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Il sonno della ragione genera mostre

l-uomo-vitruvianoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un segno portentoso dell’eterna vitalità della razza italiana “, a parlare così non sono il sindaco Brugnaro o il Ministro Franceschini, orgogliosi di aver portato a termine l’operazione di esodo sia pure temporaneo di un veneziano speciale, l’Uomo Vitruviano, a Parigi per essere esibito pubblicamente, quando ogni visitatore che ci si sia imbattuto nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe alle Gallerie dell’Accademia veniva informato fino a ieri della sua vulnerabilità che richiedeva particolari misure di tutela e di limitazioni “dell’utenza”.

No, la frase del 1930 è di Mussolini, che fu un iniziatore di quella pratica scriteriata e spregiudicata di usare il patrimonio artistico, che non conosceva e probabilmente disprezzava, a scopo propagandistico, e oggi ancora più abusata, grazie alla conversione della tutela in “valorizzazione”, affidata a una cerchia mercantile che annovera curatori seriali di esposizioni, direttori di musei selezionati in base ai criteri del marketing per dimostrata indole e esperienza manageriale nel settore commerciale, critici che sfornano expertise e prefazioni un tanto al chilo. Tutti al servizio di multinazionali delle assicurazioni, dell’editoria di settore, degli imballaggi e dei trasporti eccezionali,  oltre che di quelle del turismo che movimentano nomadi della cultura prêt-àporter e forzati delle file smaniosi di immortalarsi con un selfie davanti alla ragazza con l’orecchino di perla e che a Venezia evitano come la peste l’Accademia, preferendo location più fast e smart, amministratori locali e assessori alla cultura desiderosi di lasciare un’impronta, oltre a quelle digitali in questura, come un certo sindaco che voleva promuovere la notorietà della sua cittadina, Firenze, anche grazie al disvelamento di un Leonardo scoperto non  a caso dietro alla sua scrivania di primo cittadino, ma anche rappresentanti intenzionati a passare alla storia non per aver tutelato e offerto ai cittadini di tutto il mondo quelle opere che sono i prodotti di una creatività che ha incontrato il suo paesaggio intorno. i suoi borghi, le facce della gente, gli animali, ermellini compresi e che per questo ha diritto di cittadinanza, ma per averli fatti circolare dentro le valigette dei commessi viaggiatori per far cassa e incrementare il turismo di massa in città già abusate e violentate, dalle quali vengono sistematicamente espulsi i residenti, uomo vitruviano compreso.

Il caso del disegno a penna e inchiostro su carta (34×24 cm) di Leonardo da Vinci è proprio u i.   na mesta allegoria dell’occupazione del tempio da parte dei mercanti, quando invece dovrebbe essere proprietà e bene comune non solo della comunità dei fedeli dell’arte e della cultura ma anche di quelli che vi si avvicinano e che potrebbero esserne folgorati tanto da volerle difendere e mantenere. La cessione sia pure provvisoria dell’opera fa parte di un memorandum di intesa tra Italia e Francia, voluto dall’asse degli zerbinotti alla Renzi/Conte/Macron per siglare un’amicizia impari, con gli italiani in posizione prona davanti ai carolingi e pronti a venire incontro ai capricci di un Paese che anche ultimamente ha mostrato di non avere particolarmente a cuore la manutenzione e la custodia dei suoi tesori d’arte. Così, appena arrivato, Franceschini è stato ben contento di affratellarsi con l’omologo Franck Riester per  sancire a spese della salute del nostro patrimonio collettivo, in questo caso 23 opere da sottoporre alla trasferta,  il dovere di “costruire cittadinanza comune e perché, nel caso non l’avessimo capito,  la cultura è una grande opportunità di crescita economica“, come impone l’obbedienza a tutto quel coglionario di massime neo liberiste sul nostro petrolio, i musei come juke box, i giacimenti da sfruttare e magari infilare tra due fette di pane.

