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Il lavoro del governo è dire balle

moderna-schiavitù-600x504Che cosa significa lavoro? Che differenza c’è con il job, ennesimo inglesismo vacuo adottato per occultare il fatto che si parla di una qualunque attività anche hobbistica o episodica? E’ la domanda fondamentale per comprendere il mistero per cui l’Istat può sostenere che tra giugno e luglio l’occupazione stimata è aumentata di 59 mila unità, ma che ci sono 61 mila disoccupati in più. La propaganda di governo naturalmente prende in considerazione solo la prima cifra, spara balle a tutto campo fidandosi del fatto che pochi sappiano che tutte queste cifre vengono calcolate in relazione all’area degli inattivi, ovvero coloro che non lavorano, non stanno cercando lavoro o non sono disponibili: se gli inattivi diminuiscono, cosa abbastanza ovvia nel periodo che precede il clou dell’estate con i suoi contratti volanti e stagionali, aumenta automaticamente  la percentuale degli occupati, mentre il tasso di disoccupazione che viene misteriosamente viene calcolato senzatenere conto degli inattivi, va per la sua strada.

Naturalmente nei peana governativi prontamente riportati dagli sguatteri dell’informazione non si dice che questo aumento nominale è principalmente composto da contratti a tempo determinato, dimostrando ancora una volta il fallimento del job act venduto come polverina magica per favorire l’occupazione stabile, né che nel calcolo vengono inseriti anche quei quasi pensionati costretti ancora al lavoro dalla riforma Fornero e che vengono quindi depennati dalla massa degli inattivi per figurare come nuovi lavoratori. Un effetto drammatico e ridicolo di statistiche fatte con una parte prominente del corpo umano che non è precisamente la testa e che sono completamente costruite sull’ideologia liberista, sulla sua idea del lavoro come di una concessione senza diritti né tutele, senza continuità e senza futuro, senza che il salario garantisca più di uscire dalla povertà relativa o assoluta e infine non messa in reazione sia pure molto vaga con il valore che crea, ma esclusivamente sul profitto che permette e atteso dai padroni del vapore. Questa idea trova la sua delirante applicazione statistica nei criteri che Eurostat ha imposto ai vari istituti numerologici nazionali, ossia che sia da considerarsi come occupato chiunque abbia svolto almeno un’ora di lavoro retribuito in denaro o in natura (purtroppo non c’è da ridere) nella settimana precedente a quella in cui viene effettuata la rilevazione. Questo sarebbe lavoro? Sarebbe occupazione? Di certo no visto che comunquequesti criteri  potrebbero essere applicati anche in una piantagione di schiavi.

Come se non bastasse questa assurdità fa aumentare il tasso di occupazione man mano che aumentano i contratti a termine, quelli precari e/o a tempo parziale perché sempre più persone finiscono per svolgere la stessa quantità di lavoro di uno, provocando così lo stesso effetto miraggio che si ha negli Usa, con l’aumento puramente nominale dei posti di lavoro, in presenza tuttavia di una nuova e gigantesca bolla di debito privato, di un aumento della povertà e del ricorso agli aiuti alimentari e di calo della domanda aggregata che sta mettendo in crisi la grande distribuzione. E di circa 80 milioni di disoccupati reali. Ed è più o meno la stessa cosa in tutto l’occidente dove questi criteri statistici non solo vengono formulati ideologicamente, ma servono anche a nascondere gli effetti finali delle politiche contro il lavoro facendo apparire molto meno drammatiche della realtà. Anzi come nel caso italiano dove tali effetti sono ancora più accentuati servono a governicchi che potrebbero essere considerati patetici se non fossero ignobili per fare sfoggio di menzogne.

Certo tutto sarebbe diverso se considerassimo una persona occupata quando ha lavorato almeno sei mesi prima della rilevazione statistica con una retribuzione in grado di garantirgli un minimo vitale, quanto meno cibo e casa: in fondo saremmo sempre dentro il regno di quella precarietà e flessibilità spacciata da decenni come una panacea sempre dagli stessi personaggi che hanno un contratto a tempo indeterminato con le illusioni, le menzogne o le stupidaggini, ma almeno sarebbe molto più difficile far passare balle clamorose e certamente sarebbe più arduo usare la carota già smangiucchiata e andata a male delle promesse che non possono essere realizzate.

