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Tutto come prima, niente come prima

settimo_sigillo_jpeg_960x0_crop_q85Una cosa sembra chiara: gli europei cominciano a non poterne più dell’Europa oligarchica, ma dopo decenni di devastazione politica che ha ucciso i partiti e creato una enorme confusione intellettuale ed emotiva, essi non hanno più gli strumenti per esprimere lucidamente questa volontà trovandosi in definitiva a scegliere tra un fronte conservatore o comunque dello status quo e uno movimentista di natura varia e incerta spesso di destra o raramente di sinistra come in Portogallo, ma ormai battezzata come sovranismo: insomma i votanti debbono accontentarsi di giocare con le mattonelle di lego a disposizione molte volte  create o deformate dagli stessi poteri che dominano il continente. Certo è difficile vedere delle linee di tendenza in questo bailamme, al di là di un a generale crescita delle formazioni critiche, ma potremmo cominciare col distinguere alcune zolle continentali: quella italo francese con annessa la Gran Bretagna, quella nord mitteleuropea e quella degli ex Paesi dell’est. Nella prima formata da grandi Paesi che mal sopportano il giogo hanno vinto senza possibilità di equivoco le forze euro critiche, in Germania e nei Paesi che fanno parte del suo sistema economico, nei luoghi insomma dove l’Eu e l’euro sono stati un sofisticato sistema di sfruttamento degli altri partner, ha prevalso lo status quo anche grazie all’operazione Greta che ha fatto levitare i Verdi oltre l’immaginabile perché su di essi si è riversata molta parte della protesta interna.  Infine, ad eccezione dell’Ungheria anche negli ex Paesi dell’est, sia pure a volte con qualche perdita ha prevalso l’euro conservazione, visto che la Ue con le sue delocalizzazioni ha portato notevoli vantaggi senza però gli svantaggi della moneta unica.

La Gran Bretagna è il Paese dove il messaggio è stato più chiaro: ha stravinto Farrage, i conservatori sono stati puniti per il loro traccheggiare sulla Brexit e anche il Labour che da un iniziale appoggio all’abbandono della Ue si è via via avvicinato al “remain”, ha subito un duro scacco. In Francia Macron e gli europeisti sono stati battuti dalla Le Pen così come una sinistra che non ha trovato la forza di ribellarsi all’ordo europeismo, nonostante i moniti di Melenchon. Anche qui i verdi hanno raccolto una insperata ricca messe di voti che presumibilmente accoderanno al potere, per quel che vale, nel parlamentino di Strasburgo. In Italia infine ha stravinto Salvini che ha cancellato i Cinque stelle,  vittime di una gruppo dirigente così poco avvertito da aver man mano cancellato il proprio spirito critico nei confronti della costruzione continentale non si sa per far piacere a chi. A questo punto è perfettamente lecito supporre che tra gli elettori e il gruppo dirigente ci sia ormai una frattura incolmabile. Nel dramma senza fine della Grecia gli elettori non hanno trovato altro che far vincere i conservatori pur di bocciare Tsipras.

E’ del tutto inutile parlare della nuova composizione del parlamento Ue, visto che non conta assolutamente nulla e in ogni caso le differenze politiche fra conservatori, socialdemocratici e socialisti sono pressoché nulle salvo che in qualche rara e marginale eccezione. Inutile nemmeno parlare di una sinistra  incapace di comprendere come la governance globale europea sia il vero nemico di classe ed è dunque in via di scomparsa per mancanza di senso. Ma la mia impressione è che il foglio di un possibile futuro sia ancora tutto da scrivere, che si assista a un’agonia senza che qualcosa riesca a nascere, di uno scontro alla cieca che per ora porta acqua ai poteri consolidati: tutto come prima, niente come prima, entrambe le proposizioni hanno la loro verità perché l’europa affonda non con le scosse di terremoto, ma un bradisismo.

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Confusione all’inglese

elezioni-inglesiLa confusione è totale, sfida il paradosso anche se a quanto pare questo avviene  non solo in Gran Bretagna. Come si fa a incastrare nell’ambito di una stessa elezione alcuni dati del tutto contradditori fra loro che sembrano appartenere a puzzle diversi e incoerenti? Certo è singolare che dopo la vittoria del Brexit, il quale non ha cambiato una virgola nelle performance dell’economia brittanica e che al massimo le ha un po’ migliorate, risorgano i laburisti di Corbyn che erano contrari al Brexit e perda invece Theresa May che era subentrata a Cameron come la quasi eroina del distacco dall’Europa? Che l’Ukip sia praticamente scomparso è del tutto ovvio dopo il raggiungimento dell’obiettivo che si era prefisso, ma come è possibile che il 20 % di voto laburista che aveva intercettato proprio sul progetto di uscita dall’Ue, sia tornato a casa quando è evidente che un voto al labour significa mettere in crisi l’uscita? E come può accadere che vengano invece dimezzati gli indipendentisti scozzesi i quali con insondabile contraddizione volevano sì la separazione dal Regno unito, ma l’unione con l’Europa? Non si tratta solo di numeri, ma anche di idee: non riesco a comprendere come possa Corbyn, personaggio che ha il merito storico di aver messo in soffitto il blairismo, prospettare una sorta di new deal britannico, una nuova grande stagione di interventi publici e di nazionalizzazioni, ma al tempo stesso voler rientrare in Europa che di fatto li vieta, presa com’è dall’ossessione privatistica?

