Misfatto bianco

serviAnna Lombroso per il Simplicissimus

Potrebbe essere la trama di uno di quei noir che narrano di spietatezze commesse nel buio oltre la siepe, uno di quei misfatti bianchi efferati della Virginia o della Luoisiana, invece il teatro degli eventi dei quali si è venuti a conoscenza un mese dopo l’accaduto si svolgono tra le montagne del bellunese dove un dinamico imprenditore si avvale di manodopera straniera per le sue attività e che quando rinviene per caso il cadavere di un uomo in un dirupo avverte scrupolosamente i carabinieri.

A suo dire si tratta di certo di un boscaiolo colpito dalla caduta di un albero, ma in quel posto di alberi non ce ne sono. Così gli investigatori effettuano indagini ulteriori e si scopre che la vittima, un ragazzo moldavo bianco ma assunto in nero  proprio da lui, è stata colpita alla testa dallo schianto di un cavo d’acciaio di una teleferica mentre lavorava al taglio di un bosco. E che non era morto subito:  il padrone, che non voleva guai  forse insieme a un complice, lo ha rimosso senza prestargli soccorso e, trasportandolo sull’auto della vittima forse per non sporcare i sedili della sua, lo ha “conferito”  in quell’anfratto, mettendogli intorno rami e legni per simulare un incidente provocato dalla caduta accidentale di un albero.

Malgrado di lavoro ce ne sia sempre di meno, quelle che vengono eufemisticamente chiamate morti bianche da gennaio a settembre di quest’anno sono state 834, con un aumento dell’8,5% rispetto alle  769 del 2017. L’incremento secondo l’Inail è da attribuire all’elevato numero di incidenti nei quali hanno trovato la morte più lavoratori. Ovviamente le statistiche si riferiscono a “crimini”, è giusto chiamarli così, accertati e  denunciati: i dati rilevati  non tengono infatti conto di tutti gli incidenti che avvengono nelle zone “grigie” della manovalanza clandestina che sfuggono a classifiche e controlli. Le verifiche in proposito effettuate dall’Inail nel corso del 2017, e che hanno interessato 16.648 aziende, informano che  l’89,43% risultava essere fuori norma.

La maggior parte dei “delitti” si è verificata tra i lavoratori di industria e servizi del Nord Italia, in particolare in Lombardia, Veneto e Piemonte con un incremento di quelli che hanno coinvolto lavoratori stranieri, i più esposti, insieme alle donne, allo sfruttamento del caporalato nelle campagne, e al lavoro irregolare e senza nessuna sicurezza sulle impalcature, nelle cave, ma anche nelle fabbriche grandi e piccole, dove i robot che li starebbero soppiantando perdono una vite, si incantano o vanno in tilt, ma gli operai invece muoiono e muoiono perché si lavora  su macchinari e impianti vecchi, che sfuggono alla vigilanza dei pochi ispettori rimasti dopo lo smantellamento della rete dei controlli o perché non c’è formazione mentre ci sono i finti corsi e tirocini che fruttano soldi a chi li tiene solo sulla carta.

E poi non c’è impresario edile, non c’è caporale, non c’è padroncino di camion che non si difenda incolpando le vittime: non capiscono la lingua, non si mettono i caschi, sono ignoranti e non sanno usare le attrezzature di sicurezza, e poi, ammettiamolo, bevono e si presentano al lavoro ancora sbronzi. E  poi sono clandestini e mica li si può mettere in regola. Poco importa che la Cassazione dopo innumerevoli sentenze contro datori di lavoro colpevoli di non aver adempiuto alla formazione dei loro dipendenti, per la  prima volta sia entrata nel merito del rapporto tra imprese italiane del settore industriale e lavoratore straniero, stabilendo con una recente sentenza che ha confermato la condanna per omicidio colposo dei manager di un’azienda di Sesto Fiorentino dove ha trovato la morte un operaio romeno folgorato dall’alta tensione, che non addestrare e informare il dipendente, “tanto più se straniero”, dei rischi che corre sul posto del lavoro può causarne la morte,

Il fatto è che la sceneggiatura del delitto commesso nel maestoso paesaggio delle montagne bellunesi, parla di uno schiavo “nero per caso”, di uno straniero morto di sfruttamento che non merita né degna sepoltura e meno che mai giustizia. Ma ormai gli stranieri in patria, soggetti a ricatti, intimidazioni, umiliazioni fino alla perdita della vita, sono sempre di più. E anche per gli italiani vige la possibilità che i loro assassini restino impunti o quasi e non solo alla Thyssen, all’Ilva, all’Eternit (l’83 per cento degli incidenti si verifica in piccole e medie aziende), o che i feriti o intossicati vengano raggiunti negli ospedali e il loro silenzio comprato per pochi soldi magari in cambio di un posticino per i figli o le mogli, o che venga simulato un incidente lontano dal posto di lavoro se non addirittura in casa,  in modo da non far aumentare i premi assicurativi che l’imprenditore deve pagare all’Inail e da non far affiorare il sommerso delinquenziale.

