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Casino Royale

caAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ti dice che sia una disgrazia, chi ti dice che sia una fortuna, verrebbe da dire oggi, quando tutti se ne escono con una massima da saggezza popolare die nostri vecchi, quelli che morivano di morte naturale e non di concomitanza di pandemia, cancellazione del diritto di cura, patologie pregresse: nulla sarà come prima!

Certamente sarebbe una disgrazia:  perché è stato il “prima” che ci ha fatto precipitare in un accadimento a lungo preparato dall’orgia neoliberista, dal processo di globalizzazione che ha fatto circolare liberamente armi destinate alla imprese di conquista e sfruttamento, i capitali da investire nel casinò finanziario, una “etica” del merito che deve convincere che sono degni di ottenere beni, rispetto e tutele solo quelli che “servono” al profitto,  che socializza malattie, inquinamento, milioni di lavoratori senza garanzie sradicati dai loro luoghi nativi, immiserimento delle classi subalterne, mentre privatizza a beneficio di pochi formidabili risorse economiche e gli strumenti politici, tecnologici e mediatiche per assicurarne  il controllo e il possesso.

Certamente sarebbe una disgrazia, perché se è evidente che la pressione della malattia e le morti sono da imputare allo smantellamento del Welfare,  agli effetti dei decenni di privatizzazioni e di tagli alla spesa pubblica che hanno colpito con particolare severità le strutture e le risorse professionali,  delle quali solo oggi si riconosce l’esigenza,  del sistema sanitario, è altrettanto chiaro che tutto non sarà come prima, sarà peggio di prima perché la collettività che si è vista negare assistenza e cura, sarà chiamata a pagare di tasca propria i costi della crisi “virale”,  proprio come ha “risarcito”  le speculazioni criminali delle banche, i fallimenti e gli assassinii di aziende svendute e la loro scia di sangue.

Certamente sarebbe peggio di prima, perchè  significa non solo dismettere la legittima aspettativa che si dia avvio a un new deal, a una fase di ricostruzione del sistema sociale, con investimenti indirizzati verso le infrastrutture, la tutela del territorio, la ricerca, ma affrontare le tremende conseguenze economiche della paralisi delle attività: aziende chiuse, artigiani a spasso, negozi che non fanno parte del circuito delle grandi catene, soffocati da affitti, tasse, sempre vigenti malgrado l’inattività, il tutto combinato con i vincoli esterni che impongono la rinuncia alla difesa  degli interessi nazionali richiesti dalle frattaglie di una Europa  a conduzione franco-tedesca priva di ogni legittimazione democratica.

Certamente potrebbe essere una fortuna se davvero si imparasse la lezione della storia, se davvero il sollievo di essere sopravvissuti all’evento epocale sapesse rendere tutti più consapevoli della obbligatorietà di riconquistare l’autodeterminazione che ci è stata consegnata dalla resistenza e messa per iscritto dalla Costituzione, respingendo la pressione che viene dagli enti regionali che rivendicano maggiore autonomia, quando abbiamo provato cosa significa il mancato coordinamento tra Stato e  periferia, quando si è avuto conferma che il federalismo ha coperto di una coltre ideologica l’aspirazione a sottrarre risorse al settore pubblico per beneficare soggetti privati, nell’assistenza come nell’istruzione scolastica e universitaria.

Certamente potrebbe essere una fortuna se uscissimo dal terrorismo culturale che è stato esercitato nei confronti del ruolo della partecipazione democratica retrocessa a populismo e della funzione dello Stato centrale, arretrata a sovranismo, per ristabilire quei principi di sovranità economica, monetaria, politica, abiurati per compiere l’atto di fede nei confronti dell’Europa e rinnovare continuamente la manifestazione di ubbidienza e uniformità al contesto atlantico, come addirittura succede in questi giorni, quando non è prevista la quarantena per l’attività industriale del polo di Carneri di produzione degli F-35.

