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Il terremoto non è un pranzo di gala

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Di questi tempi chiunque si accinga a fare qualsiasi cosa, viene invitato perentoriamente a metterci il cuore, si tratti di una performance culinaria a Masterchef, di una depilazione (giorni fa una estetista raccontava la sua indimenticabile prestazione d’opera presso vip di un’isola o una casa), di un’attività di servizio ( il cuore è preferito alla coscienza chiamata in causa solo per obiettare). A dir la verità sarebbe meglio che tutti  – arrivo a dire, estetista compresa, ci mettessero la testa, a cominciare da un ceto politico che ha sempre rivendicato invece di metterci la faccia, con gli esiti che conosciamo e che se si parla di sede ideale dell’anima, evocano tutt’al più una inanimata libbra di carne.

È che si tratta di un richiamo interessato quello al sentimento, all’emotività, alla pietas per scucire oboli  o, peggio ancora, per esigere comprensione quando le cose si mettono male o per reclamare l’obbligatorietà di ricorrere a maniere forti in nome di un malinteso stato di necessità, a misure d’emergenza,  a deleghe in bianco a regimi d’eccezione,  compresa la nomina di commissari, anche quelle ispirate ai buoni sentimenti più che all’accertata competenza, dando preferenza alla nomea di “brave persone” che a curricula e referenze, se a gestire la ricostruzione nel Centro Italia è stato nominato lo stesso che ne era stato incaricato in Emilia, dove un numero imprecisato di persone vive in strutture provvisorie, si è votato nei container. E dove si è data facoltà ai cittadini di “arrangiarsi”, prediligendo, come si legge nel rapporto redatto dalla Regione, l’erogazione di contributi per l’autonoma sistemazione e l’affitto, mentre le imprese hanno potuto beneficiare di “esenzioni fiscali”, o di benevoli “cofinanziamenti” assicurativi,  tanto che perfino le gazzette di Governo sono costrette a dar ragione al Sole 24 Ore che ha denunciato come alla scadenza del flusso delle pratiche Sfinge, delle domande cioè per il contributo per fabbriche, macchinari, scorte, delocalizzazione, appena il 18% degli investimenti effettuati direttamente dalle imprese si è tradotto in moneta sonante.

Ah si servirebbe proprio molto cervello perché, tanto per fare un esempio, a chi non ha voluto rifugiarsi negli alberghi della costa, che si è preso del “testone” da sindaci muscolari, che hanno richiamato alla pragmatica priorità del salvarsi la vita, si comincia a restituire dignità oltre la condizione compassionevole della vita nuda di chi ha perso tutto e deve piegarsi all’accampamento o alla ragionevole lontananza fisica e morale da tutto, beni, memoria. Sicché perfino i talkshow del dolore a metro, sono costretti a intervistare contadini, allevatori che al lasciare crepare le bestie all’addiaccio e senza acqua, preferiscono il rischio della morte, aziende di acqua minerale, che sgorga sinistramente marron, le imprese alberghiere del circuito religioso.

Che sanno bene che è meglio restare là, vigilare anche a rischio della vita, perché gli sciacalli non sono mica solo quelli che vanno a fare bottino nelle case pericolanti, ma anche quelli che le rovine di quelle case sono pronti a comprarsele a prezzo stracciato nel mercato della paura e della disperazione, e così gli appezzamenti, il bestiame, le piccole imprese alimentari, le coltivazioni. E sanno bene che dopo qualche giorno di compianto, i giornalisti se ne vanno, i pellegrinaggi istituzionali si esauriscono, le visite pastorali si interrompono e si fanno i conti con l’inverno dello scontento, fatto di pericoli che tutti conoscono per esperienza passata e possono essere anche “locali” come all’Aquila, dove certe aziende indigene e sorridenti che si aggiudicavano gli appalti e si tenevano la stecca del 30% facendo fare i lavoro a altri in “outsourcing” malaffaristico, quello del nero, delle deroghe a  ogni requisito di sicurezza, dei materiali taroccati e della mafia.

C’è poco da stare tranquilli, se il mantra generalizzato di oggi è quello solito, esaltato dagli eventi, quello della semplificazione e della lotta alla burocrazia. Ne scriviamo di continuo in questo blog (l’ultima volta qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/10/31/baggianate-corruzione-s-p-a/) della loro semplificazione che serve a sollevare frettolosi polveroni, a sottrarre a controlli e sorveglianza trattative opache, che si avvale dello smantellamento protervo della rete delle verifiche, della vigilanza, dei collaudi non random.

