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I demoni di Washington

7_head5413-5108-kDRC-U10801111977575XyC-1024x576@LaStampa.itSembra che ormai la deformazione della realtà non conosca limiti, debordi oltre i confini della dignità o della stessa verosimiglianza, acquisisca caratteri così grotteschi ed estremi da parere quasi propaganda di guerra, diffusa sia dai canali di informazione, sia da quelli di intrattenimento, ammesso che vi sia un confine visibile dentro queste aree della comunicazione. Un impasto di bugie, banalità, silenzi e assurde esaltazioni così denso e ossessivo che non trova una ragion sufficiente e  plausibile neanche dentro i paradigmi del pensiero unico, della lotta di classe alla rovescia e nemmeno nei timori di un’oligarchia che dopo Brexit e Trump avverte scricchiolii sinistri. Soprattutto ci si potrebbe sorprendere della maniacale campagna anti russa che viene condotta quotidianamente con ogni genere di para verità e con un set mediatico sempre in funzione in medio oriente e in Ucraina, il quale oltre a rappresentare un preoccupante stadio di degrado cognitivo, rimane in gran parte immotivato:da dove nasce l’urgenza così incalzante di circondare con un firewall la Russia anche a costo di rischiare una guerra nucleare?

Il fatto è che con l’avvento della crisi e soprattutto con la consapevolezza della sua natura endemica sono saltati tutti i presupposti geopolitici su cui si era concepita la globalizzazione, ovvero che nonostante il cambiamento degli equilibri produttivi e militari conseguenti al trasferimento in Asia e altrove della manifattura ( ma anche dei saperi legati ad essa, cosa della quale non si è tenuto conto), gli Usa in quanto braccio secolare e guardaspalla di una concezione diseguale della società, unico vero reperto di Stato in mezzo a colonie senza sovranità e costrette ad adottare persino un’unica lingua, avrebbero comunque potuto conservare una sorta di egemonia mondiale. Si è scoperto invece che la globalizzazione con la messa in mora dei diritti acquisti del lavoro, con la riduzione della democrazia a rito domenicale, l’impoverimento progressivo di vasti ceti sociali, compresi quelli del consenso silenzioso, genera pericolose tensioni e scollamenti anche all’interno, mentre l’esistenza di altri poli di potenza tende a disgregare l’egemonia monopolare molto più di quanto non fosse stato ipotizzato. A tal punto che una Mosca risorgente poteva scompaginare i piani oleodotteschi americani, l’insediamento in Asia centrale riuscendo persino a riattrarre nella propria orbita l’Ucraina.

Di qui l’atto di forza accuratamente preparato di Maidan con il reclutamento delle locali falangi nazifasciste, nella convinzione che Mosca avrebbe protestato e gridato, ma alla fine sarebbe stata costretta ad accettare il nuovo status quo che era destinato a genere conseguenze a catena su tutta l’area del Caucaso: invece la riconquista della Crimea (che del resto è sempre stata russa) e la secessione delle province orientali ha colto del tutto di sorpresa Washington e gli interessi materiali che la condizionano. Per giunta gli stessi russi che avevano osato difendere il loro territorio e la loro sfera di interessi, sono passati al contrattacco, disfacendo in breve tempo e con una impressionante dimostrazione di potenza, i piani Usa sulla Siria e il Medio Oriente. Lo smacco è stato insopportabile per chi da decenni si è abituato a spadroneggiare, ma è anche la prova provata dell’illusione di poter mantenere l’egemonia in presenza di altri poli, magari meno forti, ma comunque capaci di aggregazione e di liberare in qualche modo gli interessi di attori minori, vedi uno per tutti la Turchia. La campagna di demonizzazione della Russia risponde dunque sia alla rabbia del guappo schiaffeggiato nonostante avesse il coltello dalla parte del manico, sia alla necessità di coinvolgere un’Europa fiaccata, depredata di cervelli, in via disfacimento in una assurda contrapposizione col ruolo di collante posticcio, sia di utilizzarla per distrarre le opinioni pubbliche dai saccheggi neo liberisti che sono l’altra faccia della moneta. Si è arrivati al punto che quasi tutta la campagna presidenziale americana si è svolta su un presunta natura di Trump quale infiltrato di Mosca e di Putin.

Insomma colpire la Russia, circondarla, esecrarla, eliminare chiunque cerchi di  ricucire gli strappi ( vedi François Fillon, candidato in pectore all’Eliseo, ma immediatamente silurato dopo qualche blanda critica alle sanzioni contro Mosca), pagare e aizzare sedicenti movimenti democratici come nello schema ucraino, attivando i propri burattini interni è diventato vitale per il disegno egemonico: la presenza di un competitore credibile ancorché (sulla carta) meno forte, rimette tutto in discussione, molto più di quanto non si fosse creduto dopo la caduta dell’Urss. Senza parlare della Cina che oltre ad essere divenuto un gigante industriale (vedere il porto di Shangai e poi trovarsi in quello di New York che al confronto sembra una miniatura, dà visivamente  la misura delle cose, vedi nota) sta costruendo un proprio commonwealth in Africa e lungo la via della seta. Soprattutto rende più autonomi i Paesi minori, erodendo alleanze forzate e, preoccupazione ancora più angosciosa, mina le fondamenta su cui si è costruito il monopolio del dollaro come moneta di riserva e di scambio universali, che finora è stato la più importante arma di Washington. Una situazione difficilmente gestibile soprattutto in presenza di inquietudini e fermenti interni. La irragionevole ossessione che non teme il grottesco è in realtà assolutamente razionale, sempre che la ragione sia quella dei folli, ossia di una galassia di potere che vive di egemonia e pensiero unico e teme chiunque, fosse anche un Trump, cioè uno di loro, che cerchi un modus vivendi in un mondo fatalmente destinato ad essere multipolare.

Nota Tanto per informazione il porto della grande mela è il terzo degli Stati Uniti e si situa a non grande distanza dai primi due, ma il suo traffico è cinque volte inferiore a quello di Shangai. Tuttavia è ancora più significativo che il suo movimento marittimo sia poco più della metà del decimo porto cinese in ordine di importanza ovvero Tianjin.

 

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2 responses to “I demoni di Washington

  • learco

    La russofobia americana rappresenta un danno per l’Europa, non solo dal punto di vista commerciale, ma soprattutto culturale.
    Il Cremlino di Mosca è stato progettato dall’architetto bolognese Aristotele Fioravanti, il grande balletto russo è nato per opera dei coreografi francesi alla corte degli zar, per non parlare della grande letteratura russa che ha influenzato gli scrittori occidentali degli ultimi due secoli, compresi quelli americani e delle comuni radici cristiane.
    E’ davvero una violenza intollerabile che per ragioni di potere gli USA costringano noi italiani ed europei a rinnegare il nostro profondo legame con la Russia.

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