Potrebbe essere una fortuna se davvero saranno serviti gli scioperi degli operai che non vogliono essere condannati alla trincea in fabbrica senza le condizioni minime di sicurezza, se sarà servita la collera che suscita la Ministra in forza a Italia Viva che predica sulla inopportunità della protesta, se ci ricorderemo dopo del patto osceno stretto da Confindustria, governo e parti sociale che non prevede obblighi vincolanti da parte del padronato nel rispetto dei criteri per la tutela della salute nei posti di lavoro,  per reclamare che requisiti di salvaguardia siano indispensabili e inderogabili, per contrastare la peste sempre attiva  dello sfruttamento.

Potrebbe essere una fortuna  se gli inni alzati dalle finestre e sulla rete per celebrare il sacrificio di chi produce e lavora alimenti, o li consegna, di chi procura che esca l’acqua dai rubinetti, si accenda la luce se premiamo l’interruttore, ci fa parlare su Skype coi parenti lontani, insomma la gente come noi, non le major della spesa online, non i gigante delle telecomunicazioni, non i manager delle multinazionali,  davvero si traducessero nel rifiuto alla cancellazione dei valori, delle conquiste e dei diritti del Lavoro, oggetto di “riforme” che hanno magnificato e realizzato la rinuncia alla dignità, alla difesa delle prerogative maturate e meritate,  che hanno costretto alla scelta, salario o salute, a subire il ricatto, fatica o tutele.

Il fatto è che dipende solo da noi che niente sia come prima, o peggio di prima. Non dipende dalla fortuna o dal fato avverso, nemmeno dai tenutari del Casinò: chi vuole la libertà di scelta, il rispetto della dignità, la consapevolezza e la tutela dei diritti, deve saper dimostrare di guadagnarseli, conquistarseli e conservarli.


Appunti di epidemia

bare-bergamSo che state guardando l’impressionante fila di bare dei morti nella Bergamasca e avete letto o visto le immagini dei camion militari nella notte che trasportano i corpi delle vittime del virus con la stampa che strilla, “troppi morti,non ci stanno più nei cimiteri”: beh basta che facciate come con il telecomando, cambiate canale e chissà mai che non torniate in voi stessi perché la foto è un falso, si riferisce al naufragio di Lampedusa del 2013 e il resto con i camion è forse la macabra messa in scena dell’apocalisse voluta non sappiamo bene da quale untore della paura, perché basta fare quattro conti delle elementari per vedere che nella Bergamasca muoiono normalmente una trentina di persone al giorno con un’ incidenza però molto maggiore nei mesi invernali di inizio anno, dunque i famosi 386 morti in una settimana sono la quasi normalità. D’altronde per numero di abitanti è probabile che 800 persone all’anno muoiano in quest’area per infezioni ospedaliere di tipo polmonare che falciano 49 mila persone l’anno in questo Paese (ed è presumibile molto di più in questo inverno 2019 – 2020). Com’è che improvvisamente c’è bisogno dei camion militari per trasportare un numero di morti normale? Chi ha inventato questa sceneggiata che stride con i dati dell’Istituto superiore di sanità per il quale sono solo 3 i morti accertati per coronavirus?

E’ qualcosa che dovrebbe consolarvi, ma siete sicuri di non avere qualche coronavirus in corpo? Sudate freddo perché certamente ce l’avete: si tratta di una diffusissima famiglia virale che comprende tipologie del tutto innocue, altre un po’ più cattive responsabili del raffreddore, altre che misteriosamente compaiono e scompaiono come quelli della Sars e della Mers venute fuori in periodi topici della campagna afgana e mediorientale  di cui non si sa più nulla (com’è accaduto per l’aviaria per la quale abbiamo buttato 30 milioni di dosi di vaccino pagate a care prezzo) , altri ancora sono stati sperimentati come proiettili contro le cellule tumorali. Forse, anzi all’80 per cento dei casi siete anche venuti a contatto con qualche mutazione del Covid 19 che come tutti i virus di questa categoria è variabilissimo tanto da essersi già suddiviso in molti ceppi: fare un vaccino sarà inutile, ma le aziende farmaceutiche guadagneranno decine di miliardi per questo, così come le strutture ospedaliere private che prendono migliaia di euro dal servizio sanitario nazionale per ogni giorno di degenza di un ammalato che non può essere assistito da una sanità pubblica via via ridotta al lumicino.

