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I cocci morali del terremoto

083904788-1788113d-ddb2-4b7f-bbe3-2a3c68f70acaVisto che la nuova scossa mi ha sorpreso quando ancora cercavo di capire che caspita di ora fosse tra i vari dispositivi sincronizzati e non, mi sono precipitato alla tv per vedere dove fosse successo il  disastro e mi sono imbattuto casualmente nell’alata considerazione di un cronista di Sky che con malcelata soddisfazione diceva che il terremoto stava “facendo tendenza” sui social. Una frase illuminante, proveniente del resto da uno dei due fari globali del pensiero unico (l’altro è la Fox) e dunque molto prevedibile anche se intollerabile nella sua futilità. Tuttavia proprio questo baluginare del frivolo nella rappresentazione del dramma, ne rivela il cuore di tenebra, mai esplicito eppure sempre pulsante, fa risaltare il vuoto dietro la narrazione mediatica e governativa che dietro l’efficienza dei soccorsi nasconde un vuoto pneumatico di idee e anzi l’intenzione di lasciare a se stesse le popolazioni colpite: troppi soldi da investire nella ricostruzione, troppo consumo di pil per soddisfare le regole di Bruxelles, troppo poca volontà reale di affrontare il dramma.

Appare chiaro che a due mesi dalla prima scossa del 24 agosto che si sperava non potesse avere una replica, ma che gli esperti avevano avvertito che ci sarebbe potuta essere, ci si è limitati a sfollare verso la costa chi poteva andare via, razionando e centellinando anche le risorse in loco, non tenendo conto che l’attività economica principale della zona non è per nulla turistica, ma agricola, rendendo impossibile per molte persone allontanarsi. Così il governo dell’Expo culinar – mafioso, vanto del ciuco di Palazzo Chigi, non ha nemmeno riflettuto al fatto che nella zona si trovano alcune fra le più conosciute nicchie agroalimentari del Paese, la sontuosa norcineria, lo zafferano, le lenticchie di Castelluccio e Colfiorito, il tartufo nero, tutte cose che attirano gente fin dal Giappone e costituiscono  la fonte del turismo e di scambio dell’area. Altro che i “cocciuti” che si ostinano a rimanere come li definisce non so quale sindaco che peraltro vive a altrove a decine di chilometri dal paesino che amministra e altro che i penosi reportage di molti cronisti del tutto ignari che la massima parte dell’umanità non vive con gli stessi criteri delle redazioni mediatiche e si affanna a colpevolizzare chi rimane. Tutto questo richiede ben altro che lo stanziamento di fondi per la pensione Rosuccia di Fano, ma chiaramente non esiste nessunissima idea sulla futura eventuale ricostruzione, né sugli standard da adottare, né l’abbozzo di un piano, né un qualunque impegno reale al di là di risparmiare il centesimo, ma soltanto chiacchiere, nemmeno troppo convincenti, che com’è noto resistono a qualunque terremoto essendo fatte di aria fritta.

Del resto si può fare una storia del Paese nel dopoguerra proprio a partire dai terremoti e dal modo di affrontarli: nel 76 quando il Friuli fu devastato, non esisteva alcuna protezione civile e nessuna organizzazione di intervento, ma nemmeno per un momento si è pensato che il  Paese potesse sottrarsi al dovere morale e civile della ricostruzione. La stessa cosa è avvenuta pochi anni dopo, nell’80, col disastro dell’Irpinia, solo che in questo caso, ammaestrato dall’esperienza furlana, il ceto politico dominante pensò bene di sfruttare l’occasione per dare al vita al più gigantesco magna magna corruttivo dal dopoguerra e per radicare l’idea che l’emergenza è molto più conveniente della prevenzione, almo che ha il sedere al caldo e non rischia di essere vittima. La cosa, sia pure dentro questa nuova “filosofia”, è andata avanti fino al sisma dell’ Umbria del 97, nelle stesse zone di oggi, dopo il quale per la prima volta si cominciò a nicchiare sulla ricostruzione e D’Alema tirò fuori la faccenda delle assicurazioni private. Con l’Aquila la ricostruzione è rimasta soltanto una promessa, un ballon d’essai come strumento di propaganda mediatica e di affari per gli aficionados. Oggi la ricostruzione rimane del tutto in soffondo, come pura eventualità, come grenz begriff di una politica inesistente, nel vuoto morale e progettuale del Paese.

Si grida al record per quanto riguarda la magnitudo della scossa e ci si compiace della mancanza di vittime, cosa del resto prevedibile , visto che migliaia di persone dormono in macchina o in tende o in rifugi di fortuna, a parte 1200 sfollati sull’Adriatico. Ma le distruzioni sono una testimonianza vivente dell’inazione, dell’occasionalità degli interventi, della superficialità di azione per non dire di altro, magari dei soldi depistati dalle ristrutturazioni per altri scopi. Eppure il territorio umbro e quello delle zone circostanti che comprendono un po’ di Abruzzo, di Marche, di Lazio e di Toscana, è inequivocabilmente ad alto rischio sismico, una quarantina di forti terremoti in un secolo, di cui almeno tre compresi fra le magnitudo 7 e 6, anzi quattro con quello di oggi. Eppure tutte le volte si è agito solo ex post, solo in maniera molto parziale, quasi mai limpida, quasi mai corretta. Oggi raccogliano i cocci senza nemmeno l’intento di incollarli.

 

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