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Affermazionisti: professione idiozia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai c’è un filone narrativo che va alla grande: non c’è giornale, rivista, trasmissione televisiva che non dedichi un servizio, un’inchiesta, una testimonianza al negazionismo. Uno dei più “documentati” è comparso sull’Huffigtonpost e si avvale di contributi prestigiosi con l’intento di effettuare un’analisi del fenomeno con tanto di fonti e pareri di esperti.

A cominciare dalla  professoressa di Storia della Medicina all’Università degli Studi di Firenze, Donatella Lippi, che può esibire autorevoli referenze, compreso il sostegno militante alla  lista Nardella, che  racconta  come nei secoli siano state molte le malattie epidemiche ad essere state negate, dalla febbre puerperale alla Spagnola, dal colera la cui diffusione venne attribuita a un “virus borbonico”, alla peste del 1630.

Ad essere pedanti, si potrebbe pretendere da una accademica di storia della medicina che non negasse il dato di fatto che, nel caso della Spagnola come della peste nera, la virulenza dell’epidemia aveva trovato terreno fertile e un humus favorevole nella miseria, nella fame e in una crisi economica che aveva reso ancora più inefficace qualsiasi forma di profilassi, condizioni che hanno molto a che fare con la nostra contemporaneità.

Ma questo passa ormai l’informazione: così un’altra autorità chiamata in campo è uno psicologo di quelli un tanto al chilo al servizio delle Risorse Umane delle imprese- professore associato presso il College of Business Administration della Kent State University   in Ohio –che esplode un concetto illuminante:  “quando si trovano in periodi di particolare stress e ansia e c’è una minaccia, le persone sviluppano strategie per proteggere se stesse, il loro senso di sicurezza. E uno di questi è semplicemente negare l’esistenza della fonte minacciosa”. 

La pensa così anche un altro bel tomo in un articolo a sua firma non su Science, ma nientepopodimeno che su Forbes, tale Prudy Gourguechon, “psichiatra e consulente dei leader nel mondo degli affari e della finanza sulla psicologia che sta alla base delle decisioni critiche”, che illustra come  “I meccanismi di difesa come la negazione sono irrazionali, ma protettivi…. Per superare in astuzia la negazione è fondamentale rispettarne il potere, apprezzarne il valore adattivo, fare appello all’emozione e non all’intelletto e offrire l’alternativa di sfidare l’ansia a breve termine e il disagio emotivo, per averne un guadagno a lungo termine”.

Ci giurerei che ha già pronto un instant book, un manuale da dare alle stampe in forma di simpatica strenna su Amazon, con la ricetta per “vivere bene e in armonia con se stessi col Covid”, da aggiungere alla sua pubblicistica su come “mettere a frutto” la frustrazione dopo un divorzio o un licenziamento e a quella di supporto alle aziende, già sfornata a marzo, per “spingere il proprio brand durante la pandemia”.

Bontà sua a differenza di Galimberti o di tal Lorenzo Tosa che ne chiedeva il Tso, invece di liquidare semplicemente come matti da richiudere in istituzioni totali  i “negazionisti” e visto che con loro non serve fornire prove, opporre ragionamenti, suggerisce di fare appello alla comprensione, “entrando in empatia”,  con la carezzevole indulgenza riservata ai deficienti.

Ecco, essendo già stata arruolata nella categoria e invitata a “crepare di Covid così impari”, per aver osato criticare, come ormai sempre più cittadini, la gestione dell’emergenza, retrocessa a crisi sanitaria per negare – in quel caso, si – che è uno degli effetti prevedibili di una crisi sociale che ha incrementato come nel’600 la povertà, la circolazione di malattie, condizioni igieniche deplorevoli per la demolizione del sistema sanitario, mi aspetterei quel tanto di empatia da impedire alle autorità politiche (centrali e regionali) e scientifiche e ai loro comunicatori (dallo Studio Ambrosetti ai giornalisti in passerella nei talk show) di negare le proprie colpe, attribuendo le seconde, terze e quarte ondate (chissà quante ce ne aspettano adesso che i decisori dimostrano di non sapere più come cavarsela se non con la narrazione apocalittica) ai comportamenti irresponsabili della popolazione, dedita a apericene, rave party, grigliate, ammucchiate di scambisti e al miserabile sfruttamento del bonus vacanza.