Allora di cosa stiamo parlando visto che il nuovo virus “copre” esattamente il ruolo dell’influenza e al massimo ha una maggiore capacità d interessare i polmoni, creando un’emergenza non medica, ma sanitaria, visto che i banali ventilatori polmonari sono insufficienti e peraltro costano il doppio che nel resto d’Europa? Perché adesso ci dicono di non prendere antinfiammatori e fans, consigliatissimi invece per l’influenza quando essi  diminuiscono le capacità di risposta dell’organismo durante qualsiasi infezione virale? E se il Covid 19 fosse semplicemente l’ultima goccia che si aggiunge all’aria inquinata e densa  di microparticelle di veleni che ostacolano le naturali difese dell’organismo nel combattere l’invasione di agenti patogeni? Davvero ha un significato chiudere il Paese invece di concentrarsi sulla tutela delle persone che per età e/o condizioni patologiche pregresse, sono le uniche davvero sensibili a un virus non particolarmente patogeno, ma che potrebbe spezzare equilibri già precarissimi? Non dobbiamo guardare allo sforzo straordinario della Cina per stroncare l’infezione e dedurne immediatamente che il pericolo è in relazione allo sforzo: Pechino deve sopportare il peso di una guerra asimmetrica nella quale il virus avrebbe potuto giocare un ruolo chiave ed è dovuta ricorrere agli estremi rimedi. Stiamo forse nascondendo dietro quella che Giorgio Agamben ha definito “invenzione di un epidemia” lo sfascio della Ue, nella quale ognuno ormai difende a suon di centinaia di miliardi le industrie e la sovranità nazionali che noi abbiamo mandato a remengo? Sono domande lecite visto che opinionisti fino a ieri adoratori della Ue e mangiatori di loto della sorosfera, adesso sventolano la bandierina tricolore, poveri e patetici voltagabbana abituati a fare da coreuti di una delle più ottuse e vergognose classi dirigenti.  E del resto il fatto che venga scoraggiata, anzi quasi vietata, la diffusione di notizie positive, specialmente da parte di trucidi assoluti come Zaia che paga mascherine col leone di San Marco, già a pezzi dopo qualche ora, la dice lunga su chi soffia sul fuoco dell’enfasi.

Così come è lecito pensare che l’epidemia sia l’occasione per un neo liberismo ormai incastrato dentro le sue contraddizioni di bruciare un po’ di ricchezza e determinare un ordine nuovo. Con le cadute azionarie sarà un gioco da ragazzi da parte dei grandi manovratori del denaro impadronirsi degli asset industriali e mangiarsi i pesci piccoli, e contemporaneamente superare le resistenze che si erano create contro la rapina di futuro e di diritti. Tappati in casa, costretti a salutarsi con i gomiti, ridotti a zombi che tremano alla vista di ogni essere umano, cosa potremo mai fare? Tra sei o sette generazioni questa epidemia sarà un caso di scuola, qualcosa di simile al crollo di Wall Street, un esempio di come mantenere il potere sfruttando l’isteria collettiva.


Dicono di Lei

jusAnna Lombroso per il Simplicissimus

« Non mostrare così tanta pelle, nasconditi. Lascia qualcosa all’immaginazione. Non fare la tentatrice. Gli uomini non riescono a controllarsi. Gli uomini hanno dei bisogni. Rilassati. Mostra un po’ di pelle. Sembra sexy. Sembra hot. Non essere così provocatoria. Sii pura. Non fare la puttana. Agli uomini non piacciono le mignotte. Non fare la puritana. Non essere così conservatrice. Ridi di più. Sii innocente. Sii zozza.  Tirati su le tette. Appari naturale. Non essere così autoritaria. Non essere così emotiva. Non piangere. Piega i suoi vestiti. Preparagli la cena. Dagli dei figli. Non vuoi figli? Un giorno li vorrai. Cambierai idea. Non dire di sì, non dire di no…».

