Annunci

Archivi tag: neoliberismo

Nevica sulle disguaglianze e sulla distruzione

jpegBuone, anzi ottime notizie per questo mese di consumi e regali: per meno di centomila euro potrete convertire una stanza della vostra casa in una specie di sauna al contrario dove mettervi sotto la neve in qualunque mese dell’anno. Certo divorerete un bel po’ di energia, ma volete mettere il divertimento di stare sotto i fiocchi come se foste in Lapponia? Se poi non riuscite a farvi fare un prestito dalla finanziaria cravattara per la vostra caverna della neve, con appena 300 euro potete acquistare una stampante 3d che vi permetterà di creare i più stravaganti pankakes, oppure un refrigeratore portatile per angurie o, se la cucina innovativa non è nelle vostre corde e siete a corto di idee, con la stessa cifra sarà vostro  un meraviglioso smatphone per cani che “consente agli animali domestici di avviare chat video bidirezionali con la semplice pressione di un pulsante posizionato sul pavimento della casa”. Se poi la gente crepa di fame in Congo per far sì che le multinazionali scavino indisurbate tantalio che serve ai produttori di telefonini a fare più profitto, non è colpa vostra che dopotutto siete a vostra volta uomini domestici. E’ per queste inutili schifezze che stiamo distruggendo il pianeta e consumando le sue risorse, provocando fra l’altro la perdita di suolo e di habitat vitali per il cibo.

Ma la crescita non può essere fermata, questo è l’imperativo degli oligarchi, della politica subalterna ed è il modo per distrarre le persone dalla loro condizione. Consumate e sarete felici, voi valete molto quando comprate e sempre meno quando lavorate, le sirene del marketing che usano le scoperte della neuroscienza per farvi desiderare di tutto, non dormano mai. E ovviamente qualsiasi oggetto del desiderio è ormai progettato per avere una vita media molto breve, vuoi dal punto di vista della funzionalità, vuoi da quello della desiderabilità o dell’usabilità, così che il ciclo non conosca cadute. Ma del resto che senso avrebbe l’esistenza dell’ homo consumatore senza il consumo? Alcune ricerche sembrano infatti dimostrare che il livelli di consumo sono pressoché identici tra chi sostiene di avere una coscienza ecologica, parrebbe comprendere gli impatti sull’ambiente e chi invece non ce l’ha o comunque se frega. Anzi i primi finiscono per consumare anche di più, effetto che va forse attribuito al maggiore reddito di queste persone: il meccanismo che si è instaurato ha una logica propria, che prescinde dalle intenzioni e dalla consapevolezza, come se fossimo posseduti. In qualche modo anche la più meticolosa opera di risparmio e riciclaggio viene prima o poi vanificata da qualche consumo che vale cento volte la monetina ambientale risparmiata. Il problema è che dentro questo sistema i singoli comportamenti non sono in grado di cambiare poco o niente, vengono inevitabilmente trascinati e travolti,  è il sistema stesso che deve cambiare.

Secondo una ricerca Oxfam la metà più povera della Terra contribuisce all’inquinamento del pianeta solo per il 10 per cento evidenziando così anche una drammatica disuguaglianza energetica. Che peraltro esiste anche all’interno delle società sviluppate: che ha un reddito familiare medio altro (individuato da Oxfam intorno agli 80 mila euro) inquina 175 volte più di chi appartiene al 10% più povero della popolazione: e dunque gli 830 mila italiani che dichiarano un reddito superiore ai 75 mila euro inquinano più di tutti gli altri. D’altronde una crescita media del 3% all’anno, ovvero quella ritenuta auspicabile da tutti i centri finanziari oltreché dai governi, porta a un raddoppio ogni 24 anni rendendo di fatto impossibile conciliare la visione neo liberista con la sopravvivenza, anche se non tutta la crescita implica la dissipazione di risorse naturali.

Tuttavia queste facce toste del neo liberismo e dell’oligarchia si giustificano e si assolvono con la clamorosa e sfacciata bugia secondo la quale  la crescita economica così concepita è essenziale per alleviare la povertà, cosa che non solo è smentita dall’evidenza dell’ aumento di disuguaglianza che possiamo ben sperimentare nella nostra vita concreta, ma persino dai loro stessi “uffici dei numeri”: la Word economic review calcola che il 60% più povero della popolazione mondiale riceve solo il 5% del reddito aggiuntivo generato dall’aumento del pil così che per ridurre e per giunta di poco la povertà occorrrebbe una produzione complessiva uguale a 175 volte quella attuale, ovvero impossibile. In compenso però muovono i loro fili per creare teorie, concetti, illusioni e persino settarismi salvifici che in realtà non servono proprio a nulla se non a dare la falsa impressione che si possa davvero fare qualcosa all’interno di questo sistema economico, e renderne dunque più facile la  sopravvivenza nonostante contraddizioni e aporie. Per questo il discorso economico appare ormai fuori persino, in qualche modo astratto e frivolo, una pezza di appoggio per il potere di pochi. Occorre ricominciare dai bisogni reali e non dai profitti per creare un mondo diverso da quello del lusso privato e povertà pubblica, ricchezza di pochi e povertà dei tantissimi: prima ancora di una scelta politica diventerà una scelta di sopravvivenza.

 

Annunci

La fame e gli affamatori

fat_kits_eating_mcdonaldsOgni giorno ci tocca sentire sciocchezze dei neo liberal ignoranti, bugie pietose, menzogne sfacciate e verità di zucchero filato quando chi propala narrazioni abonormi rischia di essere smascherato. La possibilità di scelta è pressochè infinita, viviamo immersi come sottaceti nell’inautentico, nel non esserci potrebbe dire  Heidegger che d’altra parte se ne intendeva parecchio. Il peggio di questa rappresentazione al minimo livello possibile dell’umanità, non è però l’inganno o la rappresentazione fraudolenta, ma la verità amputata delle proprie ragioni, quella che sembra navigare nel nulla come una fata Morgana, quella fatta passare come un dato di natura e dunque inevitabile.

Recentemente l’Onu nel suo rapporto sulla sicurezza alimentare e la nutrizione ci fa sapere che nel 2016 le persone che rischiano di morire di fame sono 815 milioni, vale a dire 82 milioni in più rispetto all’anno precedente, un dato che dai primi rappporti sul 2017 è destinato ad aumentare ancora e di molto quest’anno. Tuttavia questa situazione di drammatico degrado viene affrontata come se fosse un puro dato contabile o una spiacevole calamità naturale senza nemmeno tentare di capire le ragioni di ciò che avviene. Et pour cause: perché mettere il dito sulle cause ovvero sull’affossamento dell’agricoltura locale in favore dei profitti delle multinazionali alimentari, la trasformazione di milioni di ettari da policoltura e allevamento, in monoculture destinate quasi in toto all’esportazione e di fatto divenute aree franche defiscalizzate, la progressiva scomparsa dei piccoli agricoltori abbandonati alla mercé dei cosiddetti mercati internazionali, chiamerebbe immediatamente in causa quel sistema liberista che poi, attraverso il braccio secolare dell’impero, tiene la stessa Onu per le palle, tanto per usare un’espressione aulica.

In due parole la fame aumenta a causa della mondializzazione che tanto piace a quel migliaio di persone che detiene i tre quarti della ricchezza del pianeta e alle vittime consapevoli o meno della loro egemonia culturale, sinistre rituali comprese o quelle che pensano di contribuire a una soluzione con i 9 euro al mese. Ed ecco allora che l’Onu individua le cause della crescita enorme della malnutrizione non nella struttura stessa della produzione, ma nei cambiamenti climatici e nelle guerre, (spiegazioni peraltro evitate in altre sedi) cosa che peraltro non corrisponde alla geografia della malnutrizione dove invece le multinazionali producono a più non posso. Evidentemente il cambiamento climatico funziona come la nube di Fantozzi che si accanisce contro i poveri, come del resto le guerre, tutte, nessuna esclusa, di origine occidentale e dunque con i piedi ben saldi nel sistema di comando e nella sua totale amoralità.

Di certo non è il riscaldamento globale che costringe decine di migliaia di bambini e adolescenti a lavorare nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio che fruttano enormi profitti alle note Nestlè, Lindt, Mars o Ferrero e compagnia cioccolatante (vedi qui ) oltre a distruggere quasi totalmente la foresta e a impoverire il Paese invece di arricchirlo. Ma il buon occidentale si preoccupa dell’olio di palma, dimostrando che certe campagne non nascono a caso. E non è certo per via dei cambiamenti climatici che Mali e Niger vivono nella più estrema miseria mentre la francese Areva ruba loro l’uranio di cui dispongono e con le sue truppe cerca di mantenere libere le strade del flusso di minerale, suscitando così rivolte e terrorismo, che poi viene immancabilmente deplorato dal mainstream. Un fatto anche questo che contribuisce a distruggere l’agricoltura e l’allevamento locale. Sono solo esempi di una realtà variegata e complessa, ma

L’ipocrisia sulla quale si reggono queste verità prive di ragion sufficiente, è la stessa che ha ribattezzato l’ insieme di aree che una volta facevano parte del mondo del sotto sviluppo in Paesi in via di sviluppo o emergenti, così da rendere meno stridente la contraddizione tra grandi profitti di rapina e strutture evolute con la fame nera delle popolazioni. La promessa di benessere infinito garantito dalla fine della storia, dalla mondializzazione felice e dalla deregolamentazione dei mercati si è tradotta come ormai troppo spesso accade in nominalismo farisaico  nel tentativo di nascondere la realtà che ormai in ogni sua forma presenta diseguaglianze del tutto inedite nella storia, cosa che ai malati di liberismo appare come una cosa positiva. Il che fa del pensiero unico la vera droga da mettere al bando.

 


Trump e la disuguaglianza radicalizzata

lead_960Cosa sia il neo liberismo lo dimostra l’ultima riforma fiscale messa a punto da Trump: quasi dimezzamento delle tasse alle imprese che scenderanno dal 39% al 20%  e aumento invece per quelle dei poveracci che finora pagavano il 10% su un reddito di 7500 dollari l’anno e adesso si troveranno a dover pagare il 12%. E’ proprio in queste due cifre che si situa l’immoralità profonda di una visione sociale. Poco importa che per i redditi singoli gli scagioni dovrebbero essere portati da 7 a 4 con modesti vantaggi per le classi medie  (poi bisognerà vedere che ne sarà delle attuali detrazioni) via via più consistenti quanto più alti saranno gli imponibili, realizzando in tal modo una sorta di progressività al contrario. I massimali rimarranno tuttavia  invariati e pari al 35%  massimale per un reddito massimo di mezzo milione di dollari e del 39,6% da questa cifra all’infinito per le tasse federali ovviamente: comunque la differenza tra singoli cittadini e imprese diventerà enorme.

Non importa nemmeno che Trump nella sua ottusità da miliardario continui a pensare che agire solo sull’offerta possa favorire la crescita quando ormai c’è la dimostrazione del contrario praticamente dovunque, Usa compresi quando con  Reagan la crescita del pil si trasformò immediatamente in debito pubblico in parte tenuto in piedi, come sappiamo, manu militari – proprio in questo senso che si devono intendere le sparate presidenziali sulla potenza statunitense: nessuno osi toccare i meccanismi che ci permettono di avere un debito stratosferico senza pagare pegno – in parte assorbite dalla caduta del welfare. I soldi che arriveranno nelle casse delle corporation, aumentate peraltro da nuovi privilegi, prenderanno immediatamente la strada della finanza e delle borse, magari della speculazione sul debito. Tanto più che al di fuori del settore militare e automobilistico le imprese americane producono altrove. E gli 80 milioni di cittadini più poveri non solo dovranno pagare di più, ma si vedranno tagliare servizi e assistenza. Però sono dei perdednti, è colpa loro se non sono ricchi, dunque che crepino.

Ma dentro questa riforma fiscale c’è molto di più: abbiamo parlato di imprese e di singoli cittadini, ma tra questi ci sono differenze che ormai divengono enormi e che fanno realmente pensare alla creazione di una casta di privilegiati; azionisti e manager – spesso remunerati anche con titoli – verranno di fatto sollevati dalla tassazione con l’esenzione totale delle imposte su dividendi e plusvalenze, diventeranno cioè cittadini ricchi e tassati ancor meno che la nobiltà sotto il Re Sole. Ora diamo anche per scontato che si possa ancora pensare a un ruolo salvifivo dell’abbattimento delle tasse alle imprese dentro un mercato stagnante e tenuto in piedi con straordinari aumenti di debito privato che diventa vieppiù inesigibile, ammettiamo giusto per ipotesi che le corporation non vogliano portare in cassa anche gli eventuali sgravi di imposta sui singoli dipendenti attraverso cali di retribuzione, come invece di solito accade, ma la detassazione  dei dividendi e delle plusvalenze che riguarda in concreto o la speculazione finanziaria delle aziende o i singoli azionisti ha un ruolo marginale con la logica centrale della destassazione di impresa come panacea per una crescita reale. E’ in realtà la creazione di una razza padrona per via fiscale.

A questo si deve aggiungere – e di questo abbiamo esempi concreti anche da noi – che i regalini fiscali fatti in presenza di forti riduzioni delle imposte di impresa e di tassazione dei più ricchi, hanno vita breve e vengono ben presto falcidiati dall’aumento del costo dei servizi, dall’erosione del welfare e delle pensioni quando non da altre tassazioni surrettizie o indirette. E per i più poveri che aumentano in continuazione, costretti a lavori precari o episodici persino in tarda età, questo passo del gambero diventa drammatico e annuncia un disegno di radicalizzazione della disuguaglianza. D’altronde quando fare più profitti significa pagare meno tasse questo processo è inevitabile e non li vuole affatto evitare, ma accelerare.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: