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Grande fratello Netflix

7399029160_f2c7e7a31fSpesso accade che i grandi fratelli della nuova era non si annuncino come tali, che appaiano i compagnoni delle serate pizza e film, come distributori di “contenuti” talmente facili e affabili che alla fine non ci si accorge nemmeno di essere diventati dei meri contenitori per l’ideologia dei ricchi. E’ la storia d Netflix che è  tutt’uno con il globalismo e la cui trasformazione da semplice distributore planetario a produttore in proprio di serie e film  da distribuire dovunque ,ne ha seguito le tracce. L’incipit stesso di questo cambiamento è avvenuto in maniera molto significativa con House of Cards una serie a carattere politicante, ma totalmente priva di qualsiasi concetto politico e tratto da una trilogia letteraria intitolata Gli intrighi del potere scritta da Michael Dobbs che è stato consigliere personale della Thatcher oltre che eminente rappresentante del partito conservatore. Il concetto espresso e propalato in tutto il mondo è che la politica non è altro che gestione dell’economia e dunque non è terreno di idee, prospettive, speranze, visione diverse e alternative. ma  è solo una questione amministrativa per la quale la corruzione dei gestori è un fatto spiacevole, ancorché interessante dal punto di vista narrativo, ma non fondamentale poiché non mette mai in questione il sistema e i suoi fondamenti.

E’ forse a questa produzione che si deve la nascita del populismo e del qualunquismo  propagandistico  delle elite che da noi, tanto per fare qualche esempio concreto, viene espresso dalle sardine. Ma del resto non c’è da stupirsi se solo si guarda al fondatore e capo di Netflix, Reed Hastings, una sorta di specchio vivente del gran fratellismo vip contemporaneo: ha fatto parte del consiglio di amministrazione di Facebook da 2011 e fino all’anno scorso, è stato  parimenti membro del direttivo Microsoft, come tutti i miliardari si dedica alle cosiddette organizzazioni no profit e last but no least è uno dei noti sostenitori delle charter school, ovvero scuole private quanto all’insegnamento e all’orientamento di base, ma che godono di fondi pubblici . Non si sa quali siano le reali competenze che lo hanno proiettato in questo brillante cursus honorum visto che si è laureato a quasi trent’anni in informatica e non si è mai considerato, almeno secondo le sue stesse parole, un uomo d’affari fino ai 45. Ma di certo non si può trascurare il fatto che  ha seguito un corso di addestramento per gli ufficiali del Marines senza tuttavia arruolarsi, preferendo entrare nel Peace corps, famigerato strumento della politica di Washington che ha al suo attivo innumerevoli tentativi di controrivoluzioni, rivoluzioni colorate, colpi di stato come quello contro Allende e attraverso Nathaniel David ha lasciato il suo zampino anche nel caso Moro. Tutto questo meriterebbe molti post a parte, ma insomma definiscono bene la formazione del capo di Netflix che oggi persegue gli stessi scopi con l’intrattenimento.