Un inventario disordinato di raccomandazioni contraddittorie, di quelle che vengono somministrate al gentil sesso da riviste patinate, psicoterapeuti di coppia un tanto al chilo, poste del cuore, coach (adesso vengono impiegati anche filosofi aziendali) che devono aiutarci a sopportare l’esistenza ai tempi del colera, è diventato ormai virale in rete. E adesso, per par condicio, mi aspetto il corrispettivo maschile affidato a George Clooney, anche lui, come la fine dicitrice di Be a Lady They Said, impegnato in focose battaglie sociali e pronto al grande passo in politica: «…fai l’uomo, non piangere. Piangi come Obama e ti daranno un Nobel. L’omo ha da puzza’. Con quel profumo non dovrai chiedere mai. Tutte le donne sono un po’ puttane. Rispettale come fossero tua madre e tua sorella. A quelle piace l’uomo forte. Mostrati tenero e le conquisterai. Dicono no, ma vogliono dire si.  Non riuscirai mai a capirle, dà loro sempre ragione. Non hanno mai ragione perché sono emotive. Il maschio deve essere cacciatore. Il vero uomo non ha paura dei sentimenti e di mostrarli…. ».

Perché la paccottiglia che accompagna la teoria delle relazioni e la retorica della guerra dei sessi non è una scomoda cassetta degli attrezzi messa a diposizione solo delle donne, anche i maschi sono perseguitati da stereotipi che condizionano la loro vita, come fossero un carapace che li deve proteggere da sentimenti e passioni che potrebbero minare il loro ruolo genetico e sociale di sopraffattori secondo natura.

E anche in questo campo vigono le regole del potere, delle armi, comprese quelle della seduzione, del denaro che incanta, del prestigio che affascina, della giovinezza che stordisce, della maturità che rassicura, della fama che abbaglia. Tanto che nel caso di Weinstein come in quello di Polanski (ne ho scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2020/03/02/polanski-il-jaccuse-delle-quote-rosa/) si è giustamente imputato ai due reprobi di avere impiegato reputazione e celebrità per ricattare e adescare. E nel caso italiano la condanna per il vergognoso puttaniere che circuiva vigorose maggiorenni, alle quali è stata elargita indulgenza anche se non è credibile la pretesa di innocenza delle ospiti dell’allegro condominio delle olgettine e delle loro mamme, è servita a mettere in ombra altri oltraggi ai danni di democrazia,  legalità, beni comuni e interesse generale.

È umiliante, per tutte quelle e quelli che hanno creduto che il movimento di liberazione delle donne fosse una parte insostituibile e necessaria della lotta di classe, che doveva portare al riscatto dallo sfruttamento e della mercificazione di lavoro, valori, corpi, creazioni artistiche, cultura, paesaggio, risorse, il successo riscosso da un prodotto commerciale così mediocre.

Andiamo peggiorando: in Italia ben prima del ’68 era la stampa rosa a offrire quello stesso tipo di “pedagogia” e a minare quella ideologia  furono certamente gli echi del maggio francese o di Berkley, gli incendi dei reggiseni e poi via via la rivendicazione del possesso del proprio corpo, o sputare su Hegel, ma anche la pervicacia di donne oggi dimenticate, scrittrici che non hanno diritto di celebrazione e memoria come certe mogli celebri, Alba de Cespedes, Brunella Gasperini, che con modestia hanno contribuito a indurre la coscienza del sé e dei proprio diritti favorendo il successo di battaglie per i diritti, dei quali hanno beneficato parimenti donne e uomini, e che sarebbero inorridite del successo di questo spray  Pinkwashing .

D’altra parte non poteva che venire dagli Stati Uniti, che dimostrano ancora una volta di avere la potenza pestifera di colonizzare anche il nostro immaginario, questo scadente manufatto.

