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Macron, il venditore di oppio

83136_emmanuel-macron-aureoleAnche le droghe hanno le loro tendenze, le loro mode, vengono sostituite da altre e poi ritornano in circolazione per fare sinergia: alcol, erba, eroina, lsd, cocaina, ecstasy, amfetamine e poi farmaci antidepressivi hanno dapprima segnato diverse epoche della fuga per poi coesistere dentro l’alchimia contemporanea, onnivora di oblii. Ma queste non sono certo le droghe più potenti anche se creano fenomeni economico – criminali capaci di inquinare intere società. Ci sono altre droghe che non finiscono nelle brevi di cronaca o nelle mega inchieste o ancora nella fabbricazione di falsi soloni a pagamento, non sono propriamente chimiche, ma mentali anche queste caratterizzate da periodi diversi dall’anticonformismo come forma accettabile del conformismo, al consumismo ossessivo come surrogato dell’ego che diventa anodino, alla partecipazione indifferente che è tipica delle rete. Tutti questi stupefacenti sociali sono volti al controllo in modo molto più integrato rispetto alle droghe chimiche che ne sono soltanto un riflesso.

Tuttavia il tentativo di far regredire la società umana è così arduo e complicato da richiedere che vengano rimesse in campo anche droghe sociali più tradizionali in un primo tempo marginalizzate dall’egemonia culturale in quanto potenzialmente pericolose con la loro pretesa di essere fondative di etiche dettate da Dio,  come ad esempio le religioni o in generale gli atteggiamenti fideistici e di culto che stanno sostituendo la ragione anche in territori così “bassi” da denunciare la caduta di cultura che ha prodotto un quarto di secolo vissuto secondo un solo progetto possibile . In Francia per esempio dove lo scontro sociale è fortissimo e la laicità è stato un valore fondante dello stato dalla rivoluzione in poi, il presidente banchiere Macron, praticamente un nulla desiderante se si va oltre lo scheletro di slogan neoliberisti che lo sorregge,  fin da subito ha cominciato ad introdurre dosi di sedativi religiosi per deviare e contenere la rabbia sociale che cresce, trasformarla in rassegnazione: dopo due mesi dal suo insediamento ha riunito all’Eliseo i rappresentanti delle sei confessioni principali, dai cattolici ai mussulmani, dagli ortodossi ai buddisti davanti ai quali ha deplorato ” la radicalizzazione del laicismo”. Ma nell’aprile di quest’anno dopo una serie di civettamenti con l’Islam culminato con il taglio totale dei fondi per l’integrazione, ma l’affidamento al mondo mussulmano della gestione delle periferie, è andato alla Conferenza dei Vescovi di Francia per alludere alla possibilità di riparare il “legame danneggiato” dalla legge del 1905 che sanciva la separazione dello Stato dalla Chiesa. Insomma la sconfessione delle radici storiche della Repubblica che così immeritatamente presiede. E mentre ha eluso totalmente le richieste delle gerarchie di fare qualcosa per arginare la crescente area di povertà, ha sostenuto che ” il Paese ha bisogno della Chiesa”, chiarendo in maniera esemplare il piano di ipocrisie sul quale appoggia i piedi,

Infatti due mesi dopo è saltata fuori una legge che elimina la necessità per qualsiasi organizzazione religiosa di dichiararsi “gruppo di pressione” un escamotage voluto a suo tempo per impedire interferenze nascoste e sottobanco con il potere civile. Ma per giunta autorizza tutte le organizzazioni religiose ad agire come attori privati ​​nel mercato immobiliare in modo che nessun potere pubblico possa comprare terreni ed edifici venduti da una chiesa o da una moschea o da qualsiasi altro centro religioso: le chiese assumono così una nuova veste di stato nello stato, allo stesso modo delle grandi aziende e delle multinazionali. E’ fin troppo chiaro che questa strategia è volta a isolare il laicismo e a costituirlo come nuovo avversario nella speranza di far tornare in circolo un po’ di oppio dei popoli, anche a costo di dividere la Francia tra mondo mussulmano che governa le banlieues e mondo cattolico alla riconquista di città e campagne, che dopotutto per Macron è sempre meglio di una Francia non più governata dai banchieri.

Fino agli anni ’80 si pensava che le nuove generazioni si sarebbero allontanate dal mondo religioso, compreso quello mussulmano, ma in seguito con l’affermazione progressiva del pensiero unico, le fedi e e le religioni organizzate sono state viste come  riparo da un mondo fondato sul solo egoismo desiderante ed è questa la ragione per cui i radicalismi sono paradossalmente cresciuti più in Europa che nelle terre di origine. Ora quello stesso pensiero unico messo di fronte alle sue contraddizioni cerca di sfruttare proprio la droga di cui pensava di poter fare a meno. Insomma si ricostituisce il secondo stato perché il primo possa essere più al riparo.

