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Gli Usa preparano il golpe cileno in Venezuela

golpeArgentina-755x491Alla fine la cattiva coscienza viene fuori, specie quando essa è gestita da un’amministrazione di rozzi affaristi com’è quella Usa: dopo tanto cianciare a vuoto di democrazia violata in Venezuela ecco che viene fuori il marcio, anche se ovviamente occorre una fatica certosina per scoprire le informazioni che l’informazione ci nega: giovedì 1° febbraio  il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha suggerito la possibilità di un colpo di stato in Venezuela per cacciare il presidente eletto Nicolas Maduro ed esiliarlo a Cuba aggiungendo come morale: ” A volte in America latina l’esercito può essere un attore, cambia le cose quando vanno male” (qui). Poi intervistato in diversa sede sull’efficacia delle sanzioni ha detto: ”  La campagna di pressione sta funzionando. Le sanzioni finanziarie che abbiamo imposto al governo venezuelano l’hanno costretta a iniziare a creare inadempienze sia sul debito sovrano sia sul debito della PDVSA, la loro compagnia petrolifera. E quello che stiamo per portare, (…) è un completo collasso economico del Venezuela. Quindi, la nostra politica funziona, la nostra strategia funziona (…) 

Come se questo non bastasse qualche giorno dopo il capo della CIA Mike Pompeo ha confessato in un discorso presso l’American Enterprises Institute, think tank neocon che il suo apparato di intelligence ha lavorato mano nella mano con Trump per mettere a punto le sanzioni contro il Venezuela e ha rivelato inquietanti particolari su come la Cia abbia studiato a fondo sia le capacità delle forze armate di Caracas, sia le debolezze economiche proprio in vista di un’azione di forza potentemente appoggiata dall’esterno visto che la minoranza golpista interna non ci è riuscita e oggi è persino divisa. Insieme a quelle di Tillerson le dichiarazioni di Pompeo sono importanti per aspetti  che segneranno l’ internazionalizzazione del conflitto politico dopo l’elezione della Costituente venezuelana e il disastro dell’opposizione interna: il primo è che l’intervento diretto e tutto fare della Cia dimostra che lo Stato profondo e i conclavi delle grandi corporazioni decidono la politica estera o in ogni caso impongono all’amministrazione ufficiale i ritmi e i modi di agire.

Il secondo è che il decisionismo, per così dire, degli organi di sicurezza statunitensi  rivela come le sanzioni e ciò che ne risulta sul terreno sono una sperimentazione prebellica in cui la vita della popolazione e lo Stato nazionale devono essere distrutti da meccanismi di pressione e di ricatto (interruzione della fornitura di cibo, prodotti per l’igiene, denaro) spingendo uno scenario di intervento preventivo per “ragioni umanitarie” e “collasso finale”. Non è certo un caso che dopo anni di sparatorie, dimostrazioni, attentati e vittimismo fasullo accettato dai media occidentali di basso servizio, adesso tutto si sta ridislocando su un pretestuoso discorso umanitario che ha uno dei poli locali in Maria Corina Machado, nuovo personaggio dell’estrema destra e quelli esterni nel Congresso statunitense che ha già approvato un disegno di legge “assistenza umanitaria” in Venezuela che obbliga la diplomazia statunitense a cercare misure coercitive dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per permettere che questo “aiuto” sia consegnato attraverso meccanismi militari e privati. La cosa meravigliosa è che il Dipartimento di stato riconosce come le politiche sanzionatorie rappresentino una serie di precedenti aggressioni per imporre questa legge come unica soluzione per il Venezuela, dando insomma pienamente ragione alle tesi di Maduro di quei pochi che nel mondo non si arrendono alla facile via delle menzogne che poi si sa dove vadano a sfociare.

Infine è evidente che i servizi e il Congresso hanno intrapreso una svolta in cui il “risultato” della crisi venezuelana diventa  transnazionale ed è condizionato dalla forza, mentre le elezioni, il governo in carica, la Costituzione stessa come pratica sociale, ma anche come simboli della nazione diventano ostacoli allo sviluppo del piano di appropriazione statunitense sostanziale. Il governo di Trump ha deciso in sostanza per una giunta militare ed ecco perché grida “frode” non appena sono state annunciate le elezioni presidenziali.