 

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Il lavoro di Matrix

Spesso ci si chiede come siano possibili certe deformazioni della realtà, come quelle che si stanno attuando per il Venezuela o per la Siria o per l’Ucraina o in generale per le considerazioni sul terrorismo: persino un cretino funzionale capirebbe che si tratta di manipolazioni, che qualcuno sta mettendo le mani nel suo capitale emotivo, nelle sue reazioni pavloviane e persino nella sua noncuranza, accuratamente coltivata dal pensiero unico, per trarne un vantaggio. E’ un gioco assolutamente facile perché si bara sull’evidenza, si lucra sul non detto e si trasforma persino la matematica in un’opinione.

Prendiamo le statistiche sul lavoro che sono un inarrivabile esempio di ipocrisia scientifica e numerica e che presentano le stesse stigmate in tutto il mondo occidentale essendo state dettate da Washington all’Europa. Prendiamo l’ultimo dato diffuso in Usa che riguarda giugno e che mostra una disoccupazione appena al 4,4% per cento a smentire l’esperienza concreta di milioni americani col suo ottimismo. Ora non soltanto il calcolo risente in radice di una svalutazione del lavoro come attività continuativa e capace di fornire un reddito sufficiente, ma bara anche sui particolari, fornisce dati che  riguardano solo una parte della disoccupazione, quella che riguarda la misura U-3, mentre il Bureau of Labor Statistics produce 6 diverse valutazioni ognuna delle quali si somma all’altra, ma di cui diffonde attraverso i media solo quella intermedia e dunque parziale. Ora guardate questa tabella che penso spieghi chiaramente come stanno le cose:

tabella

Se a questo punto prendiamo la misura U-6 che è quella complessiva che comprende anche gli scoraggiati, ci si accorge il tasso di disoccupazione è più che doppio rispetto a quello emanato dai centri finanziari e gridato ai quattro venti dagli organi di informazione. Eppure non si tratta di dati segreti o inattingibili dall’uomo della strada al quale basterebbe un clic per informarsi: sono infatti chiaramente spiegati sul sito stesso del Bureau of Labor, insieme a tutti gli altri dati che evidenziano come in ogni caso i nuovi posti di lavoro siano in stragrande maggioranza precari e di basso livello, quelli che riguardano l’assistenza familiare, o le attività nei bar e nei ristoranti o ben che vada nelle posizioni di secondo e terzo piano nella sanità ambulatoriale. La produzione reale di beni riguarda solo cifre assolutamente marginali e molto inferiori all’uno per cento. Del resto con una precarizzazione selvaggia, una disoccupazione che sfiora le due cifre sarebbe impossibile spiegare la ripresa, la crescita del Pil e occorrerebbe confessare che l’economia americana si basa esclusivamente sul debito, ovvero su una scommessa di risorse future e comunque sempre più ipotetiche che è possibile solo se il dollaro mantiene la sua posizione dominante.  Forse per i cittadini non sarebbe troppo arduo comprendere perché le elites di comando siano disposte alla guerra nucleare pur di conservare questa rendita di posizione.

Eppure la governance è fiduciosa che il cittadino non andrà a guardare, che si fiderà sulla base di antichi concessioni di fiducia dell’informazione ufficiale, che sarà preso da una forma di atarassia conoscitiva o depistato da interpretazioni fasulle.  Insomma che non ha altro dio che la tendenza e la controtendenza, ma immagina di vivere nel mondo di 70 anni fa anche se ha sotto gli occhi una realtà tutta diversa: figli che rimangono a casa alla soglia dei trent’anni, che sono gravati da debiti di studio che nella massima parte dei casi non riusciranno a pagare e salari che si abbassano a vista d’occhio. Naturalmente tutto questo avviene in ogni parte dell’occidente anche se il Matrix del neo liberismo fa di tutto per rendere il più possibile inefficace l’esperienza personale.


Stagnazione a orologeria

ED-img6826955Non so chi possa davvero aver creduto in una ripresa nel bel mezzo di un raffreddamento globale degli scambi e di una deindustrializzazione forzata del Paese che ha avuto il suo acme simbolico nell’abbandono anche formale della Fiat già peraltro annunciato da tempo: per quanto si potesse aver fede in Renzi e nella sua corte dei miracoli, magari preparando il cuore di raso come ex voto e un sì per il referendum costituzionale, per quanto si potesse essere accecati dal salmodiare mediatico sul job act, non c’era alcun elemento che inducesse a ipotizzare una qualunque crescita reale al di là di dati statistici sul pil ampiamente edulcorati e deformati in radice dagli stessi metodi di calcolo. Ma la situazione è tale che nemmeno la matematica del potere riesce a salvare il guappo di Rignano e l’Istat ha dovuto ammettere una stagnazione totale nel secondo trimestre: la crescita annua che doveva essere all’1% si ritira su uno 0,6 % rispetto allo stesso periodo del 2015, ma solo grazie a correzioni al ribasso fatte per l’anno passato, in attesa di vedere come andrà male la seconda metà dell’anno e quali saranno gli infimi numeretti della commedia renziana.

Del resto è evidente che se il debito pubblico aumenta nonostante i colpi di machete inferti al welfare, alla sanità, alle pensioni,  alla scuola, vuol proprio dire che siamo messi malissimo. Ma non è di questa evidenza che voglio parlare, quanto dei tempi della statistica e dei modi con qui questi sono calibrati in funzione della narrativa di governo: normalmente le cifre ufficiali dei trimestrali Istat escono due mesi dopo la fine del periodo di riferimento o anche dopo tre mesi se si tratta del 4° trimestre che conclude l’anno. Di solito i dati del secondo trimestre che si conclude a Giugno escono dal 30 agosto ai primi di settembre. Ma questa volta no, essendo fortemente negativi sono stati diffusi con grande anticipo l’11 agosto perché la loro uscita coincidesse con il picco delle vacanze e comunque con il periodo di minor attenzione alle notizie. Renderle note a periodo di ferie e concluso e già nel cono d’ombra elettorale  del referendum costituzionale sarebbe stato deleterio per il guappo, mentre in questo modo la notizia della stagnazione sarà già stata digerita e le chiacchiere avranno di nuovo campo libero.

Ovvio che di fronte a questi dati diventa anche più difficile per Renzi  trovare soldi per qualche miserabile elemosina pre elettorale o chiedere a Bruxelles qualche favore speciale in cambio della sua fedeltà e della sua promessa implicita di grecizzare l’Italia. Anzi diventa difficile far pensare agli oligarchi che è ancora l’uomo giusto per mantenere nella cattività europea il bel Paese, specie dopo che la Gran Bretagna del brexit ha realizzato un + 0,6% solo nel secondo trimestre di quest’anno. L’impressione è che sia all’interno che all’esterno i padroni del vapore siano tentati dal cambiare faccia anche se non possono farlo nel bel mezzo di un referendum che vede nella manipolazione della Costituzione in senso autoritario (che altri significati potrebbero avere un Senato non elettivo, dunque di competenza dei potere e una legge elettorale ultra maggioritaria?) qualcosa per cui si stanno spendendo senza risparmio l’oligarchia europea, Confindustria, Soros, banchieri e top manager al punto che persino i siti di trading online si sono messi a fare propaganda per il Sì. Senza dire che una vittoria del No sarebbe un  ulteriore colpo alle logiche austeritarie dopo l’uscita della Gran Bretagna e la quasi certa elezione di Hofer in Austria.

Fino a novembre gli sponsor della riforma sono costretti a tenersi l’asino cotto, ma dopo lo manderanno a casa in ogni caso: a calci in culo subito se perde, con una  sostanziosa liquidazione se vince.


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