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Quelli cui i poveri fanno schifo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La filosofa  Martha Nussbaum ha scelto il termine nausea per definire quell’istintivo sentimento di ripulsa che “tutti” nutrono nei confronti di chi è diverso, attribuendolo anche a chi vanta appartenenze militanti al progressismo laico e tollerante, che non sarebbe esente da una recondita riprovazione per inclinazioni, abitudini, tratti somatici, afrori, di altre etnie o soggetti  “difformi” che potrebbero costituire un rischio per le convenzioni e l’equilibrio sociale.

Dalla Nussbaum,  americana, non si può pretendere troppo anche se è lodevole l’intento di denunciare, storia alla mano, i danni del puritanesimo combinato con l’ideologia della political correctness, praticata soprattutto da quelli che è ancora legittimo chiamare radical chic. E quindi sottovaluta non sorprendentemente l’aspetto classista che assume la “nausea”.

E difatti non solo Cassius Clay scoprì di non essere più “negro” quando divenne campione, ma  i “froci” restano tali a dispetto di Zan, se non sono stilisti, cantanti, attori e coiffeur prestigiosi, e invece vivono doppiamente marginali in squallide periferie dove l’omofobia è un merito e una consuetudine proprio come lo è per Berlusconi, che fece scuola con una sua massima diventata proverbiale.

Ecco per estensione, dopo i “tumulti” e i “tafferugli” – così sono stati definiti dalla stampa che ripropone questi desueti stilemi quando in piazza non sfilano le madamin, bensì la “marmaglia” –  delle categorie sofferenti a causa dell’insana gestione dell’emergenza, possiamo dire che Cracco resta chef, mentre i biechi addetti alla ristorazione, proprietari, cuochi, lavapiatti, pizzaioli e camerieri in crisi nera sono innegabilmente fascistoidi evasori che non meritano solidarietà, mentre la esige l’elegante antiquario che ogni tanto va a procurarsi merce e a rivenderla a caro prezzo nei mercatini dell’antiquariato,ancora celebrato come custode della creatività patria e non assimilabile ai miserabili ambulanti che berciano davanti a Palazzo Chigi, rei di non avervi dato lo scontrino della patacca che sareste pronti a pagare cento volte di più e senza ricevuta a Via del Babuino.

Guai a voi se lo fate presente, perché con la corte dei miracoli brutta sporca e cattiva che ha sfilato in questi giorni nelle città spettrali con le serrande tirate giù, le vetrine impolverato col cartello della vendita giudiziaria, si è visto manifestare qualcuno, anzi gli unici, che ormai è lecito chiamare “fascisti”, risultato recente cisto che si tratta degli stessi cui il fondatore del Pd aveva concesso in comodato una sede prestigiosa, gli stessi che per anni sono stati invitati in costruttivi contraddittorii a seminari e tavole rotonde nelle feste dell’Unità, in tutto omogenei con la forza che secondo autorevoli politologi dovrebbe costruire la nuova destra di cui abbiamo bisogno.

E se ci sono loro è lecito allora astenersi, magari con le dovute cautele solidarizzare da casa, avendo da tempo anticipato le modalità dello Smartworking e dalla Dad con la militanza “agile”.

Tanto è vero che non solo non si è in presenza alle manifestazioni con mascherina dove possono materializzarsi Sgarbi o Montesano, ma quando vanno in piazza restano in quattro gatti i no-Triv invisi ai presidenti di regione che vogliono rivedere le autorizzazioni per non perdere qualche opportunità di sviluppo, le associazioni e i cittadini  che da anni combattono contro la militarizzazione dei nostri territori da parte della Nato, alla quale tutte le forze politiche dell’arco costituzionale hanno nuovamente giurato fedeltà, i senzatetto che si moltiplicheranno dopo lo sblocco degli sfratti, e pure i rider e i dipendenti di Amazon, con i quali qualcuno ha solidarizzato rinviando al giorno dopo l’acquisto del cacciavite o l’ordinazione degli springrolls.

In un momento nel quale impera il dominio dei patentini c’è da aspettarsi che qualcuno proponga  che chi protesta si munisca di un lasciapassare di credo e attivismo democratico – requisito di sempre più difficile definizione in vista della sospensione di garanzie, prerogative e diritti compreso quello al voto- che sostituisca il permesso della autorità, con esclusione probabile degli  scioperi e fermenti di quei lavoratori che non si persuadono della fortuna che hanno avuto e che non partecipano e concorrono alla ricostruzione e alla valorizzazione del loro ruolo di “capitale umano”.