C’è poco da stare sicuri, se la smania bonapartista del premier e della sua cerchia esercita il suo autoritarismo accentratore sulla pelle dei terremotati, applicando ciecamente i casi di insuccesso dell’Irpinia e del Belice, quelli che fecero mettere mani ai portafogli si, ma in previsione di grandi entrate, di carità in vista del banchetto, con gli industriali padani associati in cordate voraci, tecnici di “fiducia” convocati da tutta Italia e Confindustria autorizzata dal governo a far aprire ai  suoi soci aziende con un finanziamento al 100 per cento senza niente in cambio. Mentre per circa un ventennio successivo i g9oevrni pensano loro a rifinanziare perenni e infinite tranche di ricostruzione.

E se ci tocca rimpiangere Zamberletti, le sue roulotte piuttosto delle new towns del Cavaliere e dei container delle coop, la decisione di espropriare per poi restituire secondo criteri non iniqui, se il Parlamento tramite la legge 219 affidò un’ampia delega agli enti locali, che prevedeva ingenti finanziamenti destinati non solo alla ricostruzione, ma anche alla crescita economica delle aree terremotate. Se per il Friuli lo Stato ha complessivamente impiegato per lo sviluppo e la ricostruzione delle aree colpite dal sisma del 1980 circa 50mila miliardi di lire, mentre all’Aquila, città di 70 mila residenti, non bastano 10 miliardi di euro  e 7 anni.

Oggi è il 2 novembre, meglio far sapere che i cimiteri non rendono se non ci arrendiamo a essere anime morte che ricompaiono quando fanno fa soldi o quando devono votare per dire Si, sissignore.

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I cocci morali del terremoto

083904788-1788113d-ddb2-4b7f-bbe3-2a3c68f70acaVisto che la nuova scossa mi ha sorpreso quando ancora cercavo di capire che caspita di ora fosse tra i vari dispositivi sincronizzati e non, mi sono precipitato alla tv per vedere dove fosse successo il  disastro e mi sono imbattuto casualmente nell’alata considerazione di un cronista di Sky che con malcelata soddisfazione diceva che il terremoto stava “facendo tendenza” sui social. Una frase illuminante, proveniente del resto da uno dei due fari globali del pensiero unico (l’altro è la Fox) e dunque molto prevedibile anche se intollerabile nella sua futilità. Tuttavia proprio questo baluginare del frivolo nella rappresentazione del dramma, ne rivela il cuore di tenebra, mai esplicito eppure sempre pulsante, fa risaltare il vuoto dietro la narrazione mediatica e governativa che dietro l’efficienza dei soccorsi nasconde un vuoto pneumatico di idee e anzi l’intenzione di lasciare a se stesse le popolazioni colpite: troppi soldi da investire nella ricostruzione, troppo consumo di pil per soddisfare le regole di Bruxelles, troppo poca volontà reale di affrontare il dramma.

Appare chiaro che a due mesi dalla prima scossa del 24 agosto che si sperava non potesse avere una replica, ma che gli esperti avevano avvertito che ci sarebbe potuta essere, ci si è limitati a sfollare verso la costa chi poteva andare via, razionando e centellinando anche le risorse in loco, non tenendo conto che l’attività economica principale della zona non è per nulla turistica, ma agricola, rendendo impossibile per molte persone allontanarsi. Così il governo dell’Expo culinar – mafioso, vanto del ciuco di Palazzo Chigi, non ha nemmeno riflettuto al fatto che nella zona si trovano alcune fra le più conosciute nicchie agroalimentari del Paese, la sontuosa norcineria, lo zafferano, le lenticchie di Castelluccio e Colfiorito, il tartufo nero, tutte cose che attirano gente fin dal Giappone e costituiscono  la fonte del turismo e di scambio dell’area. Altro che i “cocciuti” che si ostinano a rimanere come li definisce non so quale sindaco che peraltro vive a altrove a decine di chilometri dal paesino che amministra e altro che i penosi reportage di molti cronisti del tutto ignari che la massima parte dell’umanità non vive con gli stessi criteri delle redazioni mediatiche e si affanna a colpevolizzare chi rimane. Tutto questo richiede ben altro che lo stanziamento di fondi per la pensione Rosuccia di Fano, ma chiaramente non esiste nessunissima idea sulla futura eventuale ricostruzione, né sugli standard da adottare, né l’abbozzo di un piano, né un qualunque impegno reale al di là di risparmiare il centesimo, ma soltanto chiacchiere, nemmeno troppo convincenti, che com’è noto resistono a qualunque terremoto essendo fatte di aria fritta.