Mi consola che tra i negazionisti della prima ora potrebbe starci bene, alla pari con Agamben, da qualche tempo regredito secondo i critici a riduzionista, il presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo che ha dichiarato che il numero dei decessi per il Covid 19 risulta inferiore a quello dei decessi per malattie respiratorie, che nel 2017 sono stati 53.372. O uno dei più autorevoli virologi, Didier Raoult che ha espresso forti dubbi  sulla “importanza” dell’epidemia e sull’efficacia delle misure di isolamento, che in un’intervista ha definito una superstizione medievale. Per non citare i dati contraddittori dell’Oms, le statistiche farlocche o manipolate dello stesso Istituto Superiore di Sanità, che sembrano fatti apposta per creare quella sfiducia nelle fonti che animerebbe complottisti e eretici e gli studi che insinuano il dubbio che il virus circolasse da mesi  prima del Grande Allarme.

Ora, è vero che viviamo un tempo  in cui il senso critico nei confronti del potere è stato cancellato come una colpa, marginalizzato,  screditato e ridicolizzato come arcaica manifestazione di comportamenti irrazionali e irrealistici da mettere al bando e da far assorbire da una spirale di autocensura e conformismo.

Ma almeno avessero avuto il buongusto di chiamarci eretici, termine più appropriato per indicare chi contesta le divinità che hanno preso il posto di quelle “tradizionali”, il Mercato, la Scienza, la Tecnica, il Progresso, che richiedono un culto cieco e obbediente, parecchi sacrifici umani, liturgie e cerimonie, culto delle caste sacerdotali che possiedono una superiorità di carattere sociale oltre che  morale, tanto che il governo Renzi ha pensato a una ulteriore penalizzazione del negazionismo per appagare la sete di “vendetta” di chi lotta contro chi sconfessa le “foibe”.  

Ora si sa che negazionismo è  un termine  nato ed applicato a chi ha messo in discussione la testimonianza di migliaia di documenti, scritti e figurali, di una persecuzione disumana, che ha colpito 6 milioni di persone, una etnia, dissidenti, rom, matti, malati.

Primo Levi, ne “I sommersi e i salvati”  ne spiegava la natura prendendo a emblema le  dichiarazioni fatte nel 1978 da Louis Darquier de Pellepoix, già commissario addetto alle questioni ebraiche presso il governo di Vichy intorno al 1942, e responsabile in proprio della deportazione di 70.000 ebrei, che volevano accreditare la “falsità” delle le foto dei cumuli di cadaveri (“sono montaggi”, diceva)  le statistiche dei milioni di morti (“fabbricate dagli ebrei” in cerca di indennizzi), le camere a gas  (“servivano solo per uccidere i pidocchi”).

Ma dovrebbe valere oltre che per Faurisson, per indicare il succedersi di governi e storici della Turchia che trattano il genocidio armeno come una invenzione, oltre che per definire la conversione in campagne umanitarie di eccidi coloniali e quella di colpi di stato attuati con tiranni sanguinari in rafforzamento istituzionale.  

A vedere chi abusa del termine ben oltre il dileggio riservato a Pappalardo o Montesano, si capisce che l’intento è lo stesso che ha animato i decreti sicurezza dell’avvicendamento Minniti-Salvini, criminalizzare o deridere, punire o marginalizzare con il disprezzo i trasgressori, intesi come maleducati che offendono l’ordine pubblico, barboni e  lavavetri, straccione che minacciano la reputazione di città turistiche, stranieri che cucinano cibi dall’odore sgradito ai consumatori di SughiPronti, fino ad arrivare a contestatori del sacco delle territorio, delle Grandi Opere, e ora della qualità e potenza estrema delle misure eccezionali di contrasto, probabilmente  sproporzionate ma sicuramente fonti di soprusi, di disuguaglianze e discriminazioni.  

