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Virus, danno i numeri

dare-i-numeri-1Oh i numeri, la struttura del mondo fin dai tempi di Pitagora e del suo teorema che disgraziatamente era già stato formulato in India da Baudayana tre secoli prima senza che però la cosa sia mai stata presa in considerazione. Tuttavia i numeri bisogna saperli leggere altrimenti possono diventare la base di qualsiasi fantasia o narrazione ingannevole, compresa quella di una terribile epidemia da sfruttare per la  lotta di classe al contrario passando dallo stadio di crisi sanitaria per diventare  crisi economica, crisi finanziaria e in definitiva crisi sociale che si va a sostanziare anche nello sdoganamento di controlli capillari dei cittadini, dei loro movimenti, delle loro idee e dei loro contatti. Cosa per la quale – tanto per fare un esempio –  già da tempo Google e Microsoft hanno annunciato la realizzazione di un sistema di controllo via cellulare per scansionare i movimenti degli “infetti” ma anche dei loro contatti, idea subito accolta nelle sue accezioni più primitive e più spontaneamente fasciste dai più dementi tra i ducetti italiani della crisi che in maniera molto più primitiva . Per ottenere questo scopo bisogna ovviamente usare a piene mani il terrore e in sostanza enfatizzare sia la presunta origine del virus, ossia la Cina, sia la catastrofe che incombe per sparigliare il mazzo di carte non esaltanti in  mano all’elite. Insomma far saltare il tavolo con un trucco per non perdere.

In brevissimo tempo, anzi in men che non si dica il Covid è saltato dalla Cina all’Italia che è diventata il maggior serbatoio mondiale di contagio oltreché il Paese con in assoluto il maggior numero dei decessi e una mortalità decine di volte superiore a quella di altri Paesi come Svezia, Germania, Corea e la stessa Cina. Tutte cose piuttosto singolari che dovrebbero indurre i cittadini a riflettere sulla tenuta del sistema sanitario e sulla sua qualità della risposta piuttosto che su provvedimenti uccidi economia come la parziale segregazione dell’intero Paese, la cui utilità è negata da tutta la letteratura medica, ma che nello specifico risulta  costruita in modo totalmente insensato essendo frutto di una governance centrale e locale di infimo livello: così si può andare in metropolitana, ma non si può passeggiare nei parchi da soli, i bimbi e i ragazzi  che tra altro sono del tutto insensibili al virus, non vanno più a scuola, ma possono andare al supermercato, si mandano gli elicotteri e i droni a controllare le grigliate in terrazza , ma quando molta gente si sposta in barba ai divieti e forma ingorghi  come è accaduto nel periodo pasquale in parecchie aree del Paese, la sorveglianza  si squaglia ben sapendo che si potrebbe accendere la miccia di una immensa deflagrazione: abbiamo un governo che ormai campa sul coronavirus e sulla paura, più essa dura, più dura lui.

In occasione dell’estensione della segregazione al 4 maggio l’Istat  che ricordiamo, dipende dal Ministero dell’economia e dunque non è terzo e indipendente rispetto al governo, tira fuori dal cilindro statistiche parziali con le quali si dice, non c’è trucco, non c’è inganno, la mortalità generale nei primi tre mesi di quest’anno quest’anno è aumentata e dunque le misure di segregazione sono pienamente giustificate.  In uno specchietto ci viene mostrata la mortalità generale per qualunque causa di gennaio, febbraio e marzo negli ultimi cinque anni:

  • 34.339 decessi nel 2015
  • 30.411 decessi nel 2016
  • 35.018 decessi nel 2017
  • 33.520 decessi nel 2018
  • 33.575 decessi nel 2019
  • 40 244 decessi nel 2020 