Del resto si può fare una storia del Paese nel dopoguerra proprio a partire dai terremoti e dal modo di affrontarli: nel 76 quando il Friuli fu devastato, non esisteva alcuna protezione civile e nessuna organizzazione di intervento, ma nemmeno per un momento si è pensato che il  Paese potesse sottrarsi al dovere morale e civile della ricostruzione. La stessa cosa è avvenuta pochi anni dopo, nell’80, col disastro dell’Irpinia, solo che in questo caso, ammaestrato dall’esperienza furlana, il ceto politico dominante pensò bene di sfruttare l’occasione per dare al vita al più gigantesco magna magna corruttivo dal dopoguerra e per radicare l’idea che l’emergenza è molto più conveniente della prevenzione, almo che ha il sedere al caldo e non rischia di essere vittima. La cosa, sia pure dentro questa nuova “filosofia”, è andata avanti fino al sisma dell’ Umbria del 97, nelle stesse zone di oggi, dopo il quale per la prima volta si cominciò a nicchiare sulla ricostruzione e D’Alema tirò fuori la faccenda delle assicurazioni private. Con l’Aquila la ricostruzione è rimasta soltanto una promessa, un ballon d’essai come strumento di propaganda mediatica e di affari per gli aficionados. Oggi la ricostruzione rimane del tutto in soffondo, come pura eventualità, come grenz begriff di una politica inesistente, nel vuoto morale e progettuale del Paese.

Si grida al record per quanto riguarda la magnitudo della scossa e ci si compiace della mancanza di vittime, cosa del resto prevedibile , visto che migliaia di persone dormono in macchina o in tende o in rifugi di fortuna, a parte 1200 sfollati sull’Adriatico. Ma le distruzioni sono una testimonianza vivente dell’inazione, dell’occasionalità degli interventi, della superficialità di azione per non dire di altro, magari dei soldi depistati dalle ristrutturazioni per altri scopi. Eppure il territorio umbro e quello delle zone circostanti che comprendono un po’ di Abruzzo, di Marche, di Lazio e di Toscana, è inequivocabilmente ad alto rischio sismico, una quarantina di forti terremoti in un secolo, di cui almeno tre compresi fra le magnitudo 7 e 6, anzi quattro con quello di oggi. Eppure tutte le volte si è agito solo ex post, solo in maniera molto parziale, quasi mai limpida, quasi mai corretta. Oggi raccogliano i cocci senza nemmeno l’intento di incollarli.

 


Scantonare le responsabilità

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarebbe ora di smascherare una volta per tutte la straordinaria capacità di comunicatori di Renzi e della sua cerchia: sparate, annunci, retorica, bugie, falsificazioni,  omissioni, esagerazioni sono potenti  solo  in presenza di un pubblico che se le beve, solo presso un’audience di babbei creduloni che vogliono a tutti i costi farsi prendere per i fondelli.  Che prima hanno dato credito ai silenziatori, quelli che hanno raccomandato di astenersi da giudizi, dubbi, preoccupazioni, esercizi mnemonici a proposito del recente passato, per dedicarsi interamente all’elaborazione del lutto, alla muta pietas, perché pare debba vigere un bon ton delle catastrofi che impone la morigerata continenza di logica, ragione, critica, soprattutto se quest’ultima potrebbe avere l’effetto di disturbare manovratori e decisori.

E adesso si beano  del consiglio non disinteressato di affidare in regime di delega la fattiva ricostruzione a gente “pratica”, di fiducia del governo a cominciare dai magistrati, ormai largamente impiegati per aggiungere un pizzico di legalità a cerchie di impresentabili, chiamati a fare da spaventapasseri per scoraggiare incursioni troppo smaniose o troppo esplicite di rapaci, incaricati di dare una ripulita, anzi un camouflage a speculazioni e operazioni opache già avviate. Ma molto meno caldeggiati e incoraggiati nello svolgimento delle loro funzioni: che quando si mettono in testa di fare davvero i pm, i giudici, in sede giudiziaria o amministrativa, allora pare venga fuori quella vena disfattista, irriverente, nichilista, insomma “rossa”.

Da ieri  la soluzione per contrastare la penetrazione della criminalità, l’invadenza del malaffare, l’egemonia della corruzione  e della speculazione più velenosa è nelle mani, tanto per fare un esempio, del procuratore antimafia che ci rassicura: non si ripeterà lo scandalo Irpinia, dimenticando quello dell’Aquila, oltre al particolare non trascurabile che l’ultimo appalto per la scuola di Amatrice era stato dato a un consorzio  di ditte sotto inchiesta nel capoluogo abruzzese, e, che, tanto per fornire una informazione in più è stato attivo nella realizzazione delle fondamenta dell’Expo. E del presidente dell’Anac Cantone, che con spericolata protervia sostiene che il modello  cui guardare per la ricostruzione del Centro Italia deve essere l’Expo.