Si c’è molta, c’è troppa confusione. Ed è evidente che tra questa si faccia strada il potente meccanismo di persuasione e manipolazione dei media detenuti dall’oligarchia globalista, assieme ad altri strumenti di potere: se falliscono di fronte a una domanda diretta, come quella che solitamente viene posta dai referendum, sono invece abbastanza forti per determinare il consenso quando la questione viene posta in maniera indiretta e viene giocata su ambiti diversi anche se in aperta contraddizione fra loro, fino a che non prevale la linea del famoso 1% che rappresenta la fase ultima del capitalismo nel quale mercato e geopolitica si saldano, come è fin troppo evidente dalle vicende degli ultimi anni. Non c’è limite alle deformazioni possibili, compresa l’appropriazione indebita e subdola di concetti che la sinistra ha abbandonato o gioca in puro senso totemico.

Tuttavia proprio questo smarrimento degli elettorati che via via si vedono meno rappresentati ed esposti a choc emotivi come quello per esempio degli attentati di certa attribuzione, ma di enigmatica origine, (nello specifico caso inglese diretti contro la May, per sei anni ministro dell’interno e dunque responsabile della sicurezza) testimonia che siamo entrati  di una fase successiva rispetto al neoliberismo trionfante al suo culmine ideale tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. Si sceglie per confusione, non più per fede nei destini progressivi del mercato e anche se questo finisce sempre per mettere nel sacco gli elettori con il gioco delle contraddizioni ( ad esempio partito conservatore globalista per il Brexit, partito progressista invece contrario) pian piano si va facendo strada la consapevolezza di un fallimento delle formule rituali e direi quasi la nostalgia di qualcosa di diverso anche se ancora non si riesce ad afferarlo. Tutto questo causa un effetto ingovernabilità anche  nel Regno Unito, per decenni spacciato come esempio impareggiabile di saldezza che sarebbe dovuto a un sistema elettorale iper maggioritario, disegnato sulle regole del tennis,  che fa strame di ogni regola di rappresentanza. Insomma c’è il pericolo (naturalmente per lor signori) che la confusione man mano cominci a declinarsi come dubbio nei confronti del credo liberista e a quel punto non basterà la legna, la carta e i bit disponibili per bruciare gli eretici. Già è sufficiente Corbyn con la sua eccentricità  rispetto ai decaloghi della governance post thatcheriana e il suo rifiuto della socialdemocrazia in veste di pronuba del liberismo a testimoniarlo.


Gita in auto con la Thatcher

imageOggi facciamo un giro in macchina. Ma non con una macchina qualsiasi, con una grande  e lussuosa berlina costruita interamente in un paese del terzo mondo che per ora non vi rivelo dal ’60  ai primi ’80. Immagino che siate curiosi e anche un po’ impauriti: non è che ci fermiamo e dobbiamo spingere? Non è che alla prima curva schizza via o che frena nel doppio delle altre auto e ci andiamo a schiantare? Bé ve lo confesso qualche timore è giustificato perché questa vettura pesa più di 2,7  tonnellate a secco, possiede solo freni a tamburo, ha un cambio automatico americano di vecchia concezione e uno sterzo che fa un po’ ciò che vuole così che ogni curva rappresenta un brivido. Cosa mica da poco su un’auto che stava per essere ritirata dalla strada per la sua scarsissima resistenza agli urti. Però mica c’è bisogno di correre e del resto non potremmo nemmeno farlo: il motore ad onta di una spaventosa cilindrata di quasi sei litri e mezzo suddivisi in 8 cilindri, eroga, nella configurazione più brillante e potente, 200 cavalli con un rapporto peso potenza che era già ai tempi in cui è nata era tra i peggiori al mondo. Non c’è da stupirsi: il propulsore non era stato progettato per le auto, ma era un motore marino montato su molti piccoli e pittoreschi pescherecci della Manica, adattato in qualche modo alla strada.

Senza dubbio, a patto di avere un autista che si assume la fatica improba della guida, è una vettura comoda, però sospetto che anche accettando di farci un giro non ve la comprereste soprattutto sapendo che ha un costo stratosferico. Anzi sono sicuro  che fareste molta ironia sulle costruzioni da terzo mondo e ancor più ve la ridereste sapendo della leggendaria scarsa affidabilità degli organi di trasmissione e dell’impianto elettrico. Invece probabilmente molti di voi con un po’ più di anni sul groppone ne hanno fatto un mito, perché questo bidone non era costruito  chissà dove, in qualche posto esotico, ma in Inghilterra e si chiamava Rolls Royce. E se almeno con i modelli dei primi anni ’60 si poteva andare in giro con un auto stile anteguerra, cosa che poteva soddisfare i baronetti, dopo, con i modelli più recenti si girava con una Peugeot 403 allungata (c’è stata anche una vertenza giudiziaria per la scopiazzatura).  Solo dopo l’assorbimento da parte della Bmw è finalmente arrivata ad essere un’auto decente, visto che tutto è costruito in Germania e solo assemblato in Inghilterra. Ma rimane solo un’auto di rappresentanza adatta quasi esclusivamente a farcisi vedere dentro e a dimostrare il proprio status non solo finanziario, ma sociale, l’appartenenza a una classe che generalmente è quella dei grandi proprietari terrieri inglesi, ossia dei latifondisti.

Se fosse stata fatta altrove, se non avesse potuto godere del mito geopolitico britannico sarebbe stata considerata un catorcio, destino del resto comune a molte quattro e due ruote made in Usa che se fossero stati prodotti in altri Paesi sarebbero considerati trattori veloci. Ho fatto questo esempio certamente curioso per illustrare  come sia facile per le classi e i Paesi dominanti avvantaggiarsi della mitopoiesi, ovvero delle narrazioni favolistiche sia nel campo del mercato che in quello delle idee e delle persone. Ed è per questo che qualsiasi prodotto, anche fatto nello sprofondo, si fregia di slogan e di nomi inglesi, fatto che da solo ne denuncia un sostanziale e generale acchiappa citrullismo.

La Rolls Royce mi è venuta in mente qualche giorno fa assistendo a una trasmissione di Rai Storia nel quale si parlava della Thatcher e il professore di rito che palesemente improvvisava sull’argomento,  dava per scontato che la signora di ferro fosse un’intellettuale consumata, attenta e fervida lettrice di tutta la letteratura economica in particolare von Mises e von Hayeck, mentre tutto denuncia che il reazionarismo thatcheriano deriva dalla drogheria paterna e lei stessa lo dice  “Devo quasi tutto a mio padre, davvero. Mi ha portato a credere a tutte le cose a cui io ora credo”. Del resto si era diplomata in chimica (tecnicamente sarebbe laureata, ma al Sommerville di Oxford, una scuola femminile separata, creata apposta per aumentare in maniera figurativa il numero delle donne con studi superiori) e per molti anni si dedicò da conservatrice nata alla produzione di conserve, prima di riprendere gli studi e diventare fiscalista grazie agli studi e alle leggi permissive del dopoguerra. Nulla nei suoi discorsi, nelle sue biografie narra di letture teoriche ed economiche a vasto raggio, così come non le aveva il suo patron d’oltre atlantico Reagan: erano personaggi plasmabili dai poteri reali proprio per la loro mancanza quasi assoluta di cultura politica, del resto nemmeno mai coltivata negli studi come ci si aspetterebbe e che li portava ad esprimere concetti elementari sulla cui verità, plausibilità e conseguenze nemmeno si interrogavano.

La Tatcher è un po’ come la Rolls Royce, sostanzialmente un bidone il cui mito reazionario risale alla vittoria nella lunga battaglia con i minatori, vinta esclusivamente sull’onda della guerra argentina in cui la signora di ferro riuscì a spuntarla un po’ perché il regime militare di Buenos Aires era ormai marcio e molto grazie all’appoggio del caro amico Pinochet che permise alle navi e agli aerei inglesi di servirsi di porti e basi cilene chiudendo la partita. Ma lei era molto amica dei dittatori, purché fossero apertamente di destra e feroci,  al punto che dopo la caduta di Somoza tentò di vietare, l’uso nelle istituzioni pubbliche del termine sandinismo e dei suoi derivati. Con tutto questo probabilmente il mito Thatcher non esisterebbe se prima delle lezioni dell’83 non ci fosse stata una scissione nel labor con la creazione di un partito socialdemocratico (chissà perché le operazioni tipo Saragat sono sempre così tempestive): le due forze messe insieme arrivarono quasi al 55% e per la Lady il discorso si sarebbe chiuso lì senza la legge elettorale inglese e senza questa strana operazione messa in piedi da chi riteneva che il partito del Labour fosse troppo a sinistra ( e infatti la frattura fu ricomposta solo da Blair con la sua sterzata a destra). Invece dobbiamo tenercela come mito.