Cosa potevamo aspettarci? da un posto dove il riscatto delle donne, pubblico, e privato in caso di corna presidenziale, è stato affidato a Hillary Clinton, la quota rosa del neoliberismo, dove dopo ogni “esportazione di democrazia” nel Golfo e altrove le loro femministe, Naomi Wolf in testa, elogiano le soldatesse americane impegnate zone di guerra e conquista per aver generato “rispetto e perfino paura” e per aver portato avanti la lotta per i diritti delle donne, dove Donna Haraway o Maria Galindo attaccano le resistenze ai conquistadores di Maduro, Morales, Camacho, accusati di sessismo e omofobia.

Cosa potevamo aspettarci? in un posto dove sono riusciti a consumare perfino il mito della libertà sessuale esperita con il dongiovannismo alla rovescia di Erica Jong, perfino l’erosione della narrazione puritana compiuta non tanto con la sua scopata senza cerniera, ma con l’apostolato per un erotismo sfacciato, licenzioso e provocatorio che non ha bisogno della giustificazione dell’amore per esprimersi, perché si tratta di un istinto umano che è lecito e necessario svincolare dalla cultura patriarcale che lo limita alla attività riproduttiva.

E infatti la nuova frontiera dell’autocoscienza è ambientata nelle strade e nei teatri di posa di Sex and the City, incarnata da quattro animali metropolitani di New York, che, leggendo la voce su Wikipedia, risponde all’esigenza di  raccontare “la vita sentimentale e sessuale di quattro amiche, tre delle quali intorno ai 35 anni ed una, Samantha, intorno ai 40,  spesso trattando argomenti di rilevanza sociale come lo status delle donne nella società e il loro ruolo nella famiglia”. E infatti le vicende e le chiacchiere del gineceo sono l’occasione per l’ostensione solenne di status symbol irrinunciabili, il cui acquisto: abiti, scarpe, in una coazione a comprare, e la cui frequentazione: caffè, ristoranti, gallerie d’arte, teatrini off, presentate come sottomarche dei topoi della Manhattan di Allen, accessibili a quel ceto medio urbano con velleità creative e modaiole, dovrebbero  confermare che ormai tutto può essere a portata di mano delle donne, se hanno l’ambizione e le qualità per pretenderlo e consumarlo.

E infatti, girato per il magazine di moda Girls Girls Girls  “scritto” da Camille Rainville, autrice di un blog  esperssione di una “donna molto arrabbiata”,  Be a lady, They said! (che tradotto vuol dire Comportati da signora, dicono), è recitato da Cynthia Nixonl’attrice nota per aver interpretato Miranda nella serie e nei film che ne sono stati tratti. E (cito dai periodici femminili italiani, che titolano “interrompete quello che state facendo e guardate questo video”) avrebbe il nobile il proposito di risvegliare le guerriere,  riportando senza commento quello che “dicono di noi e su di noi” e “tutto quello che ogni donna subisce a livello di pressione sociale e di violenza emotiva, grazie a una provocazione a scopo di denuncia nei confronti di chi vuole sminuire la figura delle donna, proponendo immagini forti”.

Le “immagini forti”  altro non sono che quelle delle pubblicità che popolano le stesse pagine dei rotocalchi, che invitano a consumare, che scelgono testimonial tra le unte del signore che hanno fatto carriera sulla pelle delle altre donne, perché la vera vocazione di questo, che viene definito un proclama femminista, è sempre la stessa, la denuncia sia pure sacrosanta della mercificazione dei nostri corpi come se la riduzione a oggetti, a macchine da produzione oltre che da riproduzione, come se la rinuncia a diritti e prerogative e l’imposizione di funzioni e ruoli sociale fosse solo un rischi e una condanna di genere che si contrasta con una “rivoluzione” culturale.