Sanzioni, multe, gogna morale sono le forme che ha assunto  la condanna contro chi, sollevando obiezioni sulla confusione che continua a regnare in materia di terapie e cure, mentre si aspetta l’arrivo miracoloso del vaccino, sugli investimenti dissipati  sparsi come una polverina d’oro sotto forma di banchi a rotelle, monopattini promossi dall’Ue, tamponifici a cura dell’esercito, sulla totale mancanza di un progetto per il rafforzamento della medicina di base, ricordata in occasione delle comiche linee guida, si sarebbe macchiato a un tempo di irresponsabile antagonismo disfattista nei confronti dell’autorità e di eresia nei confronti della scienza e quindi del progresso come oscurantisti.

E la risposta non può, a distanza di più di otto mesi, consistere nella conta dei morti secondo il pallottoliere astratto e orrifico che mette insieme  tutti i decessi, nell’esibizione delle immaginette votive degli eroi e degli augusti degenti, cronisti sul campo compresi a fronte delle foto segnaletiche dei vecchietti a spasso e dei flaneur al bar.

La risposta non può essere un  distanziamento sociale che ha assunto una valenza etica ormai ritenuto innaturale e dannoso, che ha reso conflittuali la sfera della socialità da quella della salute, “tutelata” da una tirannide scientista che ha la pretesa di tradurre l’uomo, il suo sentire, i suoi bisogni d’amore, le sue speranze e i suoi lutti in grafici e tabelle, ridotti a numero, cifre come quelle tatuate un tempo su un braccio.


Governo Tersilli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è certo una novità che ogni volta che qualcuno – ultimamente accusato di volta in volta di negazionismo, eresia, irresponsabilità, tradimento e così via – che compia  delitto di lesa maestà criticando governi in carica, si senta apostrofare con la richiesta perentoria di offrire soluzioni alternative, concrete e praticabili.

Già da quando lo coniò la lady di ferro, siamo in pieno regime di Tina, There is no alternative, in italiano: “Non c’è nessuna alternativa“, oggi trasformato da manifesto ideologico in religione i cui dogmi, come in tutte le fedi, devono persuadere alla bontà dell’obbedienza a principi perfino motivati da criteri di carattere sanitario, quelli del kosher, dell’halal o del venerdì di magro, proprio come sta accadendo di questi tempi.

Guai a chi spezza il patto che saremmo stati costretti a stringere con l’esecutivo e in second’ordine con una selezione appropriata della comunità scientifica e con una scrematura di manager, per garantirci la sopravvivenza.

E se all’inizio lo slogan ricorrente era sempre lo stesso, quello che invitava a non disturbare il tranviere,   è successivamente diventato la base programmatica di un vero e proprio partito, con tanto di manifesto degli intellettuali, inteso a  dare forma a un ordine pubblico e profilattico, nel  rispetto del quale era legittimo  creare una  separazione netta, con tanto di gerarchie, tra cittadini scrupolosi di serie A per questo meritevoli di salvarsi dal contagio, grazie a costumi morigerati e all’appartenenza a ceti medio alti e produttivi quindi socialmente e moralmente superiori. E invece altri di serie B essenziali nelle funzioni servili necessarie alla sopravvivenza dei primi, esposti alla pestilenza diffusa anche da untori sottoposti a pubblica gogna, tra runners, utenti di rave party, frequentatori di locali scambisti, organizzatori di orge  e fiere di paese, vacanzieri irriducibili che pensavano di rispondere agli inviti a partecipare della ricostruzione,  e pure vecchietti troppo arzilli da reprimere e isolare.

