Annunci

Archivi tag: Macron

Prendi questa mano Zingaretti

zingaretti-renzi-993088Si può perfettamente capire lo stato euforico per aver cancellato, solo in via puramente formale, ça va sans dire, il nome di Renzi dall’albo d’oro del Pd, ma di certo non per l’ascesa a un trono ormai di latta di un tipico politicante di secondo piano come Nicola Zingaretti, di fatto senza avversari, che di per sé rappresenta il naufragio di un partito. Al contrario del fratello Luca che può fare riferimento alla raffinata intelligenza e qualità narrativa di Camilleri per dare un senso al commissario Montalbano, qui siamo nell’angusto territorio della politica di contrattazione e dentro il sordido recinto dell’atlantismo ideologico di cui è stato ligio chierichetto da sempre. Dalla benedizione in corpore vili della dissoluzione iugoslava, alla vicepresidenza dell’internazionale socialista, noto covo di santificazione neoliberista e pronto a baciare le mani a tutti i suoi burattini. E poi il potere locale con un Lazio che ancora non dispone di un piano rifiuti, che recentemente con la legge del consenso – assenso si avvia a fare carne di porco delle aree naturali e nell’immediato permettere nell’area di Acquafredda ben 180 mila metri cubi di volumetrie “a scopo socio-sanitario” per la “valorizzazione di terreni di proprietà dell’ente ecclesiastico Amministrazione patrimonio sede apostolica”. Amen. Ben venga la recisione dei vincoli per vergognoso silenzio come è successo a Decima Malafede, con l’abbattimento di boschi, sempre in favore delle speculazioni pretesche.

E che dire del fatto che nell’inchiesta su Mafia Capitale Zingaretti è stato indagato assieme all’ex sindaco Marino, ma mentre a quest’ultimo è arrivata, come doveroso, l’avviso di garanzia che lo ha politicamente distrutto, a Zingaretti, sospettato  per “concorso in corruzione“, non è arrivato proprio nulla così che la successiva archiviazione è arrivata senza traumi e senza alcun sentore della cosa. A chi e cosa si deve questa applicazione di due pesi e due misure che oltretutto rende possibile qualsiasi dubbio sulla limpidezza di queste inchieste? E ci sarebbe da chiedersi come mai la sua giunta sia stata salvata non più tardi di tre mesi fa da un leghista passato al gruppo misto il quale ha giustificato la sua astensione sulla mozione di sfiducia con queste parole: “Non voterò la sfiducia a Zingaretti perché, se realmente si vuole avviare un cammino verso il centrodestra unito, l’unico atto politico credibile è sfiduciare intanto il Governo nazionale”.  La stupidità è così iniqua verso chi la pratica con noncuranza che non si riesce mai a nasconderla.

Insomma diciamo che Zingaretti non costituisce certo una discontinuità nel Pd, anzi a suo modo rappresenta tutta la lunga caduta che va dal Pc al renzismo, ma la incarna non con i colori acrilici del guappo di Rignano , ma con un bianco e nero che, fossimo al cinema, potrebbe consentire di salvare l’opera vantando la fotografia, le cinquanta sfumature di grigio. Ma la realtà è che siamo di fronte alla noia di cose già viste e straviste, a un uomo di apparato senza guizzi che forse potrebbe essere l’ideale per essere l’arca di un partito che ormai vive di apparati nei vari livelli amministrativi e politici, ma che ha ormai ben poco da dire. Insomma siamo allo spegnimento dopo l’esplosione finale della stella.