Io quelli che lo chiamano video femminista li denuncerei per abuso. Abuso del termine e abuso di posizione, perché le lezioni di donne e uomini che vivono nel privilegio conservato a chi non può più conservare neppure i requisiti minimi di sopravvivenza, autodeterminazione e libertà,  costituiscono obiettivamente un sopruso umiliante. In Italia potremmo dire che mezzo e slogan sono quelli delle sardine, lo scioglimento di qualche punta superficiale dell’iceberg dello sfruttamento per tornare  a invitare a quelle aggregazioni di piazza che abbiamo conosciuto con il senonoraquando, indicando quali sono le licenze, le rivendicazioni, perfino le violenze ammesse, no a quelle sessuali, ma si ai contratti atipici, al caporalato del part time, no al femminicidio dei mariti, e ci mancherebbe, ma la rimozione di quelli in mare, a Calais, nei posti dove andiamo a fare da intendenze in guerre coloniali, nei campi del Mezzogiorno dove si crepa di fatica.

Lo chiamano “femminismo” ma si tratta dei “valori” di una classe professionale-manageriale, di donne relativamente privilegiate che stanno provando a farsi strada nel mondo degli affari  o dei media o delle professioni, con l’intento di scalare la gerarchia aziendale per essere trattate allo   stesso modo degli uomini della loro stessa classe, con la stessa paga e lo stesso rispetto, anzi meglio in nome di qualità specifiche o della rivalsa per antichi torti, invitate a  farsi avanti grazie allo sfruttamento di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltare i lavori di cura inevasi dal Welfare.

È questa la voce aggiuntiva nel bilancio in rosso del neoliberismo, della finanziarizzazione, della globalizzazione, che ha infiltrato la sfera della riproduzione sociale, e cioè tutte le attività e i programmi che supportano le persone e la loro riproduzione: dalla nascita e la crescita dei figli, alla cura degli anziani e al lavoro interno alle abitazioni private, oltre a altri campi, come l’educazione pubblica, l’assistenza sanitaria, i trasporti, le pensioni, il mercato immobiliare per trarne rendita. E infatti se sembra sostenere che le donne debbano essere impiegate a tempo pieno nella forza lavoro remunerata per incrementare il profitto per il capitale, tace sul taglio delle spese sociali attuato per tener fede ai programmi di austerità.

Il video non racconta che Sheryl Sandberg, Ceo di Facebook, 50 anni, che onorata di una copertina di Sette, rivendica “io decido da leader, non da donna” proclamandosi femminista, offre alle dipendenti la meravigliosa opportunità di congelare gli ovuli con lo slogan: “Dateci i vostri anni migliori, dedicate i 30, 40, 50 a far carriera; quando sarete meno produttive, fate figli”.

Non femminismo quello, se l’emancipazione che è poi una sottospecie della consapevolezza, dell’autodeterminazione e della liberazione vengono retrocesse al riconoscimento di meriti, dando più opportunità a chi ha dimostrato talento e ambizione, garantendo che posizione, reddito e diritti siano assicurati a chi per nascita, rendita, privilegi, status è già in possesso del capitale sociale, culturale ed economico necessario a affermarsi. E a quelle che sono nate “signore”.

 


Grande fratello Netflix

7399029160_f2c7e7a31fSpesso accade che i grandi fratelli della nuova era non si annuncino come tali, che appaiano i compagnoni delle serate pizza e film, come distributori di “contenuti” talmente facili e affabili che alla fine non ci si accorge nemmeno di essere diventati dei meri contenitori per l’ideologia dei ricchi. E’ la storia d Netflix che è  tutt’uno con il globalismo e la cui trasformazione da semplice distributore planetario a produttore in proprio di serie e film  da distribuire dovunque ,ne ha seguito le tracce. L’incipit stesso di questo cambiamento è avvenuto in maniera molto significativa con House of Cards una serie a carattere politicante, ma totalmente priva di qualsiasi concetto politico e tratto da una trilogia letteraria intitolata Gli intrighi del potere scritta da Michael Dobbs che è stato consigliere personale della Thatcher oltre che eminente rappresentante del partito conservatore. Il concetto espresso e propalato in tutto il mondo è che la politica non è altro che gestione dell’economia e dunque non è terreno di idee, prospettive, speranze, visione diverse e alternative. ma  è solo una questione amministrativa per la quale la corruzione dei gestori è un fatto spiacevole, ancorché interessante dal punto di vista narrativo, ma non fondamentale poiché non mette mai in questione il sistema e i suoi fondamenti.