A guardar bene non c’è nulla di nuovo sotto il sole e la banalità del male statunitense conserva sempre gli stessi caratteri e anche il modus operandi, in particolare il pretesto umanitario usato a tappeto negli ultimi trent’anni: la vera novità è che oggi non ci si perita nemmeno di nasconderlo, ministri , presidenti, capi delle grandi agenzie di spionaggio  espongono apertis verbis i loro piani e le loro intenzioni, consapevoli che le opinioni pubbliche occidentali, fiaccate e rincoglionite dai gadgts, difficilmente possono riuscire  a comprendere che certi metodi riguardano indirettamente, ma anche direttamente il loro destino. Anche perché questa irrefrenabile sfacciataggine deriva anche dalla copertura politica ormai automatica fornita dall’Europa agli Stati Uniti e da quella che Trump si aspetta di estorcere in altri Paesi dell’America latina. Purtroppo il prossimo Venezuela saremo proprio noi e ce lo meritiamo interamente.

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Post verità o Post Cia ?

images (1)Il 2007 da quale ci separano poco più di dieci anni sembrano già un altro universo. In quell’anno Le Monde Diplomatique, ancora per poco giornale di riferimento a livello europeo, pubblicò un lungo articolo pieno di interviste e di autorevoli citazioni in merito al cambiamento di strategia inaugurato dal presidente Reagan. Articolo che è possibile leggere qui nella sua versione integrale ma di cui facciò in questo post un riassunto stringato, : “lran, Cile, Nicaragua … Dal 1950, le guerre “sporche” condotte dalla Central Intelligence Agency (CIA) sono emerse regolarmente nelle cronache e a volte sono state tema di scandalo negli stessi Stati Uniti d’America. Suggerendo la creazione della National Endowment  for Democracy (NED) , il presidente Ronald Reagan ha conferito a Washington uno strumento meno visibile e meno controverso rispetto alla CIA, ma il cui obiettivo rimane lo stesso: destabilizzare, con il finanziamento delle loro opposizioni, i governi non amichevoli”. 

Intendiamoci sulla carta si tratta entità senza fini di lucro con obiettivi particolarmente virtuosi: promuovere i diritti umani e la democrazia. Ma già 8 anni dopo la creazione della Ned lo storico Allen Weinstein, primo presidente di questa piovra globale dichiarò al Washington Post: “Molto di quello che facciamo oggi, la CIA lo stava facendo clandestinamente venticinque anni fa.”  Del resto non era difficile capirlo visto che la Ned fin dal primo momento ha goduto di consistenti fondi (200 milioni nel 1984) del Congresso di Washington sotto forma di una sovvenzione concessa attraverso l’Agenzia di informazione degli Stati Uniti. Ma i finanziamenti semiufficiali che oggi arrivano a 800 milioni sono solo una parte dei fondi occulti che si riversano attarverso una fitta di rete di fondazioni fantasma e società che esistono solo sulla carta.

Nei primi anni la Ned si limitò a far parte dell’arsenale della Guerra Fredda e ad operare in questo campo con in primo piano la concessioni di enormi aiuti e finanziamenti a Solidarnosc, ma con la caduta dell’Urss cominciò la sua espansione globale e l’interferenza, grazie ai dollari, alle nascenti ong e ad alcuni “specialisti,  nei processi sociali, economici e politici di  novanta paesi in Africa, America Latina, Asia, Caraibi. Europa orientale. Come ha scritto nel dicembre del 2006 il ricercatore Gerald Sussman sul Montly Review  “la Ned e altre organizzazioni americane si presentano come partecipanti alla costruzione della democrazia, ma stanno agendo meno brutalmente della CIA mentre le forme di manipolazione elettorale in cui oggi si impegnano sono manifestazioni di messa in scena morale e drammaturgia politica”. Fare un elenco completo delle sole  “operazioni” di cui ci sono le prove certe sarebbe lunghissimo, ma vale la pena citare il coinvolgimento in Nicaragua in aiuto di Violeta Chamorro, candidata a Washington e proprietaria del quotidiano indipendente La Prensa , che diventerà presidente nel 1990, oppure i 36 milioni di dollari (una somma gigantesca per Haiti) distribuiti per sostenere il candidato Marc Bazin, ex funzionario della Banca Mondiale oppure, vicenda particolarmente attuale, le azioni “silenziose” messe in atto fin dal 1998 contro il Venezuela: l’avvocato statunitense Eva Golinger ha scoperto nei documenti ufficiali che tra il 2001 e il 2006 oltre 20 milioni di dollari sono stati donati da NED e Usaid a gruppi di opposizione e media privati ​​venezuelani e ancor prima, nell’aprile del 2002, il New York Times  aveva rivelato pochi giorni dopo il fallito colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez, che il budget della NED per quel paese era quadruplicato alcuni mesi prima di questo tentativo di rovesciare il bolivarismo su ordine del Congresso americano. Questo per non parlare delle centinaia di milioni di dollari spesi per cercare di abbattere il regime cubano. E così per decine di altri posti e Paesi Italia compresa, vedi ad esempio la relazione conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, presentata un mese fa e passata sotto unanime silenzio (qui per chi vuole i particolari).