Sarebbbero stati quelli i veri colpevoli che dobbiamo tuttora concorrere a condannare, per la loro asocialità che sconfina nella sociopatia  delle piazze, tanto da rendere doveroso circoscrivere la loro espressione fanatica e criminale aggirando il dettato costituzionale all’articolo 17 che sancisce il diritto dei cittadini a riunirsi pacificamente.

Così pare sia stato stabilito a norma di legge, o Dpcm, il primato della responsabilità individuale e personale su quella collettiva e sociale, che da marzo in forma esplicita corrisponde alla tutela del profitto della classe imprenditrice impegnata a  dettare calendario e regole all’esecutivo, che rispettoso e ossequiente esegue e che trasforma in sistema di governo la conversione delle deleghe amministrative in rimpallo astioso di oneri e competenze.

Per questo mentre non si chiede conto a nessuna autorità della qualità ed efficacia delle scelte, si pretende dalle coscienze critiche di esercitare quella creatività politica strategica e organizzativa dalla quale i “poteri” e le istituzioni si sono liberati come di un peso trincerandosi dietro gli alibi della non volontà mascherata da impotenza: non ci sono le risorse, dobbiamo ripetere l’atto di fede all’Europa e all’austerità, bisogna tagliare la spesa pubblica.

E poi è diventato un imperativo etico assecondare le indicazioni di entità alle quali abbiamo sacrificato sovranità e competenze in cambio di promettenti rinunce e sacrifici e mea culpa, qualcosa, ammettiamolo, che non si è più soliti fare nemmeno in forma di fioretti e penitenze.

Infatti l’autodafè secondo l’Fmi e parte dei sacerdoti della scienza consisterebbe in nuovi lockdown, che forse farebbero aprire le porte dal paradiso ma chiudere i battenti a milioni di attività, la redenzione e la salvezza avverrebbero attraverso il vaccino monopolio dei mercanti del tempio farmaceutico, anche se pure il droghiere sotto casa conosce il mercato tanto da sapere che la concorrenza per lo più sleale tra aziende non può che rallentare se non impedire la ricerca e la sperimentazione di cure.

Fosse un Decreto del Presidente del Consiglio, si potrebbe raccomandare a tutti quelli che  fuori dalla cerchia oligarchica,  hanno osato avanzare obiezioni e critiche sulla gestione dell’emergenza e sul rilancio infinitamente rinviato come in un Milleproroghe, di indicare priorità e soluzioni, così come suggerisce loro la tanto vilipesa “pancia”, sprezzantemente inascoltata in quanto populista, proprio come l’esperienza e la realtà che sta vivendo e i suoi effetti.

Circolano in rete molte “testimonianze” di gente della strada e anche di qualche soggetto più noto, come a suo tempo Sansa candidato alla presidenza della Liguria e trombato dal garante della produttività contro i parassiti, come in questi giorni il giornalista Golia che narra la sua epopea di infetto, abbandonato senza assistenza alcuna, pur in una condizione di relativo privilegio: ho avuto difficoltà io a sentire l’Asl o Immuni, figuriamoci le persone normali.  

E come lui possono testimoniare tutti quelli in quarantena alle prese con il primo interrogativo: ma la quarantena quanto dura? tutti quelli che hanno avuto una relativa fortuna, trovando risposta nel medico di base che come il dottor Tersilli gli ha fatto dire il fatidico 33 al cellulare e prescritto una tachipirina,  tutti quelli che sono stati ore in coda in macchina, o ore al telefono per effettuare una prenotazione online, inevasa, o  tutti quelli che per ipocondria o autentica preoccupazione sono rimasti ore in attesa fuori dal pronto soccorso, come quelli che hanno fatto la file per i tamponi. E tutti quelli che hanno dato retta al Direttore Sanitario dell’ATS di Milano che in un Tg di Sky ha dichiarato: “Non riusciamo a tracciare tutti i contagi… chi sospetta di avere un contatto a rischio o sintomi stia a casa.”