Certo sarebbe tutto più facile così, in modo che si realizza compiutamente quel carattere che ormai contraddistingue il progressismo in forza al neoliberismo, che con le masse è pronto a camminare tra passi avanti, cento passi indietro, per non rischiare, ma mai al fianco temendo il contagio di certa gentaglia, la stessa, peraltro, che partecipa fruttuosamente alla tenuta del governo, dove è solo casuale che Sgarbi non sia stato chiamare a fare il sottosegretario ai Beni Culturali, dove continua a dettare le regole del gioco l’energumeno incarnazione del Male più sgangherato e plebeo.

È che regna gran confusione sotto i cieli, volontaria e spontanea, nutrita tra l’altro dalla nausea liberamente concessa quando si è  autorizzati a marchiare di fascisti tutti quelli che sono stati lasciati soli dall’antifascismo pret à porter, quello che proprio non si convince che a volere la Tav non sono solo le cordate dei capitalisti disegnati da Grosz, ma tutte le forze che partecipano del governo e che, tutte, concordemente approvano i capisaldi di cemento del “rilancio” a base di grandi opere infrastrutturali, comprese le alte velocità, ad esclusione dell’unica componente di opposizione, la Meloni, che non si autodichiara fascista solo, lo dice lei, perché è nata tardi.

Come definire questi schizzinosi cinti d’alloro per via della loro pretesa di innocenza che sfida l’integralismo, questi risparmiati per caso dalla falce delle misure emergenziali solo perché dichiaratamente inessenziali e dunque esentati dalla trincea perché, ci siano o non ci siano, poco cambia in vista di un futuro dove le uniche forme di lavoro saranno quelle manuali e servili, se non con la qualifica di culialcaldo,  appartenenti a un ceto moralmente superiore e dunque legittimato a dare pagelle e riconoscimenti non solo dei meritevoli di risarcimenti e aiuti, ma pure della loro veste di vittime, onore riservato solo a chi può esibire certificato di reduce del Covid o la patente “iorestoacasa” di resiliente del lockdown.  

In momenti più favorevoli era possibile riservare loro una certa compassione: presto pagheranno il conto presentato dal lavoro agile, dalla distruzione creativa che farà giustizia di tutte quello che è Piccolo, quindi la maggior parte dell’economia nazionale, per favorire le concentrazioni in un Grande megalomane, bulimico e forestiero, dalla diminuzione del potere d’acquisto, dalla definitiva cancellazione dello Stato sociale insieme allo stato di diritto e allo stato nel suo insieme incaricato solo di fare da elemosiniere a multinazionali avide.

E pagheranno, da soli nelle loro case, se le avranno,  anche quello presentato dalla storia, perché,  hanno creduto che quelli che forti di una tradizione e di un mandato traditi ci hanno svenduti e umiliati, fossero compagni che sbagliano mentre erano camerati che eseguivano scrupolosamente gli ordini del fascismo globale.


Un Tubolario per la Meloni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Puntuale come la pioggia sul picnic di pasquetta, Galli della Loggia si è esibito nel disegnare la fisionomia della destra che  serve al Paese, forse per non farci rimpiangere l’indimenticato Tubolario, inventato negli anni ’80 da due geni, Marchi  dell’Istituto di Biostatistica ed Epidemiologia dell’Università di Pisa e Morosini, direttore di laboratorio dell’Istituto Superiore di Sanità (che per competenza e scatenata ironia ci servirebbero più che mai di questi tempi), il rullo a segmenti girevoli con i suoi  10 milioni di frasi “assolutamente casuali e gratuite”, luoghi comuni, stereotipi ed altre forme più o meno omologate, che si ripetono nel  chiacchiericcio della politica ormai  simile a quel brusio dei matti in manicomio ben descritto da Foucault.

Prendendo spunto dal “caso” Fratelli d’Italia “accreditati da tempo di una futura avanzata elettorale che potrebbe tradursi domani in un importante ruolo di governo”, l’autore raccomanda al partito della Meloni di “darsi una veste ben più convincente di quella sommaria e prevedibile, sempre tentata da toni d’opposizione a prescindere e talora schiettamente reazionari”.

E come non comprendere il suo tono accorato. Di ben altro ci sarebbe bisogno in Italia che di una destra, cito,  divisa “tra il populismo arrabbiato della Lega e il vaporoso liberalismo di Forza Italia”.  