Qual’è la filosofia di questo network? Quello di produrre “contenuti” come dicono gli acculturati della mutua, non solo in Usa, ma in diversi Paesi, tentando con questo di cancellare la sensazione di imperialismo culturale e facendo apparire come prodotto proprio cose che sono state studiate altrove: in realtà, mentre gli scenari, le ambientazioni, gli attori appaiono diversi, la sostanza narrativa, le storie e i rapporti umani sono sempre gli stessi, indifferenziati ,standardizzati,  di purissima marca americana, tanto che spesso le stesse storie vengono ripetute in diverse versioni per i vari Paesi, cosa di cui il fruitore tipo, legato a una determinata area e non in possesso di una Vpn non si rende ben conto. Oddio spesso ci sono degli incidenti, come quella mini serie in cui si ipotizza invasione morbida della Norvegia da parte dei russi, senza tenere conto che questo Paese è già stato invaso moralmente e militarmente dagli americani. Oppure gli incensi profusi qui e la nei confronti degli Usa e dei velati veleni nei confronti dei loro nemici. Ma pochi si accorgono di questi strappi nella tela: l’idea di fondo è quella di erodere in maniera morbida e attraente  le diverse culture e sistemi di rapporti sociali e personali, per imporne una soltanto: il globalismo rilascia passaporti per ogni tipo di colore e di identità, ma di certo non possiede quello per la diversità culturale reale e non folcloristica, che sarebbe un controsenso. Il diverso è tale solo se non è davvero. Esiste solo una visione del mondo ed è quella del neoliberismo: ma evitando di proporre questa antropologia da una sola fonte produttiva, si fa in modo che il virus venga coltivato anche in altre provette, evitando sia la noia dell’uguale che la sensazione impositiva  e rendendo tutti finti protagonisti. La cosa notevole è che i produttori stessi, portatori di diverse patologie dal suprematismo capitalistico all’eccezionalismo americano, non sono del tutto consapevoli della malattia, si ritengono portatori sani.


Il baccano del nulla

CatturaDecenni di devastazione culturale hanno dato il risultato atteso, ovvero quello di inibire qualsiasi visione diversa da quella neoliberista, qualsiasi antropologia alternativa a quella dell’individuo atomico, qualsiasi prospettiva sociale che non sia prigioniera del mercato e delle sue presunte leggi. Insomma ogni pensiero che non dia per scontato, definitivo, ontologico il contesto economico – politico esistente: si è lavorato duramente e in tutti i campi perché l’impossibilità di pensare secondo prospettive diverse e alternative non solo venisse repressa attraverso l’altezza del rumore di fondo generato dai media pervasivi e la cesura tra cause ed eventi, ma scomparisse dall’orizzonte delle persone che nemmeno più si pongono il problema e si accapigliano sui fatti marginali. Tale mancanza però implica che si crei un succedaneo, un balocco politico, innocuo per il sistema globale, ma in qualche modo capace di evocare lo stesso mondo emotivo dello scontro di visioni e di idee, così come nel quotidiano “pensare differente” è solo uno slogan vuoto di contenuti che non siano una pura forma di mercato.

Il giocattolo in questione è la creazione di un nemico contro il quale combattere, ma per fare un gioco di parole, non controbattere perché in realtà non si tratta affatto di una questione di idee di fondo, ma al massimo di particolari e in effetti la caratteristica dei movimenti di opposizione in questo Paese (e non solo, ovviamente), è quella di essere contro senza essere per qualcosa che non sia già l’ordine costituito. Si è cominciato con il berlusconismo e una lunghissima battaglia che non aveva più un retroterra politico consistente, perché amici e nemici erano entrambi neoliberisti e semmai gli avversari del cavaliere mettevano sul piatto della bilancia solo il ricordo e le suggestione di un’alternativa al capitalismo che tuttavia erano solo ingiallite fotografie di famiglia. Poi sono venuti i Cinque stelle che accanto alla confusa palingenesi informatica in realtà proponevano di mettere pezze al sistema, ma senza avere una prospettiva antagonista: con tutte le buone intenzioni il messaggio era quello di ricucire le falle più evidenti del sistema. Non è che non circolassero idee in qualche modo originali, ma non c’era un contesto di cambiamento di paradigma che facesse da cemento e permettesse di resistere alle enormi pressioni in gioco, non bastava solo avere un nemico, ossia la casta, individuata principalmente nel Pd. E alla prova dei fatti tutto si è sgretolato come sabbia e si cerca vanamente di sostituire il nemico oggi diventato alleato con Salvini: ma è un gioco che dura due volte. Il modus operandi basato su esclusivamente sull’antitesi amico – nemico offre anche il vantaggio di rendere quasi primitivo ogni dibattito perché se non sei con qualcuno devi essere per forza contro, che un must del cretinismo di tutti i tempi.