O i tanti che hanno creduto nella miracolistica app Immuni, del cui fallimento sarebbero colpevoli gli increduli che non ha potuto essere collaudata in Veneto o in Sicilia,  e che ha dato luogo a performance comiche dove invece è attiva e dove chi ha aderito entusiasticamente al contact tracing segnalando la sua accertata positività – alcuni casi sono stati denunciati dalla stampa e sui social – per avviare l’allerta è stato contattato dall’Asl di riferimento quindici giorni dopo che si era sottoposto al tampone.

Ecco, loro, una proposta l’avrebbero e alternativa all’ipotesi lanciata in un workshop di ministri e regioni     di assumere duemila soggetti incaricati di “sviluppare”  l’esecuzione dei tamponi, investendo risorse che da otto mesi dovevano essere stanziate per aumentare il numero di personale sanitario competente negli ospedali.

O forse ci vorrebbe un tumulto di facinorosi come quelli che si battono contro il Muos, l’uranio impoverito, i poligoni, per denunciare  la tendenza alla militarizzazione del territorio e della società, interpretato magistralmente dall’intesa siglata tra i ministeri della Salute e della Difesa per l’attivazione  dei “200 Drive-through” allestiti per eseguire i tamponi,  con circa 1500 militari interforze, quelli che sindaci e presidenti di regione vorrebbero reiteratamente per il controllo del territorio da convertire in repressione dei comportamenti trasgressivi e “malsani”  

E soprattutto suggerirebbero di fare quello che non si è pensato di fare da marzo: impegnare sforzi economici e organizzativi per potenziare la medicina territoriale, primo avamposto per prevenzione, diagnostica e applicazione razionale di sperimentazioni e cure individuate da anni e probabilmente efficaci, consisteva nell’imporre procedure speciali, vista la liberatoria data a provvedimenti e  misure eccezionali.

Uno sforzo questo, che avrebbe dovuto riguardare anche le forniture e le competenze delle Asl, sia per quanto riguarda il materiale sanitario, i farmaci, i dispositivi, anche adottando quei criteri di semplificazione e di eccezionalità che fanno parte del mantra della classe politica, quello che si usa ai convegni, nei think tank, o per demolire l’impianto dei controlli e della vigilanza.

Ma tanto, se, come si narrava un tempo, democrazia significasse partecipazione, sorveglianza dal basso dell’azione di governo, trasmissione  di bisogni e aspettative, quella cinghia di trasmissione relegata in soffitta con la paccottiglia arcaica del Novecento, non occorreva il Covid per piangere sulle sue patologie, c’è da temere,  incurabili.

Intanto però veniamo invitati (ormai è questa la semantica governativa della mano di ferro in guanti di velluto: raccomandare, suggerire,  esortare dolcemente pena censure, sanzioni, multe) a obbedire ciecamente a un sistema di mummie, quei valori del pensiero mainstream: efficienza, competitività, iniziativa, produttività, meritocrazia, tenuti su come gli scheletri  del Tunnel della Paura,  coi fili del profitto, dello sfruttamento, della sopraffazione, sempre robusti e forti.


Democrazia suicida

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi fa piacere dirvelo, però io ve l’avevo detto. Ve l’avevo detto che non era il caso di fare tanto gli schizzinosi e di andare a votare al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Perché era vero che si trattava dell’uso manipolatore dell’ultimo strumento partecipativo autentico ancora concesso, elargito come una mancia all’antipolitica ormai al governo e pure all’opposizione, a tutela della cerchia disposta a ridursi pur di conservare il sistema di selezione del personale e dell’intangibilità delle proprie élite.

Perché era vero che l’onorabilità della formazione del No era macchiata da presenze ingombranti e poco credibili.  Perché era vero che l’esito era scontato.

