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Il meno peggio e il peggio vero

220px-Bundesarchiv_Bild_102-12084,_Berlin-Tempelhof,_Abreise_Ramsay_MacDonaldsOggi mi piacerebbe vedere in faccia chi è andato alle primarie per votare Renzi. E non parlo di quel milione e passa di berlusconiani, immigrati o manutengoli  puri e semplici della politica che hanno fatto il loro sporco dovere per il posticino, l’appaltino, la venti euro sotto banco, parlo dell’altra parte, quella che votando per il guappo ha dato il colpo di grazia al Pd, trasformandolo in una sorta di partito personale, di Forza Italia, ancora peggiore del modello cui si ispira. Si perché questo popolo che insegue il meno peggio al punto di partecipare alle primarie non comprende che questa strategia porta direttamente al peggiore dei mondi possibili. Anzi il “meno peggio” è proprio una precisa strategia delle oligarchie di comando che in questo modo imbrigliano le opposizioni, facendole cadere in trappola passo dopo passo, e facendo in modo che esse finiscano per essere  espresse in ultima analisi da forze che per un motivo o per l’altro appaiono inaffidabili o temibili.

Lo vediamo in maniera che più chiara non si può in Francia dove al nazista del terzo millennio Macron le cui potenzialità di massacro sociale e civile rimangono ancora confuse non sono ancora ben chiare all’opinione pubblica, viene contrapposta la Le Pen erede di un partito esecrato da sempre. Dunque l’uomo di Rothschild  che in sé non avrebbe la minima possibilità di riuscire, si fa forte del fatto di apparire il meno peggio rispetto agli avversari. Storicamente la rapida e peraltro resistibilissima ascesa del nazismo avvenne proprio grazie a questi meccanismi messi in atto dalla socialdemocrazia e in parte dai comunisti che commisero un errore gravido di conseguenze.  Nel 1930 la crisi dell’economia capitalista cominciata a Wall Street aveva già investito in pieno la Germania inducendo il partito socialdemocratico, invece di contrastare e disoccupazione e calo dei salari, a rivolgersi a un economista liberista e per giunta di stampo cattolico, Heinrich Bruning, insomma un Monti anti litteram, il quale in base alle teorie prevalenti propose una politica di rigida conservazione monetaria e sociale, letale per l’economia esattamente come lo è oggi la dottrina dell’austerità, la quale prevedeva un gigantesco taglio alla spesa e agli investimenti pubblici. I comunisti naturalmente erano fortemente contrari e molti socialdemocratici dubitavano della bontà di queste ricette al punto che la loro bocciatura in Parlamento era quasi certa, ma a questo punto intervenne il presidente Hindenburg, il quale  firmò un decreto di emergenza con il quale veniva fatta passare tutta la linea Bruning. Le proteste furono fortissime e sfociarono in una richiesta di riforma costituzionale, firmate pure dai pochissimi deputati hitleriani, nella quale si  negava al presidente di agire per decreti di emergenza scavalcando l’assemblea legislativa. La riforma passò, ma decretò anche la fine del governo Bruning, senza più maggioranza per cui vennero indette nuove elezioni.