Pur scoraggiato il nostro si presta però a suggerire a Fratelli d’Italia una strada di redenzione dall’atteggiamento sottomesso di oggi che si manifesta “in una postura difensiva contro le smargiassate dell’antifascismo di professione”, per “aspirare a rappresentare   quella destra conservatrice che nella seconda Repubblica non c’è mai stata…. assai diversa dal passato, quando a essere conservatori erano innanzi tutto le élite sociali e i grandi interessi economici, oggi passati invece in tutt’altro campo”.

Attingendo al tubolario di Galli della Loggia estrapoliamo quello che dovrebbe diventare il pilastrodel melonipensiero, scusate l’ossimoro: “l’anima di una destra conservatrice non potrebbe essere rappresentata oggi che da una forte cultura nazional-istituzionale centrata sulla dimensione dello Stato”, quello Stato strumento principe, in vista di due obiettivi di cui le nostre società sempre più avvertono l’urgenza, “lo sviluppo della coesione e della solidarietà sociali”, unico in possesso del  potere e dell’autorità  necessari a dettare regole limitatrici degli istinti bestiali scatenati dalla globalizzazione.

Insomma depone nelle manine della focosa leader troppo giovane, dice lei,  per poter essere compiutamente fascista, il delicato incarico di farsi depositaria attiva  degli ideali e delle azioni necessarie “per salvare il capitalismo innanzi tutto da se stesso e dalla sua suicida deriva finanziaria,  e i capitalisti dalla pressione dei loro interessi immediati”, dando rinnovato vigore “alla coesione sociale e al principio di solidarietà che ne costituisce il retroterra ideale: cioè i due pilastri di ogni «buona società» e del benessere delle persone”.

Lo so, lo so, tanti dimissionari dalla possibilità di fare la rivoluzione hanno ripiegato sulla speranza che il capitalismo si dia la morte per bulimia, gotta, diabete, insomma per le malattie tipiche dell’eccesso di benessere.

Altrettanti provano la cocente disillusione per la conversione aberrante del riformismo in neoliberalismo “progressista”, “antifascista”, femminista”, che ha infiltrato non solo i valori e l’azione politica, ma anche il pensiero delle élite intellettuali.

Lo so, regna gran confusione sotto i cieli se ancora oggi Berlusconi non è solo a temere il pericolo comunista, quando un succedersi di governi giura fedeltà agli Usa e alla Nato, quando i servizi di un paese si inorgogliscono per aver sventato la cospirazione di uno spione alla canna del gas che vende una ricerca su Google ai russi. E se tale è il marasma che un sacco di gente finge di credere che le stelle polari, le solite tre, della sinistra siano rappresentate in Parlamento da partiti e movimenti che non ne vogliono sapere perché minacciano il godimento esclusivo di miserabili privilegi, che rifiutano i doveri di testimonianza, che le trattano da moleste e arcaiche vestigia incompatibili con la modernità e con le loro ambizioni personali.

Un po’ di tempo fa si cominciò a dire che per essere rivoluzionari bastava essere normali, pagare le tasse, dare e ricevere la fattura, fare il proprio dovere, non servirsi delle scorciatoie del clientelismo e del familismo, insomma non fare come fanno tutti.

Adesso siamo tornati un bel po’ indietro, e quelle semplici “formalità” morali sono molto più velleitarie e visionarie di una insurrezione, die moti di piazza, della presa della Bastiglia, della Comune e perfino dell’assalto ai forni.

Tanto che quando parla di coesione e di solidarietà sociale, anche Galli della Loggia pare Danton, così come Corbyn e Podemos dopo la resa disonorevole del riformismo europeo al neo liberismo, se quello che una volta era illegale, illegittimo e moralmente deplorevole, perché contrastava appunto con ideali di solidarietà, giustizia e uguaglianza, viene promosso e autorizzato a norma di legge, come la corruzione e il malaffare della Grandi opere legittimate in qualità di motore di sviluppo, come il sostegno a precarietà e anomalie contrattuali spacciate come accorgimenti desiderabili per favorire l’occupazione, come la raccomandazione a assumere comportamenti divisivi, discriminatori e vergognosi come la delazione, da quando qualsiasi fenomeno diventa problema di ordine pubblico, dal circolare senza mascherina al manifestare per la difesa della propria attività, da risolvere con la repressione, la censura, leggi eccezionali, trattamenti sanitari obbligatori.