E’ fin troppo chiaro che le speranze di ripartenza fondate non su un motore di cambiamento, ma sulla semplice assenza  di Renzi, sono illusioni nelle quali probabilmente non si crede nemmeno più e si evocano tanto per dire, tanto per farsi forza. Del resto l’elezione di Zingaretti probabilmente indurrà Renzi e il suo clan a bruciare i vascelli e fondare un proprio movimento simile a quello ultra liberista  “En marche” di Macron e che questo sia nell’aria lo dimostra l’improvvisa intervista del ricco celebrante Fazio, al presidente francese. Lo chiameranno “In marcio” ? Non basta però liberarsi dei corpi estranei, bisogna anche proporre qualcosa di diverso e oggi questo genere di miraggi tiene campo nell’informazione, valga per tutti l’invito giunto da Caporale sul Fatto quotidiano che stimola il neo segretario a far scoprire al Pd cosa voglia dire sinistra. Ma sarebbe ben strano che ci riuscisse chi non ha mai avuto nemmeno un grammo di questa sostanza, ma soltanto vaghe tracce reperibili giusto in laboratorio e che per giunta si troverà a dover gestire un gruppo parlamentare  ancora tutto renziano. In una parola siamo alla fine di una storia, non a sua svolta e se volessimo farci entrare Camilleri, per analogia familiare, si direbbe che siamo alle “Favole del tramonto”.

 

 

 

Annunci

Facciamoci un gilet

366062825--1-Questo sarà un lungo post, una corsa panoramica e senza anguste misure sui gilet jaunes, sullo spirito che hanno incarnato prendendone via via consapevolezza, sulla risposta unicamente repressiva dello stato neo liberista che così svela menzogne, illusioni e limiti oggettivi di chi ha creduto nella fine della storia. E infine sulla possibilità che questa jacquerie divenuta in poco tempo onda di profondo cambiamento, costituisca l’inizio e l’innesco di una svolta storica.

Ogni sabato, per quindici  settimane, sono scesi nelle strade delle città idi tutta la Francia a decine di migliaia, hanno organizzato assemblee, allagato i social media e la stampa, nonostante gli instancabili sforzi di reprimere, calunniare e sminuire il movimento  dato fin da novembre sull’orlo del collasso: ma i manifestanti in giallo sono ancora lì, segno che rappresentano molto di più di quelle richieste “piccolo borghesi”  in cui li ha incasellati spregiativamente l’informazione di regime. Oggi persino i lacché di penna e microfono del potere macroniano sono costretti a riconoscere che il movimento dei gilets jaunes  si è rivelato molto più complesso  e sorprendente di quanto non fosse apparso all’inizio, almeno ai loro occhi velati. Essi sono riusciti a evidenziare i pericoli dell’utopia neoliberista di Macron e delle oligarchie europee senza basarsi né sul nazionalismo, né sull’allarme migratorio di carattere xenofobo, ma portando avanti una nuova visione della  democrazia e della solidarietà che ha ben poco a che vedere con i tentativi di imitazione o di associazione ideale.

Il minimo che possiamo dire è che i gilet hanno fin da subito suscitato la rabbia isterica di Emmanuel Macron e dal suo governo. Ci sono state ovviamente delle concessioni formali: a dicembre, di fronte alle dimensioni del movimento, il governo è stato costretto a rinunciare al suo aumento programmato della tassa sui carburanti e anzi ha annunciato una serie di misure destinate a calmare la tempesta. Rispetto a ciò che i numerosi movimenti sociali degli ultimi dieci anni di storia francese sono riusciti ad ottenere  – cioè niente – si sarebbe potuto pensare che essi si accontentassero di questa vittoria. Ma i manifestanti non hanno impiegato molto a rendersi conto che le misure annunciate dal governo (aumento del salario minimo di 100 euro al mese, anche se a carico dei contribuenti e non dei datori di lavoro, esenzione fiscale per gli straordinari, un bonus di fine anno per i dipendenti, l’annullamento della tassa CSG per i pensionati con meno di 2.000 euro al mese) era solo fumo negli occhi, perché queste “briciole” erano ben lontane dalle richieste del movimento per la giustizia sociale e fiscale, la redistribuzione della ricchezza e una democrazia più diretta.