e dunque ci sarebbero 6.669 morti in più  rispetto all’anno precedente, un aumento ovviamente attribuibile al Covid 19 che giustificherebbe le misure  che stanno facendo letteralmente crollare l’economia, prontamente ripresi da tutta l’informazione legata alle mangiatoie del potere. In realtà il trucco c’è e basta leggere la nota in cui l’Istat ci spiega che le cifre si riferiscono non a tutti i comuni del campione che rappresenta comunque un quinto di quelli italiani) , ma solo ai 1084 “con un numero di decessi che, nel periodo 1° gennaio – 28 marzo 2020, è risultato superiore o uguale a 10 unità e che nel mese di marzo del 2020 hanno presentato, rispetto alla corrispondente media del quinquennio 2015-2019, un incremento della mortalità pari ad almeno il 20%” Insomma, tanto per dirla in soldoni hanno artatamente scelto i comuni dove si sono verificati il maggior numero di decessi, per rendere il dato più allarmante possibile in termini percentuali, ma siccome si tratta di una piccola parte dei comuni può benissimo darsi che la mortalità generale sia aumentata di pochissimo o persino diminuita come sta accadendo in Gran Bretagna dove il Covid 19 è stato depennato dal novero delle malattie infettive gravi. E di certo non si può proiettare questo dato come fanno i più scalmanati coviddisti ad ogni realtà. Vi faccio notare anche un’altra cosa, ovvero che nel  2017 c’è stato un aumento di morti (sempre sulla base dei medesimi comuni) di 5226 persone rispetto all’anno precedente,  quindi un ordine di grandezza assolutamente paragonabile a quello attuale senza che per questo nessuno si sia sognato di  chiudere il Paese, anzi senza che nessuno ne abbia mai parlato. Insomma c’è una certa oscillazione che dovrebbe indurre a considerare in maniera meno allarmistica le cifre, a parte la doverosa prudenza nell’attribuire comunque i decessi al coronavirus vista l’aleatorietà dei test. Basta tenere conto che in Italia muoiono annualmente circa 620 mila persone, ma con oscillazioni grandissime di anno in anno e tanto per fare qualche esempio nel 2012 sono decedute 612.883 persone, nel 2013 600.744, nel 2014 ancora meno ovvero 598.364, ma nel 2015 sono state 647.571 con un aumento di 50 mila morti passato nel più assoluto silenzio una, cifra del resto  di qualche migliaio inferiore a quella del 2017 , cioè 649.061 decessi che l’anno scorso sono stati 647.000. Dunque la cifra di questo olocausto virale con i 6669 morti eccedenti va vista in questa prospettiva.
Se poi andiamo a leggere dove si è verificato in specifico l’aumento dei decessi possiamo facilmente vedere che i due terzi  dei morti  in più rispetto allo scorso anno si è avuto nei comuni della provincia di Bergamo con 2043, seguiti da quelli del Bresciano 879, del Milanese con 639 e del Lodigiano  con 296, rendendo impossibile estendere il dato a livello nazionale e inducendo a ricercare cause specifiche. Tutte  le altre provincie hanno avuto numeri molto minori, anche considerando che stiamo analizzando i centri col maggior numero di decessi e dunque in queste zone l’effetto Covid sta dentro le comuni  oscillazioni tra anno e anno.

Dunque non siamo per nulla di fronte alla peste, ma più che altro al crollo del sistema sanitario in generale e a quello lombardo in particolare, semi privatizzato che fino a ieri  veniva preso a modello di eccellenza e che invece è miseramente naufragato alla prima ondata più forte del normale. Sarebbe compito di un Paese civile capire perché e cosa è davvero successo in quelle corsie, anche se le prove sono ornai state bruciate e il governo ha decretato l’impunità, invece di produrre generici epicedi funebri. Così si può spiegare  l’enorme differenziale italiano in fatto di decessi a fronte delle più severe e generalizzate misure di contenimento: il problema non è non venire a contato col virus, che comunque è già ampiamente diffuso, ma di avere buone e opportune cure, se per caso si è in quel 5 per cento di persone che hanno sintomi importanti, invece di rischiare di morire di ospedale come accade a 50 mila persone l’anno.  Pare poi ( vedi qui) che vi possano essere stati gravi fraintendimenti  in fatto di terapia ( in questo ha malignamente giocato il nome di Sars Cov 2 con la solita nomenclatura cretina di origine americana) visto che in alcuni ospedali l’utilizzo di eparina e cortisone al posto dei respiratori  ha fatto letteralmente crollare le statistiche mortuarie e il ricorso alle terapie intensive. Ci sono poi da tenere in considerazione le condizioni generali che fanno della valle padana uno dei luoghi più inquinati di tutto il pianeta dal punto di vista delle polveri fini. Ma con tutto questo non c’è alcuna proporzione tra ciò che accade e ciò che viene narrato con scopi del tutto eterogenei. Il vero dato drammatico è invece il massiccio aumento di decessi che si è man mano verificato a partire dalla crisi del 2008: prima di allora praticamente la mortalità generale era di 50 70  mila persone in meno all’anno rispetto alla media attutale, combinato disposto tra condizioni di vita in via di peggioramento, minore accesso alle cure, distruzione progressiva del sistema sanitario: il virus, quello vero, è proprio lì.