Tuttavia i socialdemocratici non erano affatto convinti di voler cambiare radicalmente strada, anche se la richiesta di riforma costituzionale aveva rinsaldato i rapporti con i comunisti e indotto questi ultimi su strategie più moderate: tutto sommato credevano che molte proposte di Bruning fossero il meno peggio rispetto a radicali cambiamenti di direzione, pensavano solo che attraverso le forche caudine della riforna costituzionale avrebbero accresciuto la propria presa sull’economista e smussato qualche angolo, continuando  a prefigurarne un prossimo governo. Per cui la campagna elettorale invece di affrontare i drammatici temi in campo e proporre alternative, si risolse in una sorta di mobilitazione contro il pericolo nazista, trascinando su questo terreno anche i comunisti. Peccato che il partito di Hitler, due anni prima avesse preso solo il 2,6%  dei consensi e fosse del tutto marginale al sistema politico tedesco, ma alla fine il pericolo fascista era l’unico argomento per una forza che non aveva fino in fondo il coraggio di opporsi alle politiche liberiste, che ormai veleggiava nel meno peggio presentandosi come tale solo per contrasto. Il risultato fu di puntare tutti i riflettori sui nazisti e sulle loro soluzioni per la disoccupazione, raggiungendo anche l’effetto di far confluire nelle sue file la metà del partito nazionalista. E anzi per i socialdemocratici fu fatale il manifesto degli industriali tedeschi che invitava a votare i partiti  che agivano “in modo inequivocabile per la conservazione e lo sviluppo del settore privato e della proprietà privata” che dava la misura precisa di ciò che avrebbero fatto, anzi non avrebbero fatto i partiti della governance.  Alla chiusura delle urne i nazisti avevano guadagnato il 15% ed erano il secondo partito del Paese: il meno peggio aveva subito una disastrosa sconfitta.

A quel punto i socialdemocratici e i centristi avrebbero potuto fare tesoro dell’esperienza e cambiare politica proprio per evitare il pericolo che essi stessi avevano suscitato per ragioni elettorali, ma non vollero o non furono in grado di opporsi ai voleri del capitale, e così rimasero soltanto il meno peggio. Ci fu un altro governo Bruning, poi di un altro liberal conservatore fino all’avvento di Hitler. Letteralmente, perché fu questa vittoria a decretare la fine di qualsiasi corrente dentro il nazional socialismo facendo prevalere la follia di una banda omofila e omofoba, che fino ad allora era fortemente contestata all’interno del partito sia pure nei termini permessi dalla destra estrema. Naturalmente non si possono proporre analogie dirette con quei tempi, le destre europee sono ben lontane da quel nazismo che l’Europa foraggia ai suoi confini, ma dentro il tentativo di demonizzare le opposizioni, quali che esse siano, persino Melenchon, con il miraggio del meno peggio, c’è all’opera molta di questa logica, principalmente l’incapacità oltre all’impossibilità per dei chierici liberisti di proporre il meglio.

 

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Guerra e xenofobia cosmopolita

IMG_03331Sapete, comincio a pensare che Hitler e la sua banda di omo razzisti fossero dei dilettanti: la loro aberrazione era quella di voler sterminare gli ebrei che pure erano la parte più vitale del mondo tedesco e altre minoranze assortite esterne e interne in nome di un stato assoluto con alla base la fantomatica razza. Assurdo e atroce, oltre che idiota, una vampata di follia disumana. Eppure tutto questo, anche numericamente parlando, è nulla di fronte agli stermini cosmopoliti a cui si è assistito dopo la guerra mondiale da parte delle oligarchie Usa, frutto di una sorta di xenofobia  individuale che predica l’ esistenza lo sfruttamento dei “perdenti”, vera e propria razza portata geneticamente alla punizione di se stessa, oltre che  la totale noncuranza nei loro confronti, anche se poi  con ipocrisia sottintesa possono rientrare in questa guerra infinita non solo singoli, ma anche gruppi, classi, comunità etniche e Paesi che non si adeguano. Non ci sono confini o coerenza sono confini per una sorta di razzismo sociale nei confronti di chi è povero o muore di fame, vive nel bisogno o può essere impunemente depredato in nome di qualche nobile ideale.