E’ forse proprio per questo che il gilet gialli sono stati oggetto di una violenza che non si vedeva in Francia almeno dal 1968. Da novembre circa 80.000 poliziotti, gendarmi, membri di  membri di unità speciali dell’esercito, uomini dei servizi con i loro servizi, si sono mobilitati per “tenere sotto controllo” le manifestazioni in tutto il Paese. Nel corso delle proteste sono state lanciate decine di migliaia di granate lacrimogene e pallottole di gomma contro i manifestanti spesso in contesti illegali. Le cifre del ministero dell’Interno, quindi di una parte che ha tutto l’interesse a minimizzare parlano da sole: finora almeno dieci persone sono morte (una è stata uccisa direttamente dalle “forze dell’ordine”), 2.100 sono state ferite, 8.700 quelle arrestate con 1.796 condanne. La violenza della polizia ha colpito tutti, anche, i medici di strada, i giornalisti, i fotografi e gli studenti delle scuole superiori, vecchi, donne, bambini e persino disabili. Nonostante tutto questo Macron e i suoi compari sembrano lontani dal mettere in discussione le politiche sociali ed economiche che hanno alimentato questa rabbia popolare, il governo ha puntato il resto del suo già scarso capitale di credibilità tentando di screditare il movimento, disumanizzando i suoi partecipanti e demonizzandone le azioni: il ministro degli Interni Christophe Castaner e i membri del partito di Macron parlano costantemente di “teppisti”, presentando i manifestanti come una folla odiosa, xenofoba e fascista. Il duro rifiuto di Castaner di riconoscere la violenza della polizia è sorprendente. Il mese scorso, mentre invitava i francesi a non manifestare, ha minacciato: “coloro che dimostrano sappiano che sono complici dell’ hooliganismo”.

Certo dev’essere un cretino coi fiocchi o uno che crede che lo siano gli altri, ma di fatto questo eccesso di violenza cieca alla fine è diventato esso stesso un argomento di discussione  nella vita pubblica francese. Dopo due mesi di triste silenzio sulla repressione della polizia contro i manifestanti, i media – che fino a quel momento erano interessati solo alla violenza perpetrata dai “teppisti” – sono stati costretti a svegliarsi. Sembra ormai passato molto tempo dall’affaire  Benalla, quando l’opinione  pubblica e i media sembravano agitati non tanto dal fatto che la guardia del corpo di Macron, forte del suo ruolo di favorito,  picchiasse i manifestanti e scatenasse la sua furia contro un uomo a terra , ma per il fatto che non fosse un poliziotto. Per la prima volta, su radio e TV, si cominciano a sentire intellettuali che si rifiutano di condannare i manifestanti e cercano di spiegare la rivolta  in termini di violenza sociale ed economica che la politica pubblica ha imposto alla popolazione. Per la prima volta, il governo non riesce a strumentalizzare la violenza per screditare il movimento: piuttosto, la sua stessa violenza sta aiutando ad amplificare il messaggio dei manifestanti.  D’altra parte a questo cambiamento di atmosfera hanno contribuito le mobilitazioni dei gilets contro la repressione della polizia e a sostegno delle vittime: centinaia di testimonianze, foto e video di gilet jaune feriti sono circolate sui social media anche quando i media erano interessati solo a mostrare violenza “hooligan”. A dicembre, un video che mostrava oltre cento liceali nel sobborgo parigino di Mantes-la-Jolie in ginocchio, le mani in testa, circondati dalla polizia in tenuta antisommossa, è diventato virale e la posa che questi adolescenti sono stati costretti ad adottare è stata ripresa dai manifestanti , che lo hanno reso uno dei simboli  delle loro  proteste. Le donne coinvolte nel movimento sono state particolarmente attive nella marcia parigina per denunciare la violenza della polizia e hanno voluto che alla testa della manifestazione ci fossero i feriti nelle prime settimane di protesta. Rompere il silenzio ha significato anche sollevare il velo su una violenza che è stata perpetrata per decenni contro i movimenti di opposizione e specialmente le popolazioni dei quartieri poveri, della classe lavoratrice e delle minoranze etniche della Francia. Si apre così la strada a una convergenza con le lotte degli irregolari o dei circoli sociali urbani.