Metafisica dello sfruttamento

banner-palazzo-reale1920x800.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’Istat comunica che dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, da luglio invece i livelli risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre   e un tasso in salita che  cresce di 0,3 punti percentuali al 9,9%, interessando sia  uomini che donne e coinvolgendo tutte le classi d’età tranne i 25-34enni.  Rileva anche  che le persone in cerca di occupazione sono aumentate del 3%, vale a dire  73 mila unità nell’ultimo mese.

I contratti a termine che dovevano essere debellati dai provvedimenti Dignità hanno toccato il record storico (3,1 milioni) e i lavoratori autonomi destinati ad aumentare per effetto della mini flat tax sono diminuiti in un anno di 115 mila unità.

Nel commentare i dati il Corriere della Sera, costretto a riservare un’occhiata distratta a cosa accade “nella realtà, trae una sua morale “ lineare”: le dinamiche che muovono davvero i comportamenti di famiglie e imprese non si possono teleguidare, seguono sentieri lunghi e in diversi casi tortuosi.  A conferma che capitale e mercato rispondono a leggi divine e naturali, seguendo percorsi indecifrabili per gli umani che la politica terrena dei governi non è abilitata a intercettare.

Non fa sorridere la svolta mistica dei giornaloni alle prese con fenomeni metafisici, perché riconferma l’inadeguatezza volontaria a guardare nel baratro nel quale ci hanno cacciati e dal quale non vogliono farci risalire. E dire che perfino pensatori integrati nell’ideologia e nella religione teocratica dello sviluppo e nella fede europeista prima del 2000 e della crisi, quella si teleguidata, si interrogavano sul futuro dell’occupazione ai tempi della morte del lavoro e non solo per mano della tecnologia e dell’automazione.

È che il fallimento riformista, che è culminato nell’uscita anche della parola progresso dal nostro dizionario, sostituita da modernità e diventata il paravento dietro al quale consumare delitti contro la salute, il territorio, l’ambiente, la dignità e la democrazia, è stato segnato  proprio dalla correità di partiti e movimenti della sinistra e dei sindacati, persuasi della impossibilità non solo di rovesciare gli equilibri di forza, ma perfino di addomesticare l’indole ferina del totalitarismo, l’unico che non viene preso in considerazione dall’europarlamento, quello economico e finanziario.

Il successo delle grandi potenze economiche, prima degli Usa, oggi della Cina, è fatto di migrazioni esterne e interne, di masse contadine che hanno lasciato i villaggi pe andare a lavorare nelle metropoli, di etnie e gente priva di diritti civili, sindacali, politici, sottoposta a orari e regimi disciplinari schiavistici. Oggi non è il successo che si persegue in Europa, ma la sopravvivenza e con gli stessi mezzi, abbassando gli standard di tutti, trascinandoli giù per garantire profitti e sopportare la competitività feroce, trasformando la propagandata accoglienza tardiva in sfruttamento non tanto di un esercito di riserva ma di deterrente per rivendicazioni e lotte da parte dei lavoratori locali, ricattati e costretti a adeguarsi a perdita di sicurezze, tutele e salari dignitosi.