Tutte queste considerazioni non le ho messe per dimostrare l’acqua calda, ma ad un o scopo ben preciso: dopo la fine dell’Urss la Ned capì due cose: che l’informazione  e il possesso dei suoi mezzi era vitale e che non si poteva sempre agire da fuori dando così l’impressione di voler interferire, ma che occorreva far nascere e far cresce nei vari Paesi organismi, fondazioni, think tank, onlus il cui scopo era agire ” in armonia con i bisogni e gli obiettivi fondamentali della globalizzazione economica e del nuovo ordine internazionale “ . Così la Ned decise di ospitare (è un eufemismo ovviamente)  la segreteria del Centro per l’assistenza internazionale ai media, ma anche di finanziare in maniera consistente alcune organizzazioni giornalistiche tra cui Reporters sans frontieres ( che ammette di essere così indipendete da essere finanziata persino da Center for a Free Cuba) e cominciò a sostenere la formazione di organizzazioni similari e gemelle anche altrove:  Diritti e democrazia in Canada, Westminster Foundation for Democracy in Inghilterra, lo Swedish International Liberal Center, la Fondazione Alfred Mozer in Olanda e quella ci interessa più da vicino la Fondazione Jean Jaurès in Francia. Si tratta di un network che comprende un grandissimo numero di organizzazioni apparentemente non governative, ma che fanno capo alla Ned, ovvero di un centro di controllo che per l’ex funzionario del dipartimento di stato William Blum, testimone a conoscenza dei fatti, serve a “trasferire le molte attività detestabili della CIA a una nuova organizzazione il cui nome suona bene. La creazione del NED è un capolavoro di politica, pubbliche relazioni e cinismo”.

Ora è da notare che la Fondazione Jean Jaures, creata nel 1992, è integralmente fake in tutto, persino nel nome che si rifà al socialismo di cui in realtà esprime il momento di dissoluzione ideologica, ma con i medesimi obiettivi della Ned, alla quale del resto è ufficialmente legata, ha recentemente pubblicato una sorta di indagine sul complottismo in Francia e sulla post verità esalatata dal medesimo le Monde che 11 anni fa pubblicava il pamphet che è stato riassunto nel post. Poca cosa: l’indagine non fa che ribadire nel modo più trito e banale le teorie sul “sentimento complottista” che sono spuntate come i funghi all’inizio della campagna contro le fake news e che in sostanza hanno la propria radice nell’ottusità conformista: la loro fallacia sarebbe dimostrata dal fatto che chi crede a qualche idea di complotto è tendenzialmente portato ad accreditare teorie alternative un po’ in tutti i campi, rivelandosi così in sostanza come un disadattato. E deve essere vero pensate un po’ che Galileo dava non solo credito a Copernico, ma persino aderiva ad ogni follia anti aristotelica sulla meccanica. Certo ci vuole un coraggio da leoni o una vigliaccheria di bronzo per farsi paladini di una verità che non può essere detta, pensando che le chiacchiere possono sormontare la memoria e la realtà.


Maduro trionfa e stordisce i ladri di verità

arton32685-ea204Non sanno proprio più che pesci pigliare perché chi mente è costretto a mentire sempre di più fino a che è costretto a divorziare da qualsiasi realtà e a calcare le tavole del cabaret, fingendo però di essere serio e scrupoloso. Cosi dopo la schiacciante vittoria alle elezioni comunali del feroce dittatore Maduro che si ostina a opprimere il popolo con le elezioni, la stampa occidentale e dai noi il quotidiano che usurpa lo stesso nome, è entrata in confusione lamentando il fatto che nel Paese l’opposizione “non ha più la forza di protestare”. Tuttavia in questo caso bisognava solo andare alle urne, ma evidentemente gravati dal peso delle armi, privi della forza delle sceneggiate, forse non abbastanza retribuiti non ce l’hanno fatta ad andare ai seggi nonostante questi fossero quasi 34 mila su 20 milioni scarsi aventi diritto al voto. Del resto in questa dittatura nella quale il popolo non ha voce in capitolo  in meno sei mesi si sono svolte tre elezioni che hanno coinvolto tutto il Paese prima per l’elezione della costituente, poi dei governatori e adesso dei sindaci. Si vede che votare stanca. Non è però il meglio di questo intruglio velenoso spacciato per informazione: la schiacciante vittoria di Maduro fa dedurre a Euronews, un qualcosa di simile a Voice of America durante gli anni della guerra fredda, che la “popolarità del presidente venezuelano è ai minimi storici”. 