In effetti, tutto questo fa parte del quadro più ampio dello slittamento autoritario che ha raggiunto il suo massimo sotto il governo di Macron. Questo autoritarismo si rivolge prima di tutto contro chiunque combatta i poteri in essere.  Chi abbia partecipato alle manifestazioni lo sa: non si può più dimostrare in Francia senza rischiare di andare all’ospedale o peggio. La polizia ha persino iniziato a confiscare sistematicamente maschere, occhiali e sieri indispensabili per i manifestanti di fronte a raffiche di gas lacrimogeni. La libertà di manifestare è a sua volta sempre più minacciata, dal momento che lo stato di emergenza è stato introdotto sulla scia degli attacchi terroristici le cui cause e dinamiche affondano nello stesso potere che si è dedicato dall’organizzazione dell’esercito terrorista  contro la Siria. A questo si aggiunge la repressione attraverso i tribunali. Persino molti giuristi hanno espresso le loro crescenti preoccupazioni su questo stato di cose. E a ragione: perché il numero di gilet che Jaunes arrestati ai margini delle manifestazioni per motivi “preventivi”, così come il numero di manifestanti condannati al carcere – a volte solo per i messaggi di Facebook – è davvero sorprendente. Per non parlare delle intimidazioni giudiziarie nei confronti di coloro che vengono considerati come uomini simbolo del movimento in maniera così grossolana e grottesca da fomentare l’indignazione: uno di loro, Julien Coupat è stato detenuto per quasi quarantotto ore perché aveva un giubbotto giallo nella sua auto cosa peraltro obbligatoria per legge.

Da questo punto di vista il macronismo  sta prendendo una china inquietante anche perché in qualche modo incoraggiato dall’oligarchia europea che vede messa in questione la sua stessa esistenza e i propri strumenti di potere tra cui l’euro e le regole di bilancio che ne derivano. Ad ogni modo con il disegno di legge sulle “false notizie” che limita la libertà di stampa, la legge sull’asilo e l’immigrazione che impone regole più severe sui più vulnerabili, nuove regolamentazioni per rendere  segreta o quasi la vita interna delle aziende e la trasformazione dello stato di emergenza in legge ordinaria, di fatto si marcia vero un regime autoritario. E dire che Macron era stato eletto per evitare la Le Pen. Ma il fatto centrale, che spesso sfugge, è che questa non è l’eccezione, ma la regola, perché il capitalismo nella fase neo liberista cerca di imporre una direzione che la società deve seguire, vale a dire, il dominio del mercato globale considerato come la fine della storia e il migliore de mondi possibili. Lo stesso inquilino dell’ Eliseo lo aveva detto nella sua campagna elettorale sostenendo che la Francia stava soffrendo perché non era riuscita ad adattarsi alla “modernità” dell’ordine economico globalizzato, più specificamente a causa del suo sistema politico e delle istituzioni antiquate e ossificate.Eppure oggi in Francia come altrove nel mondo le contraddizioni all’interno del neoliberismo – e in particolare la crescente concentrazione di ricchezza e la distruzione dell’ambiente – stanno alimentando una sofferenza popolare e una rabbia espressa nel rifiuto di queste politiche. La risposta violenta e repressiva rimane l’unica possibile per le governance neo liberiste sia all’interno che all’esterno. 

