Archivi tag: violenza

Polanski, il j’accuse delle quote rosa

neo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome ogni volta che ci si esprime bisogna preliminarmente esibire curriculum, referenze,  e predisporre una dichiarazione di political correctness a propria discolpa, specialmente quando ci si vuol sottrarre all’affiliazione a curve e schieramenti precostituiti, anticipo che la violenza sessuale è un crimine odioso che va perseguito  e represso con particolare severità, soprattutto quando viene commesso ai danni di creature più vulnerabili ed esposte e quando chi lo consuma gode di una posizione gerarchica o psicologica “superiore” e “protetta”, proprio come nel caso della tortura, che lo fa sentire esente da regole, leggi e imperativi morali offrendogli condizioni di immunità o impunità, proprio come nel caso dell’Ilva.

Ciò premesso considero inquietante l’anatema scagliato contro Polanski, vincitore del Cèsar per aver diretto J’accuse, dalla regista Cèline Sciamma, l’altra autrice  in lizza per il primo premio con il film Ritratto della giovane in fiamme, e dalla sua protagonista l’attrice Adèle Haenel, che, è stato notato, hanno lanciato la loro maledizione in un movie on the movie di j’accuse con un Vergogna!  e un “Bravo à la pédophilie”  gridati, ripresi e diventati virali in rete, proprio al momento della consegna del premio, facendo pensare  all’indispettita esecrazione per il trionfatore più che per il reo.

E infatti a gettare l’ombra del risentimento degli sconfitti sulla scomunica tardiva, è stata proprio la tempistica che ha fatto scegliere per la sdegnata epurazione dall’interno proprio la cerimonia pubblica con tanto di télé e giornalisti da tutto il mondo, mentre invece i soci dell’Académie des arts et techniques du cinéma, si erano già dimessi molto prima, Brad Pitt aveva cortesemente rifiutato il premio alla carriera e da giorni associazioni femministe avevano protestato innalzando cartelli  contro Violanski.

Come è giusto Roman Polanski paga in consenso e popolarità il delitto confessato nel 1977, quando ammise di aver consumato “un rapporto sessuale extramatrimoniale” con  una tredicenne, Samantha Geimer, reato per il quale  è ancora sorprendentemente “sulle sue tracce” l’Interpol e che appunto è turpe e ripugnante anche qualora non ci fosse stata violenza, perché un maschio autorevole, prestigioso, famoso esercita una potenza sopraffattrice anche se in forma psicologica e solo “persuasiva”.   Ed è sfuggito alle maglie della giustizia, per prescrizione, nel caso dell’accusa di stupro, rivoltagli 44 anni dopo il fatto, da  Valentine Monnier, giusto giusto l’8 novembre, cioè alla vigilia dell’uscita francese dell’ultimo film.   Altre donne poi pare abbiano sollevato addebiti analoghi, anche quelli postumi e che hanno avuto come teatro fori virtuali e gogne mediatiche, invece di uffici di polizia e tribunali.

Non voglio biasimare la natura e la qualità di queste incriminazioni a posteriori, accese come una miccia e non casualmente si direbbe, solo quando si è creato un clima favorevole alla condanna dell’opinione pubblica, in assenza di processi.  Non lo faccio perché è purtroppo vero che da sempre, dalla mitologia a Artemisia, dal Circeo alle vittime convertite dai magistrati in furbe adescatrici o spericolate provocatrici per via di abbigliamento arrischiato e incauta presenza a rave o apericena, la rivelazione e la denuncia dell’oltraggio subito  sono un onere e una pena che si aggiungono allo stupro con un carico di violenza e ingiuria,  capaci di trasformare il dolore in vergogna, tanto  che può sembrare preferibile e raccomandabile rinunciare alla tutela della propria persona e della propria dignità, nascondendo l’umiliazione  e lo sfregio.

Ma è anche vero che la denuncia, soprattutto da parte  di donne che hanno una tribuna e la possibilità di usare tutti gli strumenti per la propria difesa con maggiore forza, per via dell’appartenenza a ambienti e cerchie più acculturate e privilegiate, è un diritto, ma anche un dovere che si deve compiere in nome della salvaguardia e della protezione di  altre donne che potrebbero subire e subiscono lo stesso danno.