Quasi in contemporanea nacque il renzismo con la sua Leopolda come se davvero il guappo di Rignano potesse o volesse cambiare qualcosa che non fosse il suo potere dentro il Paese tanto più che si rifaceva apertamente il blairismo, ossia al problema e non alla sua soluzione. E adesso, ancora più in basso sulla precipitevolissima china  siamo alle sardine e alla loro includente vacuità che si nutre esclusivamente dell’essere contro Salvini il quale tuttavia non è che l’altra faccia della loro medaglia. Non possono sfidarlo sul piano degli enormi problemi che incombono sul Paese, sul disagio sociale, sui bisogni, sullo stato sociale  perché solo difficilmente si potrebbe scorgere una qualche significativa differenza, ci si basa solo su incoerenti suggestioni e si dà vita a una rissa da bar tanto più violenta quanto più è insensata. E per colmo di ironia, sia Salvini, sia le sardine amano presentarsi come corrente, quando invece sono trascinati inesorabilmente dalla corrente.  Ma nel vuoto avere un nemico significa pensare di colmarlo, come se bastasse la tensione a riempire di significati e di speranze il nulla: pochi si accorgono invece che questi tentativi finiscono per aggravare il problema e a creare la sensazione che il bon ton e il politicamente corretto o il loro contrario, non siano un plasma gassoso prodotto dal sistema, ma un solido terreno di idee. La spia di questa condizione è il fatto che le sardine usino  Bella Ciao, una canzone tra l’altro  composta a posteriori, nel 47 visto che i partigiani cantavano l’Internazionale per l’orrore di Santori , pur non sapendo un’ acca della Resistenza, non avendo la minima idea che il loro piccolo mondo nel quale rifiutano di crescere è l’esatto opposto delle idee di eguaglianza sociale e di partecipazione collettiva che animò la lotta contro il fascismo. E infatti nulla di tutto questo emerge nei loro discorsi.  Certo questa è spia di una strumentalizzazione così palese e così pro sistema che anche un cieco non potrebbe fare a meno di vedere, ma è anche la prova del’esistenza, concreta e rotonda del nulla. Niente come il non essere ha esistenza nel nostro mondo.


Scuola conciata per le feste

b31d2d9ca87d8345821663c0cdd973Probabilmente il governo è felice della dimissioni del ministro Fioramonti che aveva osato chiedere 3 miliardi per la scuola e la ricerca, rischiando mettere in crisi il bilancio dettato da Bruxelles . Insomma un rompicoglioni in meno che chiede soldi per qualcosa di fondamentale, mentre ci sono un sacco di cose inutili da finanziare, la Tav, gli F35, le olimpiadi invernali (già è stato stanziato un miliardo di denaro pubblico per un’impresa che sarebbe dovuto campare solo di investimenti privati e siamo solo all’inizio), finire il Mose perché il fallimento sia ancora più conclamato e anzi si trasformi in una sorta di ricostruzione continua. Non c’è  nulla che possa stupire in tutto questo: il fatto è che la scuola non finanzia la politica mentre tutto il resto più è superfluo più ingrassa le casse del corto circuito politica – affari .

Ma in questo caso la soddisfazione per essersi liberati di un ministro rimasto indietro nella comprensione dei meccanismi europei di governance è doppia perché più soldi si sottraggono alla scuola pubblica, più viene accelerato il processo di privatizzazione dell’istruzione e con quello anche il suo degrado da strumento di formazione culturale e civile a strumento di semplice addestramento al lavoro e alle logiche neo liberiste in cui esso viene concepito, ovvero fare senza sapere e senza preoccuparsi del contesto in cui tale fare si inserisce che bisogna accettare non come problema, ma come dato immutabile di realtà. Il tutto avviene nemmeno in maniera originale, ma pedissequamente imitato dai sistemi anglosassoni che sono ontologicamente volti a un sistema di istruzione di classe (il sistema dei campus serve proprio a separare l’elite di censo  – o di casta nel caso delle università più famose – dall’ambiente sociale) . Il risultato alla fine è pessimo, costringendo ad importare cervelli da fuori per reggere il ritmo e tuttavia in tutti questi anni, nonostante gli allarmi, questo sistema invece di essere corretto si è incancrenito perché più funzionale alla visione neo liberista. E’ rimasto famoso, ma inascoltato, il grido d’allarme lanciato dallo scrittore Chris Hedges sul _New Times nel 2012:, Perché gli Stati Uniti distruggono il loro sistema educativo? 

Le ragioni non sono affatto misteriose: un Paese che distrugge il proprio sistema educativo, degrada anche la sua informazione pubblica, manda al macero  le proprie librerie  e trasforma l’insegnamento in veicolo di svago ripetitivo a buon mercato, diventa cieca, sorda e muta. Apprezza i punteggi nei test più del pensiero critico, preferisce l’addestramento meccanico al lavoro, la standardizzazione dei testi e dei test e finisce per apprezzare la singola abilità nel far soldi. Sforna prodotti umani rachitici, privi della capacità e del vocabolario per contrastare gli assiomi e le strutture dello stato e delle imprese.  Trasforma uno stato democratico in un sistema feudale di padroni e servi delle imprese. Innesca un circolo vizioso dove la meccanicità del sistema allontana gli insegnanti migliori portando ad ulteriore meccanicità e così via.

Tutto questo da noi avviene in maniera completamente e passivamente imitativa, dentro un Paese  fragile che considera tutto ciò che avviene altrove come migliore, soprattutto se avviene nelle vigne del padrone. E per raggiungere lo scopo ci si nasconde dietro problemi di bilancio che vengono imposti altrove, si fanno semplicemente mancare i soldi così da creare disuguaglianza alla radice tra chi può permettersi scuole, magari non buone in sé ma che danno accesso all’elite (queste scuole sono buone per definizione) e altre che costituiscono semplicemente il viatico per il lavoro subordinato. Lo si fa senza dichiararlo, in maniera subdola e democristiana: per questo le dimissioni di un ministro che chiedeva più finanziamenti è un regalo di Natale per il governo, mentre le reti televisive pubbliche non fanno altro che stimolare le donazioni a questo o a quell’altro istituto di ricerca privato che non si sa bene cosa faccia in concreto, ma che comunque spende buona parte di ciò che gli arriva in pubblicità e in auto sostentamento, non diversamente dall’ 8 per mille della chiesa cattolica. Passata la festa gabbato lo santo.


I liberi schiavi

imagesMi meraviglierebbe molto che questo Paese riuscisse ad evitare il declino e la rapina da parte dei potenti vicini attuata attraverso una serie di artifici istituzionali che mentre fanno riferimento al sovranazionalismo come espressione del globalismo neo liberista, si rivelano in realtà strumenti di saccheggio sia orientati in senso sociale che geografico. Difficile rovesciare il tavolo dei bari senza che vi siano culture di riferimento e tutto si rifugia in formule prive di senso, in correttezze o scorrettezze politiche, al ritualismo discorsivo. Per capirlo fino in fondo bisogna piuttosto badare ai lapsus freudiani, quelli che escono fuori quando l’attenzione si attenua e la concatenazione delle frasi fatte nella sintassi contemporanea prende il sopravvento.