Però era altrettanto vero che era necessario dare una risposta politica al quesito inevaso  da autorevoli rappresentanti del Si e cioè quali garanzie e riscontri potevano esserci che un taglio lineare della rappresentanza influisse beneficamente sui criteri di scelta e sulle prestazioni dei parlamentari.

Però era altrettanto vero che non poteva non insospettire che a battersi per un atto dichiaratamente simbolico più che concreto ci fosse uno schieramento che copriva tutto il Parlamento con in testa quei babau che incarnano ormai il Male e l’oltraggio ai valori costituzionali.

Però era altrettanto vero che se si era legittimamente dubbiosi sulla qualità e gli effetti di un voto preteso dagli stessi che dopo che per un anno si erano gingillati intorno a riforme e disposizioni avevano poi optato per dichiarare la loro impotenza o inadeguatezza o cattiva volontà, delegando al popolo l’attuazione di principi già votati a maggioranza, ciononostante era preferibile non consentire che la vittoria, peraltro risicata del Si, si trasformasse in un plebiscito in favore della maggioranza.

Perché così è stato e potete accorgervene adesso, adesso che di giorno in giorno viene confermata la totale “superfluità” (traggo il termine dal Manzoni a proposito di altra pestilenza) del Parlamento, la cui eclissi benefica e desiderata dai molti che aspirano a un governo invisibile che amministri la cosa pubblica senza disturbare gli interessi privati, è sancita dal ricorso a  provvedimenti d’urgenza e misure esplicitamente autoritarie e accentratrici e la cui potestà è stata esautorata in favore di figure commissariali investite di potere decisionale oltre che di consulenza.

E se ne dovevano accorgere deputati e senatori opportunamente esclusi dal parterre e dal tavolo di Villa Pamphili, dove hanno fatto la parte del leone i veri decisori sovranazionali, invitati dal Governo a dare l’approvazione bonaria al compitino che doveva assicurare qualche elemosina imperiale.

Ogni tanto quelli che stanno attendendo fiduciosi che sia pure nelle more dell’emergenza si esprimano le potenzialità della pandemocrazia, che il Parlamento metta in produzione le attese riforme e gli auspicati ritocchi costituzionali, dovrebbero farsi un giretto nei siti istituzionali che riportano l’aggiornamento, si fa per dire, dei lavori delle Camere.

Avrebbero notizia oltre che l’attività si è limitata alla ratifica dei Dpcm di Conte, in materia di gestione dell’emergenza nelle scuole e in altri settori, comprese quelle in materia di intercettazioni con le disposizioni    integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta COVID-19, e di strategici accordi di cooperazione (cito) con Singapore, Turkmenistan, Qatar, Messico, a dimostrazione che non occorreva l’altro referendum, quello di Renzi, per stabilire che le Camere altro non siano che gli uffici dove gli impiegati appongono il timbro notarile sulle decisioni dell’Esecutivo.

Che se poi era importante il messaggio di trasparenza e pulizia, sarebbe ora di andare a spulciare sui conti e le “ricevute” a margine dell’attività delle autorità speciali e delle task force incaricate dal Presidente Conte con poteri eccezionali e sostitutivi.

Sarebbe legittimo aspettarselo da quelli che hanno registrato un inatteso successo con l’ostensione dei valori dell’onestà  e anche da quelli che invece hanno rivendicato la proprietà ideale dei principi di efficienza e meritocrazia, dai giornali che hanno per anni posseduto il monopolio della denuncia della caste e del malaffare a norma di legge,  oggi prudentemente accantonato per non disturbare i manovratori.

E sarebbe legittimo quindi conoscere l’esito dell’indagine aperta dalla Corte dei Conti sulle retribuzioni di funzionari e manager troppo elevate rispetto alla norma entrata in vigore dal 1 gennaio 2014  che metteva un tetto ai compensi dei dirigenti di aziende a controllo statale e che coinvolge direttamente Arcuri, ora a capo della task force che deve restituire 1,4 milioni dello stipendio percepito in qualità di Ad di Invitalia, incarico che continua a ricoprire in contemporanea a quello conferitogli da Conte.