Così quando in un’azienda qualcuno perde la vita o subisce lesioni gravi, come avviene nel dieci per cento dei casi di infortunio,  la notizia di reato non viene neppure comunicata alle procure e le indagini che dovrebbero essere svolte dalla polizia giudiziaria preposta, cioè dagli stessi ispettori delle Asl, che sono pochi e hanno già molti compiti da svolgere, nemmeno cominciano o vengono insabbiate. E se la procura apre un procedimento, si arriva al processo solo tra il 2 e il 3 per cento dei casi.

E come potrebbe essere altrimenti? Lo Stato investe sempre meno in controlli e prevenzione, gli ispettori delle Asl sono passati da cinquemila nel 2008 a meno della metà, impegnati a vigilare su 4,4 milioni di imprese italiane, più meno di 300 funzionari del ministero del Lavoro che intervengono per lo più nel settore edile, e circa 400 carabinieri, sicché il 97 per cento delle aziende non verrà mai visitata. Le Regioni non superano il tetto del cinque per cento di spesa che per legge dovrebbe essere destinata alla prevenzione negli ambienti di vita e lavoro: addirittura in Lombardia  non si arriva oltre il 3,7 per cento, benché i proventi delle sanzioni per irregolarità provenienti dall’attività ispettiva debbano essere investiti nella prevenzione.  La formazione del personale,  soprattutto se fasulla, è un brand ghiotto, che il Lombardia raggiunge quasi un miliardo e mezzo di euro, se si considera che ci sono 4 milioni di dipendenti che devono fare corsi formativi del costo di 400 euro lordi a testa. Ma è più profittevole se l’imprenditore ricorre a una patacca organizzata da agenzie  che, con la complicità di un ente paritetico (perlopiù un sindacato), producono   attestati falsi e patentini contraffatti per tirocini o addestramenti mai tenuti, nemmeno online e  perfino per le attività più esposte a rischi, quelle di cantiere, quelle del comparto chimico o manifatturiero.

È tutto nero, le morti, i contratti, la miseria. Anche i conti non tornano: se le posizioni dell’Inps denunciano 23 milioni di occupati, gli assicurati Inail sono invece circa 16 milioni e si scopre così che perfino alcune categorie di “particolari” prestatori di servizi non versano i contributi all’ente, i vigili del fuocoe  le forze di polizia. Per non parlare delle partite Iva, di un numero rilevante di addetti del comparto agricolo, dei contratti anomali e del precariato, più di 10 milioni di soggetti a rischio e invisibili.

E se non si muore, ci si continua ad ammalare: vista l’età elevata della forza lavoro italiana, a subire danni è perlopiù il sistema osteomuscolare, le patologie “professionali” riguardano gli addetti del tessile, della meccanica, della chimica e anche i lavoratori del comparto agricolo e in tanti patiscono ancora l’esposizione all’amianto: poco meno di 2000 accertati nel 2017, tra neoplasie, asbestosi e placche pleuriche.

Non viene assimilato alle malattie da lavoro, quello nero o quello precario. A esserne colpite sono le donne e le persone mature: l’età della vite rinviate, come le chiamava Gallino,  si sta alzando e il rinvio diventa così permanente, perché se fino a quando si hanno 25, 30, anche 35 anni, si può sempre sperare sulla stabilizzazione, quando si superano i 40 e si è al decimo contratto di breve durata si sa che l’occasione è persa, che il posto più o meno fisso non arriverà mai.

E allora lo stress, l’incertezza diventano un contagio che colpisce tutta la famiglia e che non ha prevenzione nè cura, come succede ormai nella maggior parte dei rischi sanitari, perché l’instabilità economica nega l’accesso all’assistenza sanitaria  e sbatte i precari nella categoria dei sans dents, come Hollande definì sprezzantemente i ceti plebeizzati che non hanno i mezzi nemmeno per le cure essenziali, o nel “cesto dei deplorevoli” dove li collocava Hillary Clinton, piagnoni meritevoli solo di biasimo per carenza di ambizione, arroganza, cinismo, le qualità indispensabili ad avere la titolarità per il comando e sul mondo e le vite degli altri.

 

 

 

 

 

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3 responses to “Misfatto bianco

  • Lavorare da morire | Il simplicissimus

    […] i giornalisti, lavoratori in nero, per la maggior parte stranieri (recentemente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/17/misfatto-bianco/ […]

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  • Anonimo

    “Lo Stato investe sempre meno in controlli e prevenzione, gli ispettori delle Asl sono passati da cinquemila nel 2008 a meno della metà”

    Meno male che il lavoro sarebbe il valore fondante della Repubblica, perche non c’è cosa più disprezzata del lavoro in itaGlia.

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  • Misfatto bianco | infosannio

    […] (Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Potrebbe essere la trama di uno di quei noir che narrano di spietatezze commesse nel buio oltre la siepe, uno di quei misfatti bianchi efferati della Virginia o della Luoisiana, invece il teatro degli eventi dei quali si è venuti a conoscenza un mese dopo l’accaduto si svolgono tra le montagne del bellunese dove un dinamico imprenditore si avvale di manodopera straniera per le sue attività e che quando rinviene per caso il cadavere di un uomo in un dirupo avverte scrupolosamente i carabinieri. […]

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