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Castelluccio, il deltaplano caduto

DSCN0102Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si spalanca d’improvviso la vallata col suo trascolorare dal blu al vermiglio sotto la strada impervia che costeggia la montagna, come un prodigio cercato eppure inatteso, una rivelazione inseguita eppure sorprendente che turba per la sua bellezza e al tempo stesso suscita una specie di vergogna perché parla di onore e fedeltà offesi, di riscatto e orgoglio umiliati. A chi volesse avventurarsi su per quella strada sulla piana di Castelluccio durante la fioritura delle lenticchie, il navigatore partendo da Roma consiglia un percorso lungo e tortuoso. Si esce dall’A24 sfiorando la periferia dell’Aquila, trafficata e viva anche se brutta con quel proliferare di costruzioni senza coerenza e identità e si prosegue lungo strade selvagge e incantevoli, mentre sbucano dall’infittirsi della vegetazione con il grande massiccio che fa da sfondo borghi scoscesi. E a un certo punto ecco la prima indicazione: Amatrice, un paese che abbiamo letto e saputo che è diventato uno spettro dimenticato. E da là comincia il susseguirsi di cartelli stradali con delle luttuose bende nere a nascondere i nomi di altri paesi che non esistono più, irraggiungibili perché i varchi delle carreggiate che dovrebbero condurvi là sono chiuse e dei quali si sta cancellando la memoria. E poi via via il tragitto prosegue mostrando case sventrate , quinte teatrali rimaste su nel palcoscenico dell’orrore mentre dietro tutto è crollato, ammassi di calcinacci di quelle che erano cucine con le ante dei pensili precipitati e i piatti rotti e poi rovine e macerie ammucchiate malamente che invadono anche la strada proprio come se i fuggiaschi fossero scappati dall’apocalisse non due anni fa ma ieri, stamattina, poco fa lasciandosi dietro tutto.

Chi passa può vedere che qualcosa è cambiato dall’anno scorso: è stata rimossa la mesta cartellonistica della Protezione Civile che definiva quegli abitati come “emergenza sismica” a significare forse che è il tempo di rassegnarsi alla continuità della crisi. E infatti in giro non c’è nessuno, né abitanti, né lo Stato rappresentato solo da una muscolare presenza militare coi posti di blocco dei carabinieri che chiedono i documenti a chi va verso Accumuli e dintorni dei quali abbiamo saputo e letto che non esistono più nemmeno quelli e soldati che stazionano vicino ai semafori che indicano l’alternarsi del senso di marcia o davanti ai cavalli di Frisia che bloccano la viabilità mai ripristinata verso altri borghi estinti e abrogati. È caduto il silenzio su questa tragedia collettiva che è stata retrocessa a interessare solo le vittime.

Da tempo sono cessate le visite pastorali dei notabili, scomparsa, forse ridotta in DSCN0112volontaria clandestinità la figura della commissaria straordinaria tanto che il sito dedicato alla “ricostruzione” reca occasionali e rare comunicazioni di servizio per rammentare scadenze burocratiche. Nell’agenda del governo il tema non viene menzionato a confermare che se devono venire prima gli italiani, quelli di Norcia, Castelluccio, Accumuli, Amatrice italiani non lo sono più ad onta della bella sagoma dello stivale disegnata con gli alberi sul dorso della montagna sopra la vallata.
A voler essere onesti qualche autorità c’è andata a Castelluccio in questi giorni. Si tratta del festoso corteo dei promotori – autodefinitisi “plasmatori di un’idea firmata dall’archistar ambientalista Francesco Cellini nel pieno rispetto del paesaggio” – del Deltaplano, l’imponente opera che avrebbe dovuto segnare il riavvio dell’economia nell’area più colpita, quel “Villaggio delle attività produttive ed economiche”, fortemente voluto dalla Regione, dal sindaco di Norcia e dal Pd regionale rappresentato da un inequivocabile esponente che di nome fa Chiacchieroni, una cattedrale del gusto e dell’alimentazione, un’Expo nel cratere del sisma con alle spalle uno sponsor illustre quanto parsimonioso, la multinazionale Nestlè. Lunedì, con una semplice e toccante cerimonia hanno consegnato simbolicamente le chiavi delle prime strutture destinate alla delocalizzazione delle attività gastronomiche del borgo: 5 “negozi” e due caseifici, in attesa (cito il vicepresidente della Regione) di “completare il programma di delocalizzazioni di tutte le attività commerciali e produttive borgo terremotato”, “dove sarebbero quasi finiti (cito la stampa locale) gli interventi di ricostruzione”.