Perché, sempre per restare in tema, c’è un’altra continuità con il passato che non si è mai rotta, quella del conflitto di interesse, se nelle strategia per il rilancio e la ricostruzione, temporaneamente rinviata a data da destinarsi, Invitalia rimane il più prestigioso e accreditato referente e interlocutore per le politiche di sviluppo in settori cruciali a cominciare dal turismo, dalle sue infrastrutture, dagli investimenti “dedicati” non sorprendentemente al sostegno a multinazionali e grandi gruppi, o del “digitale”, la nuova frontiera dell’occupazione, quella agile, mobile, creativamente precaria che piace alla gente che piace.  

E magari non sarebbe “normale” in democrazia  istituire una commissione parlamentare sulle risorse impiegate e i soggetti beneficati dal turbinoso ricorso ai banchi a rotelle, anche quello promosso da Arcuri, e accreditato come un banco di prova della capacità del governo di usare l’emergenza come opportunità per promuovere con la sicurezza sanitaria un sostanziale e efficiente “miglioramento delle condizioni del luogo privilegiato cui è affidata la formazione dei cittadini di domani” e del silenzio calato sulle  modalità e i tempi delle procedure  di appalto e sull’approvvigionamento sul territorio nazionale, interrotto in queste ore dallo stesso commissario che, in una intervista a Vespa, ha accusato le Regioni del Mezzogiorno di aver approfittato della sua azione magistrale e sapiente “per rifarsi le scuole” a spese del Governo?

Non sarebbe “sano” promuovere un’inchiesta sul business delle mascherine che è diventato il brand per imprese che intendono così l’innovazione tecnologica, con la conversione dinamica dalle auto ai bavagli, e, a sentire l’antimafia, per quelle criminali che aggiungono produzioni e distribuzione del prodotto di successo a business già attivi nel settore sanitario, grazie a iniziative congiunte con amministratori a tutte le latitudini?

Ormai i nomi dati al nostro sistema di governo si aggiornano, si modernizzano e non in meglio, postdemocrazia, oligarchia, cleptocrazia. E sanno parlare solo di rinuncia e tradimento.      


Marasma

Non c’è alcun dubbio che il Paese è ormai totale preda del marasma in una misura che non si riscontrava dall’ 8 settembre del 1943: un governo, ma diciamo pure un intero ceto politico incapace di tutto salvo che dell’opportunismo in una stagione in cui le opportunità si assottigliano e ormai si riducono al virus. Siamo arrivati al punto in cui il governatore del Veneto Zaia vuole mettere isolamento negli stadi 7 mila persone, a cominciare dalle 500  che hanno partecipato al Summer festival di Cortina dove uno ha starnutito ed è stato trovato positivo, stando ovviamente benone, ma ora tutti i presenti sono comandati ad andare a farsi il tampone allo Stadio del ghiaccio, secondo le ordinanze di questo aspirante Pinochet della pandemia e che forse dovrebbe essere il primo a dover essere seriamente curato.  Forse non ha ben capito in che consiste la questione dei tamponi o forse la usa per simulare un buon governo  o per impaurire i cittadini o forse perché c’è un lucroso giro d’affari dietro tutto questo. Sta di fatto che Zaia con tutta la sua ignoranza caprina delle questioni mediche e tuttavia la sua voglia di governare la cosiddetta pandemia secondo criteri amministrativo – autoritari  e non sanitari  è un po’ il simbolo del ceto politico nel suo complesso che  non ha né le idee, né la capacità organizzative per far fronte alla situazione e tanto meno la dignità di sottrarsi almeno in parte alla sagra internazionale della pandemia e al ruolo che in essa ha voluto ritagliarsi. Non sa più come cavarsela, come gestire il casino che ha combinato a reti unificate, cioè senza la presenza di alcuna reale opposizione la quale non si è sognata di proporre nulla e è arenata sulla miserabile e comunque marginale polemica sull’immigrazione dimostrando di non sapere proprio che dire.