Capisco che questa tesi possa apparire estrema e tuttavia gli ultimi eventi siriani con la propalazione urbi et orbi di eventi tragici, privi di qualsiasi prova al solo scopo di innescare di nuovo la guerra, con il rischio che essa diventi globale, conducono in questa direzione. Assistiamo al macabro balletto di un potere che agisce al di fuori di ogni regola e che cerca il conflitto sapendo di avere gli anni contati prima dell’implosione del sistema finanziario che lo sorregge e della perdita da parte degli Usa della supremazia militare. Del resto sono le cifre che parlano, quelle dell Unicef, dell’Ocse, dell’Onu e di decine di altri istituti ufficiali e ricerche accademiche: dal 1945 ad oggi ci sono stati in tutto il pianeta 248 guerre e 201 di esse sono state cominciate dagli Usa per il controllo delle risorse oppure in nome della geopolitica, mentre tali conflitti hanno fatto oltre 30 milioni di morti in gran parte civili (una percentuale che oscilla tra l’85 e il 90%), secondo quanto riporta l’ American Journal of Public Health. Del resto gli Stati Uniti  hanno il 41% delle spese militari globali contro il 4,4 e l’8,2 per cento di Russia e Cina, con oltre 800 basi sparse ovunque e ogni anno spendono per mantenere questo esercito di occupazione planetaria sei volte la cifra necessaria a evitare che 15 milioni di persone, tra cui 11 milioni di bambini muoiano di fame. Naturalmente si tratta di un sistema elefantiaco ed enfatico, aperto ad ogni torsione e corruzione di mercato che rischia di rivelarsi inefficiente, come ho spesso mostrato, ma questo è un altro discorso, ciò che conta è l’intento.

Se anche le vittime in Siria fossero reali come Carton Mattarella sembra credere, se anche venissero proposte prove convincenti, se non ci si ritrovasse verosimilmente di fronte all’ennesima replica delle armi di distruzione di massa di Saddam, l’indignazione della claque mediatica e delle segreterie di stato occidentali sarebbe eticamente perversa come le lamentazioni del comandante di Auschwitz per l’agguato a un kapò.  D’altronde negli Usa stessi, nonostante il conflitto sia scatenato anche contro la stessa popolazione non si ha la minima percezione di tutto questo ed è quindi difficile che possa avere un peso politico coerente, neanche quando le libertà costituzionali vengono soffocate: lo stato di incultura generale collegato al lavaggio del cervello con gli afrori della mitologia americana (peraltro adottata oggi anche dall’Europa)  quale legittimazione e giustificazione delle disuguaglianze sociali, lo rende impossibile. Chi ha possibilità di rendersene conto, sostanzialmente i membri dell’elite di potere allargato sono anche gli stessi che ne traggono vantaggio. Ecco perché ho pochissime speranze nelle possibilità di pace: più esse crescono nelle aspirazioni e nella consapevolezza e più chi ha paura di un mondo in cerca dell’uguaglianza tradita accelera sulla guerra.


Il Placido Don .. Matteo

L'angelo della Storia, Paul Klee

L’angelo della Storia, Paul Klee

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Dal 28 ottobre, quando incominciarono le giornate di gelo, la fuga dei francesi prese un carattere ancora più tragico: divenne la fuga di uomini che agghiacciavano e si abbruciacchiavano a morte intorno ai fuochi e che continuavano in pelliccia e in carrozza a fuggire col bottino dell’imperatore, dei re e dei duchi ….l’esercito francese si dissolse e si disgregò  indipendentemente dal maggiore o minore rigore del freddo, dall’inseguimento, dagli ostacoli del cammino e da tutte le altre condizioni prese separatamente”.

Nessuno pretende che  Renzi, la Pinotti, Gentiloni, Renzi abbiano letto Guerra e Pace. Nemmeno che abbiano visto Il nemico alle porte, preferendogli Checco Zalone. Tutto congiura nel far sospettare che abbiano studiato con poco profitto la storia passata e anche quella più recente. E d’altro canto pare sia stato così anche per Bonaparte, per Hitler, che forse avevano concentrato le loro letture sui fasti dell’Orda d’Oro mongola, quando la stirpe di Gengis Khan invase e conquistò la Russia.

Né  ha tratto insegnamento dalle lezioni del passato, l’alleanza che fa da cagnaccio ringhioso all’impero del “bene”, economia di mercato, democrazie liberali e diritto a consumare, contro il “male”, totalitarismo e direzione centralizzata dell’economia, nuovamente al servizio di una guerra fredda a un quarto di secolo dalla  dissoluzione dell’Unione Sovietica,  per preservare il suo status di potenza dominante fino al Mar della Cina, grazie all’accerchiamento militare della Russia, dimentico di tante guerre perse con disonore compresa quella alla verità mossa perfino con il sostegno di eufemismi e stravolgimenti semantici  che hanno convertito cruenti conflitti in campagne “morali” esportatrici di aiuto umanitario, rafforzamento istituzionale, aiuto a casa loro.