L’altro giorno, per esempio, mi aggiravo nel maggiore sito italiano che riguarda la produzione cinematografica alla ricerca di qualcosa di decente da vedere quando incoccio in “Bangla”, opera prima, pressoché autobiografica  di tale  Phaim Bhuiyan, in realtà nato e vissuto a Torpignattara, che ovviamente affronta l’eterno problema   dell’incontro fra culture e diverse e leggo quanto si dice della trama: “Phaim è un giovane musulmano di origini bengalesi nato in Italia. Vive in famiglia a Torpignattara, lavora in un museo e suona in un gruppo. In occasione di un concerto incontra Asia. Tra i due scatta l’attrazione e Phaim dovrà cercare di capire come conciliare il suo amore con la prima regola dell’Islam: la castità prima del matrimonio”. Spero che anche scorrendo velocemente il testo abbiate avuto la sensazione di qualcosa che non funziona: la castità prima del matrimonio è qualcosa che non dovrebbe affatto costituire un problema di comprensione visto che anche la chiesa cattolica prescrive la medesima cosa e si può dire che per tutto il secolo scorso abbia combattuto la progressiva liberazione sessuale quasi quanto si sia adoperata per contrastare la liberazione sociale. Anzi proprio questa particolare restrizione della sessualità è un tratto caratteristico delle religioni così dette abramitiche. Dunque come è possibile che su questo vi sia contrasto? O piuttosto non è che il contrasto riguardi in realtà da una parte persone che in qualche modo si sentono ancora legate a un credo religioso e alle sue prescrizioni mentre altre sono completamente al di fuori da questa prospettiva ancorché fingano di dirsi cristiani? E anzi inscenino dei conflitti di civiltà senza conoscere né l’altro né se stessi, ma solo sulla base di automatismi emotivi.

Qui non mi interessa se siamo di fronte alla vacuità di un recensore o di una presentazione ufficiale, non voglio nemmeno sapere se si tratti di un film furbetto o che si muove sugli equivoci: voglio soltanto sottolineare che siamo allo scontro fra qualcosa e la mancanza di qualcosa nel senso che da una parte abbiamo un sistema di pensiero  per quanto possa sembraci arcaico, dall’altra un semplice adeguarsi al si fa e si dice dell’ambiente in cui si vive senza che su questo venga costruito un modo di vedere il mondo e se stessi, ma che costituisce solo un altro modo di essere desideranti. Dal momento che io sono vissuto in un periodo in cui la liberazione sessuale aveva un senso molto più ampio, come scardinamento dei rapporti di sottomissione ai modelli sociali, non posso fare a meno di notare che oggi la libertà sessuale naviga sulle acque di un banale edonismo che non scardina nulla, anche si incardina su un sistema che riconosce i diritti fondamentali solo su un piano puramente formale, quasi fosse una moneta di scambio. Il vecchio moralismo è quello che si insinua fra le trame di questo scambio e impedisce, tanto per fare un esempio attinente che in nessun film o serie o narrazione televisiva, da noi come nel resto del mondo occidentale, qualcuna interrompa la maternità, demonizzando come un peccato, peraltro senza ragione e coerenza, questa possibilità che prima faceva parte della liberazione.

C’è stata un’inversione di segno che sembra ricalcare antiche storie: man mano che i diritti sociali vengono meno, si allentano altri vincoli un po’ come accadeva per gli  schiavi liberi solo di fornicare e che oggi si concreta in nuove forme di schiavitù: ma questo avviene a tentoni senza  un visione del mondo  significativa, capace di andare al di là del semplice narcisismo personale. Si vive in un mondo di “non ” e di “post”, in un pensiero della mancanza. Non è un caso se i nuovi soggetti che dovrebbero essere i soggetti primari  di queste libertà, ossia le donne, gli omosessuali, i transessuali, i disabili,  gli “altri” e via dicendo non rivestono nessun ruolo chiave nell’attuale assetto sociale, rimanendo come oggetto ornamentale del nuovo ordine che ha rotto qualsiasi equilibrio tra capitale e lavoro. In due parole l’utopia dell’egoismo crea regole e norme dell’agire non inserite in alcun sistema coerente che consenta la riappropriazione di senso della propria stessa vita. Così, tanto per far riferimento ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx non solo  il lavoro non è più una cosa nostra, ma nemmeno il piacere. Ed è da questa  prospettiva che poi nascono gli equivoci come quello di vedere differenze che non esistono o esistono solo come contrasto tra affermazione di qualcosa e semplice negazione. 


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