Infischiandosene della minaccia che sul trasferimento fuori dalla Repubblica italiana di un bene “che fa parte del  fondo principale di una determinata ed organica sezione di un museo” ( comma 2 dell’articolo 66 del Codice dei Beni Culturali) venga chiamato a pronunciarsi il Tar, dell’opposizione  della comunità scientifica che aveva cercato di fermare l’atto dissennato, della quale si erano fatti interpreti in prima linea l’ex direttrice del Museo veneziano e il responsabile del Gabinetto che mise in guardia “sul rischio elevato ed eccessivo non giustificabile e sostenibile per un’opera di tale rilevanza” per compensare il quale le Gallerie dell’Accademia si vedrebbero costrette a non rendere visibile il disegno per molti anni, quello che si riconferma essere con ogni probabilità il peggior ministro del Mibact degli ultimi 150 anni, si è prodigato con zelo e solerzia per il prestito delle opere di Leonardo al Louvre e di quelle di Raffaello alle Scuderie del Quirinale per marzo 2020, battendo il suo discusso predecessore che pure veniva  dalla Naba, l’ Accademia  di Arte, Moda e Design, incarnazione ennesima del primato del privato nel “mercato” culturale.

E d’altra perché stupirci, parliamo del ministro del Very Bello, che permise la trasvolata atlantica di un paio di guglie del Duomo per fare da sfondo alle salsicce e alle mozzarelle del prestinaio di fiducia del governo,  quello che non si diede per inteso quando addetti ai lavori gli chiesero invano di introdurre nella sua riforma una disciplina più severa in materia di movimentazione delle opere, quello che ci rimase male quando quella fastidiosa “solona” della sovrintendente archeologica della Calabria si oppose all’esposizione dei Bronzi di Riace all’Expo, quello che tanto per non sbagliare entrando al Quirinale per il giuramento nel 2014 dichiarò: “Mi sento chiamato a guidare il ministero economico più importante del Paese”, quello che ha ceduto il campo al ministro dello Sviluppo economico, permettendogli di cambiare il codice dei Beni culturali nell’ambito del disegno di legge sulle semplificazioni.

Nel mostrare come le opere d’arte siano pezzi unici, insostituibili, come toglierle da loro habitat costituisca un rischio, vale la lezione che un sindaco di un  piccolo paese diede al grande storico Roberto Longhi – lo ricorda Tomaso Montanari in un suo utile pamphlet “Contro le mostre”- rispondendo alla richiesta di esporre in altra località  un prezioso codice miniato “Spiacenti non poter concedere prestito oggetto in parola perché ne abbiamo uno solo”.

A protestare contro il viaggio periglioso  del bene  ( vale la pena di ricordare che nell’ambito dell’iniziativa del Mibact del 2010 chiamata “Circuitazione di opere icone”, la Velata di Raffaello di Palazzi Pitti viaggiò per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che durante una mostra al Colosseo  è caduta per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio, e è stata danneggiata la Hestia Giustiniani, mentre nella mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si è rotto un  prezioso cratere in marmo), ci saranno domani comitati e associazioni, gruppi attivi in rete, che hanno fatto dell’Uomo Vetruviano il simbolo di chi resiste ogni giorno e combatte l’espulsione forzata e l’esodo dei veneziani (quelli di Terraferma compresi, che devono far posto alle torri di cemento e cristallo del frontline distopico del sindaco) e dello stesso destino imposto agli abitanti delle città d’arte, come dei comuni del cratere del sisma, del Mezzogiorno che si vorrebbe diventasse Sharm el Sheik, dei Sassi ridotti al albergo diffuso, dell’Italia condannata a diventare una imitazione in cartapesta della se stessa del passato, in modo da negarle il futuro.

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Popcorn per il Giocondo

vitruvAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’ho immaginato picconare gli affreschi cinquecenteschi che impreziosivano la Sala Civica del palazzo comunale,   per portare alla luce un misterioso quanto improbabile capolavoro leonardesco, a suo dire coperto dal Vasari per via di  invidie e dispetti da comari. Si era scelto una task force di consiglieri selezionati tra gufi e professoroni ravveduti pronti a giurare sul complotto che aveva seppellito la Battaglia di Anghiari  “per fare un favore a Michelangelo” cancellandola dalla memoria e dalla gloria, proprio come in un colossal tratto da Dan Brown, persuasi come lui che  quella epifania avrebbe contribuito alla sua saga personale e alla propagazione del mito di quel neo rinascimento sul quale si fonda l’industria culturale di questi anni, al servizio di sponsor, pizzicagnoli, ciabattini.

Non gli andò bene: il suo proposito visionario si scontrò con la realtà, come è successo a quelli che raccolsero firme e fondi per trovare le ossa della Gioconda o per riportarne l’effige  in Italia per una di quelle esposizioni mordi e fuggi che fanno la fortuna delle multinazionali dei grandi eventi. E come è successo a chi ha cancellato quell’altro grande affresco, dei valori del lavoro, dell’istruzione pubblica, della cura, dell’accoglienza e  voleva stravolgere una Costituzione che nel parlare del nostro “patrimonio” non intendeva un petrolio da sfruttare a fini commerciali ma di un’eredità morale ricevuta da chi ci ha preceduti e che dovremmo lasciare intatta o addirittura esaltato a chi verrà dopo di noi.