Perché se il privato è politico, come abbiamo sostenuto per anni, allora si tratta di una responsabilità civile e collettiva che va assunta ed esercitata con forza, se non si è tredicenni, se non si è in stato di soggezione fisica, morale o culturale come accade alle schiave del sesso deportate, a mogli che ritengono che faccia parte delle prerogative coniugali soggiacere a vessazioni bestiali, anche per proibire a chi a vario titolo si presta a difendere quelle che per secoli i giudici hanno definito virili  e naturali persuasioni o delicate ingiunzioni,  di far sospettare che si tratti della ricerca del solito quarto d’ora di celebrità di attricette a caccia di notorietà e consenso.

E quindi al plotone in smoking e merletti sul red carpet dovremmo tutte e tutti preferire la condanna della giustizia, con il biasimo che ne deriva rivolto al colpevole non alla sua opera artistica o professionale. Perchè se è vero che Hannah Arendt e i suoi allievi avrebbero dovuto pretendere che Heidegger non subisse la sconcia fascinazione del nazismo, imperdonabile in chi ha l’onere di interpretare e definire i modi del pensare, del conoscere e dell’agire, non è ragionevole ritenere moralmente accettabile rinchiudere e chiudere la bocca a Assange fantasiosamente denunciato per stupro, censurare la Gioconda per via delle accuse di sodomia e pedofilia rivolte a Leonardo, mettere all’indice le poesie di Cèline o i Canti del povero Pound già offeso per l’abuso ai suoi danni dei una formazione che, quella sì, dovrebbe essere oscurata per apologia di reato, o coprire pudicamente i quadri di Caravaggio, baro, violento, brutale attaccabrighe e  forse assassino.

Questo non significa che dobbiamo riconoscere una inviolabilità del talento, una superiorità morale della creatività e del genio che debbano esonerare dall’obbedienza a imperativi etici e leggi civili, perché allora avrebbero avuto ragione le gerarchie ecclesiastiche a rinviare le sentenze sui preti pedofili al giudizio di Dio e non a quello dei tribunali, limitandosi alla esecrazione, come se la tonaca o la casacca da pittore attribuissero carattere di sacralità a chi li indossa.

Al contrario si dovrebbe ristabilire il rapporto di fiducia delle donne e degli uomini nei confronti della legge, esigendo che non venga eseguita come un’operazione aritmetica, ma con giudizio e trasparenza, in modo che nessuna vittima possa sentirsi colpita due volte e nessun colpevole, nemmeno il più prestigioso, nemmeno il più autorevole, nemmeno il più influente possa sentirsi dispensato dal pagare per il suo reato.

Pur nutrendo a volte nostalgia per i tribunali del popolo e un certo affetto per le tricoteuses, dovremmo preferire la giustizia al giustizialismo, limitare la portata delle giurie di genere (maschile o femminile che sia) e di lobby,  perché non trionfi la legge del più forte, si tratti non solo del lodevole imprenditore, ma anche del venerato poeta, del celebrato regista, se dietro alla loro fama c’è la colpa, ma senza che la fedina penale sporca  imbratti opere che hanno aiutato donne e uomini ad essere liberi di difendere i loro diritti.


Gli scheletri nell’Armani

Giorgio_AAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma davvero avete creduto che in virtù  dell’emergenza sanitaria sareste stati esentati dalla quotidiana somministrazione di menzogne e baggianate? Ieri ne circolava una in forma di buona novella:   pare che ci siano possibilità concrete che si inneschi un processo di liberazione della donna e che il suo profeta sia Giorgio Armani.

Lo stilista, celebrato per la sua eleganza sobria e refrattaria a certe esuberanze ordinarie e pacchiane, si è infatti espresso al termine della  sfilata dei suoi modelli della collezione Emporio, con un anatema indirizzato alla corporazione cui appartiene in qualità di monarca indiscusso e con una amara autocritica. “Le donne, ha dichiarato,  continuano ad essere stuprate dagli stilisti e mi ci metto anche io. .. la signora che vede un manifesto con seni e sedere fuori su di una pubblicità gigantesca, pensa “anche io voglio mostrarmi così”….  Questo significa violentare le donne ad essere quello che non vogliono o che non gli si addice”.