Proprio per questo la mobilitazione ha continuato ad aggregare nuovi elementi, dalle scuole superiori agli studenti universitari e ai movimenti sociali nelle periferie delle grandi città. Mentre all’inizio i rapporti tra i gilets e le organizzazioni sindacali erano difficili, i membri del sindacato presto hanno cominciato ad apparire durante le proteste e molti sindacati hanno portato solidarietà, spesso grazie all’iniziativa e alla pressione delle strutture di base o territoriali. Il 2 febbraio scorso primo “sciopero generale” combinato con una dimostrazione che univa i sindacati , la CGT, Solidaires e alcuni rami di Force ouvrière con le jaune gilet . È stato un successo straordinario, con oltre 300.000 partecipanti. Il prossimo sciopero generale nazionale che unisce i gilets jaunes e il gilets rouges  è stato convocato per il 19 marzo. Questo nonostante dentro al movimento ci sia ancora un po’ di tutto, grazie anche alle infiltrazioni che peraltro erano state già annunciate da alti gradi delle forze armate e ai media che presentano come capi del movimento personaggi che sono assolutamente marginali o addirittura in polemica con esso. Il fatto sostanziale è che questo sommovimento sta ridefinendo gli obiettivi collettivi dal basso e si oppone radicalmente all’insistenza autoritario-neoliberista secondo cui la sovranità popolare dovrebbe essere delegata ai leader e agli “esperti”.

Oggi siamo di fronte al fallimento politico del progetto europeo e alle correnti politiche dominanti in tutto il mondo occidentale, esse stesse per lo più campioni dell’utopia neoliberale. In contrasto con questi ultimi, il movimento dei gilets jaunes sembra essere uno dei pochi movimenti popolari a non essere costruito attorno ai fattori di pancia ed è dunque una possibilità storica di svolta di cambiamento. 


Terroristi patrioti e gilet gialli bastonati

francia-ginocchioQuale sia lo stato delle cose, il precipitare degli eventi e il grado di confusione nell’occidente contemporaneo dove le narrazioni e le bugie sono talmente ingarbugliate da non riuscire più a collimare, può essere dimostrato dalle parole di Cristophe Castaner, ministro degli interni francese che di fronte ai 93 gilet gialli gravemente feriti (13 di loro hanno perso un occhio) durante le varie dimostrazioni che si sono susseguite nell’ultimi due mesi, ha sostenuto: “non conosco nessun poliziotto o gendarme che abbia attaccato un manifestante”. Difficile che si possa trovare verità e onore in un ministro dei banchieri, ma in ogni caso è fin troppo chiaro che ora si vuole nascondere e negare la violenza con la quale  il regime macronista e neoliberista europide ha reagito alle manifestazioni di dissenso contro le dottrine austeritarie, ad onta di tutte le giaculatorie democratiche che vengono recitate dai grandi sacerdoti perché i fedeli siano tenuti in ginocchio di fronte ai tabernacoli rituali. La realtà è che le oligarchie hanno paura e non sanno che reagire con la forza.

Ma fin qui sarebbe si tratterebbe solo di faccia tosta dentro giorni convulsi nei quali l’Eliseo si trova di fronte a un nuovo scandalo: alcune intercettazioni telefoniche tra la guardia del corpo e favorito dell’harem presidenziale, Alexandre Benalla e un poliziotto radiato dal corpo, ora operante nel privato. Benalla infatti, sotto processo per violenze dice di avere tutta la protezione possibile. E quando l’interlocutore gli chiede: “Ma chi ti sostiene in concreto?” Benalla risponde: ” Il presidente, Madame (Brigitte ovviamente) e Ismael che mi consiglia su media e compagnia”  Quest’ultimo personaggio è Ismael Emelien un braccio destro di Macron. Questo dopo che il capo dell’Eliseo aveva pubblicamente detto di aver preso le distanze da Benalla e dalle sue imprese di picchiatore.