Dai accendiamo il motore…. ah la batteria è scarica? Pazienza scendiamo e spingiamo il mito.


Sto kalò Tsipras

oxi-greciaDomani si compie il destino finale della Grecia e si mette la parola fine al fallimentare esperimento dell’altroeuropeismo eurista: qualunque sia il risultato che uscirà dalle urne l’epitaffio sulle spoglie della “socialdemocrazia collaborativa” a tutti i costi  è già scritto. Se anche Zeus dovesse scendere dall’Olimpo e provocare,  per far dispetto a Pallade Atena, una netta vittoria di Syriza vorrà dire che Tsipras e il gruppo dirigente attorno a lui dovranno gestire da soli o quasi la rappresaglia europea contro la Grecia. Con tutto ciò che significa e con un declino rovinoso non solo dei responsabili diretti, ma di tutta l’opinione a sinistra trascinata nell’inconsistenza e nel’inaffidabilità.

Ma si tratta di un’ipotesi così remota che appunto merita un po’ di mitologia liceale. Nonostante il premio di 50 deputati che viene concesso al partito con più voti, la maggioranza assoluta si raggiunge con il 41% dei suffragi che è totalmente fuori questione per qualsiasi forza, mentre Syriza dovrebbe raggiungere almeno il 36% per potersi permettere di governare con innocue formazioni minori tipo To potami e Pasok che comunque non le permetterebbero di spalmare su altri le responsabilità. Tuttavia anche questa ormai è un’ipotesi priva di realismo.

Se al contrario riesce a spuntarla anche di un solo voto su Nea Demokratia con un risultato intorno al 27% che gli viene attribuito dagli ultimi sondaggi, per quel che valgono, Tsipras può rimanere premier, ma solo con un accordo di ferro con i conservatori. E a parti invertite  cioè se ND dovesse vincere anche di pochissimo, dovrebbe diventare valletto di questi ultimi. Sarebbe una disfatta, certo,  e probabilmente anche la fine personale del personaggio Tsipras, ma proprio qui sta il nodo che distingue la sinistra elitaria e di rito europeista, ancora decisa ad appoggiarlo chiudendo occhi e orecchie da quella radicale e realmente antagonista dei disegni oligarchici: un crollo alle urne non sarebbe altro che una rappresentazione numerica  della storica sconfitta già subita dalla dottrina altroeuropeista nella trattativa con Bruxelles. Augurarsi una vittoria, sia pure di misura, di Tsipras è senza senso da un punto di vista pragmatico visto che l’uomo è già stato stritolato e normalizzato dalla troika, ma soprattutto  favorirebbe l’ allungarsi  temporale di posizioni ambigue e la resilienza di strategie rivelatesi drammaticamente sbagliate.

C’è chi dice che la rotta di Syriza sarebbe un grave colpo per Podemos e per altre formazioni euroconcentriche. Però si tratta solo di politica politicante: la sconfitta c’è già stata nei fatti e la sopravvivenza al comando degli strateghi sbaragliati a Bruxelles per la carenza e la superficialità di azione, non può che creare ancora una volta equivoci e incertezze. Una batosta a Syriza accompagnato da un buon risultato di Unità Popolare, ovvero di quelli che si sono opposti alla resa senza condizioni del leader, mostrerebbe invece con più chiarezza l’unico cammino possibile per salvare la democrazia, magari facendo cadere molti veli dagli occhi dei ceti popolari e favorendo la rinascita di una sinistra coerente e senza collusioni. Anzi proprio questa sarebbe una mano santa per far precipitare sul fondo del vaso politico tutta la confusione e l’indeterminatezza che esiste nelle formazioni continentali – dalla penisola iberica alla Germania – che tuonano contro l’austerità, ma rimangono comunque dentro il rito eurista, pensando che essa sia solo un errore e non invece la precisa linea dell’oligarchia.

La Grecia oggi è governata dalla Troika, non ha nessuna importanza chi ad Atene  fa da cinghia di trasmissione dei diktat finanziati e sociali: siano i conservatori e i tirapiedi liberisti  a gestire il dramma senza che i greci debbano ancora subire la commedia dei non volevo e non potevo, non vorremo e non possiamo. Se non si vuole e non si può ci si ritira o quantomeno si prende atto dell’errore. Ma ahimè è proprio questo che molta sinistra ancora non vuole e non può.

*sto kalò vuol dire addio


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