La moda e il fashion si sarebbero macchiati insomma di un abuso reiterato, né più né meno di uno stupro, imponendo alle donne di adeguarsi ai trend resi obbligatori dal mercato cool e rischiando il “ridicolo”, mentre “compito degli stilisti”, continua l’invettiva del creativo cui si deve eterna riconoscenza  per aver inventato i coprispalla  destrutturati e quel delicato e raffinato color greige caro a donne che hanno spaccato con carriere folgoranti il soffitto di cristallo,  “dovrebbe essere quello di migliorare la donna di oggi”.

Ofelè fa el to mesté! nella sua Milano direbbero così di uno che depone forbici e spilli per impartire lezioni di varia umanità.  Invece tocca leggere garrule e fervide  voci femminili  esprimere il loro ammirato consenso, che meriterebbe uno sconto in boutique come si favoleggia succeda da sempre alle croniste della moda, combinando il plauso per lo ieratico sacerdote del look con l’approvazione per le originali denunce del guru emancipazionista.

Mi pareva si sottraesse al servo encomio  un articolo sul Fatto che concludeva “grazie anche per averci insegnato cos’è la classe”. A una prima lettura affrettata mi sono detta, ma vedi che   forse qualche opinionista ha  avuto un ravvedimento e si è ricordata che se la liberazione della donna non può avvenire meccanicamente con la sostituzione nei posti chiave, sfilate comprese,  di femmine al posto dei maschi,  meno che mai può essere raggiunta senza riscatto della classe sfruttata.

Macché, mi era sbagliata, la maitresse à penser  rivolge un estatico ringraziamento per l’assist   all’autorevole “Re Giorgio (l’ultima e unica icona di eleganza, sinonimo di buon gusto, la bandiera più raffinata del made in Italy), perché, scrive,  “con queste affermazioni “rivoluzionarie” sul corpo femminile, ci sono possibilità che si inneschi un processo di liberazione della donna. Che forse, per essere autenticamente efficace, può iniziare solo nel mondo della moda dove l’aspetto esteriore è molto (anche se non tutto). ….Perciò ringraziamo Giorgio Armani, per la sua intelligenza e per la forza con cui ha comunicato questo messaggio”.

Per usare una delle formule più abusate nei social, è tutto un guardare il dito invece della luna, legittimando così tutta la possibile paccottiglia e il repertorio di scemenze messe sul mercato delle opinioni un tanto al metro.

Perché è vero che l’ideologia imperante ha dettato i canoni di una somatica di regime che vuole il popolo eternamente giovane, tonico, dinamico, scattante soprattutto sull’attenti! di maschi ambiziosi ma sottomessi all’imperativo  di  conquistare l’approvazione di chi sta più su e  femmine  investite dell’eterno ruolo della seduzione, dell’incarico di piacere che poi si sa tira più di un carro di buoi.

Ma è altrettanto vero che esiste anche una estetica di censo e padronale, che vuole i suoi appartenenti magri, discreti, anodini, asettici e quasi asessuati, quelli che possono permettersi di vestire Armani. Perché nessun seno prosperoso e populista potrebbe costringersi nella sue giacche e nessun sedere sovranista troverebbe spazio acconcio nelle sue gonne pareo, come dimostrano i divini stitici e i protervi schifiltosi che affacciati dagli spot e dai telefilm di Netflix guardano con riprovazione l’affannarsi dei sensi e deplorano i criteri  grossolani e triviali, adottati dalla marmaglia dei consumatori di affetti e passioni a poco prezzo, per selezionare gli oggetti del desiderio amoroso, che si sa loro invece si incontrano in ambienti esclusivi, nelle torri di cristallo di banche e multinazionali, negli atelier di creativi, Pr, artisti minimalisti, nei resort uguali a tutte le latitudini e le pratiche di avvicinamento sono regolate negli studi legali.

E infatti non c’è da credere a quelli che raccontano che la moda nasce dalla strada, che gli stilisti fanno scouting di idee copiando le invenzioni delle ragazze che vedono camminare a Napoli, Bangkok, Seattle, o che, come racconta qualche professore innamorato di fermenti coltivati in vitro per farli circolare in appoggio all’establishment, la cultura e la creatività che una volta avevano un moto discendente adesso salgono generosamente e liberamente dalle piazze, dalle vie delle città e minacciano gli stereotipi del pensiero, delle correnti e delle convenzioni mainstream.

