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Confusione all’inglese

elezioni-inglesiLa confusione è totale, sfida il paradosso anche se a quanto pare questo avviene  non solo in Gran Bretagna. Come si fa a incastrare nell’ambito di una stessa elezione alcuni dati del tutto contradditori fra loro che sembrano appartenere a puzzle diversi e incoerenti? Certo è singolare che dopo la vittoria del Brexit, il quale non ha cambiato una virgola nelle performance dell’economia brittanica e che al massimo le ha un po’ migliorate, risorgano i laburisti di Corbyn che erano contrari al Brexit e perda invece Theresa May che era subentrata a Cameron come la quasi eroina del distacco dall’Europa? Che l’Ukip sia praticamente scomparso è del tutto ovvio dopo il raggiungimento dell’obiettivo che si era prefisso, ma come è possibile che il 20 % di voto laburista che aveva intercettato proprio sul progetto di uscita dall’Ue, sia tornato a casa quando è evidente che un voto al labour significa mettere in crisi l’uscita? E come può accadere che vengano invece dimezzati gli indipendentisti scozzesi i quali con insondabile contraddizione volevano sì la separazione dal Regno unito, ma l’unione con l’Europa? Non si tratta solo di numeri, ma anche di idee: non riesco a comprendere come possa Corbyn, personaggio che ha il merito storico di aver messo in soffitto il blairismo, prospettare una sorta di new deal britannico, una nuova grande stagione di interventi publici e di nazionalizzazioni, ma al tempo stesso voler rientrare in Europa che di fatto li vieta, presa com’è dall’ossessione privatistica?

Si c’è molta, c’è troppa confusione. Ed è evidente che tra questa si faccia strada il potente meccanismo di persuasione e manipolazione dei media detenuti dall’oligarchia globalista, assieme ad altri strumenti di potere: se falliscono di fronte a una domanda diretta, come quella che solitamente viene posta dai referendum, sono invece abbastanza forti per determinare il consenso quando la questione viene posta in maniera indiretta e viene giocata su ambiti diversi anche se in aperta contraddizione fra loro, fino a che non prevale la linea del famoso 1% che rappresenta la fase ultima del capitalismo nel quale mercato e geopolitica si saldano, come è fin troppo evidente dalle vicende degli ultimi anni. Non c’è limite alle deformazioni possibili, compresa l’appropriazione indebita e subdola di concetti che la sinistra ha abbandonato o gioca in puro senso totemico.

Tuttavia proprio questo smarrimento degli elettorati che via via si vedono meno rappresentati ed esposti a choc emotivi come quello per esempio degli attentati di certa attribuzione, ma di enigmatica origine, (nello specifico caso inglese diretti contro la May, per sei anni ministro dell’interno e dunque responsabile della sicurezza) testimonia che siamo entrati  di una fase successiva rispetto al neoliberismo trionfante al suo culmine ideale tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. Si sceglie per confusione, non più per fede nei destini progressivi del mercato e anche se questo finisce sempre per mettere nel sacco gli elettori con il gioco delle contraddizioni ( ad esempio partito conservatore globalista per il Brexit, partito progressista invece contrario) pian piano si va facendo strada la consapevolezza di un fallimento delle formule rituali e direi quasi la nostalgia di qualcosa di diverso anche se ancora non si riesce ad afferarlo. Tutto questo causa un effetto ingovernabilità anche  nel Regno Unito, per decenni spacciato come esempio impareggiabile di saldezza che sarebbe dovuto a un sistema elettorale iper maggioritario, disegnato sulle regole del tennis,  che fa strame di ogni regola di rappresentanza. Insomma c’è il pericolo (naturalmente per lor signori) che la confusione man mano cominci a declinarsi come dubbio nei confronti del credo liberista e a quel punto non basterà la legna, la carta e i bit disponibili per bruciare gli eretici. Già è sufficiente Corbyn con la sua eccentricità  rispetto ai decaloghi della governance post thatcheriana e il suo rifiuto della socialdemocrazia in veste di pronuba del liberismo a testimoniarlo.

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5 responses to “Confusione all’inglese

  • Giulio Mario Palenzona

    Non trovo le grosse contraddizioni segnalate. A me pare che il popolo chieda semplicemente PROTEZIONE, ripristino delle tutele.
    Prioritariamente dalle minacce esterne, e la cosa era già stata fatta o cmq impostata con Brexit e il recupero della sovranità territoriale (da cui la dissoluzione di UKIP e l’indebolimento del fronte Tory), e a questo punto dalle minacce interne (austerity, o redistribuzione inversa dai poveri ai ricchi, flat tax e iperliberismo). Sul fronte del welfare interno, Corbyn ha saputo essere convincente al punto che gli hanno perdonato la fede eurista, diciamo confidando che il vincolo ad obbedire al mandato referendario è ritenuto troppo forte per essere sovvertito. Corbyn non ha mai detto che, malgrado fosse per Remain, avrebbe per questo messo in discussione l’esito a lui sgradito. All’inglese delle periferie non interessa eccessivamente che la Brexit sia soft o hard.

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  • learco

    Gli inglesi hanno votato per la Brexit, perchè avevano visto nella UE la roccaforte del neoliberismo e, poi, hanno scelto Corbyn non sulla base delle sue idee relative all’uscita dall’Europa, ma in quanto hanno valutato positivamente il suo programma, che prometteva forti investimenti in sanità, educazione e welfare e un deciso intervento pubblico nei settori strategici dell’economia.
    Credo che il popolo britannico voglia tornare al vecchio sistema socialdemocratico e al vecchio aureo isolamento insulare.

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