali internazionali, con la progressiva ed inesorabile espulsione delle famiglie residenti nel centro storico  mediante la trasformazione degli immobili in residenze temporanee (spesso al nero), la cancellazione dei servizi rivolti ai cittadini, la conversione di un tessuto urbano vivo in un parco tematico, se anche la realizzazione di mostre in luoghi chiave del Centro storico in cui può esporre chi paga, senza nessuna Commissione di valutazione sul valore delle opere è una scorciatoia per chi ha i denari (collezionista/produttore) per alterare le quotazioni del mercato dell’arte utilizzando uno scenario unico al mondo.

Che poi è anche la sua idea di democrazia: basti pensare che i suoi sodali promotori dell’irragionevole ampliamento dell’aeroporto propongono quando  propone  un referendum sull’opera, dopo che Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge. E la sua idea di legalità: se proprio a Firenze sta per essere inclusa una variante che  introdurrà nel Regolamento Urbanistico fiorentino una pratica di intervento finora impedita dalla cultura del restauro e dal sistema di tutela nazionale e che permetterà di  scavare case e palazzi, mantenendone le facciate ma inserendo al loro interno nuove strutture e nuove funzioni. E anche la sua idea di salvaguardia del territorio: ogni temporale nel capoluogo toscano diventa una piccola apocalisse a conferma che è lo storno di risorse economiche dal pubblico al privato che pregiudica la sicurezza del Centro storico. Come nel caso della voragine di Lungarno Torrigiani, crollo dovuto alla mancata manutenzione dell’acquedotto  dimostrando che gli utili netti di Publiacqua spa non erano state destinate alla manutenzione ma distribuite come dividendi degli azionisti.   E che dire dell’escavazione di 21 parcheggi sotterranei in area urbana, di cui ben 6 in zona Unesco, tra cui il parcheggio sotterraneo di Piazza Brunelleschi e la previsione di parcheggi sotterranei nell’area di Via Tornabuoni, in particolare sotto il giardino di Palazzo Antinori, a ridosso della Prima e della Seconda cinta muraria.

Storia e Gloria della Città del Fiore, pare si chiamerà il programma. Beh, non ci resta che sperare che coi popcorn davanti allo schermo ci sia solo lui.


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