Ma non è andata bene nemmeno a noi che speravamo di non sentir più parlare di Matteo Renzi e che invece lo vediamo rispuntare ogni giorno nelle vesti di vendicativo sequel, di sfrontato oppositore, di instancabile commentatore sui social e ora di divulgatore televisivo in una felice sintesi di Daverio e Angela jr. con un docufilm che illustrerà tramite le bellezze di Firenze la sua weltanschauung. “ne verrà fuori una grande battaglia contro la demagogia, il qualunquismo e la paura — ha confidato alla stampa nei giorni scorsi.  — Bellezza contro odio, apertura contro protezionismo, Rinascimento contro oscurantismo”. Il prezioso  materiale e il suo messaggio “culturale e politico” prodotto da Lucio Presta che, citiamo sempre la stampa nazionale,  “ conta di far leva su due «atout»: la notorietà di Renzi (già invitato più volte all’estero per conferenze) e il fascino, molto apprezzato sia in America che in Asia, di una città carica di storia”,  rischia di restare come un pesante fardello nelle mani del manager dello spettacolo, imprenditore e ballerino: dopo il no della Rai, anche Mediaset ha declinato l’offerta e le puntate dello show  saranno proposte  solo sulle piattaforme internet a livello internazionale.

Meglio così,  avrà dunque circolazione limitata il vergognoso paradosso di veder magnificare una città da chi in varie vesti, presidente della provincia, sindaco e padrino di un successore fotocopia, presidente del consiglio, leader “antipopulista”  ne ha decretato il declino e che perfino con questa sua nuova performance riconferma l’ideologia che lo ispira, la consegna del bene comune alla speculazione e alla rendita privata, l’affidamento al mercato di leggi, scelte e azioni politiche. E infatti già dal 21 in festosa continuità con la sua gestione di amministratore cittadino che ha concesso a pochi euro luoghi, spazi, monumenti  per la “valorizzazione” tramite convention, cene, sfilate di protettori, finanziatori, amici della Leopolda, alcuni siti cittadini verranno chiusi al pubblico per permettere lo svolgimento delle riprese a cominciare dalle prime scene nel palazzo della Provincia dove l’ometto della provvidenza mosse i primi passi, un simbolo e un auspicio, e poi Piazza del Duomo, il Campanile di Giotto e altri luoghi topici, salvo, pare gli Uffizi, che per una volta si sono sottratti all’impegno di farsi macchina da soldi, o juke box, come si augurava l’allora primo cittadino.

D’altra parte è questa la sua idea di città: offrire uno scenario di lusso ai pochi grandi viziati,  attraverso la sottomissione dei grandi simboli dell’umanità a interessi commerciali con la sostituzione delle botteghe artigianali e del piccolo commercio di prossimità con catene commerciali internazionali, con la progressiva ed inesorabile espulsione delle famiglie residenti nel centro storico  mediante la trasformazione degli immobili in residenze temporanee (spesso al nero), la cancellazione dei servizi rivolti ai cittadini, la conversione di un tessuto urbano vivo in un parco tematico, se anche la realizzazione di mostre in luoghi chiave del Centro storico in cui può esporre chi paga, senza nessuna Commissione di valutazione sul valore delle opere è una scorciatoia per chi ha i denari (collezionista/produttore) per alterare le quotazioni del mercato dell’arte utilizzando uno scenario unico al mondo.

Che poi è anche la sua idea di democrazia: basti pensare che i suoi sodali promotori dell’irragionevole ampliamento dell’aeroporto propongono quando  propone  un referendum sull’opera, dopo che Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge. E la sua idea di legalità: se proprio a Firenze sta per essere inclusa una variante che  introdurrà nel Regolamento Urbanistico fiorentino una pratica di intervento finora impedita dalla cultura del restauro e dal sistema di tutela nazionale e che permetterà di  scavare case e palazzi, mantenendone le facciate ma inserendo al loro interno nuove strutture e nuove funzioni. E anche la sua idea di salvaguardia del territorio: ogni temporale nel capoluogo toscano diventa una piccola apocalisse a conferma che è lo storno di risorse economiche dal pubblico al privato che pregiudica la sicurezza del Centro storico. Come nel caso della voragine di Lungarno Torrigiani, crollo dovuto alla mancata manutenzione dell’acquedotto  dimostrando che gli utili netti di Publiacqua spa non erano state destinate alla manutenzione ma distribuite come dividendi degli azionisti.   E che dire dell’escavazione di 21 parcheggi sotterranei in area urbana, di cui ben 6 in zona Unesco, tra cui il parcheggio sotterraneo di Piazza Brunelleschi e la previsione di parcheggi sotterranei nell’area di Via Tornabuoni, in particolare sotto il giardino di Palazzo Antinori, a ridosso della Prima e della Seconda cinta muraria.