DSCN0113Qualcosa deve essere andato storto: a picco sulla vallata, sopra interventi di sbancamento della montagna vanamente smentiti, la cittadella del gusto, la cattedrale della gastronomia, viene ridimensionata a “iniziativa di rilocalizzazione delle attività di ristorazione”. Si è persa traccia del prestigioso e immaginifico architetto e si vede soltanto una bieca costruzione di metallo anodizzato e vetracci spessi, che dovrebbe dare l’illusione di essere provvisoria, ancorché i materiali siano stati scelti con cura proprio perché eterni come reciterebbe una pubblicità, in un luogo dove è bandito il più consono legno che non resisterebbe a vento, gelo e neve e ampiamente usato invece per le casette somministrate con oculata moderazione agli abitanti irriducibili. Per l’obbrobrio sono stati spesi finora più di 500 mila euro di un budget previsto di due milioni, perlopiù finanziato dalla Protezione Civile, che la frugale Nestlè avrebbe erogato meno di 200 mila euro frutto di una raccolta fondi. Si può star certi che non ci andranno i coraggiosi ristoratori che hanno improvvisato dei locali appena a ridosso del paese o gli allevatori e contadini che vendono in queste belle giornate di sole i loro prodotti nei chioschetti lungo la strada. Chi si ferma per comprare sente dire che nel Deltaplano non ci vanno loro, non ci vanno i trattori della zona, non ci vanno gli Ansuini che hanno rifatto la loro antica bottega in un capannone fuori Norcia, non ci vanno quelli che hanno montato un efficiente ristorante in un prefabbricato e sfornano pasti per i pellegrini della bellezza proprio dietro le insegne di antichi esercizi rimaste in piedi mentre gli hotel e le locande sono state cancellate dal terremoto.

La bellezza dei luoghi non risiede solo in quei colori dal blu al rosso. Ma nel coraggio di chi vuole restare e si sottrae alle lusinghe infami di chi raccomanda la ragionevolezza e l’assennatezza della resa e dell’esodo. In tanti abbiamo pensato e scritto che c’è un disegno criminale nell’inazione, nella proterva volontà di non far nulla in modo da svuotare il cuore del paese per farne un “muscolo” artificiale di metallo e vetro nel quale esibire i fasti del mercato con prodotti replicati e uguali in tutto il mondo a tutte le latitudini e con tanti avviliti dall’esercizio della servitù al servizio di pochi autorizzati a comprare e visitare il luna park del Bel Paese. È avvilente pensare che ci siamo sbagliati, che è peggio di così, che non sanno nemmeno perpetrare il loro misfatto, che si perdono per strada rincorrendo miserabili interessi. Vale la pena di andarci a vedere la piana di Castelluccio per fare una gita educativa nella realtà, per nutrire un po’ di sana collera e per imparare che tra noi pare ci sia ancora qualcuno che resiste, lassù, ancora una volta in montagna, come dovremmo fare tutti.

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Non bastava il terremoto, atterra il Deltaplano

deltaAnna Lombroso per il Simplicissimus

In assenza di compassionevoli visite pastorali di qualche autorità, da molto tempo era calato il silenzio sul cratere del sisma che ha colpito il Centro Italia quasi due anni fa.

Andando sul sito della “ricostruzione” si possono contemplare alcune immaginette votive della commissaria e del presidente del consiglio in occasione della cerimonia per lo  stanziamento di   1,03 miliardi di euro per la ricostruzione di scuole, case comunali, caserme ed edilizia popolare e pure per finanziare  il Piano di intervento sul dissesto idrogeologico nelle zone terremotate.