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Macron e quella scia di fumo rosso

desfile-dia-de-la-bastilla-francia-2018Fate caso alla foto accanto, scattata durante la parata militare del 14 luglio a Parigi e chiedetevi cosa non funziona: è facile, una delle scie azzurre è stata sostituita con una rossa non per un errore, praticamente impossibile in un meccanismo così oliato, ma per segnalare l’estremo disagio dell’Armée e il suo ultimatum a Macron con cui sta maturando una rottura insanabile. La scia rossa in codice precede di pochi giorni l’esplosione dello scandalo Benalla (qui) stranamente tirato fuori in primis proprio dal quotidiano dell’establishment francese, ovvero Le Monde e che dilaga ormai senza freni: si è saputo infatti che la guardia del corpo del presidente aveva le chiavi della villa del Toquet, proprietà esclusiva e privatissima di Brigitte ed Emmanuel, aveva libero accesso a tutti i luoghi del potere, faceva parte del Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir  Abdel Kader, è sospettato di essere un agente segreto del Marocco e come se questo non bastasse si cominciano a scoprire legami con gli attentati al Bataclan e allo Stade de France: tutte cose che escono dal ministero degli Interni e dalle centrali investigative di solito riservatissime sugli affari che riguardano i potenti, ma che riflettono uno stato d’animo critico,  alimentato da decine di dichiarazioni anche antecedenti allo scandalo provenienti proprio da quegli ambienti e da quegli uomini che avevano costruito Macron. Qualcosa che ricorda in qualche modo la traiettoria di Renzi.

Il presidente dal canto suo non reagisce come ci si aspetterebbe visto il suo carattere, anzi sembra preso da una sorta di atarassia politica, come ipnotizzato da ciò che sta accadendo, quasi sopraffatto da uno scandalo che viene proprio dalla parte che non si aspettava, fa finta di non vedere le scie rosse in cielo e resta silente di fronte all’affaire Granier, motociclista  della Guardia presidenziale messo in un manicomio dopo che il 4 maggio aveva denunciato in un video “gli assassini e gli altri delitti commessi dall’oligarchia che ha preso possesso del Paese”. Qualcosa che non parrebbe proprio folle se pensiamo che lo stesso prefetto di Parigi si spinge a denunciare “derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismo malsano“.

Ora a me interessa pochissimo cosa facciano o non facciano nelle segrete stanze Macron e l’aitante tunisino, anche se la battuta che circola secondo cui Brigitte sarebbe solo la deuxieme dame de France è divertente: lo scandalo semmai è nei pestaggi compiuti dalla guardia del corpo e coperti dal’Eliseo, nell’oscurità dei personaggi cui si lega il presidente dando loro un credito e un potere spropositato. Mi dilungo sulla vicenda perché essa ha un dirompente significato politico che non vale soltanto per la Francia, ma per tutti i Paesi europei, se non per l’occidente intero.

La prima domanda che occorre farsi  è se, Jacques Attali, promotore e ideologo  dell’oligarchismo elitario nonché principale artefice della costruzione di Macron e della sua elezione, sia l’eminenza grigia dello scandalo che sta travolgendo l’Eliseo o ne sia una delle vittime. In questo secondo caso potremmo dire che il globalismo finanziario e lo sfascio della democrazia reale ad opera delle sue concezioni si sta esaurendo, che il pendolo è arrivato al massimo della sua oscillazione e ora siamo di fronte a un giro di boa che impone anche ai più severi tutori dell’ortodossia neo liberista e delle sue prassi politiche, di abbandonare i personaggi più compromessi come se fossero  la zavorra di una mongolfiera in caduta libera. Se invece, come  è lecito sospettare, dietro questo attacco a Macron c’è proprio Attali, si può pensare che sia proprio il pensiero unico, per resistere alla rabbia sociale creata dai suoi dogmi, a voler  rispolverare un senso identitario che si voleva cancellare per gestirlo a proprio favore e in senso antisociale, una tesi che mi vanto di aver espresso da almeno un anno a questa parte. A testimonianza di questa ipotesi si potrebbero chiamare al banco la messe di articoli che un po’ ovunque, Italia compresa, cominciano a considerare negativamente la demonizzazione delle culture di area nazionale e a rigettare l’europeismo totalitario: si tratta di interventi significativi proprio perché fatti dagli attivisti e dai cattivi maestri delle concezioni sulle quali ora cominciano a fare marcia indietro. E vedrete che tempo qualche settimana anche i peana a Marchione lasceranno il posto a fondati dubbi.

Naturalmente quando un concetto complesso viene espresso con una sola parola, com’è obbligatorio  nella contemporaneità anglofona, gli equivoci e l’ambivalenza sono di casa e anche su questo gioca il potere: diciamo che tra senso di appartenenza a una comunità storica e culturale e l’identitarismo volgare c’è un’oceano di mezzo, ma vorrei sollecitare chi vuole e chi può a pattugliare queste acque perché i prossimi decenni, che lo si voglia o meno, saranno decisi da quale delle due visioni finirà per prevalere. L’astensione, specie quella dettata da snobismo,  è sempre perdente.


La guardia e il ladro

Macron-e-Benalla-nel-maggio-2017-quando-il-sig_-Benalla-era-a-capo-della-sicurezza-del-candidato_0Dopo tanto attivismo militare e mediatico destinato a deviare in qualche modo il malcontento sociale suscitato dalla loi travail e dalle sue applicazioni, Macron è scivolato su una buccia di banana così insidiosa da coinvolgere la presidenza in tutte le sue dimensioni, compresa quella personale. Lo scandalo Benalla sta facendo calare in modo impressionante la già scarsa popolarità di Macron che a stento già prima superava il 30% e che contrasta in modo stridente con le lodi sperticate dell’oligarchia europea che ne esalta i tagli ai servizi e alle pensioni, la rigidità imposta agli orari di lavoro e lo scasso dei diritti. Ma chi è Alexandre Benalla? E’ la guardia del corpo tunisina che Macron si porta sempre dietro e che ha tentato in tutti i modi di confermare nelle sue funzioni anche dopo il corteo del primo maggio, quando il gorilla presidenziale è stato filmato mentre,”travestito” da poliziotto si accaniva col manganello sulla testa di due manifestanti stesi sull’asfalto.

Il fatto che Macron non abbia ritenuto opportuno allontanare subito questo personaggio nonostante lo scalpore e l’indignazione suscitati dall’episodio, anzi la sua ferma volontà di tenerlo a tutti i costi, è stata la prima di linea di frattura politica, allargata dal fatto che Benalla era destinato a  diventare il capo di un nuovo dispositivo di sicurezza dell’Eliseo, dal silenzio totale del presidente sull’episodio incriminato, dalla stratosferica paga del personaggio che supera i 10 mila euro al mese su specifica disposizione macroniana, dalla lussuosa berlina con autista concessagli, dall’appartamento prestigioso messogli a disposizione, dalle tessere per entrare nelle aule parlamentari e dalle password per accedere a documentazioni riservate. Tutto questo per un personaggio conosciuto per la sua violenza al ministero dell’Interno.

Al quadro già pesante per il quale si preparano accese sedute in Parlamento, si è sommato  negli ultimi giorni un inquietante livello istituzionale quando sono giunte le notizie provenienti dall’Algeria, anzi dall’organo ufficioso del governo algerino, il quotidiano Algerie Patriotique, secondo le quali la guardia del corpo apparterebbe ai servizi segreti marocchini che sarebbero riusciti ad infiltrarsi ai più alti livelli del potere francese grazie a questo aitante giovanotto. Solo dopo tale ulteriore batosta e dopo il definitivo riconoscimento di Benalla nei video del pestaggio, Macron si è mosso e a quasi tre mesi di distanza dai fatti ha detto che l’episodio “è inaccettabile”. Nel frattempo però si è saputo che Benalla, abita nell’appartamento riservato ai bei tempi all’amante di Mitterrand, una circostanza quanto mai strana che ha definitivamente aggiunto un terzo livello e una nuova dimensione personale alla vicenda.

Naturalmente  quello che fa o non fa Macron nell’intimità sono fatti suoi, ciò che impressiona semmai è il complicato e barocco meccanismo messo in piedi per nascondere ciò che a un perbenismo feroce e cinico sembra sconveniente. Tanto più che non si tratta di un architettura episodica o solo a scopo elettorale, ma dura fin dall’adolescenza: se Freud fosse vivo il presidente francese sarebbe una pepita d’oro per la sua teoria psicanalitica estesa peraltro a una società che fa dell’apparenza la sua sostanza. In ogni modo e al di fuori di qualsiasi sfumatura di grigio, c’è da chiedersi con quale criterio Macron scelga le sue guardie del corpo, visto che il precedente favorito che lo ha accompagnato in ogni minuto della campagna elettorale, un gigante congolese alto più di due metri, soprannominato Makao, è stato beccato in un video nel quale lo si vede accompagnarsi a Jawad Bendaoud, mentore dei terroristi della strage di Parigi del novembre 2015. Ce n’è in abbondanza per il più aggrovigliato e forse anche divertente romanzo di fantapolitica o di politica tout court, ma ce n’è anche per suggellare il definitivo tramonto di questo golden boy delle oligarchie finanziarie che è riuscito in poco più di un anno a coniugare la protesta sociale susciatata dalle sue riforme con le dense ombre che si allungano sulla sua personalità. Poco male si troverà qualcun altro per reinterpretare il peggio.


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