E vista la qualità dei nuovi valori, approvati e promossi grazie all’emergenza, ispirati alla riduzione dei diritti, alla gran parte dei quali è doveroso rinunciare, all’applicazione di uno stato di eccezione lesivo dei principi costituzionali, alla soppressione nemmeno tanto graduale dell’istruzione pubblica, alla inevitabile necessità di porre sotto tutela il Paese, il governo e le istituzioni, pare proprio che di destra ne abbiamo fin troppa, che di sovranismo ce n’è in eccesso se l’ideologia corrente ha persuaso che è fatale rinunciare alle competenze in capo allo Stato, attraverso Parlamento, istituzioni e governi nazionale e locali, per consegnarle a un potere sovranazionale, che il populismo ha avuto il sopravvento proprio nella sua forma tradizionale, quella di una “antipolitica” che esige il ricorso a forme autoritarie, che consiglia l’affermazione di un uomo forte, concentrando i poteri decisionali, esecutivi e amministrativi  nelle mani di una oligarchia dominata da un leader, che di questi tempi, viene selezionato per meriti apparentemente asettici nella cerchia dei “competenti”.

 Che cosa si può immaginare di altrettanto marchiato dai capisaldi della destra, quella vera, del ridimensionamento dello Stato a elemosiniere abilitato a dirottare finanziamenti e risorse a beneficio delle grandi concentrazioni industriali e commerciali, fino a fornire assistenza anche a quelle editoriali ridotte a unica agenzia di informazione di regime, della consegna dei sistemi pubblici erogatori di servizi ai privati, fino a ristabilire il trattamento privilegiato per organizzazioni ecclesiastiche, della riattribuzione al mercato della delega a regolarsi, in modo da incaricarsi di risolvere i problemi che crea, addirittura immaginando mostri giuridici che rappresentano compiutamente il conflitto di interesse, caricandosi di tutto il fare e il disfare, oltre che della vigilanza e del controllo, come prevedono le varie forme di commissariamento ipotizzate per la “ricostruzione”.     

 E cosa c’è di più esemplarmente di destra, anzi di fascista, secondo antiche dizioni mai cadute in disuso, della regressione dell’individuo a capitale umano, più facilmente sfruttabile fin dalla sua definizione, merce che assume valore unicamente in funzione del profitto che se ne ricava, da conferire, una volta concluso il suo ciclo, non appena estinta la sua “essenzialità”, in appositi ricetti/focolai di malattie, in discariche dove raccogliere quello che è diventato superfluo, quando non molesto, perché potrebbe ricordare com’erano la dignità e la libertà.  


Bonbon Bonetti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi piace dire che avevo ragione, ma avevo ragione: questo è il governo più compiutamente postdemocratico d‘Europa, non solo per via della sospensione o forse cancellazione definitiva delle elezioni, non solo per l’affidamento del paese a un commissario che pare non si dimostri abbastanza  diligente per il C.d’A. di Bruxelles che sperava accelerasse le pratiche di liquidazione, ma perché l’intesa degna dei più foschi imperatori bizantini, tanto miserabile da far pensare ai creduloni che significasse una resa alla vecchia politica di Poltrone & Poltrone, dichiara invece che la perversa ideologia che ha ispirato il colpetto di Stato favorito dallo stato di eccezione pandemico ha trionfato, innerva e infiltra ogni scelta, ogni decisione.

Ieri uno dei ministri rimasti in carica, riconfermata per fare un po’ di camouflage alla reputazione compromessa dalla Gelmini o dalla Carfagna e dall’appoggio incondizionato di Salvini e Forza Italia, l’accademica Elena Bonetti,  titolare del dicastero per le Pari Opportunità e la Famiglia ci ha fatto rimpiangere che non ci sia Berlusconi a ricoprire quel ruolo, o, che ne so, un padrone delle ferriere, l’uno perché a modo suo e paradossalmente “conosce” le donne, l’altro perché non copre i suoi misfatti con il bigottismo progressista che è uno dei requisiti della selezione del personale in casa Pd.

Adesso la ministra dirà come mille volte come è già successo di essere stata fraintesa (succede anche ai baroni, anzi, per via delle pari opportunità alle baronesse), ma una delle autorevoli testate di Gedi, in numero di una al prezzo di due, ci fa sapere che, interrogata a proposito della Dad e dello smartworking, la Bonetti, moglie e mamma felice e appagata, ha risposto:  «Bisogna intendersi sul concetto di smart working. Deve essere svolto in alcuni orari ma non è come avere l’orario di ufficio traslato a casa. È in modalità agile, da fare in forme diverse. Se il lavoro in modalità agile non è possibile, si può accedere al congedo parentale», istituto quello, che, lo ricordo,  prevede una retribuzione al 50%.