Insomma il clima è arroventato, tanto più che se queste intercettazioni sono uscire fuori dai cassetti significa che il presidente sta per essere mollato dai servizi e dall’apparato militare. Ma torniamo al ministro dell’Interno e alle sue incredibili dichiarazioni. Farebbero parte della normale e sordida commedia governativa se non fosse che Castaner  poco prima di questa incredibile dichiarazione assolutoria ne aveva fatto un’ altra annunciando che 134 jihadisti rifugiatisi presso quella parte di forze curde agli ordini degli Usa, saranno rimpatriati in quanto cittadini della douce France. “Sono francesi prima di essere jihadisti”. Ora mettetevi nei panni dei cittadini francesi che da anni vivono in uno stato di eccezione a causa del terrorismo, nei quali è stata accuratamente coltivata la paura perché guardassero il dito e non la luna: adesso scoprono che il Paese è profondamente implicato nell’organizzazione del jiahdismo, che questi combattenti di origine nordafricana ed ex coloniale, spesso delinquenti di piccola tacca sono stati arruolati nelle prigioni, formati e inviati in Siria, che insomma lo sponsor primario del terrore – mai realmente controllabile – è proprio il governo. Che Parigi avesse messo molto più che uno zampino in Siria era già noto visto che numerosi ufficiali francesi sono stati stati catturati dalle forze siriane. Ma adesso si scopre che quel sottobosco di sbandati e fanatici – radicalizzati più dal denaro e dalle depenalizzazioni che dalla religione – che  insomma le schegge impazzite dei pendolari tra il Medio Oriente e la Metropole,  è stato sostanzialmente gestito dai servizi . Si è autorizzati a pensare il peggio, ma in ogni caso sta di fatto che parecchi di coloro che sono stati regolarmente uccisi dopo gli attentati, dal Charlie Hebdo, al Bataclan, al supermercato kasher, alle sparatorie di Bruxelles, facevano parte di questa colonna infame e non è escluso che in alcuni di questi casi ci fosse sullo sfondo un regolamento di conti tra servizi segreti. Ora vengono accolti col tappeto rosso.

Il problema ulteriore è che la notizia del patriottico quanto orgoglioso rimpatrio definitivo di questi terroristi mercenari trattati con i guanti bianchi stride in maniera orribile con la barbara repressione sui cittadini in francesi che protestano: da una parte l’elogio della violenza, dall’altro la negazione della stessa. Davvero insopportabile, ma indicativo della confusione nella quale viviamo e della impossibilità della coerenza: gli eventi si succedono producendo ondate emotive o tesi e argomenti senza alcuna relazione con loro e soprattutto fra loro e la realtà. Solo quando la distanza temporale è minimo si avverte lo stridore.


Francia – Venezuela, due pesi e due misure

dxorlipxgaiqughOggi il mio compito è facile, solo quello di riportare un articolo di Neil Clark, giornalista inglese che scrive su Guardian, Morning Star, The Week e The Spectator per citare solo alcune testate: come fosse il ragazzino che vede il re nudo egli istituisce un semplice, immediato, quanto impietoso  raffronto tra la narrazione mainstream ciò che accade in Francia e in Venezuela, mostrando tutta la pretestuosità di un’ informazione del padrone che adotta due pesi e due misure in maniera così sfacciata che ci si chiede come non possa essere colta dalle pubbliche opinioni. Certo poi accendiamo la Tv e capiamo perché questo possa accadere, come l’opera di semplificazione e rincretinimento renda facile raccontare ai bambini qualsiasi favola.

“Le proteste anti-governative dei gilet gialli in Francia sono in crescita, ma hanno ricevuto una copertura limitata nei media occidentali e tale copertura è stata abbastanza ostile ai manifestanti. In Venezuela però è una storia molto diversa: qui le manifestazioni di strada sono un importante fonte di notizie, nonostante il Paese si trovi a migliaia di chilometri di distanza. Inoltre, la copertura degli eventi è molto empatica nei confronti dei manifestanti ed estremamente ostile nei confronti del governo.

Perché i manifestanti in Francia sono cattivi, ma in Venezuela sono invece buoni?