È sempre il mercato al servizio del sistema a decidere che divisa dobbiamo indossare. Tanto che incarica i suoi persuasori anche di indicarci le forme delle scarse ribellioni che ci sono concesse, emanciparsi sdoganando i capelli bianchi o la calvizie come segni del riscatto, disubbidendo alle imposizioni formali e superficiali del “patriarcato” accettando quelle del sistema totalitario economico e finanziario che per reprimere, sfruttare, condizionare donne e uomini, usa tradizioni e imperativi sociali e culturali mettendo o togliendo arbitrariamente per darci l’impressione di aver conquistato spazi di libertà e diritti aggiuntivi, mentre ci espropriavano di quelli primari e fondamentali che abbiamo creduto inalienabili.

Non se ne può proprio più del bon ton, dell’eleganza, dello stile che dovrebbero contrastare la violenza di pochi contro tanti, quando c’è una violenza di uno, il sistema di sfruttamento, accumulazione, dissipazione delle risorse, privazione di diritti, uno contro tutti, che trasforma forza lavoro, talento, vocazioni, desideri, aspirazioni, conoscenza, ordine sociale, cura, relazioni, corpi, benvestiti o malvestiti,  in merce.


La Grande Sconcezza

E__MGZOOMAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come per  una rivelazione tremenda e sconcertante i romani – quelli che dal 2007 transitano per l’Esquilino davanti allo stabile concesso da Veltroni a Casa Pound, come gesto di integrazione nel contesto civile  di un movimento i cui dirigenti stanno alla pari in piazza con i sindacalisti della Ps e   nelle sale da convegno  con esponenti dell’arco costituzionale, quelli che da anni hanno appreso a loro spese che il calcio della Magica o della Lazio è infiltrato da ultrà dichiaratamente “neri”, quelli che hanno sempre saputo ma ciononostante si sono sorpresi nell’apprendere che tutti gli affari sporchi della capitale  erano nelle mani di un assassino che combinava la militanza nei Nuclei Armati Rivoluzionari con l’attivismo nella Banda della Magliana, tranquillizzati però da una sentenza che lo risparmia dalla nomea di mafioso, quelli che stando ai Parioli o in Prati sono stati esentati dalla visione degli accadimenti che interessano quelle che vengono bollate come “periferie degradate” e covi di beceri squadristi, protetti da una plebaglia ignorante e malmostosa, dove sono stati confinati indigeni insieme a altri disperati venuti da fuori dunque non legittimati a esprimere malessere, controllate da organizzazioni di estrema destra che collaborano con la malavita –  ecco, i romani, proprio quelli sono stati informati  per via del secondo incendio appiccato a una libreria libera a indipendente dai circuiti monopolistici dei bestseller un tanto al chilo, che a Roma si è materializzata una minaccia fascista finora dormiente, che avrebbe tratto vigore dal consenso generatosi intorno a un leader che incarna l’ideologia della violenza, della sopraffazione, della xenofobia.

Allora hanno proprio visto giusto quelli che hanno preteso l’istituzione di una commissione che prende il nome dalla proponente più autorevole,  scampata alla ferocia nazista ma non a quella dei cretini tanto da essere costretta a dotarsi di una scorta, composta magari di poliziotti che erano alla manifestazione con i neo fascisti.

Eh si, perché cosa c’è di meglio che catalogare l’odio razzista secondo tipologie e gerarchie facilmente identificabili, grazie a antichi marchi sempre attuali, a slogan sempre riecheggiati, per lasciare in ombra altri meno emblematici e appariscenti, autorizzati e promossi dalle stesse autorità e dagli stessi poteri che proprio a Roma cedono alle pressioni di società sportive e immobiliari dedite a affari opachi e a loro volta soggette alle sollecitazioni esercitate da skinhead che pretendono uno o più Colossei, da quelli che grazie a una pianificazione  della città nella quale si negozia il diritto all’abitare concedendo un trattamento di favore agli appetiti dei costruttori, creando mostruose aggregazioni prive di servizi, marginali e emarginate,  concedendo volumetrie spropositate  per edificare costruzioni che non vengono popolate e si ergono come monumenti celebrativi della speculazione, quelli che esigono nuovi investimento per costruire mentre il patrimonio immobiliare pubblico e provato viene consegnato nelle mani di ceti privilegiati e faccendieri grazie all’esodo forzato grazie dei residenti, così ai colossi vuoti della Cristoforo Colombo o alle ristrutturazioni dentro la cinta del centro storico che stravolgono l’identità storica e urbanistica, fanno da contrappeso le nuove bidonville dei senzatetto, le occupazioni di falansteri mai finiti, la baracche ripopolate.