Ma, ricorda la ministra,  quelle “benedette” dalla fortuna che possono cogliere l’occasione di combinare lavoro agile, part time e festosa precarietà che concede tanto tempo da impiegare in piena autonomia, in cucina, a badare ai ragazzini, a stirare,  a passare l’aspirapolvere, a curare i malati  l’anziano ospitato anche in qualità di affettuoso contribuente, non pensino di poter accedere ai benefici riservati alle meno favorite, in fabbrica, a fare le pulizie, quelle alla cassa del supermercato, alle infermiere, alle camioniste, che poi quando tornano a casa, proprio come le “agili” possono cucinare, stirare badare a malati, ragazzini anziani.

E difatti, mica si possono avere diritti e privilegi senza doveri e responsabilità e dunque per  chi gode dello smartworking non è prevista l’erogazione del bonus baby sitter, che, parola di mamma-ministra, a loro non occorre!

Non occorre essere Prodi, Draghi, Monti, Berlusconi, d’Alema, Renzi, Letta, per essere annoverati nella schiera dei colpevoli di tradimento (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/17/i-traditori/ ).

Ci stanno bene anche le  Lagarde, le von der Leyen, le Fornero, le Boschi, che hanno rotto il soffitto di cristallo che separa dal cielo dei privilegi, delle ambizioni, del potere monopolio maschile grazie alla slealtà consumata due volte, nei confronti di sfruttati, poveri, impoveriti, lavoratori, braccianti, pensionati, braccianti, disoccupati, licenziati, e del riscatto delle donne penalizzate come donne e come  sfruttate, povere, lavoratrici, pensionate, braccianti, disoccupate, licenziate, così che ben oltre alle   pari opportunità ci possano essere superiori offese, superiori affronti e superiori oltraggi, moltiplicati per due.

Si, moltiplicati per due se oltre alla pena inflitta a tutti quelli che patiscono la perdita di lavoro, sicurezze, garanzie e dignità, diritti e assistenza, affetti e amicizie, si deve anche sopportare l’infame ipocrisia delle terziarie neoliberiste, in corsa per la scalata al potere di poche sulle spalle dello sfruttamento e della subordinazione delle tante e grazie all’assoggettamento alle  regole che mantengono in vita il sistema capitalistico, delle guardiane e delle beghine dell’emancipazionismo  guadagnato con la presenza nelle task force permesse e concesse alle badanti degli esecutivi in modo che un passo dietro a grandi incapaci, grandi arraffoni, grandi cialtroni ci siano grandi donnette pronte a sostenerli, emularli e elemosinare posticini e prebende.

Non è un caso se si  accontentano dei “riconoscimenti” caritatevoli del loro ruolo nella “cura” che le ha viste principali protagoniste negli ospedali, nella ricerca, nella didattica a distanza, nel volontariato, nelle famiglie, che si traducono nell’ammissione al tavolo dei decisori sia pure in funzioni gregarie, a portare il caffè della grata ammirazione e a spargere l’incenso della piaggeria, dando in cambio il consenso alle azioni o all’indifferenza che ha fatto delle donne le principali vittime a partire dalla perdita dei 344.000 posti di lavoro tra il 3°Trimestre 2019 e il 3° trimestre 2020 (Istat), legati soprattutto alle occupazioni a contatto con il pubblico, oltre ai 99.000 registrati nel solo mese di dicembre 2020 (Istat). 

Altro che buoniste, sarebbe ora di smettere di essere buone, di essere generose, di fare il lavoro di casa e da casa, di farci carico per scaricare la nostra collera contro i traditori e le fellone, con desinenza in E.  


