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Renzi sotto tiro dell’Economist, ma il guappo vogliamo abbatterlo noi

referendum-economist-no-3Ha destato una certa ( e piacevole) sorpresa il fatto che anche l’Economist abbia indicato il  No al referendum costituzionale italiano come la scelta migliore per il Paese anche perché “gli svantaggi delle nuove norme costituzionali superano i vantaggi”: questa inversione di marcia a 180 gradi da parte di un giornale del potere finanziario che in precedenza aveva più volte messo Renzi sull’altare e ancora pochi mesi diceva che una bocciatura della manipolazione costituzionale sarebbe stata un colpo per quell’Europa oligarchica, zattera di arricchimento e di sopravvivenza delle elites, viene interpretata come uno degli effetti Trump. In realtà già agli inizi di ottobre, quando si dava per certa la vittoria della Clinton, un altro aedo cartaceo del liberismo, ovvero il Financial Times ( vedi qui) si era prodotto nella stessa e inattesa giravolta confermando la sensazione già presente che il vento fosse cambiato per il guappo di Rignano, che i poteri da cui era stato incoronato lo stavano abbandonando. Cosa questa dimostrata anche dal sorprendente esternazione di Monti per il No.

Le ragioni di questi mutamenti di prospettiva che si sono manifestati all’improvviso, ma si preparavano sotterraneamente ormai da tempo non risiedono in un particolare effetto delle elezioni americane, quanto nella constatazione che l’intestardimento di Renzi e del Pd nell’aggredire la Costituzione pur in un periodo di sonore disfatte economiche e di promesse mancate, stava facendo rinascere un’opposizione dura nei confronti del guappo e dei poteri che lo sorreggono. Un’opposizione che si sperava di aver imbrigliato e sedato nella rete di ambiguità parlamentari, di twitter acchiappacitrulli, di una narrazione mediatica senza scampo. Paradossalmente con una vittoria del Sì tutto sarebbe ritornato in gioco mettendo a rischio l’arco incostituzionale che in definitiva si occupa di mantenere l’ordine finanziario costituito e cura i suoi interessi. Renzi è stato una manna dopo il feroce automa Monti e lo scialbo Letta, poteva fare le stesse cose proponendosì però come nuovo, ma è stato tradito dalla sua stessa arroganza compulsiva e da una furbizia che non raggiunge mai intelligenza: ha creduto davvero in una ripresa che lo incollasse definitivamente al potere, ha forzato i tempi per poterla afferrare in combutta con Napolitano, ma poi si è ritrovato in compagnia della nullità propria e della sua corte dei miracoli, incapace di cambiare registro e strategia di comunicazione. Ha imparato una parte a memoria, ma no ha saputo cambiare ruolo.

Certo un cambiamento in senso autoritario delle istituzioni è una manna per l’Europa  oligarchica e per i suoi sponsor, per Confindustria, per le banche, per la Nato, insomma per tutte le articolazioni in cui si incarna il pensiero unico, ma non se questo rischia di riattivare la politica anche presso le “fasce assenti” dell’elettorato e dei corpi sociali  mettendo in forse gli assetti su cui il tutto si regge: visto che la credibilità di Renzi è stata scioccamente dilapidata  nel tentativo di garantire solo se tesso e il ceto dirigente che rappresenta rischiando di minare il muro maestro, che per di più il personaggio è servile, ma inaffidabile, capace di mordere la mano che lo ha sollevato, meglio riconfondere la gente con un altro cambio di cavallo che renda le illusioni più credibili e recuperi lo scetticismo nascente. In una realtà dove la politica è stata ridotta a semplice funzione di altri interessi, riducendosi a populismo di palazzo, l’intercambiabilità dei personaggi sulla giostra che gira sempre attorno allo stesso asse, è una costante, un modo per pulire i panni sporchi. Una sconfitta al referendum sarebbe un’ occasione d’oro per procedere a un’operazione in aria da tempo.

Se di effetto Trump si può parlare  è solo nel senso che le elezioni americane, così come il Brexit, hanno mostrato il limite del potere di persuasione dei media e dei trucchi informativi di ogni genere, dei ricatti a mezzo stampa e tv, rendendo perciò più pericolose le azioni che mentre creano di rafforzare il potere istituzionale creano ostilità verso di esso, aggregano le proteste, risvegliano il can che dorme. Specie in un periodo nel quale si annunciano grandi cambiamenti e nel quale le certezze degli assetti europei sono entrati in una fase critica. A noi naturalmente di tutto questo importa poco: il punto fondamentale è quello di conservare la lettera e lo spirito della Costituzione che è la base delle libertà civili e anche lo zoccolo di legalità e legittimità sulla quale fondare la ricostruzione di un Paese massacrato da un quarto di secolo proprio grazie a quelli che “consigliano ” tutto e il contrario di tutto a seconda degli input che arrivano. Il No che adesso essi consigliano dopo aver detto che sarebbe stato un disastro è un No anche per loro: Renzi e il renzismo vogliamo abbatterlo noi e farla finita con i governatori.

 

 

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2 responses to “Renzi sotto tiro dell’Economist, ma il guappo vogliamo abbatterlo noi

  • marilù

    Oppure potrebbe darsi che l’inaspettato sostegno al No referndario da parte di The Economist e di FT si inseriscano proprio in quel gioco manipolatorio mediatico in forza del quale il prossimo voto referendario invece che esplicitare una attenta e minuziosa riflessione personale sui singoli articoli della nostra Carta fondamentale che verrebbero alterati, abrogati e/o stravolti dalla riforma governativa, dovrebbe dipendere da una previa considerazione su quali gruppi di potere sovranazionali e sostanzialmente elitari appoggiano o avversano la riforma stessa.

    Simili interventi mediatici potrebbero cioè puntare a cavalcare la tigre della propaganda demagogica, per far apparire Renzi & Co come i veri paladini del diritto e della libertà che gli oscuri oligarchi dei “poteri forti” non vedono l’ora di mettere ai ceppi e imbavagliare.

    Si vittimizzano i veri potenti o lacché dei potenti, con la speranza di ottenere una risposta più emotiva che razionale, e spingere così masse di votanti a correre in aiuto dei veri oppressori, fatti però passare, grazie al trucco e parrucco mediatico, per eroi della resistenza nazionale contro le ingerenze e prepotenze dei perfidi ricconi stranieri o comunque estranei alla vita e agli interessi del “cittadino qualunque”.

    Se si sono ridotti a sfruttare mezzucci come questi, devono proprio essere attanagliati dal panico di fronte alla sempre meno remota possibilità che il “No” possa avere la meglio, nelle urne, domenica prossima.

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