È che ormai abbondano le imitazioni farlocche delle ideologie e dei movimenti, un’ecologia dei giardinieri senza lotta a un modello di sviluppo imperniato sulla dissipazione e lo sfruttamento, un femminismo delle “arrivate” o arriviste solo in chiave antipatriarcale che non contempla la denuncia della sopraffazione capitalistica, e si augura la mera sostituzione aritmetica di donne al posto dei maschi nei ruoli chiave, di un antifascismo “liberale” che si compiace che una corporation privata chiuda le pagine di un’organizzazione o che venga istituita una commissione parlamentare, quando ha tollerato che per quasi settant’anni semplicemente non venissero applicate le leggi (Scelba o Mannino) preferendo l’applicazione di una censura discrezionale, intermittente e dunque arbitraria, ostentando una offensiva ignoranza del rapporto tra  diritti e diritto.

È l’antifascismo di occasione che ha ripreso fiato grazie a Salvini e lo ha soffiato nei polmoni di un partito morente per rinvigorirlo e permettergli la duplice funzione di ago della bilancia e di salvatore della patria e regalandogli un ruolo egemone usurpato grazie alla acquiescenza degli ex alleati del feroce all’Interno che aveva avocato a sé pieni poteri insieme a moijto, felpa, infradito, concessi e riconfermati anche via cavo Tv dal voto in Umbria. Quello che ci ha abituati al ragionevole compromesso tra onnipotenza virtuale con le armi dei like o dell’invettiva e l’impotenza concreta nei confronti delle armi imperiali, ricatti, intimidazioni, coercizioni che continuano ad essere quelle del totalitarismo che l’Ue non condanna perché ne fa parte in forma di volonterosa colonia, in modo che il poco fascismo visibile mascheri il molto fascismo invisibile.

Ormai si replica perché il fascismo a Roma come in tutta Italia  c’era, c’è stato e c’è, fatto di corruzione, di parassitismo, della speculazione di predoni, costruttori e immobiliaristi, di burocrazie che restano anche quando i ministri se ne vanno perpetuando la loro gestione opaca che ostacola partecipazione, conoscenza e trasferimento delle informazioni sui processi decisionali, di istituzioni finanziarie marce come ai tempi dello scandalo della Banca Romana, di amministratori pronti a consegnarsi ai soliti poteri forti di qua e di là del Tevere, a cancellare rioni per far passare qualche tiranno, a fare dei servizi alla città le greppie per clientele sempre più voraci e prepotenti,  di scandali e delitti soffocati grazie alle porte girevoli di tribunali e alte corti.

A manifestare contro l’incendio appiccato dal racket fascista non a caso appiccato con le stesse micce di quello delle estorsioni, è sceso in piazza il popolo di Centocelle a dimostrazione che le geografie della consapevolezza, della critica, dell’opposizione e dell’antifascismo ci sono anche se non hanno i riflettori e le telecamere puntate e non perché non fanno audience, ma perché il fascismo contro il quale lottano è quello comandato in alto e che si realizza a Chiatamone, a Taranto, con Tav e Tap, nell’hinterland di città dove non arrivano bus e tram gestiti da carrozzoni clientelari, dove vengono conferiti rifiuti, quelli che sfuggono l’import-export delle imprese dei triangoli industriali criminali e quelli considerati tali perché hanno la sventura di essere poveri, malati, vecchi, stranieri, nelle favelas che spaventano i ghetti di lusso con il respiro avvelenato della collera.

 

 

 

 


I violenti del “mondo di sopra”

Batman-Arkham-Knight-1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma adesso non eravamo tutti rassicurati dalla sentenza della Cassazione? Non vi sentivate più sereni nelle vostre comode e  case ora che ci hanno reso noto che a Roma non c’è la mafia? Invece ecco che arrivano Calenda e Salvini, Mentana, Feltri e perfino la Perina promossa a libera pensatrice in quota rosa, a  comunicarci che è infetta, preda della criminalità, terreno di scorrerie di bande organizzate, che perciò costituisce una minaccia di tremendo contagio  per il paese, Capitale morale compresa, che peraltro vanta il non invidiabile primato di prima in classifica per numero di reati denunciati e per l’aumento di oltre il 10% rispetto al passato per quelli di produzione, traffico e spaccio di droga.