E’ forse a questa produzione che si deve la nascita del populismo e del qualunquismo  propagandistico  delle elite che da noi, tanto per fare qualche esempio concreto, viene espresso dalle sardine. Ma del resto non c’è da stupirsi se solo si guarda al fondatore e capo di Netflix, Reed Hastings, una sorta di specchio vivente del gran fratellismo vip contemporaneo: ha fatto parte del consiglio di amministrazione di Facebook da 2011 e fino all’anno scorso, è stato  parimenti membro del direttivo Microsoft, come tutti i miliardari si dedica alle cosiddette organizzazioni no profit e last but no least è uno dei noti sostenitori delle charter school, ovvero scuole private quanto all’insegnamento e all’orientamento di base, ma che godono di fondi pubblici . Non si sa quali siano le reali competenze che lo hanno proiettato in questo brillante cursus honorum visto che si è laureato a quasi trent’anni in informatica e non si è mai considerato, almeno secondo le sue stesse parole, un uomo d’affari fino ai 45. Ma di certo non si può trascurare il fatto che  ha seguito un corso di addestramento per gli ufficiali del Marines senza tuttavia arruolarsi, preferendo entrare nel Peace corps, famigerato strumento della politica di Washington che ha al suo attivo innumerevoli tentativi di controrivoluzioni, rivoluzioni colorate, colpi di stato come quello contro Allende e attraverso Nathaniel David ha lasciato il suo zampino anche nel caso Moro. Tutto questo meriterebbe molti post a parte, ma insomma definiscono bene la formazione del capo di Netflix che oggi persegue gli stessi scopi con l’intrattenimento.

Qual’è la filosofia di questo network? Quello di produrre “contenuti” come dicono gli acculturati della mutua, non solo in Usa, ma in diversi Paesi, tentando con questo di cancellare la sensazione di imperialismo culturale e facendo apparire come prodotto proprio cose che sono state studiate altrove: in realtà, mentre gli scenari, le ambientazioni, gli attori appaiono diversi, la sostanza narrativa, le storie e i rapporti umani sono sempre gli stessi, indifferenziati ,standardizzati,  di purissima marca americana, tanto che spesso le stesse storie vengono ripetute in diverse versioni per i vari Paesi, cosa di cui il fruitore tipo, legato a una determinata area e non in possesso di una Vpn non si rende ben conto. Oddio spesso ci sono degli incidenti, come quella mini serie in cui si ipotizza invasione morbida della Norvegia da parte dei russi, senza tenere conto che questo Paese è già stato invaso moralmente e militarmente dagli americani. Oppure gli incensi profusi qui e la nei confronti degli Usa e dei velati veleni nei confronti dei loro nemici. Ma pochi si accorgono di questi strappi nella tela: l’idea di fondo è quella di erodere in maniera morbida e attraente  le diverse culture e sistemi di rapporti sociali e personali, per imporne una soltanto: il globalismo rilascia passaporti per ogni tipo di colore e di identità, ma di certo non possiede quello per la diversità culturale reale e non folcloristica, che sarebbe un controsenso. Il diverso è tale solo se non è davvero. Esiste solo una visione del mondo ed è quella del neoliberismo: ma evitando di proporre questa antropologia da una sola fonte produttiva, si fa in modo che il virus venga coltivato anche in altre provette, evitando sia la noia dell’uguale che la sensazione impositiva  e rendendo tutti finti protagonisti. La cosa notevole è che i produttori stessi, portatori di diverse patologie dal suprematismo capitalistico all’eccezionalismo americano, non sono del tutto consapevoli della malattia, si ritengono portatori sani.


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