Storia e Gloria della Città del Fiore, pare si chiamerà il programma. Beh, non ci resta che sperare che coi popcorn davanti allo schermo ci sia solo lui.


Mastercolosseo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci lamentiamo sempre, ma stavolta bisogna ammettere che il mecenate scarparo  pudicamente si è trattenuto.

L’immagine che ritrae l’anfiteatro Flavio una sera di qualche giorno fa, allestito per la magnata dei divini mondani, può sembrare la pubblicità per una ditta di tovagliati, come un tempo quelle che propagandava tende da sole. Ma almeno ci ha risparmiato  colonnati di cartapesta a forma di mocassino, gigantesche orme sulla sabbia, calpestata un tempo da gladiatori e martiri, con su il molto contraffatto marchio, omaggio alla memoria del decantato   Made in Italy, evaporato da tempio insieme al ruolo nazionale di potenza industriale e commerciale, ma presente nello stupidario di regime insieme a “la cultura è il nostro petrolio” e a quella indicibile paccottiglia sul tema che ci somministrano quotidianamente:   il patrimonio culturale è «una carta formidabile per la competitività italiana in tutti i campi», i monumenti, bene comune, devono diventare «grandi attrattori turistici» perché favoriscono si una crescita culturale, ma anche «una crescita economica».

Si, siamo stati risparmiati, ma per poco: la celebrazione della Tod’s, con annessa chiusura al pubblico “legittima” al confronto con quella illegale di un anno fa per un’assemblea sindacale,  è il soffice e felpato annuncio di quel che sarà e segna la continuità con tanti, grandi e piccoli oltraggi. Di quelli che fanno affibbiare a chi si scandalizza il titolo di misoneista, passatista, disfattista, proprio come succede a chi difende la democrazia, di quelli promossi e permessi da sindaci e “organizzatori culturali” che per mettere a frutto il petrolio non si limitano alle trivelle, ma organizzano sfilate di intimo in Gipsoteca, concedono festosamente prestigiose rovine per cene e sponsali, dischiudono le porte di cattedrali a convention, respingendo turisti e fedeli, o invece chiudono Ponte Vecchio per consentire un party.

Gli esempi sono ormai innumerevoli e anche  le dichiarazioni di intenti che si ergono minacciose sul pericolante Palatino pronto per bar e superbar, dopo la concessione per festeggiamenti delle curve Sud e maxi concertoni, sulla Reggia di Caserta: il direttore molto sponsorizzato dal ministro ci vuol far gareggiare la Pellegrini, e in attesa di gare di lancio dalla Torre di Pisa,  del completamento di giardini pensili già avviati e orti cittadini già allestiti sul tetto di qualche Certosa. E ovviamente di circenses al Colosseo, coi pensionati nei panni dei gladiatori e Renzi che li condanna col pollice verso momentaneamente distolto dal cellulare.

Perché le premesse ci sono e anche i programmi, per realizzare i quali ai pochi quattrini dispensati per i restauri dall’esoso mecenate, si è aggiunto lo stanziamento  di quasi il 25% dei fondi  2015-2016 del cosiddetto Piano Strategico Grandi Progetti Beni Culturali  e che prevedono l’ardita “ricostruzione” dell’arena, secondo i principi di Viollet Le Duc, ma anche dell’ex sindaco di Firenze che per far più bella che pria la città del Giglio e più appetitosa per i consumatori di turismo d’arte ha speso soldi e risorse cercando un Leonardo, disposto magari a pittarselo da solo.

Lo spericolato intervento, cui allora si potrebbero aggiungere anche rutilanti gradinate con le lucette dentro, un velarium a elevato valore aggiunto tecnologico e magari clipei bronzei, consigliando ai francesi di imitarci attaccando la testa alla Nike e le braccia alla Venere di Milo, sarebbe stato accolto con pensoso ma incondizionato entusiasmo da studiosi corifei del ministro Franceschini, di quelli che Renzi apprezza – qualcuno ha perfino aderito alla campagna del Si, perché non appartengono alla cerchia maledetta dei “presunti scienziati”, condizionati da pregiudizi ideologici che impediscono loro di raccogliere la sfida di una moderna valorizzazione del nostro patrimonio. Che si materializza con i percorsi didattici sul Rinascimento del norcino reale tra gli scaffali dei suoi supermercati, con i viaggi sconsiderati per celebrarne i menu di qualche guglia del Duomo, con i tour avventati di un qualche Bernini, in pellegrinaggio laudativo di una sagra gastronomica.

Dovremmo proprio denunciare per abuso di cultura chi ha prodotto quel vilipendio che si chiama Sblocca Italia con l’istituto del silenzio assenso, chi ha deciso lo stolto accorpamento di centinaia di realtà radicate sul territorio e nella tradizione in venti supermusei raccogliticci, mettendone a capo manager cultori del dio mercato, chi ha “pensato” la Legge Madia, che esautora il potere tecnico-scientifico delle soprintendenze, sottomettendole a quello dell’esecutivo, chi sceglie di sostenere e finanziare interventi spot, icone pronte per diventare merchandising, e convoglia risorse su “eccellenze” controllate direttamente e autoritariamente dal centro, condannando alla morte neppure tanto lenta il 90% per cento della nostra bellezza, che è parte integrante del nostro passato e della nostra speranza di futuro.

Se va avanti così, finirà che verrà anche a noi la tentazione di imbracciare il mitra quando li  sentiamo parlare di cultura.


Il sosia di Renzi che svende Firenze

il Sindaco NardellaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Scuole travolte dall’acqua, sottopassi impraticabili, alberi caduti bloccando il traffico, danni all’Orto Botanico, ai Giardini di Boboli, al cimitero degli Inglesi, interrotte le operazioni ai reparti di chirurgia degli ospedali. E poi vetrate in frantumi, affreschi del Duecento ‘lavati’ dall’acqua penetrata all’interno dell’’abbazia di San Miniato al Monte, capolavoro dell’architettura romanica fiorentina, Forte Belvedere  chiuso
, a scopo precauzionale, allagata la Biblioteca Nazionale, infiltrazioni a Palazzo Vecchio e al museo di Santa Croce, gli Uffizi e gli altri musei sigillati anche per consentire la conta dei danni, che, secondo un primo calcolo, ammonterebbero a più di un milione e mezzo di euro, solo per quel che riguarda il patrimonio artistico e culturale.

Il sindaco Nardella, conosciuto ai più perché viene sguinzagliato in talk show e trasmissioni nella sua funzione di junior, di indegno ma appassionato successore, a gridare con voce chioccia i trionfi del governo, dopo aver riunito una unità di crisi ha preferito delegare bilancio e richieste alla Regione, mica voleva indispettire il manovratore con querule istanze di aiuto.

Si sa  che gli effetti del cambiamento climatico che si manifestano con eventi estremi, e lo stesso cambiamento climatico vengono assimilati  artificialmente a fenomeni “naturali” e imprevedibili. Proprio come la crisi spacciata come un accadimento ineluttabile che ha interrotto sorprendentemente progresso e dispiegarsi della crescita, ma che come i temporali, passerà. Ceto politico e economico sono concordi in un caso e nell’altro a rivendicare l’impotenza rispetto al verificarsi dell’emergenza, salvo applicare le regole inflessibili dell’austerità o usare proficuamente redditizi eventi meteorologici per alienare beni comuni “affidandoli” alle cure non certamente disinteressate di privati, sponsor, imprenditori del cemento, finanziarie.

Così a distanza di 4 giorni dalla “bomba d’acqua” abbattutasi su Firenze, condita di grandine e tromba d’aria, è caduto un prevedibile silenzio su danni e soprattutto responsabilità. La Regione ricorda i suoi stanziamenti a tutela dell’ambiente e dell’assetto idrogeologico, evidentemente insufficienti. Il sindaco tace, confidando che l’acqua sia naturalmente evaporata e con essa la memoria della collera legittima di una città ridotta a Disneyland del turismo mordi e fuggi, a “polo museale” retrocesso a luna park o a location di sfilate, cene, possibilmente promosse da generosi finanziatori dei successi del premier, da  stilisti pacchiani e sgangherati, da imprenditori del culatello da  e organizzate da agenzie  in odor di larghe intese. E i cui “giacimenti”, il “petrolio” dell’arte e della cultura vengono affittato in perenne comodato alla speculazione del marketing, che li sfrutta senza contribuire alla loro manutenzione e tutela e lesinando perfino sulla “pigione”.