E che, dunque, dopo l’ultimo tragico evento: l’assassinio di un giovane – ahi, ahi sospetto però di sovranismo –  accorso a difendere la ragazza, deve essere affidata ad alte autorità, a poteri commissariali eccezionali per ripristinare condizioni di legalità e decoro, contrastare il rischio di pestilenze  e  guerre del pane  – è il piccolo Enrico del Cuore a dirlo, proponendosi trasversalmente come candidato alla poltrona in Campidoglio, oltre che per ridurre lo strapotere dei sindacati come ha mostrato di saper fare lui a Taranto e in altri 161  tavoli di crisi aziendali.

Si dimostra così che, sia pure detronizzato, il grande impresario del music-hall della paura vive e si è impossessato senza fatica di altri corpi, non di cervelli sempre scarsi,  che va in scena non solo al Papetee o su Twitter,  ma si produce in giornali, nei talkshow, nella rete dove si nutre la percezione del terrore un tanto al metro, si alimenta l’ideologia dell’emergenza post-immigratoria per far vedere che il vero pericolo è l’invasione interna e l’occupazione militare di periferie, dove nessuno dei commentatori ha la ventura di andare, da parte dei poveracci spinti sempre più giù, dei violenti ai quali sono state fornite armi virtuali e concrete e proposti nemici più deboli sui quali si può infierire, tutti fenomeni da controllare con pugno di ferro, poteri straordinari, potestà speciali e carismatiche.

In barba alle statistiche e alle rilevazioni di dati reali, l’intento è quello di persuaderci che siamo vittime innocenti di esodi di malviventi e terroristi e esposti alla loro indole trasgressiva e alla loro ferocia, combinata con  quella di qualche indigeno, con tutta probabilità esasperato dalla loro presenza o impreparato a vincere le sfide dalla modernità con dinamismo imprenditoriale, ambizione e tenacia, insomma,  matto o sfigato.

Non conta che  i reati continuino ad essere  in calo con una flessione che prosegue dal 2013  (sarebbero in aumento solo quelli informatici benchè non vengano annoverate le balle  ufficiali e non, raccontate in rete), che la leadership del crimine sia detenuta  non dalla Capitale ufficiale, ma da quella morale, seguita da Rimini e Firenze mentre l’ultima in graduatoria secondo le rilevazioni del Sole 24 Ore sarebbe Oristano, a smentire stereotipi e luoghi comuni sull’efferato banditismo. Non conta che le statistiche confermino che rispetto a Parigi o New York Roma sia un’oasi della pacifica e armoniosa convivenza e che non possa essere assimilata a altre megalopoli fantascientifiche, come ha ricordato perfino il capo della Polizia Poco contano i rinfacci sulle risorse destinate a incrementare il numero delle forze dell’ordine, incaricate da anni della repressione dei molesti, degli sgraditi alla vista e alla reputazione, dei dissidenti, più che al controllo del territorio, che tanto  la parola d’ordine è favorire un rafforzamento autoritario delle figure e delle competenze di sindaci in modo da farli assomigliare sempre di più a sceriffi e potestà, anche grazie a leggi elettorali che hanno ridotto l’ingombro della partecipazione democratica.