Si poco più di un miliardo, dei 7, 5 in bilancio statale, mentre  la  spesa militare italiana amm0nterà a 25 miliardi di euro nel 2018 (1,4% del PIL), con un aumento del 4% rispetto al 2017 che rafforza la tendenza di crescita avviata dal governo Renzi (+8,6 % rispetto al 2015) e che riprende la dinamica incrementale delle ultime tre legislature (+25,8% dal 2006) precedente la crisi del 2008.

Si, poco più di un miliardo a fronte dei 10 miliardi, tanto ci è costato  il salvataggio delle banche venete e dei 9 per Mps.

Ah, sul sito si trova anche l’agile prontuario che va sotto il nome di Vademecum  della ricostruzione ad uso di privati e aziende, che non deve aver mostrato una grande efficacia se dalle scarse notizie, e ufficiose che trapelano, sarebbero più di 43 mila gli sfollati, solo 18 le case riparate su 100 mila, meno di 4000 le domande di autorizzazione presentate agli uffici competenti e i cantieri aperti 600,  che nelle Marche, dove c’è la massima concentrazione dei danni, l’attività degli Uffici sguarniti di personale è quasi ferma e le pratiche presentate ai primi di aprile erano 2.170, a fronte di 60-70 mila immobili danneggiati.  E che continuando di questo passo per tornare a prima dell’agosto 2016 ci vorrà più di un secolo e mezzo.

Però in questi giorni il silenzio è stato squarciato degli squilli di tromba che hanno salutato il Deltaplano, l’imponente struttura che dovrebbe segnare il riavvio dell’economia nell’area più colpita, la cattedra del gusto e dell’alimentazione che sta per sorgere nella piana di Castelluccio, pomposamente descritta come il   “Villaggio delle attività produttive ed economiche”, fortemente voluto da Regione e dal sindaco di Norcia, che di nome fa Alemanno e è stato eletto in rappresentanza di una lista civica del centro destro: Rispetto per Norcia, pronto a querelare chiunque sparga notizie false e   tendenziose sulla radiosa iniziativa, a cominciare dalla fake news più calunniosa, che cioè si tratti di una struttura permanente.

Macché i “plasmatori dell’idea  firmata dall’archistar ambientalista Francesco Cellini nel pieno rispetto del paesaggio”, così si definiscono,  stretti intorno a uno sponsor al bacio ma particolarmente parsimonioso, la Perugina cioè la multinazionale Nestlè. E senza il becco di un quattrino  in attesa di generosi finanziatori “disinteressati” e caritatevoli, determinati a  dare ospitalità provvisoria a osti, ristoratori e mescitori, ne parlano come di una grande vetrina che esporrà la ricchezza agroalimentare del luogo, effimera e temporanea: appena conclusa la sua missione verrà chiusa e cancellata. Si, promette bene, proprio come gli stadi e le stazioni dei Mondiali, proprio come le infrastrutture delle Olimpiadi e proprio come le rovine e le aree dell’Expo per le quali non si è trovata  una destinazione, che nemmeno gli speculatori più incalliti le vogliono,  se il primo passo del cammino glorioso del Deltaplano è stato una bella colata di cemento proprio  sul Pian Grande, segnato  finora solo dai solchi della seminagione, sui suoi declivi dolce e erbosi, in una delle zone più belle e celebrate d’Italia, spunto spettacolare dei grandi vedutisti e sfondo ideale per i pittori del rinascimento.

È passato più di una anno da quando se n’è cominciato a parlare, grazie alla denuncia di ambientalisti,  di urbanisti, paesaggisti e studiosi e di associazioni e comitati locali, contro i quali sono insorti la Regione, qualche sindaco e sospette  associazioni di imprenditori e industriali che hanno voluto accreditare l’iniziativa come un “volano” per la rinascita, “motore” per valorizzare quel giacimento profittevole  rappresentato dal comparto gastronomico e agroalimentare, secondo il gergo osceno applicato ai “serbatoi e giacimenti” che  sgorga dalle bocche avide di cha sa usare solo il dizionario delle sfruttamento, della speculazione e della doverosa svendita del bene comune.

E infatti andandosi a leggere le impermalosite dichiarazioni dei rappresentanti della Comunità Agraria e della ProLoco si scopre che nelle loro menti si è andato formando il disegno di una expo minore, una aggregazione di greppie e mangiatoie al servizio di quello strano turismo delle catastrofi che è già attivo anche in altre sedi, dai funerali delle celebrità a quelli che si fermano in autostrada a impedire il passaggio delle ambulanze per rimirare lo spiaccicato sull’asfalto fino ai festosi picnic con cicerone al cimitero di Venezia, già collaudato nel giorni successivi al sisma quando carovane di visitatori andavano a godersi da sopravvissuti e contenti il lutto di un Paese e di una comunità.

Ora è probabile che con l’acqua alla gola, senza casa, con le bestie morte dopo il secondo inverno, con le aziende strangolate dalle banche, quelle salvate in prima fila, fallite o chiuse, coi bulldozer che attraversano le terre ma le strade ancora impraticabili per dissesto e macerie mai prelevate e conferite altrove, si, è probabile anche qualche operatore della zona, allevatore, piccolo imprenditore, casaro, macellaio,  abbia aderito alla proposta.. se è stato consultato e forse inconsapevole di trovarsi in una condizione di evidente svantaggio. Perché  mai potrà competere con le star della distribuzione di parmesan austriaco e salami slovacchi, di bucatini e fusilli a cura di esuberanti multinazionali, con quel brand nel quale primeggiano i norcini di regime, i Farinetti continuamente celebrati e assistiti ecome divinità dalle nuove idolatrie e correnti della panza svogliata, piena e involgarita  che esondano in tv e pure nei musei dove officiano le loro messe nere di grandi infinocchiatori e acchiappacitrulli all’azoto liquido.

Ormai tocca ripetersi (del Deltaplano anche prima che si chiamasse così, ne abbiano scritto ripetutamente qui  https://ilsimplicissimus2.com/2017/07/22/svenduti-senza-un-piatto-di-lenticchie/  e qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/10/17/il-bel-salame/ ) c’è un senso in quello che accade ben oltre l’incapacità, l’inadeguatezza, l’ignoranza, nel condannare a morte il cuore vivo di un paese, i suoi abitanti, la sua storia, la sua traduzione, la sua cultura, la sua bellezza.

Ed è la volontà proterva di suggellare  il patto feroce e perverso stretto con un impero che ci ha scelti come colonia adibita allo svago, dove consumare i riti della contemplazione, della gourmandise, e pure dell’esproprio e del furto di valori, ideali, con il valore aggiuntivo di essere serviti dagli eredi irriconoscenti e rinunciatari di chi ha realizzato un’utopia fatta di arte, creatività, sapere, talento. Meglio se in costume  acconcio per fare gli inservienti del parco tematico dell’Italia, Bel Paese a fette come il formaggio, in qualità di osti, rosticcieri, servette e stallieri, in posti amati che non sono più loro al servizio di chi si gode l’umiliazione e l’oltraggio a un trascorso  rimosso e concluso, premessa sinistra della fine  del futuro.

 

 

 

 


Il terremoto è un terno al lotto

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve le ricordate le estrazioni del lotto trasmesse dalla televisione in bianco e nero, con il bussolotto che girava e il ragazzino bendato che pescava le palline coi biglietti della buona sorte? Ecco, proprio mentre scrivo nel piazzale del Coc, centro operativo comunale di Norcia, è in corso  il sorteggio che assegnerà a pochi fortunati, 20 su 89 aspiranti, le Sae, acronimo di soluzioni abitative emergenziali ad uso dei nuclei familiari  rimasti senza casa dopo il terremoto, già selezionati tra quelli con meno di 5 componenti.

Secondo le autorità era l’unico modo per garantire imparzialità e trasparenza, a suggellare l’impotenza di chi governa a tutti i livelli territoriali a contrastare clientelismo, corruzione, discrezionalità. O a confermare una così consolidata abitudine all’arbitrarietà da non saper più distinguere priorità e bisogni, secondo criteri equi e giusti. Così l’abiura di responsabilità raggiunge i livelli più estremi, delegando al destino cinico e baro il compito di decidere al posto loro, in modo da sottrarsi alle critiche e al malumore di quelli che dopo la riffa devono lasciare fino alla prossima estrazione la loro città, le loro attività, le loro speranze e tornarsene da parenti,  nelle roulotte conquistate a stento, nei container collettivi o in qualche albergo, luoghi di una esistenza sospesa come in una vacanza non voluta, una cassa integrativa senza soldi, un esilio amarissimo.

E staranno là a aspettare la nuova fornitura di  Sae da 40, 60 e 80 metri quadri, la cui fabbricazione sembra essere ardua a onta di trasmissioni e reality che passano in tutte le tv commerciali mostrando le magnifiche prestazioni di casette di legno abilmente e velocemente realizzate e montate a tutte le latitudini e che in un paese esposto al rischio sismico dovrebbero far parte di un parco abitativo a disposizione della protezione civile, pronto all’uso.

Poteva esserci un altro modo per assicurare la limpidezza delle procedure di attribuzione? Una maniera meno umiliante per i senza tetto e meno vergognosa per chi non ha voluto e saputo decidere? Si, certamente.

Ma non c’è da sorprendersi che invece si sia scelta la riffa, anche senza guardare al tavolo del casinò finanziario e alla sua roulette che somiglia sempre di più all’azzardo di quella russa,  in un paese dove i diritti hanno perso senso sostituiti da elargizioni benefiche, erogazioni magnanime e mancette ingenerose, dove la solidarietà è stata messa in ombra dalla beneficienza, dove la speranza di migliorare il proprio stato è affidata a lotterie e gratta e vinci, dove lo stato che scialacqua in opere inutili pensa di ripianare le falle facendo il biscazziere, dove l’assistenza cancellata e la ricerca avvilita  vengono surrogate dalle corvè televisive del buon cuore, dalle fondazioni private e dalla loro carità pelosa, dove anche  i disperati che arrivano  sfuggendo per buona fortuna a bombe e fame, sono sorteggiati dalle ode del Mediterraneo e poi se gli va bene stanno a Lampedusa e in altri posti umani,  altrimenti scaraventati dove non li vuole nessuno, offesi, rifiutatati, sospettati. E dove i giovani o fanno parte di dinastie del privilegio benedette dal destino, oppure, se il caso non è venuto in soccorso, devono seguire lo stesso destino, stranieri e in esilio anche se meno cruento, o dipendere da vaucher e assoldamenti, somministrati e promossi secondo i  capricci della buona ventura, perché padroni e potenti  si sono presi anche quella.


Pellegrini sulla nostra pelle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo ha rivendicato con orgoglio anche lo spaventapasseri che sta sul colle come una di quelle tetre croci piantate sulle vette alpine. È andato più volta in visita pastorale nelle zone del sisma.

E mica solo lui, la passerella del varietà della commiserazione in cambio di decisioni, atti e responsabilità li ha visti passare tutti. Qualche colpito è stato anche benevolmente prescelto per assistere al concerto di Natale su invito della zarina a Montecitorio, a tutti è stato rivolto il caldo invito a sperare, a pazientare, a non temere. Da parte di quelli che hanno gridato allo scandalo per la decisione di non ospitare a Roma Olimpiadi costose senza ritorno, dannose per l’ambiente, come fosse una resa alla corruzione. Lo  stesso male che ora, a loro dire, rallenta e ostacola la ricostruzione nel ragionevole timore che procedure e assegnazioni così come qualità dei materiali e criteri possano essere infiltrati  da criminalità e malaffare. Così il nuovo governo fotocopia del vecchio ha tolto per l’ennesima volta dalla naftalina lo spauracchio ufficiale che a intermittenza regolare decanta primati morali della gran Milan a copertura di personalità distratte quanto potentemente autoreferenziali, tanto da autosospendersi e poi auto assolversi rafforzate da cotanto sponsor, come lamenta competenze, mezzi e risorse ridotte.