Di primo acchito uno spera che sia un modello sì, ma da evitare, invece no, invece viene indicato come caso di successo. Malgrado sia stato un   grande evento inutile e fallimentare, malgrado sia stato oggetto del desiderio, della cupidigia e dei traffici di varie tipologie criminali, malgrado abbia esercitato una pressione sconsiderata su territorio e risorse, malgrado intere investite da pratiche “lucrose” siano regredite a terra di nessuno in offerta a speculatori e predoni, malgrado, come avviene per Olimpiadi e Giochi e Luna Park affini,  infrastrutture vere o di cartapesta, sussistano come monumenti a futura memoria innalzati per celebrare megalomania e malaffare, malgrado la kermesse ad uso di pizzicagnoli istituzionali e velenose multinazionali abbia finito per imbandire una tavola sì.  Ma  per commemorare il lavoro, convertito in volontariato della servitù, per soddisfare gli appetiti di varie imprese diversamente o esplicitamente mafiose, alcune delle quali, malgrado l’adoperarsi del Commissario convinto ancora che Milano sia la capitale morale, hanno continuato a far parte sia pure inquisite, sia pure in odore di corruzione, sia pure in odore di mafia, delle cordate che si erano aggiudicate appalti sbrigativi e emergenziali.

Purtroppo i format replicabili ci sono, eccome e tutti negativi. Se   alacri malviventi di imprese attive nel Consorzio Venezia Nuova, l’esemplare più perfetto di una emergenza dilatata e gonfiata per legittimare potrei speciali, leggi eccezionali, deroghe diventate norma, e malgrado inchieste troppo lunghe, detenzioni troppo brevi, tempi di prescrizione complici, fanno brillantemente parte di cordate e associazioni impegnate nelle alte velocità, nelle Grandi Opere di Incalza, nelle Vie d’Acqua, nei Nodi Ferroviari, nella Salerno- Reggio, nei Passanti, nelle Metropolitane, con i soliti sospetti che girano di appalto in appalto, di progetto in progetto, come comparse, prestanome, burattini o burattinai, entrando e uscendo di galera, omaggiando orologi, consulenze, strenne, intercettati, ascoltati, derisi, ma sempre là, in odore di complicità inquietanti come in sentore di alte protezioni. E se è ormai sempre più labile il confine che separerebbe un’economia “legale” –  quella appunto dei soliti sospetti onnipresenti in ogni aggiudicazione, in ogni banca che propone alle sue vittime fondi avvelenati e derivati tossici, nelle parole di un manager che oscenamente richiama all’imperativo morale di agire con coscienza, ma anche in un governo che dopo una  erogazione di 1 miliardo il primo anno per la ricostruzione dell’Aquila, dal terzi al quinto non ha trasmesso il becco di un quattrino, o che, in ottemperanza alla legge del 2009,  che prevede  l’erogazione di un miliardo in dieci anni, ha stanziato per il   2016  la cifra irrisoria di 44 milioni mentre lo Sblocca Italia, gioiello del renzismo   assegna  3,9 miliardi in cinque anni alle Grandi Opere,  e l’autostrada Orte-Mestre dovrebbe costare 10 miliardi (2,5 già stanziati) – da quella esplicitamente criminale delle mafie.

C’è poco da fidarsi, se questo terremoto viene quarant’anni dopo quello del Friuli e 36 dopo quello della Basilicata e della Campania e come se non si fossero mai verificati, se nulla è stato fatto per prevenire i rischi, se lo smantellamento della rete di vigilanza e controllo ha messo nelle mani delle imprese facoltà arbitrarie e discrezionali, competenze tecniche esclusive, la possibilità di affidamento di incarichi progettuali e perfino peritali a cerchie “familiari” e clientelari, se i soggetti abilitati all’accertamento dei danni sono gli stessi incaricati della verifica dei lavori, comprese quelle sottoposte a indagine giudiziaria, se a differenza di quello che succede quando si restaura un appartamento, nelle opere pubbliche il vero business consiste nello sforare il budget, nell’allungare i tempi di realizzazione, nell’intervenire sul progetto con varianti e aggiustamenti profittevoli.

Allora è meglio, invece di delegare, essere presenti, parlare, gridare, denunciare, imporre l’osservanza delle regole di accesso alle informazioni e il rispetto delle leggi sulla valutazione di impatto, sugli appalti, sullo snellimento della burocrazia, che non sia solo aggiramento licenzioso. Se non possiamo sperare di battere la collera della terra che trema, dobbiamo voler fare tutto l’umanamente possibile perché non l’abbiano vinta, la sua furia e chi se ne approfitta, sulle nostre vite, le nostre memorie, la bellezza dei nostri luoghi.

 

 

 

 


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