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Realtà e narrazione del boss

bossNel vagabondare televisivo reso imperativo, anzi vitale  dall’infuriare senza ritegno degli spot sempre uguali, degli sconti che da tre anni scadono domenica prossima, dei professionisti dello spazzolino da denti o della pipi blu raccolta nel magico pannolino, capita ogni tanto qualcosa di interessante che sarebbe rimasto fuori dall’attenzione. Da qualche mese mi capita di soffermarmi su diversi pseudo reality il cui formato è sostanzialmente quello del padroncino che va in incognito tra i suoi dipendenti e si finge lavoratore per capire come funziona l’azienda. Naturalmente si tratta di un puro spettacolo senza un briciolo di realtà e di realismo visto che la commedia dell’incognito non funzionerebbe con le telecamere perennemente al seguito del neo assunto per una settimana, ma tuttavia si tratta di un insieme interessante per la compresenza di due piani di lettura complementari, paralleli e contrari come due facce di una stessa moneta di cui tuttavia passa solo il messaggio voluto dagli ideatori: quello buonista nel senso vero e finalmente appropriato del temine.

Il padroncino alla fine della breve storia  si dimostra ricco di umanità, grato, amorevole e disponibile con i dipendenti: la morale che passa e per la quale il format ha avuto successo è che siamo  tutti sulla stessa barca anche se i dipendenti continuano a prendere magri stipendi e a faticare tutto il giorno, mentre all’umanissimo datore di lavoro rimangono i profitti e il tempo per fingere di lavorare. Tuttavia sono evidenti anche altre cose consustanziali alla storia: il padroncino che alla fine del periodo di cosiddetto incognito assegna premi o punizioni come Minosse, risulta al massimo della sua incompetenza, vale a dire non ha alcuna idea di come funzioni concretamente la propria azienda, non sa nulla delle condizioni e delle logiche in cui si svolge l’attività, zero sulle lavorazioni specifiche, poco o nulla sulle tecnologie e lascia fare ai suoi diretti collaboratori e manager. Regolarmente poi getta la spugna perché il lavoro dei suoi dipendenti non solo é troppo faticoso per lui, ma anche troppo complesso. Insomma alla fine la sua qualità di padrone, dunque di percettore di profitto e plus valore risulta del tutto ingiustificata, non motivata dal merito o dalla competenza, ma solo e soltanto dalla proprietà stessa, spesso semplicemente ereditata o acquisita.

Fossimo in altri tempi si potrebbe pensare che un format del genere sia stato pensato da una cellula comunista per screditare una delle figure centrali del capitalismo. Ma siccome siamo in questi tempi e conosciamo anche l’ideatore della cosa  lo si può escludere con ontologica certezza. Dunque la narrazione deve essere ideata  perché nello spettatore medio rimanga impressa una sola faccia della moneta, quella che tintinna a maggior gloria  del sistema e rimanga invece in ombra la faccia oscura della diseguaglianza di fondo in cui tutto questo si agita. Di certo non varrebbe la pena di parlarne se questo non fosse un modulo che viene massicciamente utilizzato da tutta l’informazione proprio per far risaltare certi punti e oscurarne altri: il riflettore usato per “ritagliare “opportunamente la scena è il modulo emotivo, puntare sull’empatia , sui luoghi comuni che grazie all’abitudine scivolano con più facilità nella mente rispetto a quelli critici, sugli aspetti percettivi ( per esempio intonazione della voce) e sensitivi. Non è certo un caso se proprio nella patria d’origine del condizionamento di massa, sia nata un’intera teoria pragmatica sull’intelligenza emotiva, chiamata anche intelligenza sociale con un significativo e anzi ideologico fraintendimento fra socialità e socializzazione ( a questo proposito è interessante vedere come i social network siano interamente costruiti per la socializzazione tra individui, piuttosto che sulla socialità).

Così tutta la realtà evidente che sta dietro questi boss in incognito viene cancellata dalla favola bella raccontata ai bambini. Che continuino a sognare perché così rassegnarsi è più lieve.

 

 

 

 

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