Non è esagerato o letterario, chiamare questo processo ritorno alla schiavitù se si pensa al regresso delle condizioni di vita, di lavoro, dell’abitare, dello spostarsi che milioni di persone subiscono e che fanno da contraltare retorico alla narrazione delle magnifiche sorti dell’automazione che ci risparmierebbe dalla fatica, di trasporti sempre più veloci che ci consentirebbero di andare tutti nello stesso posto allo stesso momento decretando la fine per abuso di bellezza e cultura, di avveniristici grattacieli che sfiorano le nuvole destinati a trasformarsi in vestigia archeologiche senza mai essere abitate. Un processo favorito dalla pubblicità universale trasmessa su tutti i canali per convincerci delle formidabili opportunità offerte dal sistema, dalla scienza, dalla tecnologia  che ci fa provare  una onnipotenza astratta e virtuale a fronte di una concreta impotenza.  Un processo segnato dalla demolizione di rapporti di forza delle organizzazioni sindacali, dall’eliminazione delle residue tutele legali a favore di lavoratori e dalla riproposizione del feticcio della flessibilità come condizione e criterio irrinunciabili per la crescita.

Non so se mai, come e quando troveremo una via di riscatto, se tutto congiura per farci cedere e piegare all’ineluttabile, senza alternativa, se le forme di democrazia e gli stati intermedi che dovevano rappresentare bisogni e aspettative sono sempre più disarmati e assoggettati, se i sindacati ogni giorno ci mostrano  l’inesorabilità del ricatto, quando protestano contro le misure per cancellare lo scudo penale dei proprietari passati presenti e futuri dell’Ilva, per persuaderci che è ragionevole prestarsi all’alternativa cancro o salario, a quella tra precarietà o delocalizzazioni, se si prestano a fornire credenziali e credito alle grandi opere e alla loro proposta occupazionale fatta di cantieri senza garanzie, senza sicurezze, senza protezioni e a breve termine, se vogliono che ci accontentiamo del volontariato in sostituzione di formazione e tirocinio, se hanno scelto di rinunciare a vocazione e mandato per trasformarsi in organismi di consulenza individuale, venditori di assicurazioni e fondi destinati a prendere il posto dello stato sociale e pure di quello di diritto.

E se i partiti che una volta appartenevano alla sinistra hanno abiurato per essere investiti della rappresentanza di più e meglio dei valori della destra, ridotti a gusci vuoti per via della pretesa di innocenza nella caduta del muro e nel disfacimento dell’impero sovietico, spogliati interamente della loro vecchia attrezzatura ideologica e intenti a testimoniare e interpretare l’apparato di principi e imperativi dei una vecchia borghesia che non c’è più, come non ci sono più le mezze stagioni, mentre si fa sempre più potente e profonda la divisione tra una nuova classe disagiata pigiata giù nello stesso fondo degli ultimi e perciò sempre più rabbiosa, come in Umbria, e quella scrematura gerarchica dorata di ricchi sempre più ricchi.

Ci sarebbe una strada, sempre la stessa, che ha fallito anche se continua a parere l’unica realistica, quella dell’utopia, se un rovesciamento del tavolo è appena più visionario delle vecchie parole d’ordine dei riformisti, delle promesse di partiti e leader che col passare del tempo da socialdemocratici sembrano esser diventati anarco insurrezionalisti perché parlavano di redistribuzione, nazionalizzazioni. Ma è troppo impervia per un blocco sociale confuso, di proletari, sottoproletari a loro insaputa, risparmiatori derubati, piccoli imprenditori e artigiani incravattati, consumatori che non riescono più a esserlo tanto sono indebitati. E che non sanno nemmeno più come si fa a essere  popolo.

 

 

 

 

 

 


La dittatura delle bugie

media-500x438Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è mica colpa nostra se, per commentare l’introduzione del Red Button, lo strumento governativo affidato alla Polizia di Stato per contrastare le fake news tramite le segnalazioni dei naviganti, tocca ricorrere alla scontata citazione del Ministero della Verità.

Sono loro che con un certo ritardo sul 1984, attuano la profezia di Orwell e il proposito di ogni duce, führer  e aspirante tale, e impongono il loro passato, presente e futuro, tutti e tre bugiardi, come unica realtà legittima e legale,  in difesa smodata e soverchiante delle loro auguste persone e della loro reputazione, in nome di  una privacy inalienabile e comunque molto superiore a quella della gente comune, invasa invece da tutte le possibili e invasive forme di spionaggio e controllo e costretta al consumo coattivo dei prodotti della fabbrica delle menzogne.

Non ci piace vincere facile  e nemmeno  ci proviamo a compilare una graduatoria o una gerarchia dei gradi di  pericolosità delle notizie che circolano, per stabilire se rappresenta un maggiori rischio sociale la diffusione di dati farlocchi sull’occupazione piuttosto che la notizia altrettanto falsa di un impiego con lauta remunerazione per un parente della  Boldrini o di quello probabilmente autentico di una protetta didi Nardella, se sia più grave propagandare i fasti della casette per i senzatetto del sisma e della relativa ricostruzione, o i benefici del bicarbonato anticancro.  O se gli aggiornamenti sulle scie chimiche siano  più maligni su quelli che riguardano gli effetti demiurgici della Buona Scuola sulla competitività nazionale in materia di progresso e ricerca scientifica.

Come si addice ai titolari dei dicasteri della propaganda, i minculpop di ogni tempo e latitudine e sotto tutti i regimi assolutistici, a lor signori non interessa la verità, tantomeno la corretta divulgazione di notizie e dati, aborriscono la verifica dell’efficacia delle loro misure, vogliono cancellare la memoria delle loro promesse non mantenute,  intesi unicamente alla tutela della faccia che rivendicano di “averci messo” come sigillo plastico di infamie e soprusi.

Per questo l’iniziativa in difesa della loro veridicità, attendibilità, autenticità, sincerità, obiettività, oggettività, giustezza, precisione, è rivolta unicamente contro la rete e la circolazione in quei territori occupati dall’insano, ignorante e volgare populismo, di qualche probabile bufala, ma di molto malcontento, molta critica, molte rimostranze. Mentre risparmia generosamente e benevolmente i media tradizionali, gli autorevoli giornaloni che non costituiscono un pericolo per l’establishment come dimostra il recente caso di  Repubblica e la sorprendente rivelazione per i suoi giornalisti che il loro non è un editore puro e che il suo schierarsi è stato mefitico, velenoso e inquinante almeno quanto alcune sue attività imprenditoriali.

E non a caso, ristabilite le risibili convenzioni della par condicio in quelle parate di starlette  e comici dell’intrattenimento politico in tv, la guerra contro le fake news viene ufficialmente dichiarata in campagna elettorale a conferma che solo le loro, anche quelle per lo più diramate via twitter e social network, sono permesse, autorizzate, costituzionali e conformi alla legge. Per le altre fonti scatta la solerte denuncia, la opportuna delazione secondo criteri e valutazioni affidati al Viminale e procedure a salvaguardia dell’ordine pubblico che deve vigere anche nella piazza virtuale.

In previsione della mobilitazione di “piccoli pionieri” del Pd pronti a segnalare le infami indiscrezioni sulla cellulite delle ministre in carica, di ultrà di Calenda inneggianti alla smentita di ignobili insinuazioni sulle condizioni dell’Ilva di Taranto, di badanti virtuali del cavaliere che invocano al sharia per chi ne deride capigliatura e prestazioni virili, suggerirei di cominciare a usarlo noi il bottone rosso (che sia rosso vorrà pur dire qualcosa?).

Di materiale ne abbiamo e ne avremo tanto anche senza scomodare gli slogan che campeggiavano sul palazzo del ministero della verità:  “La libertà è schiavitù” o “L’ignoranza è forza”. E “La guerra è pace”, sempre attuale e sempre in vigore. E in fondo a quante missioni umanitarie, esportazioni di democrazia, interventi di aiuto e rafforzamento istituzionale abbiamo partecipato, grazie a un voto, semi clandestino magari in prossimità di meritate ferie,  di un parlamento illegittimo, che difende le sue illegittime fandonie e la legalità delle ingiurie a verità e democrazia-

 


L’Italia non è un Paese per neonati

2299941_cullevuoteForse non occorreva essere Nostradamus per preconizzare che anche il 2016 sarebbe stato un anno di calo demografico, con appena 473 mila nascite, ovvero 12 mila in meno rispetto all’anno precedente e centomila in meno ripetto al 2007 ultimo anno prima della crisi. Anzi a dire una verità che tanto dispiace agli anti ius solisti, eredi consapevoli o meno della retorica demografica prima e razziale poi del fascismo, i bambini nati da coppie italiane sono stati 373 mila, mentre il resto lo si deve alle più fertili coppie straniere che tuttavia lo sono assai meno che nei Paesi d’origine.

Ora le ragioni più ovvie di questo fenomeno sono facili da intuire e comprendere: la crisi economica o meglio ancora il modello economico fondato sulla disuguaglianza e la precarietà che da una parte crea un flusso migratorio di giovani diventato ormai più consistente di quello immigratorio, facendo così mancare centinaia di migliaia di persone all’appello demografico;  dall’altra provoca sempre maggiori difficoltà ad avere un lavoro decoroso, continuativo e prospettive per il futuro, rinviando così il matrimonio o il concepimento dei figli a data da destinarsi e comunque a un’età relativamente avanzata. Naturalmente meno nascite ci sono, meno donne fertili ci saranno in un futuro creando quell’effetto esponenziale che spesso si accompagna alle esplosioni o implosioni demografiche. Tuttavia come giustamente sottolinea “Contropiano” l’Istat che fornisce le cifre non fa cenno di tutto questo, ma si ferma a vaghe e farisaiche considerazioni che attribuiscono il calo demografico oltre che a fattori tecnico statistici peraltro da verificare, alla “diminuzione della propensione ad avere figli”.

A voler essere maligni ci si può vedere una messa sotto accusa delle donne e della cultura di emancipazione che le distoglie dai compiti riproduttivi,  volendo essere cattivi ci si può scorgere il tentativo di mettere un sudario generico e ipocrita su cose che un istituto di ambito governativo non può dire o ad essere benevoli ci si può perfino scorgere una goffa e nascosta guerriglia alle linee guida dettate dal neo liberismo globale a cui l’ Istat è costretto a conformarsi. Tuttavia se una buona parte delle cause recenti del calo demografico possono essere attribuite all’imposizione progressiva di un modello economico ingiusto e per certi versi delirante, fondato sul consumo e sull’ossessivo stimolo al consumo, sul progressivo smantellamento delle tutele, sull’individuo atomizzato e narcisista chiuso nel proprio egoismo, non si può nemmeno trascurare il fatto che esso stia agendo come catalizzatore negativo su una cultura che col moderno ha poco a che fare, anzi ha riferimenti ancestrali. Il terreno su cui cresce non è quello della crisi della famiglia tradizionale come pensa l’area retrogada di stampo nazional cattolico, ma al contrario proprio su quello del familismo compulsivo che si traduce poi in iperprotettività economica nei confronti della prole e dunque in meno figli se non alla rinuncia ad essi anche in presenza di difficoltà non poi così dirimenti, perché i propri figli non possono essere secondi a nessuno nel consumo e non possono assolutamente sopravvivere senza al minimo le quattro mura come sacco vitellino. Per non parlare della permanenza di pregiudizi verso le donne con figli, ma senza anello nuziale al dito, fomentata peraltro dalla Chiesa anche in senso legislativo, da tabù, prevenzioni, preclusioni nei confronti del concepimento fuori dal santo matrimonio e ossessive concentrazioni sui legami di sangue che d’altronde la stessa genetica ha di molto relativizzato .

Da noi più che altrove è avvenuto che la guerriglia cattolica contro il divorzio si sia tradotto in una legislazione farraginosa e ambigua che sembra non tenere conto della sua esistenza e del fatto che i legami non sono più inscindibili, volta al mantenimento di un concetto di matrimonio e di famiglia che non esiste più e che appare troppo pesante, anche perché impostato sullo stampo di unione economica secondo canoni tradizionali e sessisti. Chiaro che di fronte a questo complesso di cose le mancette distribuite ai neonati  da noi come altrove non hanno alcun effetto e sono praticamente denaro buttato, quando invece occorrerebbe una legislazione aggiornata alla realtà, capace di sostenere la natalità e soprattutto un sistema di tutele complesso, ahimè impossibile alla luce dei concetti e dei diktat del neoliberismo. In mancanza di una sterzata di 180 gradi in tutti gli ambiti, il calo demografico è destinato ad essere incolmabile, cosa che del resto vale più o meno per tutto il continente, anche se in forme più attenuate, soprattutto nei Paesi ex coloniali.

Anche tutto questo ci dimostra che siano a un punto di passaggio e che possiamo solo noi a decidere se ci porterò indietro nel tempo o avanti nella civiltà.

 

 


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