Il fatto è che oggi più che mai bisogna dar ragione a Hegel, secondo il quale “ciò che esperienza e storia insegnano è proprio che i popoli e i governi non hanno mai appreso nulla dalla storia, né hanno mai agito secondo dottrine che avessero potuto ricavare da essa”. Pare che dobbiamo rinunciare a illuderci che il suo studio “applicato” sia un antidoto a stupidità e irrazionalità, che sia ragionevole ritenere che si possa conseguire dalla sua interpretazione la conoscenza di una verità assoluta e definitiva, l’acquisizione di una oggettività irraggiungibile che permetta scelte che contrastino con smanie di onnipotenza, avidità insaziabili di profitto. Così tocca sia pure malinconicamente concordare con chi associa a attitudini totalitarie la pretesa di darne una lettura complessiva e infine benevola, come della narrazione dell’emancipazione progressiva dell’umanità, della “civilizzazione”, come riscatto da ferocie belluine.

E sembra infatti ancora più facile chiamarsi fuori dal complotto dell’oblio che faciliterebbe l’esonero da responsabilità e colpe del passato in  modo da poterle allegramente replicare nel presente, adesso che ci è permessa una benefica astrazione dalla realtà e dagli atti che vengono commessi anche in nostro nome, se le guerre di conquista e sopraffazione vengono compiute  con bombardamenti ad alta precisione tramite un clic su un pc di un ingegnere che la sera torna a casa da moglie e bambini, o  se si usano droni, o se il pilota dell’F16 che sgancia la bomba non giarda di sotto da lassù, che tanto l’obiettivo è un puntino rosso sullo schermo, se, cioè, si crea una distanza remota, una tremenda e asettica lontananza dalle cause e dagli effetti. Proprio come quando remoti decisori prendono decisioni che condizionano le nostre vite, sotto forma di patti, trattati, apparentemente astratti, ma che condizionano le realtà di milioni di persone, come sempre, ma oggi di più, è successo nella storia, grazie alla banalità maligna di burocrazie e poteri inafferrabili.

Così anche se solo li votiamo, ma non è poco, anche se non approviamo le loro scelte, e diventa poco, anche se semplicemente giriamo lo sguardo ne diventiamo correi, perché non possiamo non sapere che c’è un dito indice che preme su un tasto, più o meno persuaso di farlo nel nostro interesse, o perché ubbidisce a un ordine, o per insana smania di potenza, perché non possiamo più  dichiararci estranei alla guerra che viene condotta a livello globale, in difesa di un nostro stile di vita,  quando è evidente che ne siamo e ne saremo vittime anche noi, che dichiariamo così la nostra impotenza a cercarne un altro di modello, proprio come fanno altri fondamentalismi che si oppongono al fondamentalismo occidentale, senza assumere posizioni anticapitalistiche, confermando l’implacabile irriducibilità dello sfruttamento.

Ormai le uniche letture della storia  e le sole narrazioni di eventi del passato ci giungono come il resto, attraverso la rappresentazione, possibilmente quella dello spettacolo, che fa sì grazie alle tecnologie che siano più vere del vero, che ci paia di entrarci dentro, di emozionarci, di farne parte, col sollievo però di uscirne, con la consolazione del distacco, con il conforto del ritorno a una realtà immediata, fissata come in un selfie. E forse  proprio per questo fittizia, perché mentre accade è già pronta ad esaurirsi.

Perché una delle modalità in uso delle contemporanee  tirannie è quella dell’istante, un presente cui ne segue un altro e poi un altro ancora, che vuol dimenticare il passato e che non crede nel futuro, forse in una riposante pretesa di immortalità. Ci vogliono così, affetti da amnesia e senza speranza, malati di adesso e subito. E’ proprio ora di guarire.

 

 

 


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