Il Nardella è il delfino incaricato dal suo padrino-padrone della continuità dell’utilizzo intensivo, fino all’esaurimento, del brand, del marchio Firenze: la prima riunione della sua giunta si è svolta trionfalmente  a San Miniato , a celebrare la funzione di “cartolina”, la vocazione di interno ed esterno, di scenografia del colossal turistico, nel  quale gli abitanti, immeritatamente usufruttuari del bene che hanno ereditato, sono retrocessi a ruolo di addetti e dipendenti. Il passaggio dai mecenati agli sponsor è sancito dal cammino segnato dal monello di Rignano e percorso con rinnovato entusiasmo dal suo successore, che incarna perfettamente quella volgarità, denunciata profeticamente da qualche sparuto intellettuale critico, di Firenze, condannata alla metamorfosi della bellezza in pacchiana venalità, della cultura in profitto, dell’arte in sottiletta da infilare tra due fette di pane, a quella “omologazione del Brutto che ha trovato paradossalmente in questa città rappresentante del Bello, la sua più visibile epifania”.

E che come primi atti della sua amministrazione ha promosso l’orrenda illuminazione da night di terz’ordine di Ponte Vecchio, che arriva dopo quella della Loggia dei Lanzi, in occasione della cui “inaugurazione” lo sponsor, lo stilista Ricci, venne autorizzato per la cifra simbolica di 30 mila euro a far svolgere una sfilata corredata di danze tribali Masai dentro agli Uffizi, chiusi al pubblico per l’occasione. Ponte Vecchio requisito dallo stesso produttore di borsette,  si è illuminato a beneficio di Vip, veline e del circo renziano, nella fastosa accensione durante la quale il finanziatore si è attribuito il ruolo di filantropo per via del dono fatto alla città, che in tutto gli è costato circa 300 mila euro, ben poco rispetto alla ricaduta pubblicitaria di un’azienda  che fattura oltre 80 milioni l’anno. Sempre Nardella, nel segno della continuità (vi ricordate Ponte Vecchio noleggiato alla Ferrari, in cambio del modesto finanziamento delle “colonie” per bambini indigenti, mai rintracciato nei bilanci del Comune, come peraltro l’azione benefica?), ha affittato a 20 mila euro  la Chiesa di Santa Maria Novella, interdetta ai fedeli per l’allestimento del banchetto, come location di una cena della Morgan Stanley, banca più volte citata tra i grandi elemosinieri delle campagne del premier. A chi si lamentava il sindaco ha risposto prima che l’autorizzazione era stata data a sua insaputa, per poi rivendicare di aver alzato il prezzo della contrattazione fino a ben 40 mila euro, insomma si direbbe dalle mie parti, peso el tacon del sbrego, peggio, insomma,  il rattoppo dello strappo.

Anche da sindaco Renzi si era – fortunatamente- limitato in gran parte agli annunci: sottopassi, tranvie, pavimentazioni, rivelazioni leonardesche, facciate à la manière di Michelangelo, interessato già a impiegarla come laboratorio simbolico di quello che si apprestava a fare dell’Italia: un luogo trasandato, abbandonato all’incuria, alla latitanza e all’incompetenza della sua amministrazione e test di esperienze di totale assoggettamento ai poteri economici privati e speculativi, usando il patrimonio artistico, la bellezza, la cultura,  non per includere e integrare, come recita la Costituzione, ma per emarginare, mettere da parte,  sviluppare la disuguaglianza, occupandone i luoghi per metterli a disposizione di chi ha, chi possiede già irrinunciabili privilegi, ed escludendo chi dovrebbe esercitare l’inalienabile diritto al loro godimento.

In questo spirito si promuovono il degrado, la negligenza, la sapiente indifferenza ai pericoli della trascuratezza. In modo che un bene svalutato possa essere il bottino di chi a poco prezzo lo rileva, la preda di chi lo “valorizza” in regime di esclusivo monopolio.

È così a Firenze, a Roma, a Venezia, tremendi terreni dove si verifica la resistenza all’oltraggio, la tenuta dell’oblio del passato, la costanza della rimozione della cittadinanza e della sua dignità.  È così a Renzopoli, un paese ridotto a imitazione di se stesso e delle sue glorie trascorse, una Las Vegas del dimenticato rinascimento e della repressa democrazia.


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