Forse bisognerebbe costituire un pool di avvocati che di fronte a queste esecrabili considerazioni distribuite al popolo ne citi in giudizio gli autori per diffusione di notizie tendenziose e gravide di odio gratuito ancorché ben retribuito o forse c’è solo bisogno di interventi psichiatrici, perché a parte la modestia intellettuale di queste pezze a colore causate da una natura matrigna, il tasso di bugie supera ogni limite e sconfina nella paranoia associata a deliri allucinatori. Fatto sta  che il 10 dicembre scorso i partiti che fanno riferimento a Maduro hanno conquistato 308 comuni (Caracas compresa) e l’opposizione solo 25: una vittoria così schiacciante e peraltro certificata dagli osservatori internazionali ( Il processo di verifica dei cittadini è andato in modo normale e positivo. È stato riscontrato che “il numero di schede di carta introdotte nelle urne e  il numero di voti elettronici registrati dalle macchine coincidono al 100%” ), da non lasciare dubbi. Semmai gli avvelenatori di verità, invece di negare tutto e comunque come adulteri sopresi sul fatto, avrebbero potuto giocare sull’astensione si è situata attorno al 56 per cento e benché questi siano abituati a raccontarci che meno si vota più si è democratici ed evoluti, per il Venezuela avrebbero potuto fare un’eccezione propagandistica, approfittando del fatto che il 99,9% dell’opinione pubblica occidentale sa poco o nulla del Paese sudamericano e perciò si beve ogni panzana.

Visto il livello delle menzogne che raccontano non si sarebbero fatti il problema di non dire che il chavismo ha portato via via a una maturazione civile del Venezuela e che la percentuale di partecipazione al voto è costantemente salita con solo una lieve flessione nel 2013 con le bande per strada e gli accaparramenti di alimentari e medicine come strategia di fondo ancora adesso attuata: nel 2000 solo il 23,8 per cento degli aventi diritto si presentò ai seggi, poi la percentuale si è alzata al 30 poi al 40. Ma se non hanno utilizzato questo argomento vuol dire che sono così profondi conoscitori del Paese che nemmeno lo sanno. E del resto a sentire le miriadi di considerazioni costruite attorno a una tesi che demonizza il tentativo chavista di gestire in proprio il petrolio finora appannaggio degli yankees e di una borghesia locale parassitaria e oltretutto in gran parte di importazione, c’è da pensare che non sappiano proprio nulla della storia del Paese. In alternativa potrebbero raccontarci che l’opposizione non ha partecipato evidentemente certa di essere sconfitta o sedotta  dalla via golpista e non da quella delle elezioni, ma sarebbe stato piuttosto sospetto da parte di democratici così cristallini.

Forse per costoro il Venezuela era democratico quando i leader determinati dallo Zio Sam facevano leggi per mandare fuorilegge i partiti di ispirazione socialista. Ma naturalmente dittatoriale quando il socialista Romulo Betancourt istituì l’elezione del presidente a suffragio universale. O magari di nuovo democratico durante i lunghi anni delle giunte militari, e di nuovo dittatoriale dopo l’elezione di Chavez fortemente ostacolato dagli Usa e dai suoi referenti interni che hanno fatto e fanno di tutto per sabotare una riforma costituzionale volta a dare una vera autonomia al Paese e a redistribuire i proventi del petrolio. Del resto cosa ci si può aspettare da ambienti così rozzi, rabbiosi e ottusi, da accusare una deputata europea di essere una “cagna comunista” soltanto perché ha tentato di ristabilire un minimo di verità.

Però lasciando questi gusanos liberisti e zebrati a stelle e strisce ai loro grugniti, c’è  da dire che queste elezioni municipali non sono meno importanti di quelle dei deputati all’Assemblea costituente a luglio o quella dei governatori in ottobre perché rafforza il dialogo dall’alto verso il basso e la politica di risoluzione delle crisi sostenuta dal governo bolivariano. L’intensità della letale destabilizzazione tra aprile e luglio, il cui montaggio inverso era stato usato dai media come pretesto per la repressione del “regime”, ha solo galvanizzato il rifiuto della violenza da parte della maggioranza dei venezuelani. Tutti i sondaggi confermano la loro preferenza per un dialogo politico al quale persino diversi partiti di destra hanno finalmente accettato di attenersi. Il presidente Maduro ha annunciato un incontro nazionale il 16 dicembre con i 335 sindaci eletti e 23 governatori per mettere in atto “un unico piano di servizio pubblico”. Ogni elezione in Venezuela sconfigge i piani di intervento dell’Impero.


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