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I veleni da importazione del Venezuela

C_2_fotogallery_3081314_2_imageI cretini si riconoscono perché sono capaci di dire o di fare qualunque cosa a prescindere dal mondo reale, i venduti sono coloro che riferiscono una cosa sola, la voce del padrone mentre i poveri di spirito. resi tali da decenni di inoculazione neo liberista, sono quelli incapaci di dare senso alle cose, navigando tra pregiudizi inconsapevoli e attaccandosi a me l’ha detto il tizio, me lo ha riferito un parente, lo dice la televisione, illudendosi di afferrare la concretezza attraverso testimonianze singole e accidentali quando non esplicitamente di parte. Purtroppo la campagna delle oligarchie contro il Venezuela ha visto una eccezionale sinergia di questi tre elementi che ormai fanno parte di una strategia ben oliata e ben sperimentata, ossia il ribaltamento della realtà.

Eppure anche una conoscenza superficiale degli eventi rende sospette e prive di senso le cose che l’informazione occidentale si è premurata di diffondere a piene mani in questi ultimi quattro mesi, ben sapendo di mentire nella maniera più lucida e sfacciata. Potremmo cominciare questa dal 18 gennaio del 2013, quando l’ambasciatore della Fao Marcelo Resende de Souza visita il Venezuela e dice testualmente: “Abbiamo tutti i dati sulla fame nel mondoOttocento milioni di persone soffrono la fame; 49 milioni in America Latina e nei Caraibi, ma nessuno in Venezuela perché qui la sicurezza alimentare è garantita .” Ma passano solo pochi mesi da questo momento segnato dalla malattia di Hugo Chavez, dalla sua morte e dall’insediamento del vice Maduro che il portavoce non ufficiale delle multinazionali spagnole ovvero El Pais lancia un primo attacco (16 maggio 2013) denunciando una drammatica penuria di carta igienica per “mette Maduro con le spalle al muro”. Detto così può far ridere ma era solo l’inizio di una campagna per soffocare il bolivarismo in assenza del suo principale protagonista e così seguono articoli poi diffusi su altri giornali occidentali circa una penuria ciclica  di “farina, pollo, deodoranti, olio, mais, zucchero e formaggio nei supermercati. ”

Sebbene penuria ciclica voglia dire assai poco e si concilia più con l’imboscamento dei beni di consumo più che con una loro carenza strutturale già sulla fine dell’estate comincia a circolare il tam tam sulla crisi economica del Venezuela con la quale si comincia a preparare il terreno per l’attacco finale a Maduro. Nelll’estate del 2014 quando si verifica un brusco calo del petrolio, la campagna diventa apocalittica: si dice che il Venezuela sta attraversando  “la peggiore crisi economica  ” conosciuta da questo paese, ”  potenzialmente uno dei più ricchi del mondo  ” per la sua ”  dipendenza da oro nero  ” a causa dei ” prezzi più bassi barile di petrolio  “e”  cattiva gestione del governo. Questo mentre i portavoce dell’opposizione accusano il governo di interventi eccessivi, di troppa regulation, persino di interventi “autoritari  ” per tenere bassi i prezzi mettendo così i bastoni fra le ruote alle aziende private che devono coprire i prezzi di produzione e insomma tutta la tiritera che abbiamo sentito tante volte e abbiamo dovuto sopportare noi stessi.

Il Figaro mette in prima pagina un’articolessa in cui si denuncia la carenza di preservativi, ma è l’umanitarismo occidentale, quello che se lo conosci lo eviti come il diavolo, che  nel 2015 salta il fosso degli allarmi preparatori e diventa concreta minaccia: ”  Se c’è una grave crisi umanitaria, vale a dire, un collasso dell’economia, tale i venezuelani  hanno un disperato bisogno di cibo, acqua e cose del genere, allora potremmo reagire” annuncia  il capo del comando sud dell’esercito degli Stati Uniti ( Southern Command ), generale John Kelly in risposta alla ” chiamata  disperata della  società civile  “. Certo mica si pensa ad aiutare i venezuelani, a mandare aiuti alimentari, ma ad interventi militari e a creare la pressione giusta per mandar via Maduro, tanto che nel marzo 2015 il serafico Obama impone dentro questa narrazione, l’esatto contrario di ciò che si dovrebbe, ossia le solite maledette sanzioni e sull’onda di questo le opposizioni dichiarano di non poter aspettare i tempi della democrazia per cambiare la situazione, “Il Venezuela non può aspettare” e trovano in questo un pretesto per la violenza  già in quell’anno fa 43 morti e 800 feriti. Sanzioni e imboscamento di beni, creazione di mercato nero in realtà realizzano proprio quello che denunciavano prima, come in una sorta di profezia che si autorealizza.

Si tratta del medesimo meccanismo messo in opera in Cile quando Nixon ordinò alla Cia di “far urlare” l’economia per avere ragione di Allende e teorizzato al tempo di Castro quando il sottosegretario di Stato americano per gli affari internazionali Lester D. Mallory scrisse nella sua relazione del 6 aprile 1960, propedeutica all’embargo economico: ”  L’unico mezzo prevedibile di riduzione supporto interno è la delusione e lo scoraggiamento sulla base di insoddisfazione e difficoltà economiche (…) Qualsiasi mezzo per indebolire la vita economica di Cuba devono essere utilizzato rapidamente (…) al fine di provocare la fame, la disperazione e la rovesciare il governo” .

E infatti nelle elezioni del 6 dicembre del 2015 la destabilizzazione economica appositamente creata erode il consenso del chavismo facendolo diventare minoranza nel parlamento e facendo credere che liberarsi di Maduro sarebbe stato un gioco da ragazzi e assieme ad esso anche sulla legislazione sul lavoro, ultimo atto firmato da Chavez con la quale si assicurava la stabilità del salario, l’orario ridotto di lavoro veniva ridotto a quaranta ore alla settimana, si penalizzavano i licenziamenti senza giusta causa e si rendevano le vacanze obbligatorie. Chiaro che i datori e i commercianti non hanno badato a spese e morti per sbarazzarsi di Maduro e con esso della rivoluzione bolivariana. La stessa cosa del resto era accaduta anche una decina di anni prima, quando Chavez aveva firmato una serie di leggi sugli idrocarburi e la ripartizione dei proventi petroliferi, la proprietà fondiaria e i diritti di pesca. Rischià di essere travolto, ma alla fine ne usci vincitore. Come del resto alla fine Maduro è uscito vincitore dalle elezioni per l’assemblea costituente alle quali ormai l’opposizione violenta si è arresa.

Qualcuno magari si domanderà per quale motivo si può affermare che la crisi venezuelana non è endogena, ma causata dall’esterno con l’aiuto delle ricche e medie borghesie cittadine e dei suoi bravi. In realtà la risposta è nelle cose: la cosiddetta crisi attribuita in ambito occidentale (dopo tutto una ragione qualsiasi va pure trovata) alla caduta dei prezzi del petrolio e al fatto che il Venezuela sia un Paese con una mono cultura economica è semplicemente fuori di luogo. Se nel 2015 il petrolio stava a 38 dollari al barile e  a 24 dollari nel 2016, veniva venduto persino con picchi inferiori attorno 7 dollari quando nel 1988 quando Chavez è salito al potere  e nessuno ricorda di aver visto in quei giorni, né in quelli successivi lunghe code davanti ai negozi e ai supermercati. Dunque la teoria della popolazione morta per fame ha lo stesso sapore di ciò che abbiamo vista in Siria e in Ucraina. In seconda istanza quando gli imprenditori, ma meglio sarebbe chiamarli padroni, lamentano  il governo non dà alle aziende i dollari necessari per l’importazione e la produzione. occorre ricordare che l’ 85% della valuta estera deriva dal petrolio, il resto deriva dall’esportazione di minerali, prodotti chimici, gomma, metalli tutti estratti o prodotti da aziende pubbliche: in contributo all’esportazione dei privati è pari all’ 1%. Ciò che non va giù a questa classaccia padrona è di non poter gestire in proprio tutto il reddito derivante dallo scambio tra bolivares e petrodollari. Si sa che loro si considerano più efficienti e dinamici e dunque reclamano la parte del leone nel bottino.

E infatti – prova del 9 – nel 2003 le aziende private hanno ricevuto dallo stato oltre 15 miliardi per le importazioni, ma non c’è stata nessuna carenza, mentre nel 2015 la cifra è stata più che doppia, quasi 31 milioni di dollari, ma i beni di prima necessità sono scomparsi negli imboscamenti.  In alcuni Paesi e in tempo di guerra gente così veniva fucilata.

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4 responses to “I veleni da importazione del Venezuela

  • dani2005dani

    Concordo, sul post e su quello che dice Learco. Ascoltare i MSM, carta e video/radio, che da sempre che dicono IL REGIME DI MADURO con una ossessione incomprensibile (seguono il regime di Putin e il regime di Assad) era pesante e vomitevole.

    Molto interessante il legame petrolio/Cina, altro motivo per gli angloamericani di perseguire la caduta di Maduro e mettere un loro fantoccio.

    Fornisco una piccola notizia, probabilmente di piccolo significato, riguardante le molte modalità di intercettare “voti” e opinioni favorevoli a chi vuole far cadere Maduro (e non solo).