Basta pensare a cosa sta succedendo intorno alla scuola dove ci sono stati sei mesi di tempo per pensare alla riapertura: eppure ancora non si sa bene cosa fare, nemmeno sull’inizio dell’anno, niente di quel poco e di quel grottesco di ciò che si era progettato è pronto, nessuno degli ineffabili banchi a rotelle è arrivato o di quelli individuali e non c’è la possibilità di formare molte più classi rispetto all’anno scorso, anzi forse di meno visto che parecchi docenti sembrano avere una comoda paura del contagio e vogliono bigiare, mentre altri non vogliono fare il test: dunque non si potrà procedere con le misure annunciate, peraltro del tutto inutili, di distanziamento e così mentre si cerca di riattizzare ad ogni costo la paura, si deve cedere sulle misure che ne sono il riflesso, il correlato più che altro simbolico, in una spirale comica dove al metro di distanza tra i corpi si sostituisce quella tra le bocche che così può scendere a 54 centimetri. Il tutto naturalmente subito asseverato dai cosiddetti comitati scientifici, un clamoroso fenomeno di analfabetismo medico ed equilibrismo carrieristico che fa vomitare.  Per non parlare del trasporto scolastico dove si sta sviluppando una paradossale discussione sull’affollamento dei bus che dovranno essere pieni solo al 70 per cento  ma no al 75% o forse all’80% come se in un ambiente chiuso questo davvero contasse almeno sui grandi numeri.  Tutto questo, assieme alla quarantena imposta anche ai genitori di eventuali contagiati significa una sola cosa: salterà anche quest’anno scolastico, accumulando un ritardo che non sarà più possibile recuperare.

Ma sì chiudiamo negli stadi gente che sta benissimo, continuiamo a confondere la risposta dei tamponi ( che misurano il contato con un qualunque coronavirus, non necessariamente con quello Sars cov 2) con il contagio e quest’ultimo con la malattia Tuttavia in questo bordello assoluto si capisce bene una cosa, che ad essere principalmente colpite sono le attività sociali di gruppo: musei, concerti, conferenze, momenti di svago collettivo, riunioni e manifestazioni sono vietati e sconsigliati, ma i supermercati e il lavoro in fabbrica dove è ormai assente qualsiasi tutela sanitaria vanno benissimo, ancorché diffondano il virus come i primi e anzi con maggiore velocità. Ciò che si vuole spezzare davvero è il sistema relazionale delle persone, non tanto salvarle dal raffreddore come dimostra il fatto che il lavoro a distanza quello tipicamente dei ceti impiegatizi, sembra non avere più un carattere temporaneo,a prescindere da qualsiasi virus presente o futuro, reale o imposto. Tutto questo però avviene perché lo stato di marasma colpisce per primi i cittadini che non sanno che pesci pigliare divisi tra la martellante paura indotta e peraltro vittime di una sanità ormai devastata e l’incapacità di decrittare le incongruenze di una situazione, le manipolazioni palesi dei dati e la loro stessa insensatezza scientifica, men che meno di opporsi a qualcosa che sta trasformando e impoverendo le loro vite e quelle dei loro figli, anzi pensano ancora che i loro torturatori siano i loro salvatori. Quindi meritano tutto ciò che accadrà loro.  In fondo l’immagine della gente chiusa negli stadi cileni per un golpe gestito dai primi gruppi di pressione neoliberista ( i famigerati Chicago boys) si adatta perfettamente alle immagini di oggi, ai tanti diffusi lager nei quali ci stanno dividendo con il pretesto di un virus veramente innocuo al confronto di chi finge di volerci salvare.


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