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Lavoro: bugie a tempo pieno

20131203vignetta-300x185Tutti ricordiamo il vecchio problema della vasca di volume conosciuto, riempita di tot litri d’acqua, con un rubinetto che ne versa una certa quantità al minuto e uno scarico che la svuota di un’altra certa quantità. In quanto tempo la vasca traboccherà o rimarrà senz’acqua? Presi dalla soluzione del problema a nessuno sui banchi di scuola è venuto in di domandarsi perché la vasca abbia quel volume, perché i rubinetti abbiano una certa portata e lo scarico un’altra. Qual’è il criterio?  E’ un esempio un po’ scemo, anzi rozzo lo so, ma illustra con sufficiente chiarezza una delle strategie cognitive utilizzate  dall’attuale egemonia culturale: spostare l’attenzione sui numeri e sulla loro necessità intrinseca, per nascondere i criteri con cui essi sono ricavati che invece dipendono da visioni e progetti politico – sociali. Due più due fa sempre quattro, ma la realtà concreta dipende da cosa rappresentano i primi e i secondi due e soprattutto se conteggiano elementi della stessa classe, di sottoclassi collegate o siano formati da entità antitetiche.

E’ il caso per esempio del calcolo dell’occupazione che finisce per sommare grottescamente chi ha un lavoro e chi invece è palesemente disoccupato. E’ fin troppo evidente che  mettere nel novero degli occupati quelli che nella settimana precedente lo studio statistico hanno lavorato un’ora con un voucher, significa semplicemente conteggiare un disoccupato strutturale nel campo opposto, ovvero quello dell’occupazione. E così pure è assurdo mettere nel conto del lavoro chi sta facendo uno stage non retribuito. In realtà da un certo punto di vista  è anche scorretto calcolare come posto di lavoro un’attività part time e precaria retribuita in misura insufficiente al sostentamento materiale o arricchire le statistiche con le false partite Iva, ovvero l’80% di quelle esistenti. Non è che vi siano errori di calcolo, è solo che queste pratiche statistiche imposte prima dagli Usa e poi dall’Europa, pretendendo di essere “internazionali”, si riferiscono a un concetto di lavoro che contempla senza problemi, l’episodicità, la precarietà, la sottoproletarizzazione e che ha sostituito il concetto di lavoratore con quello di servo della gleba.

Se al contrario considerassimo lavoro un attività continuativa, contrattualmente onesta, sufficientemente sicura e  pagata sia pure modestamente, ma in maniera sufficiente al sostentamento, dotato di dignità e utile a una futura pensione, quell’ 11,3% di tasso di disoccupazione raddoppierebbe all’istante. I calcoli Istat di lor signori sono invece a doppio taglio perché da una parte fanno riferimento senza dirlo esplicitamente a un concetto di lavoro degradato, dall’altro servono utilmente la giusta causa dell’inganno simulando un miglioramento della situazione che deriva invece proprio da un progressivo aggravarsi delle condizioni generali, pudicamente nascosto dall’adeguamento dei sistemi di calcolo. Non è certo l’unico campo in cui questo “trucco” viene utilizzato, è solo il più evidente e il più infame. Anzi non è nemmeno un trucco, è un tic culturale di derivazione americana nel quale essendo consentito un solo pensiero non solo i calcoli in sé, ma anche i loro metodi e protocolli sono considerati come oggettivi e universalmente accettati. Non c’entra nulla con il lavoro, ma recentemente Nature ha pubblicato fianco a fianco due articoli antitetici e dai risultati assolutamente divergenti riguardo all’età del campo magnetico terrestre: lo ha fatto – al netto delle camarille accademiche – perché entrambi gli studi appaiono “solidi”.

Certo in questo caso c’è comunque un riferimento esterno che non si può ignorare, però pare quasi la “solidità” del neoliberismo che aveva promesso  ricchezza diffusa e che ha prodotto povertà salvo che per un irrisorio numero di persone, che continua a dettare i suoi criteri di calcolo perché solo nell’autismo cognitivo trova la sua tracotante salvezza dalla realtà.

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2 responses to “Lavoro: bugie a tempo pieno

  • Angelo Kinder

    Totalmente d’accordo. Le statistiche ciulate sono un mezzo oramai sdrucito per turlupinare qualche gonzo che si ostina a votare il piddì, strumento per instaurare un ‘Renzime’ a cui va opposta forte e implacabile ‘Renzistenza’. Però funzionano sempre meno, il principio inconfutabile di Realtà (più quella percepita, oltre che quella tangibile) si ostina a smontare la narrazione del Pentolaio Magico della Fiesole. Oramai ha pure perduto il gusto da bimbominkia twittante di rompere gli zebedei con il noioso refrain #l’Italiariparte. Ogni qualvolta l’ISTAT emette un bollettino, si premura di aggiungervi le chiose e le postille, nonché le modalità d’uso. Le cifre diramate non coincidono mai con quelle del Censis, né con nessuno dei Centri Studi di questo o quell’organismo di categoria (non parliamo di Istituti quali il Cattaneo o il Bruno Leoni che sparano cifre a casaccio, con metodologie di raccolta dati a dir poco discutibili, a dir tanto rivedibili, a dir il vero panzanate prezzolate da chi sappiamo…). A qualsiasi neo-assunto a cottimo si chieda se è soddisfatto del suo job a tempo indeterminato vi giungerà di tutta risposta la stessa che i Sanniti emisero ai Romani nel 321 A.C. in quel della Val del Caudio, e che sarà la stessa sublime nota che chiuderà l’esperienza governativa dell’Ernesto Sparapallelesto rignanese.

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