E’ davvero uno spettacolo  l’avvicendarsi, si fa per dire, di governi che smentiscono negli atti le loro stesse parole d’ordine, premiando con incarichi prestigiosi gli immeritevoli, ministri o commissari straordinari sui quali pesa la normale impotenza, incapacità o sospetta inadeguatezza a mettere riparo con equità e efficienza ai danni di un precedente sisma, deridendo requisiti di efficienza e competenza sostituiti da quelli di appartenenza e fidelizzazione, garanzie di trasparenza sulle quali si stende la nebbia opaca di istinti arruffoni e arraffoni, opportunità della semplificazione, impiegata a fini intimidatori per restringere l’operatività della rete dei controlli, ridurne le competenze e i poteri, stabilire l’egemonia dell’interesse privato su quello generale. Per non parlare del diritto dei cittadini di partecipare ai processi decisionali,  frustrato e vilipeso anche grazie a una stampa retrocessa come si conviene in vigenza di regimi autoritari e cialtroni a passacarte e veline, o, più modernamente, a eco di stati su social network o tweet di notabili in carica o detronizzati solo apparentemente, strumenti ben visti solo nella loro qualità di altoparlanti degli annunci governativi, altrimenti oggetto di riprovazione per il loro potenziale eversivo.

Così per sapere cosa succede a Amatrice  o a Norcia dove ha chiuso i battenti la vecchia fabbrica del cioccolato per i danni subiti ma anche perché i lavoratori senza casa e le  loro famiglie senza scuole e servizi essenziali sono stati consigliati a andarsene, dove il comparto agroalimentare è piegato, le stalle in rovina e le bestie affamate e assetate, dove in attesa delle provvidenziali “casette” l’invito è a lasciare paesi, abitazioni e lavoro, quando c’è, dove chi si vuol comprare un container a sue spese o adattarlo a esigenze quotidiane,  è ostacolato e rischia una denuncia per abuso edilizio, dove la priorità viene attribuita al restauro delle chiese, con l’oscuro disegno di fare di quei territori spopolati una specie di Disneyland diffusa e profana del turismo sacro, con i pochi operatori trasformati in comparse in costume come nei parchi tematici americani, si per saperlo dovremo aspettare un film che sfugga alle maglie della censura da proiettare nei circuiti dei disfattisti o dei pericolosi centri sociali.

Perché è vero che ci sono andati tutti là, in pio pellegrinaggio e in cerca di indulgenze popolari. Ma a noi è stato dato solo di conoscere le loro litanie compassionevoli e le rassicurazioni che i soldi ci sono ma bisogna spenderli in modo appropriato. Appropriato? Come quando si devono impiegare per salvare banche o per foraggiare il mercato incrollabile delle armi? Si, perché a visitare le zone terremotate c’è andata anche quel bel campione della Pinotti cui dobbiamo probabilmente  la promozione al decimo posto dell’Italia nella top ten dei paesi che spendono in armamenti. E d’altra parte lo chiede l’Europa, come ha segnalato il quotidiano britannico Independent  in un articolo dal titolo inequivocabile: “I soldi del bilancio europeo potrebbero servire a sviluppare armi per l’Arabia Saudita” a proposito della decisione di destinare risorse europee , comprese quelle della ricerca, al cosiddetto Fondo Europeo per la Difesa, che utilizzerà il denaro dei paesi membri per investire nel settore bellico, con un budget a partire da oggi, dal 2017,  di 25 milioni di euro l’anno per tre anni e come parte di un più ampio Piano d’Azione del valore di 3,5 miliardi di euro.  a favore dell’industria degli armamenti. In modo da confermare la posizione invidiabile dell’Ue, già oggi al secondo posto nel mondo in termini di spese militari con un budget di 217,5 miliardi di euro.

Come non capirli? Quando si è in guerra non si bada a spese. E poi il settore è in crescita come non mai e non teme corruzione, malaffare e infiltrazioni se a comandare è il crimine e le armi sono puntate contro di noi.

 

 

 


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