Conta invece che da anni istituti di studi ben collocati nelle “scienze sociologiche e strategiche” mainstream, organizzazioni che analizzano i conflitti – le più esperte visto che di solito sono al servizio di quelli che li generano –  insieme a Banca Mondiale, Fmi, Onu, parlano di guerre prossime o meglio già cominciate, a “bassa intensità” le definiscono, che hanno e avranno come teatri le città, dove si consumano le più tremende disuguaglianze, dove  bidonville e favelas (che qualcuno ha chiamato le discariche dell’eccedenza) minacciano  come orde barbariche e animali feroci le eleganti dimore arroccate sulle alture, le prestigiose sedi di industrie e istituzioni, le torri di cristallo che svettano verso il cielo specchiano una modernità dove il lusso più futile e dissipato è contornato  da squallore,   inquinamento, escrementi e sfacelo. E dove le  “case” abitate dagli strati più poveri del proletariato urbano crescono come funghi velenosi su suoli d’infimo valore e  marginali, zone golenali, acquitrinose o contaminate da scarichi industriali: siano le favelas di São Paulo   e di Rio de Janeiro  col rischio di frane e smottamenti, siano le callejones di Lima costruite in buona parte dalla Chiesa cattolica, colosso immobiliare,  che sprofondano  al primo temporale, siano le bidonville di Nuova Delhi, che ospitano un milione di straccioni, mentre a Bombay un milione e mezzo di persone, pur avendo un lavoro, dorme  sui marciapiedi, che si tratti  della capitale della  Mongolia, assediata da un villaggio di tende, o di coperte stese a coprire povere cose, in cui vive mezzo milione di ex allevatori scampati a espropri e fame; o del Cairo, dove le tombe dei Mamelucchi sono abitate da un milione di persone, mentre un altro milione di cairoti dorme sui tetti.

E siccome rifiuti urbani attraggono quelli che vengono considerati rifiuti umani, altrettanto indesiderabili e che è necessario sottrarre alla vista della gente perbene, Quarantena a Beirut, Hillat Kusha a Khartoum, Santa Cruz Mehehualco a Città del Messico e la “Montagna fumante” a Manila  sono le sterminate discariche dove trovano riparo i più disperati  indigenti che trovano sostentamento nell’immondizia.

In quello che eravamo abituati con sufficienza a chiamare Terzo Mondo e così e sarà così in maniera sempre più epidemica e diffusa ovunque, se in tutte le città, grandi e piccole, nelle megalopoli già predisposte per diventare necropoli, abitate da occasionali  ospiti dei grandi cimiteri della giustizia e della civiltà: banche, uffici di multinazionali, centri commerciali, ma anche nelle capitali dell’arte e della cultura, la politica dell’abitare è ridotta a negoziato impari di governi e amministrazioni che contrattano consenso, voti, prebende, “compensazioni” miserabili con costruttori e immobiliaristi, coi promoter  delle più nefaste bolle finanziarie, per  espellere i cittadini dal luogo sono nati e vissuti, costringendoli a lasciare le case “dentro le mura- perlopiù simboliche” e spostarsi “fuori”, in spazi residuali, in non-luoghi, in “zone grigie”, in junk space,  in appositi dormitori, mal collegati da reti di trasporti  vetuste, sprovvisti di servizi, brutti in posti brutti, che quindi si meritano oltraggi aggiuntivi alla cancellazione della memoria e dell’appartenenza anche imponendo “altri”  ancora più indigenti, ancora più molesti, ancora più feriti, dai quali è doveroso risparmiare le geografie dello sfarzo e del privilegio.

E cosa volete aspettarvi dai servitori in livrea dello stesso sistema che provoca i danni, li “denuncia” per incolparci e sa agire solo con la forza e la repressione, se non pretese di innocenza e invocazioni di forza, autorità e costrizione? Strumenti che paradossalmente penalizzano le due città che coesistono in uno stesso luogo, quella dei ricchi e quella dei miserabili, Parioli e Bastogi, Vomero e Forcella, San Babila e Giambellino, i ghetti del lusso, controllati e difesi da vigilanti e sistemi di sicurezza che trasformano i fortunati in reclusi spaventati e rabbiosi e i recinti della miseria  coi loro reticolati veri o virtuali e i loro prigionieri intimoriti e incolleriti. Chi ha seminato violenza oggi teme la violenza che ha generato e che li minaccia, quella dei  “gatti in tangenziale”, di chi da sempre è confinato nelle geografie  del malessere dove l’unica voce che arriva dai palazzi è quella del più trucido, dove i condannati alla marginalità si sentono traditi tanto da consegnarsi a Forza Nuova che rivendica di avere in pugno cinque o sei quartieri, tanto da volersi rivalere  su quelli che vengono conferiti nelle discariche umane del benessere, vite nude senza documenti e fissa dimora, scarti mandati dove ci sono già altri scarti.

Il trailer dell’horror che si sta girando in Cile ci insegna che bisogna aver paura della paura dei potenti e combatterli prima che abbiano la meglio su di noi.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: