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Contrordine in giallo nero

Francia, proteste a ParigiDa un decennio più o meno dall’inizio della crisi endemica,  una serie infinita di personaggi portatori di Icc, ovvero ignoranza caprina contemporanea e di Mpi, malafede patologica idiopatica, compresi tra questi il governatore di Bankitalia, hanno fatto circolare la tesi che la causa del nazismo in Germania fosse  stata la superinflazione. Erano i tempi in cui tra spread e zanzare bisognava convincere la gente che l’austerità imposta da Bruxelles era cosa buona e giusta per evitare l’inflazione senza controllo e dunque l’insorgere del fascismo. Una tesi quanto meno grottesca e utile alle sinistre di etichetta che già erano passate dall’altra parte, ma che permetteva di evocare lo spettro del fascismo tutto ciò che si opponeva al massacro sociale e al declino della della democrazia sostanziale.

Naturalmente e come quasi sempre ormai, si trattava di una balla colossale o di un errore autoindotto dall’ideologia: la super inflazione in Germania si produsse dopo il primo conflitto mondiale a causa dei danni di guerra e della devastazione territoriale ed ebbe come risultato la fondazione della Repubblica di Weimar e Hitler in galera. Al contrario fu la crisi economica partita dal crollo di Wall Street a determinare, dieci anni dopo, l’avvento del nazismo: essa infatti fu affrontata dai socialdemocratici con gli stessi criteri dell’austerità di europea di oggi, affidando la cancelleria all’economista Heinrich Brüning (quasi una fotocopia di Monti) che secondo scienza e incoscienza pensò di risolvere la situazione attraverso provvedimenti deflattivi, ovvero tagli drastici alla spesa pubblica in modo da avere le risorse per salvare le banche , riduzione dei salari, sostanziale soppressione dei sussidi di disoccupazione, ma aumento dei sussidi e degli aiuti alle imprese che di fatto se ne facevano poco nel momento in cui si restringeva in maniera drammatica la domanda . In un Paese umiliato per la sconfitta e tradito dalla sinistra sociale i ceti popolari si raccolsero attorno a Hitler, visto che i loro referenti naturali erano i principali responsabili della situazione e si erano allineati al capitalismo americano.

Ora per quale ragione mi occupo di questo? Perché la stravagante tesi che fosse stata l’inflazione a favorire la vittoria del nazismo, propalata per motivi politici, viene finalmente smentita proprio da quelle fonti che l’accreditavano o che comunque tacevano su certe ricostruzioni storiche acchiappacitrulli: proprio in questi giorni l’economista nobelato Robert Kuttner ha finalmente infranto questo muro di sciocchezze affermando che “non è stata l’iperinflazione tedesca a portare Hitler al potere. E’ stato Brüning con la deflazione”. E vabbè chi se ne frega, se per una volta qualcuno corregge il tiro? E sarebbe così se l’articolo in cui lo dice non fosse stato pubblicato quasi in contemporanea su Economist, New York times, Gardian, Indipendent e un ‘altra ridda di pubblicazioni tra le quali molte francesi. Troppo per non sospettare che sia una una messa a punto strategica dopo l’inaspettata jacquerie dei gilet gialli, quasi un suggerimento che le politiche di austerità volute da Berlino e attuate dalla Ue, possono avere esiti imprevisti. Si suggerisce insomma all’ubriacone di Bruxelles, al suo factotum che è uomo della Merkel e ai cazzi buffi di varia origine che lo circondano, Moscovici compreso, di non essere troppo fiscali o vendicativi e anzi di abbandonare la prospettiva austeritaria.

Kuttner, insieme a migliaia, direi milioni di altri ipocriti, fa finta di non sapere che tale prospettiva è consustanziale alle regole dell’euro e dunque non può essere cambiata se non attraverso un totale ripensamento dell’Europa neoliberista: qualcosa di impossibile  allo stato attuale delle cose e di impensabile senza prima una dissoluzione anche solo parziale.  Ma l’economista nobelato non è che si faccia troppi scrupoli per il fascismo nelle sue forme palesi, perché in ultima analisi il fascismo non è altro che una reazione illusoria alla subordinazione e deformazione dei bisogni al mercato, ovvero ai padroni che lo fanno, come pensavano tra gli altri Poliany e la Arendt. E anzi in qualche caso può venire utile per opporsi alle forze sociali quando queste rischiano di vincere e come strumento distrattivo di massa dalla disuguaglinaza, Ciò che importa veramente a Kuttner, il nucleo del messaggio lanciato a media unificati, è che le politiche austeritarie finiscono “per colpire tutte le classi”, comprese quelle il cui appoggio è necessario al disegno del capitalismo totale. La rivolta dei gilet gialli in Francia, così come la ribellione elettorale in Italia  ne sono una dimostrazione. Quindi attenti a non esagerare.

Un appello che non sarà raccolto perché è del tutto impossibile farlo sotto il martello degli interessi economico finanziari che hanno creato lo status quo che viviamo e sopra l’incudine della tentazioni egemoniche che hanno lucrato proprio su questo. E troppa gente mette la testa sotto la sabbia delle esecrazioni per evitare di capire. La nave rischia di incagliarsi e di naufragare anche se per caso in sala comando si invertissero i motori e si tentasse di virare.

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3 responses to “Contrordine in giallo nero

  • jorge

    Condivisibile il cuore del ragionamento sull’inflazione, ma mi chiedo perchè il simplicissimus debba sempre alterare tutto in senso strumentale, la repubblica di weimar nasce nel 1919 a seguito della rivoluzione tedesca, i soceldemocratici fecero di tutto per salvare il kaiser ma ciò fece infiammare ancora di più la fase rivoluzionaria iniziata con l’ammutinamento dei marinai di Kiel e che aveva portato alla formazione dei consigli rivoluzionari

    Il kaiser riparò in Olanda ed in quel momento la inflazione era molto alta ma nulla a che vedere con quella del 1923 circa, davvero stratosferica, forse al simplicissimus non basta dire che fu la deflazione a portare al nazismo, deve anche dire che l’inflazione fa bene perchè porta ad es alla fine della monarchia del Kaiser, ma e chiaro che sia l inflazione che la deflazione estreme sono fenomeni dannosi

    Quanto alla vittoria di Hitler, il suo partito comincia la sua crescita inarrestabile a partire dallla crisi del 29, sviluppando il suo consenso soprattutto tra piccola borghesia impoverita e disoccupati, la classe operaia numerosissima in Germania non diede mai il suo appoggio ad Hitler

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  • andrea z.

    Interessante questa analisi degli avvenimenti storici e delle politiche economiche del nazismo in rapporto al mondo attuale.
    Ho letto che anche l’idea di una Europa unita e di una moneta unica fu in realtà pianificata dagli economisti del III Reich.
    Nel 1942, a una conferenza a cui erano stati riuniti i vertici finanziari e industriali del Reich, Walter Funk, Ministro dell’Economia, e Albert Speer, Ministro degli Armamenti, spiegarono che non era necessario distruggere le economie europee, cosa che avrebbe potuto danneggiare la crescita dell’economia del III Reich.
    Sarebbe stato molto meglio creare un piano che le coinvolgeva.
    Il piano fu approvato e fu chiamato Europaische Wirtschaftgesellschaft, Società Economica Europea, che avrebbe permesso l’uso di una moneta unica e avrebbe così regolato scambi e transazioni in Europa senza dazi.
    Speer lo spiegò alcuni anni dopo agli alleati durante la prigionia e forse fu questa idea che gli salvò la vita: «Meglio risollevare le economie e inserirle in un sistema tariffario unico per realizzare una produzione industriale su larga scala».

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