Draghi, “whatever it takes” per liberarcene

Ormai  sono diventato allergico alle banalità, specie quelle che non appaiono immediatamente come tali solo perché vengono pronunciate dai potenti e ancora di più sono allergico alla tracotanza con cui vengono pronunciate. Ora dopo il suo discorso di insediamento è chiarissimo che Draghi non ha nulla da dire che non sia già stato detto mille volte, ma lo dice con il piglio di chi non vuole sentire obiezioni, di chi vuole imporre regole e tecniche già ampiamente fallite per i piccoli, ma vantaggiose per i grandi, sia su scala aziendale, individuale o di Paese, che giura ancora più fedeltà  “alleanze” che ci privano dell’ossigeno della multipolarità mondiale e della speranza in una moneta che non ci sacrifichi all’altare della Germania, con in aggiunta  le stantie sciocchezze  della guerra generazionale, l’abominio del pubblico che mette i soldi perché le imprese private possano guadagnare a più non posso, facendo poi poco o nulla, secondo una logica illustrata alla perfezione dalle vicende autostradali. Egli con un Parlamento da cui è scomparsa magicamente qualsiasi opposizione credibile, ci ricorda la necessità voluta dalla Nato di essere ostili  a Russia e Cina, in nome della fedeltà agli Usa di Biden, di essere ambientalisti gretini, di aumentare l’età pensionabile nonostante una diminuzione della vita media  che egli da buon sacerdote laico del culto covidiano addebita alla pandemia, ma che era già in atto dal 2015  e per il resto recita nient’altro che uno stucchevole rimasticamento delle ricette Fmi che tante volte abbiamo sentito e tante volte abbiamo subito con rabbia, compreso un  accenno indiretti alla flat tax. Ecco lo “statista” non è altro che un robot in cui altri hanno immesso il programma di funzionamento.

Draghi appare davvero non come una possibilità di rinascita di questo Paese, ma l’affossatore finale che ripete le solite ricette con l’arroganza di chi si crede un vincitore senza accorgersi che il mondo sta cambiando, ma proprio una per una le idee del più sventurato economicismo neoliberista  che ci hanno portato in questa situazione a partire dagli anni ’80 e che ancora sembrano far presa sugli ingenui.  In effetti bisogna dire che un’operazione politicamente reazionaria e intellettualmente a tasso zero richiedeva proprio la numinosa figura di Draghi per poter essere ancora una volta credibile. Ma alla fine non fa che rimpicciolire Draghi alla sua reale figura: un banchiere con tanto pelo sullo stomaco e le poche solite idee in testa che niente può ormai scalfire, tanto meno il loro fallimento e che si illude possano essere accolte se servite al pubblico con un po’ di retorica da capitalismo compassionevole e una spolverata di hi tech la cui funzione, sempre che si riesca davvero a introdurre degli snellimenti sarà certamente quella di far calare l’occupazione nel pubblico impiego ( Forze armate e polizia escluse perché bisogna spendere per le guerre di Biden e perché bisogna tenersi fedeli gli sbirri). Almeno quelli che si sono arresi completamente alla narrazione pandemica ritenendosi al sicuro saranno ripagati con la stessa moneta con la quale hanno sbertucciato quelli che hanno perso la loro attività.

Ma del resto questo è il Paese delle facili e superficiali illusioni: se pensiamo che fino a qualche giorno fa qualcuno, per giustificare il proprio voltafaccia, ha persino lanciato la teoria secondo cui l’arrivo di di Draghi avrebbe facilitato l’uscita dall’euro, proprio lui che ne è stato il supremo difensore attraverso il quantitative easing, si può misurare tutta la fatuità del discorso pubblico italiano. Ma a proposito di questo la fabbricazione massiccia di denaro è stata una formula rivolta a salvare la moneta unica come strumento delle oligarchie continentali, ma non certo per incrementare i redditi dei comuni cittadini visto che tutto è andato a un sistema privato che ha canalizzato tutto in rendita finanziaria, generando quella “trappola della liquidità” nella quale qualunque emissione di denaro non riesce ad alzare la domanda. Al contrario di Monti Draghi ha qualcosa da spendere senza però avere la minima idea di usare quei sia pur pochi soldini in senso strategico, gli serviranno solo  per placare le cose fino alla sua elezione a capo dello Stato. Per questo la missione di Draghi è alla fine impossibile, ovvero risollevare il Paese con le stesse ricette che lo hanno condotto a questo terribile declino. Il “momento Draghi” non durerà a lungo e già a marzo si vedrà che aria tira quando bisognerà decidere  se proseguire o meno col blocco dei licenziamenti o se proseguire o meno con questa farsa dei confinamenti e delle varianti del virus. Una cosa è certa: qualsiasi forma di opposizione non potrà che cominciare dal fare “whatever it takes”, qualunque cosa per levarci dal groppone quest’uomo che da trent’anni svende il Paese e il futuro di milioni di cittadini.


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