    On line ci sono molte petizioni a favore degli animali, onestamente fatte da chi è onestamente dalla parte degli animali, creature senza voce, alle quali il Pianeta appartiene esattamente come a noi, né più né meno. E senza i quali non esisterebbero gli ecosistemi da cui noi umanoidi traiamo ogni singolo elemento per la nostra vita e sopravvivenza.

    Io le firmo TUTTE, ma proprio tutte.

    Molte di loro, se di provenienza USA e UK, spesso nascondono motivazioni politiche scorrette (se fossero corrette perchè nasconderle in un altro tipo di petizione?) e quindi leggo tutto prima di firmare, ma proprio tutto. Allo spuntare di Trump ne erano uscite molte con lo stile a panino: due giuste e una falsa, e uno cominciava a firmare a raffica e si trovava a firmare, senza accorgersi, anche una petizione contro un presidente democraticamente letto, fatto odiosissimo, chiunque sia il presidente. Questo quando ancora Trump non si era neppure insediato ma già ne aveva fatto di tutti i colori.

    Io ho firmato una petizione per salvare una elefantessa, Ruperta, dello zoo di Caracas, effettivamente sotto peso. Il tutto sembrava esclusivamente legato alla richiesta “per favore dite allo zoo di Caracas di dare da mangiare a quella povera elefantessa”.

    Preciso che io ODIO GLI ZOO, tutti, nessuno escluso e che da piccola, tre anni, mi dovettero portare fuori piangente dall’unico zoo a cui mi portarono i miei genitori, perchè al primo animale in gabbia urlai di dolore.

    Tre o quattro aggiornamenti di questa petizione, in effetti, il signor Jorge Solano (colui che ha chiesto la petizione) li ha proprio fatti SOLO sull’elefantessa, sempre meno in carne.

    Dopo è uscita la verità: il signor Jorge Solano è un fascista anti Maduro che ha usato la commozione naturale di un normale essere umano (non serve essere una bambina anti zoo, basta meno, bastava vedere le foto di quel povero animale e vedere che in rete la cosa era identicae autentica) nell’empatizzare con la sofferenza di un’altra creatura vivente per far entrare i firmatari in una petizione anti Maduro. Molti nemmeno se ne accorgono e da “povera Ruperta” sono passati “Maduro devi morire”.

    L’ultimo aggiornamento dice che i venezuelani si stanno mangiando gli animali dello zoo per fame. Tutti, non solo gli abitanti di Caracas…

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  • learco

    Il ritorno dei colonnelli, ma ora sono di sinistra”. Così qualche giorno fa titolava sulla edizione on line Il Fatto, riferendosi al Venezuela, ma anche alla Bolivia, al Nicaragua, all’Ecuador, insomma a tutti paesi latino americani i cui governi non si sono piegati ai diktat degli Stati Uniti e della UE.

    Credo che questo titolo ben sintetizzi la deriva di una buona parte di ciò che in Italia, ed in Europa, viene considerato o si consideri di sinistra. Di quella sinistra che è stata complice della più vasta e sconvolgente campagna di disinformazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale.

    La “feroce dittatura” di Maduro è stato il motivo guida di ogni servizio televisivo, di ogni commento giornalistico, nulla e nessuno sui quotidiani e sulle tv italiane sì è distinto dalle veline del dipartimento di stato degli USA, che amplificavano quelle della opposizione venezuelana. Persino sulla Corea del Nord i mass media occidentali hanno mostrato qualche cautela in più, neppure contro Saddam e Gheddafi c’è stata la stessa unanime violenza informativa che si è scatenata contro il governo venezuelano.

    http://contropiano.org/news/politica-news/2017/08/12/il-venezuela-e-noi-094695

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  • learco

    Dal 2007 al 2014, il Venezuela ha ottenuto dalla Cina prestiti per 63 miliardi di dollari. Il 53% dei fondi destinati all’America Latina sono stati assorbiti da Caracas. Come garanzia creditizia, la Cina ha chiesto di essere ripagata in petrolio. In quegli anni il prezzo del petrolio si aggirava intorno ai 100 dollari al barile. L’accordo era di beneficio per entrambi i Paesi.

    Oggi, con la variazione dei corsi petroliferi, per ripagare il debito concesso da Pechino, Caracas deve dare alla Cina due barili per ogni barile originalmente pattuito. In altre parole: se il Paese sudamericano dovesse collassare e Maduro cadere in disgrazia, la Cina rischierebbe un duro contraccolpo diplomatico e finanziario. Un nuovo presidente – ipotizza Christopher Balding sul Foreign Policy – potrebbe decidere di non onorare gli impegni creditizi, scaricare Pechino e virare verso gli Usa alla ricerca di sostegno. Non solo. Il fallimento del Venezuela rappresenterebbe un duro colpo per la diplomazia finanziaria cinese.

    https://www.agi.it/estero/cina_venezuela_maduro_xi_jinping-2013200/news/2017-08-03/

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