La risposta ha a che fare con le posizioni e le alleanze internazionali dei rispettivi governi. Non è politicamente corretto chiamare il presidente Emmanuel Macron di Francia come presidente dei ricchi, anzi dei molto ricchi come ha ammesso alla televisione francese, il suo predecessore François Hollande. Macron è un globalista senza vergogna, impegnato a portare avanti le riforme neoliberiste in patria e a seguire un programma di ” intervento neo liberista” al di fuori, vale a dire una politica estera imperialista. Nessuna meraviglia che le élite vadano pazze per il ragazzo: il rovesciamento di Macron, in una rivoluzione francese 2.0, sarebbe un duro colpo per le persone più potenti del mondo. Non si può permettere che accada.

Le autorità francesi hanno risposto con violenza alle proteste di piazza mentre un attivista è stato persino condannato alla prigione per sei mesi, ma questo è stato ampiamente ignorato dai “liberali” occidentali che sarebbero stati invece pronti a denunciare azioni simili in altri paesi,di cui non approvano il governo. il messaggio è :”la legge e l’ordine devono essere mantenuti”. Così i gilet Gialli sono stati inesorabilmente insultati, ci è stato detto che erano “di estrema destra” e “razzisti” e persino “antisemiti” o addirittura che facevano parte di un sinistro complotto russo per seminare divisione in Europa, inalberando una teoria della cospirazione che viene abitualmente attaccata quando viene espressa da altri. Al contrario, i manifestanti anti-governativi in ​​Venezuela non possono sbagliare, anche quando commettono atti di violenza terribili. Coloro che accusano falsamente i Gilets Jaunes di essere motivati ​​dal “razzismo” hanno invece taciuto quando un uomo di colore, il ventunenne Orlando Jose Figuera, fu bruciato vivo dai manifestanti anti-governativi a Caracas nel 2017 .

Immaginamoci il clamore se i Gilet gialli avessero dato fuoco a un uomo di colore a Parigi. Ma se  sono gli anti-chavisti a farlo in Venezuela, chiudiamo gli occhi e facciamo finta che non sia successo visto che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto apertamente le proteste antigovernative in Venezuela. Trump ha persino riconosciuto il leader dell’opposizione del Venezuela, Juan Guaido, come leader del paese. Ancora una volta, immaginiamoci i titoli di testa se Vladimir Putin riconoscesse Marine Le Pen o Jean-Luc Melenchon come leader della Francia – oppure dicesse  ha detto, come ha fatto  Trump sul Venezuela , che la Russia potrebbe invadere la Francia se il governo non si fosse fermato. La mossa degli Stati Uniti invece è già stata approvata dai pezzi grossi dell’Unione europea, come Guy Verhofstadt; ricordiamoci che nonostante tutte le loro critiche a Trump, questi “liberali” europei politicamente corretti sono sul medesimo fronte degli Usa  quando si tratta dei regime change di stampo imperialista. Non è solo il Venezuela, è stato lo stesso in Jugoslavia nel 2000 e in Ucraina nel 2014.

L’uomo che reprime le legittime proteste a casa propria e il cui gradimento  è crollato a solo il 21% all’inizio di questo mese, ha pubblicato un tweet in cui ha elogiato “il coraggio delle centinaia di migliaia di venezuelani che stanno marciando per la libertà ”. Ma il  popolo del Venezuela non sta realmente lasciando il paese, lo fanno solo coloro che non sono venezuelani e che hanno la possibilità di farlo. La crescente inflazione della valuta è stata causata da forze esterne,e non dalla cattiva gestione del governo Maduro. 

La vera ragione per cui il Venezuela deve essere conquistato sono le sue vaste risorse di petrolio e di terre rare.”

Ho inserito questo pezzo non perché presenti analisi nuove o particolarmente brillanti, ma proprio per la estrema semplicità che illumina a tutto tondo la diversità di narrazione e dunque anche il contesto di pretestuosità e di ipocrisia dell’informazione che è ormai nel senso più proprio informazione dei ricchi. Mettere in evidenza le fratture logiche e morali del racconto è ancora più importante man mano che si approssima lo scontro finale tra imperialismo e libertà di determinazione, tra reazionarismo e progresso sociale.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: