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Overdose di Usa

cee635145ad7a438ae066c6b737ab964_LNon c’è telefilm, serie o anche cinema di serie a e b proveniente da oltre atlantico, dunque l’ 80% del cosiddetto intrattenimento, in cui non si faccia cenno nelle più diverse situazioni al sogno americano, ovvero a qualcosa di sempre più inafferrabile, non più identificabile tout court con la possibilità peraltro molto remota di far fortuna, ma semplicemente con l’eventualità di farcela a pagare mutui, prestiti e bollette, a rimanere ancorati con le unghie e con i denti alla cosiddetta classe media, nonostante la moltiplicazione di lavori che non consentono di vivere dignitosamente. L’importante è che qualcosa di ovvio e di ormai globalizzato nella sua faticosa e diseguale banalità, sembri tuttavia speciale e unico, reso possibile e concepibile grazie allo stile di vita americano.

Peccato che questo stile di vita innalzato sugli altari di un rozzo rito pagano presenti caratteristiche maligne che ne fanno un lungo incubo. Già è noto ad esempio che gli Usa presentano la più numerosa popolazione carceraria del mondo a seguito di una eccezionale densità del crimine: oltre sette milioni di americani sono detenuti o sottoposti a misure di custodia, un cittadino su 32, il 25 per cento dei carcerati nel mondo è un abitante degli States che hanno tuttavia il 5% della popolazione mondiale. E’ il chiaro sintomo di un inquietudine che carica su di sè le antiche ingiustizie e le nuove disuguaglianze ma che non riesce se non occasionalmente ad esprimersi in maniera collettiva come critica alla società e a tradursi in politica, rimane prigioniera di un sistema politico senza possibilità e volontà di evoluzione e tende a manifestarsi come ribellismo individuale. Ma adesso accanto a questa piaga se ne è aperta un’altra, parallela, quella dell’uso massiccio di droghe pesanti. Recenti statistiche riportate dal New York Times attestano che nel 2016 le morti per overdose sono arrivate a 65 mila, facendo un balzo di 10 mila rispetto all’anno precedente. Un 2015 nel quale già gli Usa erano di gran lunga in testa a questi numeri drammatici con 246 morti di overdose per milione di abitanti, qualcosa che racconta di uno stile di vita dal quale si cerca una qualche fuga e che supera di 10 volte la media europea e 30 quella italiana).

Il boom cominciato una decina di anni fa e alimentato dalla crisi è stato favorito dallo sviluppo delle droghe sintetiche derivate da incroci tra vecchie droghe e farmaci sviluppati per le cure palliative fisiche e psicologiche, ma questo è solo un particolare tecnico anche se la straordinaria farmacopea da copertura dell’angoscia potrebbe andare perfettamente nel senso del discorso. La cosa da notare è che il maggior numero dei decessi non avviene tra neri e latini, ma tra i bianchi ed è concentrata principalmente nella zona nord est del Paese in quella fascia che va da Washington e dalla Virginia verso il nord fino al Maine e all’Ohio, mentre zone alle quali va subito l’immaginazione, come per esempio la California o le grandi città come New York hanno numeri relativamente bassi. E’ singolare, ma significativo che il massimo disagio si abbia in quel nucleo iniziale degli States dove il noto “stile di vita” si è creato, è divenuto il credo ufficiale dell’elite di comando e dove tutt’ora ha il suo zoccolo duro.

Un’altra cosa che forse andrebbe notata è che il numero di morti per overdose è altissimo in Usa, ma anche molto alto in Canada, in Australia, in nuova Zelanda, mentre in Gran Bretagna è più ridotto (60 morti per milione) ma stratosfericamente più alto che nel resto d’Europa tanto che il Regno Unito rappresenta da solo un terzo dei decessi dell’intero continente. Africa, Asia, persino l’America latina  vengono molto dopo. Insomma il fenomeno non pare tanto collegato né alla povertà, né all’entità dei redditi medi e sembra invece correlato geograficamente e culturalmente all’impero anglosasson, al relativo “stile di vita” tutto basato sull’individualità di cui esso è stato storicamente il portatore fin dai tempi di Hobbes e che si è degradato con il neo liberismo a vera e propria teoria della disuguaglianza. Sarebbe impervio dare a questa correlazione la sostanza di una certezza, ma anche colpevole trascurare questi indizi dell’overdose a cui andiamo incontro.

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I complotti del capitalismo totalitario

cospirazione-e-complottoNon mi sono mai piaciute le teorie cospiratorie che tendono a sostituire con qualche facile succedaneo logiche complesse e che inevitabilmente finiscono per diventare facile preda dei cecchini mediatici anti post verità. Tuttavia nella complessità delle cose esistono anche i complotti, di quelli proprio a tutto tondo grazie ai quali le logiche di fondo fanno balzi in avanti,e servono  per giunta chiarirle a stesse. Uno di questi, risalente al secolo scorso, probabilmente la madre di tutti i complotti liberisti è stato recentemente svelato dalla giornalista  Nancy MacLean in un libro pubblcato un mese fa da Penguin: “Democracy in chain: the deep history of the radical right’s stealth plan for America”.

Nel 2013 la MacLean si è imbattuta in una casa deserta nel campus della George Mason University di Virginia, una di quelle università destinate a fabbricare classe dirigente più che a creare conoscenza, nella quale giacevano gli archivi di un uomo morto inquello stesso anno e che ai più è sconosciuto: James McGill Buchanan. Probabilmente non avrebbe fatto troppo caso alla scoperta se per prima cosa non avesse trovato una pila di lettere riservate riguardanti milioni di dollari trasferiti all’università dal  miliardario Charles Koch, noto per essere tra i fondatori di una fondazione ultraliberista e uno che ha dichiarato di esssere tra i più grandi finanziatori dei repubblicani più destra e le cui numerossisime industrie, assieme a suoi altrettanto numerosi amici, spendono centinaia di milioni di dollari ogni anno e per azioni lobbistiche (dai 300 ai 400 milioni secondo dichiarazioni ufficiali solo per la riforma fiscale che abbassa le tasse dei ricchi) .

Ma andiamo per ordine. Chi è o meglio chi era Buchanan? Un economista, ovviamente dotato di falso Nobel (il premio è in realtà conferito privatamente dalla banca di Svezia e non c’entra proprio nulla col Nobel vero)  che è stato uno dei tanti estremisti del neo liberismo: sulla scorta di Hayek e von Mises, ma anche del suprematista della proprietà John C Calhoun, ha sostenuto che l’unica libertà consiste nel diritto assoluto di utilizzare la proprietà e che ogni istituzione la quale colpisce questo diritto è un agente di oppressione, sfruttando i proprietari ovvero i ricchi per conto delle masse non meritevoli. Il tutto si condensava poi nella teortia della scelta pubblica per la quale una società non può essere considerata libera, a meno che ogni cittadino non abbia il diritto di veto sulle sue decisioni. Ciò che intendeva con questo era che nessuno dovrebbe essere tassato contro la propria volontà. Disgraziatamente i ricchi sono sfruttati da persone che usano i loro voti per esigere soldi che altri hanno guadagnato, attraverso imposte involontarie per sostenere la spesa pubblica e il benessere generale. Permettere ai lavoratori di formare sindacati e imporre imposte sul reddito graduali sono forme di “legislazione differenziale o discriminatoria” nei confronti dei proprietari di capitali. Perciò egli sosteneva  che “il dispotismo può essere l’unica alternativa organizzativa alla struttura politica che osserviamo”.

Insomma un vero cretino e proprio e proprio per questo estremamente pericoloso come dimostra anche il fatto che fu tra i più assidui consiglieri di Pinochet, provocando con i suoi consigli il disastro economico del Cile nell’ ’82. Però in questa desolante storia dell’idiozia occidentale cosa c’entra il complotto? C’entra perché queste teorie parvero oro colato a Charles Koch (il settimo uomo più ricco degli Usa) che cominciò a versare milioni di dollari perché il lavoro di Buchanan alla Madison fosse il più proficuo posibile e si servì di lui per creare i quadri di una rivoluzione antidemocratica. I documenti che Nancy Maclean ha scoperto mostrano come Buchanan abbia affrontato questo delicato compito espressamente conferitogli dal miliardario, partendo dal principio che “il segreto conspiratorio è in ogni momento essenziale”: così ha costruito un programma nel quale, anche ai collaboratori, ai complici e ai comprati, non doveva venire mai rivelata la destinazione finale, ma occorreva procedere passo per passo e in maniera tale da confondere: per esempio, nel cercare di distruggere il sistema della sicurezza sociale, si sarebbe sostenuto di volerlo salvare dal fallimento attraverso una serie di “riforme” radicali, cosa che come sappiamo è ormai moneta corrente in ogni proclama della politica politicante subalterna. Insomma il piano era quello di costruire una “controintelligenza”, alleata ad una “vasta rete di potere politico” che avrebbe dato origini a nuove istituzioni.

Tutte cose che erano realizzabili attraverso la rete di thinktantk che Koch e gli altri miliardari sponsorizzano, attraverso la colonizzazione dei partiti, dei media, delle amministrazioni possibili grazie alle deregulation e alla diponibilità pressoché inesauribile di denaro. E che dagli Usa si sono propagate al resto dell’occidente con tesi pressoché identiche, anche se dette e agite da facce diverse, comprese quelle ebetiformi nostrane. Dunque un complotto per una sorta di capitalismo totalitario c’è eccome e se lo si vuole riassumere in poche parole è la lotta di classe alla rovescia, la battaglia tra due visioni pressocchè incompatibili tra libertà economica e libertà politica, tra la stagnazione storica e l’evoluzione, tra la civiltà e il suo degrado.


Welfare o fitness?

employee-benefits-welfare.aziendaleOggi mi scuserete se abbandono le tristi cronache e mi dedico a una questione linguistica che potrebbe apparire marginale, ma che è invece al centro del dibattito politico, intendo quello serio, non il bailamme parlamentare. Come tutti sappiamo da molti anni, sotto l’impulso della reazione bottegaia del berlusconismo è scomparsa l’espressione Stato sociale che era in precedenza era comune per adottare l’espressione inglese Welfare, divenuta di fatto ufficiale. Apparentemente potrebbe sembrare che si tratti di una delle tante sostituzioni linguistiche che un Paese alla periferia dell’impero adotta un po’ per mancanza di fantasia, un po’ per passività indotta e un po’ per il suo soverchiante provincialismo.

Ma in questo caso se la forzatura si radica in questo terreno ambiguo, deriva però da uno specifico e intenzionale progetto: quello di eliminare un’espressione come stato sociale e l’insieme dei suoi significati in favore di una parola di contenuto molto più vago e indeterminato la quale  nella sua dizione completa di Welfare State fu coniata in Gran Bretagna all’indomani della prima guerra mondiale, creandola dalla locuzione to fare well, andar bene già usata in versione sostantivante nel vocabolo farewell ossia addio. E infatti si trattava proprio di un addio al concetto stesso di allo stato sociale, ovvero di quello che agisce in favore dei cittadini e delle classi disagiate al di là delle logiche di mercato, considerando dignità e diritti come un primum della sua azione, sostituendo tutto questo con un confuso concetto di benessere che di fatto nell’accezione odierna, ovviamente americana, coincide con i benefit aziendali. Nella prospettiva neo liberista non c’era nulla di più raccapricciante dello stato sociale perché c’era lo stato che si oppone al cosmopolitismo multinazionale e c’era anche la società che com’è noto per costoro non esiste se non come organismo indifferenziato dal quale succhiare sangue e futuro, come allevamento intensivo di consumatori compulsivi. Significativamente infatti dalla locuzione è completamente stato escluso fin dall’inizio State per evitare che il concetto espulso dalla porta tornasse dalla finestra e lasciando solo Welfare che sembra fresco e moderno, ma che di per sè non significa nulla e potrebbe essere sostituito tranquillamente da fitness.

Usare la nuova parola dava poi la podsibilità di sostituire il residuale stato sociale, con stato assistenziale per la felicità dei più idioti e facendo così sopravvivere solo l’accezione negativa del concetto. La lotta di classe al contrario è fatta anche di parole, di comunicazione o assenza di comunicazione reale e naturalmente ha nell’inglese, lingua ufficiale del neoliberismo e del mercato, il suo correlativo ideale non solo per ovvi motivi imperiali, ma per la sua struttura compulsivamente sostantivante e assieme inesorabilmente contestuale. Discutere di questo ci porterebbe però lontano dal discorso che invece vuole mostrare come questa semplice sostituzione di parola sia al centro di ciò che rimane del dibattito politico perché è evidente che l’esistenza dello stato, nazionale o meno, è fumo negli occhi per i poteri reali non elettivi, dunque sottratti ad ogni sgradevole e inopportuno controllo popolare, come per esempio la Bce, la Fed, le banche centrali o anche le grandi concentrazioni finanziarie. E naturalmente senza lo stato non si può avere nemmeno il sociale, tutto è delegato al mercato.

In fondo è proprio in questo groviglio di concetti che si consuma lo psicodramma della sinistra continentale che ha in odio i Paesi, le nazioni, le sovranità (sovranismo è una parola che eviterei per le sue ambiguità) che tuttavia sono anche la base della cittadinanza, ma a causa di questa idiosincrasia deve anche rinunciare all’idea di una rappresentanza sociale che non sia solo puramente formale. Si è aggrappata anch’essa al welfare, al cosmopolitismo mercatista e a un progetto europeo che non è cosa diversa dalle piccole patrie, ma solo una loro sostituzione con il vantaggio di poter fare a meno della democrazia reale. Incapace di uscire fuori da questo maelstrom civetta con i movimenti cittadini, l’assemblearismo senza potere e rimane vittima di una concezione comune e direi cosmopolita della repressione. Forse bisognerebbe ricominciare dalle parole.

 


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