Annunci

Archivi tag: televisione

I giornali uccisi dalla tv non dalla rete

TV¥s panelTra le tante assurdità che dobbiamo fronteggiare ogni santo giorno adesso c’è anche quella secondo cui la crisi dei giornali, acuitasi in questo 2019, sia colpa dell’ostilità dei Cinque Stelle nei confronti della carta stampata come se il declino fosse stato improvviso e non andasse avanti da oltre un ventennio. Semmai è vero il contrario e non tanto nel senso che i giornaloni sono stati e sono nemici implacabili dei pentastellati, quanto per il fatto che questi ultimi, nel condurre una campagna a tappeto contro i contributi pubblici, hanno supinamente accettato il mercatismo dell’informazione con tutte le sue conseguenze  (tra le quali la loro stessa crocifissione su carta)  e rivelando l’assenza di una visione generale e coerente di trasformazione.

Ma a parte questo la crisi della carta stampata ha motivazioni di ordine generale e una specificità tutta italiana che affonda le sue radici nell’epopea televisivo –  berlusconiana. Quanto alle prime c’è ovviamente la nascita della rete con le sue infinite possibilità, la progressiva perdita del piacere della lettura e della capacità di attenzione, l’omologazione della carta stampata e la sua subordinazione a editori con gli stessi interessi di “classe”, vedi matrimonio tra Repubblica e Stampa che prima erano i grandi giornali di polarità opposta, la crisi e l’impoverimento di vastissime aree di piccola borghesia per le quali i 50 euro mensili per l’acquisto di un quotidiano diventano un fardello, lo scarsissimo successo degli abbonamenti online perché è solo la carta che fidelizza il lettore, mentre in rete si cerca il più ampio spettro possibile e difficilmente ci si ferma ad una sola testata. Con tutto questo se i giornali fossero in grado di esprimere diverse visioni politche e sociali, diverse idee invece del comune e immondo pastone che i porci offrono alle perle tanto per ribaltare la metafora, se investissero in giornalisti invece di risolvere le crisi liberandosene, potrebbero sopravvivere benissimo se avessero quote significative di spazio pubblicitario venduto a prezzi congrui.

Ma così non è perché in Italia, al contrario di quanto avviene in tutto il mondo, c’è stato si un trasferimento di inserzioni dai media tradizionali ad internet e soprattutto ai social, ma questa si è svolta principalmente a danno della carta stampata, mentre la televisione ha perso pochissimo. Parlando in termini globali dal 2011 al 2017 internet è salito dal 21, 4% di raccolta pubblicitaria al 50,5% i giornali sono scesi dal 35,7 al 14,96% e la televisione è passata dal 30 per cento al 24. In Italia invece le cose sono andate in maniera completamente differente: internet è passato dal 13,5% al 37,1%, mangiando però quasi esclusivamente la quota della carta stampata che è scesa dal 24,2 all’ 8, 9, mentre la televisione è rimasta quasi intatta, scendendo da 51 al 42,8 per cento. La ragione di questa anomalia sta nelle normative sulle emissioni radiotelevisive che sono state costruite in maniera da favorire Berlusconi e i suoi affari e per giunta anche quelle che ci sono non sono fatte rispettare: la legge Gasparri prevedeva un massimo del 18 per cento di tempo di pubblicità, mentre quella europea, poi sussunta in Italia  consente interruzioni pubblicitarie ogni 30 minuti e pubblicità indiretta. Qualunque spettatore può facilmente constatare che il tempo pubblicitario arriva spesso oltre il 30 per cento del tempo totale, senza parlare della pubblicità indiretta o quella inserita dentro la trasmissione stessa con i banner.

Come se questo non bastasse le autorizzazioni e le successive concessioni non riguardano in nessun modo la qualità delle emissioni. La maggior parte dei canali, specie quelli minori come Alice o quelli di origine americana, come la 8 o la 9  si limitano a riproporre ad infinitum gli stessi programmi per cui con un investimento minimo sono in grado di creare una grande raccolta pubblicitaria del tutto innaturale. E come se un giornale, prendiamo il  Corriere della sera riproponesse 100 volte gli stessi articoli. Vi sono poi canali aggiuntivi e collaterali a uqelli principali che propongono sempre i programmi, già ripetuti 100 volte, al solo scopo di creare altro spazio per gli spot. Questo senza parlare del fatto che molti format, quasi tutti di importazione americana e dunque spesso ridicoli o incoerenti con la nostra realtà) sono nient’altro che pubblicità mascherata, più o meno abilmente. La cosa paradossale è che proprio il tentativo dello spettatore di evadere dalla ossessiva “pausa pubblicitaria” li fa cadere in altre trappole, avendo almeno il 30 per cento abbondante di possibilità di cadere su un altro spot. Se si imponesse la regola che almeno un terzo  del tempo di trasmissione giornaliera fosse costituito da trasmissioni non ripetute più di due volte tutto questo giochino si sgonfierebbe come un palloncino bucato.

Il correlativo è che la pubblicità in televisione costa troppo poco rispetto al pubblico che raggiunge ed è naturalmente la più gettonata: certo i prezzi variano da canale, ad orario, a giorno, a trasmissione, a posizionamento (i prezzi maggiori sono quelli per il primo e ultimo spot vale a dire quelli più visti), ma ci sono sconti fortissimi sui prezzi ufficiali, sconti che di solito sono effettuati sul numero e la frequenza delle inserzioni, il che ovviamente porta a dilatare i tempi pubblicitari.  Uno spot di mezzo minuto sulla Rai che è la più cara, può arrivare a costare anche meno di 3000 euro, costo di un’intera campagna in canali minori . E’ proprio in tutto questo che consiste l’anomalia italiana, nata al tempo in cui la televisione è diventata principale soggetto politico e a farne le spese sono proprio i giornali, compresi quelli che hanno appoggiato, sorretto  e guidato gli italiani in questa palude.

 

Annunci

Scopri la Murgia che c’è in te

am Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se siano cattive maestre, ma tra tanto veleno rete e  tv avevano una funzione comune positiva quella che permette di cambiare velocemente canale  quando irrompono i consigli per gli acquisti.  L’avevano, perché non so se l’avete notato, da tempo  c’è una fatale sincronizzazione così che siate sul servizio pubblico o sui canali commerciali, che c’è poca differenza,  se sfuggite al dialogo uomo delle fette biscottate/gallina precipitate nella marchetta alla caffeina della star di Hollywood.

E ormai succede così anche su Fb e Twitter dove frequentatori posseduti da analoghi demoni consumistici pubblicano gli stessi consigli per gli acquisti, magari il comodo patentino di antifascista che circolano nei “cretinai”, come succede in questi giorni con l’apostola della Matria (ne parlai qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2017/11/18/ho-paura-di-virginia-woolf/), presente con il suo test più dello spot della ragazza affetta dal fastidioso prurito intimo.

Avevo resistito, che si sa che l’unica punizione severa per  attrezzi del genere è la condanna all’eclisse totale, al cono d’ombra. Avevo resistito, finché stamattina amici con tempra e stomaco più forti del mio mi hanno aggiornato sulle ultime esternazioni in recenti talkshow della molto invitata Murgia in veste di storica, attiva nel florido filone inaugurato da celebrati giornalisti che avevano frequentato poco perfino la cronaca, e autrice dell’ormai leggendario e provocatorio test, ultimo in ordine di tempo dopo il “vi piacciono le coccole” o “quale parte del corpo maschile è più sexy?”, per diagnosticare gli standard di fascismo dell’incauto lettore dell’Espresso. Il settimanale lo ha estrapolato dall’ultima fatica letteraria della spericolata scrittrice di instant book, nel filone quelli,   dell’indagine sul Mercato e sulla società dei consumi della Kinsella, spunti perfetti per cinepanettoni promossi a critica del neocapitalismo a cura dei registi toscani, e e non deve essere un caso, dove precarietà, sfruttamento e la disperazione che ne deriva fanno ridere ma solo i loro portafogli.

E così ho capito che il test rispetta la tendenza che ha decretato il successo di Repubblica delle sue storiche penne, affrontare con disinvolta leggerezza temi alti e riservare un approccio pesante quando non pedante a temi blandi. L’intento è chiaro, far diventare tutto un minestrone, nel quale si perdono il senso e il gusto degli ingredienti, dove si superano il bianco e il nero e tutto diventa grigio, il bene e il male come nella pacificazione promossa dal “progressismo” nostrano per essere tutti assolti, perché così fani tutti, perché il vizio comune diventa professione se non di virtù almeno pretesa di innocenza, officiata sotto l’ombrellone con il rotocalco aperto che si macchia di ambrasolare.

Infatti la brillante autrice ci aiuta a diagnosticare i gradi di fascismo presenti nella società dei lettori del noto settimanale maestro di coerenza con le scosciate in copertine e le campagne contro l’ultimo  utilizzatore di corpi e immagini femminili dentro, in quel target uso a barare con Mannheimer e anche nel questionario sulla lunghezza del principe degli attributi, con facili domandine che non si riferiscono, tanto per dirne una, al tema della regolarizzazione di badanti e giardinieri a Capalbio, come alla preferenza accordata a prodotti confezionati da manine infantili sottratte al gioco.

E dire che meglio e più efficace sarebbe stato invece chiedere agli arguti frequentatori dei settimanali, pochissimi peraltro, molto selezionati per censo e quindi poco indicativi,  secondo la troppo dimenticata massima di una ventina di anni fa, se avevano più paura di Salvini o del Salvini che c’è in loro, proprio come allora si diceva a proposito di Berlusconi. Del quale, abbiamo appreso da una intervista,  la Murgia non ha paura, perché a differenza di questi gran burini, fascista non lo è.

A dirla tutta la Murgia, come la sua larga cerchia, non ha paura nemmeno di Salvini, né di quel “fascismo” come non ha avuto e non ha paura di Berlusconi, e come ammira e sostiene figuri imbarazzanti, sessisti, viaggiatori nel mondo opaco del gioco d’azzardo, omofobi come il suo candidato di riferimento Adinolfi, che ha accompagnato in una campagna elettorale in qualità di supporter e testimonial. E lo credo che non le fanno davvero paura, si tratta soggetti, prodotti, fermenti e azioni funzionali al fascismo vero  la cui  faccia vera, sotto le maschere oscene e dietro gli slogan insani del nostro carnevale politico,  è quella del totalitarismo economico, finanziario, sociale e culturale che ci occupa militarmente. Un regime che ha sfiancato e tolto la parola alle poche voci libere, condannandole all’emarginazione, o peggio a schierarsi con l’una o l’altra tifoseria, a dichiarare appartenenza ai due fronti simmetrici e omologhi, che tanto benvestiti, ben calzati, educati, o rozzi, volgari, sfacciati gli obiettivi sono gli stessi, salvare lo status quo, il presente senza ieri e senza domani, i privilegi e le rendite immeritate, guadagnate sul campo del furto di diritti, conquiste, garanzie, dignità e libertà.

Cosa ne dite se proponessimo un test facile facile ma di sicura utilità sociale? Voi che vi sentite esenti, voi disincantati, voi che avete riscoperto l’antifascismo purchè senza resistenza, domandatevi quanta Murgia c’è in voi.


Hollywood propaganda (parte seconda)

american sniper 05La prima parte è qui 

La piccolissima dose di filmografia realmente  critica o viene boicottata dagli stessi produttori come è accaduto per Redacted(2007) di Brian De Palma, proiettato solo in 15 cinema in tutti gli Usa o sopravvive a stento qui e là,  boicottata  dalla maggior parte delle produzioni, ma prima ancora dai suoi stessi limiti. Hollywood propaganda mostra che  “film impegnati” come Hotel Rwanda di Terry George (2004), Avatar di James Cameron (2009) o anche il documentario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore (2004), in realtà si appoggino su visioni alternative molto tiepide della politica americana. A Hollywood, le critiche si fermano sempre “in tempo” e i cambiamenti radicali sono presentati come impossibili o pericolosi. Così, a prescindere dalle ambizioni più o meno progressiste di sceneggiatori, registi, produttori e attori tutto si risolve nel fabbricarsi un’immagine vantaggiosa presso la piccola borghesia intellettuale ma priva di alcun significato nel mondo reale e politicamente meno che povera . Per esempio George Clooney ha partecipato alla campagna  per il Darfur, ma ha anche dato un supporto ufficiale a Barack Obama e Hillary Clinton, che sono stati i maggiori fautori della disintegrazione del Sudan con tutto quello che ne è seguito. Oppure Angiolina Jolie, celebrata per il suo cosiddetto impegno umanitario è anche sceneggiatrice e regista di un film, Nella terra del sangue e del miele (2011), in cui i serbi sono ritratti come terroristi, assassini e stupratori seriali, spingendo il regista Emir Kusturica a descrivere Hollywood, nel quotidiano serbo Blic , come “la più grande fabbrica di bugie” (23 gennaio 2012). E per aggiungere: “Fanno film  che sono spesso armi di propaganda. Uno di questi film è quello creato dall’intelligente, ma molto ingenua, Angelina Jolie”. Troppo buono con quell’intelligente perché la medesima attrice successivamente ha scritto un intervento sul Guardian, assieme al segretario generale della  Nato Jens Stoltenberg, per celebrare i risultati dell’Alleanza Atlantica e farne, udite udite,  un “leader” nella difesa dei diritti delle donne in tutto il mondo. Dopo decine di migliaia di donne massacrate a suon di bombe.

E cosa pensare delle serate di “beneficenza”, che mirano a raccogliere fondi per i soldati israeliani?  L’ultima, tenuta a Los Angeles il 2 novembre 2017, alla presenza di Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro, Barbra Streisand, Sylvester Stallone, Antonio Banderas, Mark Wahlberg, Liev Schreiber, Gerard Butler , ha raccolto $ 53,8 milioni per l’IDF che del resto già prende 9 milioni al giorno di contributi americani. La cosa  già grottesca in sé lo diventa ancora di più se si pensa che Washington passa qualche soldino all’Autorità palestinese  per ripristinare le strutture distrutte dall’esercito israeliano. Tutto questo però non serve a rabbonire Tel Aviv che interviene quando trova qualche film poco enfatico su Israele e muove le sue pedine per affossarlo come è accaduto per Monaco di Spielberg nel 2006. Nella sua prefazione al libro lo storico e politologo Michael Parenti fa questa osservazione “L’essenza del processo di controllo ideologico è implicita, le forme del controllo sociale più repressivo non sono sempre quelle esplicite, ma quelle che si insinuano nel tessuto la nostra coscienza in modo da non essere accettate come parte consapevole. Probabilmente ci sono molti progressisti che non si sono ancora resi conto di quanto stanno facendo per servire la causa del potere.”

Con la sua immensa massa di produzioni tra film, film TV, serie e documentari Hollywood ha assunto di fatto anche le funzioni di educatrice nonché deformatrice di storia e di realtà, sia attraverso falsificazioni in chiaro su singoli fatti, sia attraverso la diffusione di cliché a livello narrativo ed espressivo che con la loro ripetizione maniacale finiscono per stabilire la verità. Sarebbe un bene per tutti che i cittadini americani si emancipassero da questi abominevoli insegnamenti, ma sarebbe ancor meglio che ne fossero liberati tutti gli altri: si. perché il potere finanziario di Hollywood e delle major, la forza dell’inglese, le pressioni di Washington, gli accordi internazionali  fanno sì che alla fine anche tutte le altre cinematografie finiscano con l’adeguarsi ai contenuti e alle forme che sono una forza di trascinamento verso lo “stile di vita” americano. Si  è arrivati al punto che alcune produzioni europee, cinematografiche ma più spesso televisive, “adottino” la legislazione americana per i loro polizieschi, quando invece quella del Paese di produzione è completamente diversa. Dunque  Hollywood influenza le rappresentazioni e le opinioni degli spettatori di tutto il pianeta, anche tra i popoli vittime di l’imperialismo. Una forma di storia globale ultra-rudimentale a stelle e  strisce si impone attraverso il fascino e la ripetizione. Le immagini scintillanti, le storie mozzafiato e le “prove” cinematiche dell’eroismo americano fanno breccia anche nelle persone che pensano di essere immuni dalle grinfie dell’ideologia.

A mio personale parere questo sta portando il cinema alla rovina e quello americano all’invedibilità: dopo 2 minuti, un tempo anche inferiore a quello necessario ad esaurire l’elefantiaco elenco di produttori, produttori esecutivi, distributori e  case produttrici, si può intuire quasi tutta la trama e il senso mentre  la convenzionalità asfittica della forma narrativa fa il resto: le scene spettacolari e le storie infantili o inconcludenti che le permettono, diventano perciò necessarie, anzi spesso sono il film  Ma questo fatto non viene riconosciuto da una critica così accecata dall’ attrazione mentale e materiale per Hollywood che nega la portata ideologica di certi film o glissa su di essa. Ne è un buon esempio l’ottima e ottusa accoglienza ricevuta da American Sniper di Clint Eastwood: questa storia abietta sul  “più formidabile cecchino della storia militare degli Stati Uniti”,  tende ad esaltare e a presentare come come giusto un criminale di guerra psicopatico. Eppure parrebbe che nessuno abbaia avuto particolari obiezioni, nemmeno quell’area che vorrebbe farci accettare qualsiasi massacro sociale in nome di costruzioni sovranazionali che hanno “mantenuto la pace”. In Francia, durante un dibattito televisivo, l’unico che voleva denunciare i gravi problemi  politici e morali posti dal film di Eastwood, il, critico e storico del cinema  Jean-Baptiste Thoret, è stato censurato. E che dire di American Assassin (2017), Michael Cuesta, forse ancora peggiore?

La forza del libro di di Matthew Alford  è tuttavia quello di non condannare alla rinfusa tutta la produzione cinematografica americana, ma di presentare anche alcune eccezioni e mostrare che registi come Oliver Stone e Paul Verhoeven sono riusciti a realizzare un punto di vista veramente critico all’interno del sistema che tuttavia  viene regolarmente punito o silenziatoPaul Verhoeven –  olandese – non è stato in grado di girare negli Stati Uniti dal 2000 dopo aver realizzato Starship Troopers (1997), un film di fantascienza in cui ha sviluppato una abile satira di imperialismo e militarismo, compresa solo in ritardo dal potere. Per quanto riguarda Olivier Stone, il suo Snowden (2016) è stato molto difficile da produrre: ha dovuto richiedere finanziamenti europei e realizzare gran parte delle riprese in Germania. Il budget era così stretto che quando sua madre morì, non poté permettersi di smettere di girare per andare negli Stati Uniti e partecipare al funerale. Altri esempi di “deviazione” possono essere considerati il notevole Citizenfour (2014)  di Laura Poitras o Che di Steven Soderbergh (2008-2009), ma in questi casi gran parte dei finanziamenti venivano dall’Europa o da giri completamente estranei ai meccanismi hollywoodiani.

Insomma se non fossimo ormai assuefatti alla passività questa mole di produzioni e di propaganda dovrebbe stimolare la vigilanza e il pensiero critico, incoraggiarci a lottare contro l’apatia, il fascino e le bugie secondo le regole di autodifesa intellettuale di Chomsky. Non ci si può liberare da un imperialismo senza essere liberi dalla sua componente culturale e Hollywood non è che la continuazione della politica di Washington con altri mezzi. 


Hollywood propaganda (parte prima)

61YF5ZmnavL._SX195_Un umorista scozzese piuttosto malvisto dal potere, al contrario di certi personaggi nostrani che alla fine si spiaggiano su qualche contratto con le Tv dello zio Sam in versione deep state – liberal (intelligenti pauca), è stato attaccato violentemente per una battuta o meglio per una considerazione tragica espressa in modo divertente: “La politica estera americana è spregevole perché non solo gli Stati Uniti vengono nel tuo paese e uccidono tutti i tuoi cari, ma ancor peggio è che tornano vent’anni dopo e fanno un film per mostrare che uccidere i tuoi cari ha reso tristi i loro soldati”. Credo, sulla scia di Laurent Dauré  il quale  ha dedicato al libro una recensione fiume  che sia il migliore incipit per introdurre un saggio dello storico dei media Matthew Alford sul soft power  espresso da Hollywood ( e oggi ancor più dalle reti televisive globaliste che comunque  attingono alle medesime fonti ideative e finanziarie) che dopo 8 anni dalla sua pubblicazione  varca i confini della Gran Bretagna e viene tradotto in francese con il titolo di Hollywood Propaganda (quello originario è titolato Reel Power: Hollywood Cinema e American Supremacy) ma con una inedita prefazione dell’autore che mette a punto i concetti fondamentali. Si tratta di un’ opera che per la sua cobcretezza merita

Si tratta in realtà di un tema molto dibattuto a cominciare dal capostitite La fabbrica del consenso di Chomsky e Herman, ma di fatto assente dal contesto reale per molti e ovvi motivi, non ultimo il fatto che esso è completamente assente dalla critica ormai legata senza scampo per via indiretta o indiretta (editori di riferimento) agli interessi delle major. Ma di fatto questa realtà è stata evidente sin dalla stagione del maccartismo che fu effimera nella sua forma di primitiva caccia alle streghe, ma che segnò l’arruolamento del cinema nella “propaganda fide” del capitalismo e del dominio americano, facendo molte più vittime dell’immaginario di quante non ne abbiano fatte i marines. Di questo immaginario fa parte anche la leggenda diffusa e accreditata dai media mainstream secondo la quale , Hollywood sarebbe un baluardo degli ideali progressisti, con un generoso contingente di artisti “impegnati” e film “di protesta”. Alford, analizzando sia i meccanismi interni che le produzioni della “macchina dei sogni”, mostra che è in realtà tutto è profondamente compromesso nella difesa degli interessi delle forze politiche ed economiche più reazionarie.

Gli spettatori sono spesso inconsapevoli del fatto che molti film e serie televisive ricevono supporto diretto dal Pentagono o da agenzie governative sotto forma di consulenti, prestito di attrezzature, personale, accesso ai siti, formazione, mezzi e via dicendo chiedendo però il diritto di intervenire quando avverte che l’immagine che viene data dell’esercito americano non è abbastanza positiva. I servizi di intelligence fanno lo stesso per monetizzare il loro supporto per un progetto. Matthew Alford fornisce diversi esempi di questo deleterio mix di generi, alcuni dei quali probabilmente stupiranno un po’ tutti e soprattutto quell’area cosiddetta progressista: pressioni più o meno surrettizie sono state esercitate in  Tour of Duty di William Friedkin (2000, Windtalkers, i messaggeri del vento di John Woo (2002), The Recruit di Roger Donaldson (2003) e La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols (2007) le cui sceneggiature sono state significativamente modificate in un modo ancora più- favorevole all’establishment politico e militare (e alla CIA nel caso degli ultimi due). L’autore mostra anche che alcuni film sono il prodotto di vere partnership tra gli studi di Hollywood e le strutture di potere che definiscono e attuano la politica estera di Washington. In un libro pubblicato l’anno scorso, National Security Cinema: The Shocking New Evidence del controllo del governo a Hollywood , sempre di Alford con il coautore Tom Secker riferiscono di nuove ricerche che sfruttano gli archivi a cui prima non si aveva accesso e sono stati in grado di stabilire inconfutabilmente che tra il 1911 e il 2017 almeno 814 film hanno ricevuto il sostegno attivo dell Us Army, al quale devono essere aggiunti 1.133 programmi televisivi. Se poi includiamo  i progetti sostenuti dall’FBI, dalla CIA o dalla Casa Bianca, si arriva a molte migliaia di produzioni  sponsorizzate, a vari livelli, dal quell’insieme di reti di comando che vanno sotto il nome di sicurezza nazionale.

Anche i film della serie Transformes realizzati dal magnate neocon  Michael Bay, Terminator Salvation o The Black Hawk Down di Ridley Scott hanno “beneficiato” della cooperazione del Dipartimento della Difesa e, in effetti, celebrano esplicitamente l’esercito. Ma Matthew Alford dimostra, studiando scrupolosamente il loro contenuto, che l’ideologia neoconservatrice – l’eccezionalismo e l’interventismo – pervade anche le produzioni che non godono di assistenza diretta: a Hollywood, la mentalità imperialista è in gran parte spontanea e quelli che resistono sono emarginati, persino attaccati e incontrano più ostacoli per produrre e distribuire  i loro lungometraggi. Tuttavia anche i film che si presentano come critici, progressisti e pacifisti adottano spesso la premessa del possesso “fondiario” degli Stati Uniti e la necessità di un “diritto di interferenza” con vocazione umanitaria armata di bombe. Naturalmente poiché l’interferenza è sempre esercitata  dal forte contro il debole, a Hollywood (come a Washington del resto) , non risparmiamo sforzi per convincerci che minacce terribili stanno pesando sul mondo e che spetta alla superpotenza americana intervenire per proteggerci da esso, con la violenza, ça va sans dire, perché le idee, la diplomazia e il diritto sono noiosi. Anzi la mecca del cinema è diventata la maggiore produttrice di minacce dove arabi, mussulmani, alieni, stregoni, zombie, vampiri, criminali dall’ immenso ed inesplorato  potere sono alibi per l’arrivo dei nostri sotto forma di truppe o contractor. In questo modo anche se vi sono errori, vittime collaterali, schegge impazzite la purezza delle intenzioni e il ruolo salvifico degli Usa viene salvaguardato. Film anche molto recenti come Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (2013), American Sniper di Clint Eastwood (2015) et 13 Hours di Michael Bay (2016) incarnano una forma di “imperialismo fatalista,” umbratile  e depressivo nel quale i fondamenti della politica estera americana non fanno mai parte del problema, ma sono l’unica soluzione.

Questo assunto fondamentale è stato quello su cui hanno messo le radici i film della saga del Vietnam a cominciare dal Cacciatore per finire a Vittime di Brian de Palma e passando per Apocalypse Now , ma anche i film più recenti che vorrebbero essere satire del militarismo statunitense, come The Kings of the Desert di David O. Russell (1999), Team America,  World Police  di Trey Parker (2004) o Jarhead , La fine dell’innocenza di Sam Mendes (2005) non prendono mai in considerazione l’ipotesi che il modo migliore di evitare che gli american boys si deprimano dopo aver massacrato vietnamiti o iracheni sia quella di non mandarli a devastare altri Paesi. L’industria dell’intrattenimento assume su di sé gran parte dell’indottrinamento – assopimento delle masse. Il cinema, come la televisione, è uno strumento formidabile per creare consenso attraverso la seduzione e lo stupore e nella sua produzione preminente si rivolge in particolare alle classi medio-basse, alle “minoranze”, ai giovani da plasmare. Hollywood del resto è dominata dagli stessi che detengono  i grandi giornali, le televisioni globali e che si apprestano a conquistare la rete, un ristretto gruppo di ultramiliardari con i loro valletti e naturalmente questa elite adotta l’ideologia che gli giova, ha bisogno, di convincersi  che la verità e la giustizia hanno il buon gusto di adattarsi ai propri i interessi materiali e che si forniscano argomenti  per giustificarli. A Hollywood, la visione del mondo promossa dal dominante viene tradotta in una forma audiovisiva attraente, destinata a un vasto pubblico, con messaggi generalmente semplici e confortanti, o fatalistici che possono essere riassunte nella frase”le cose sono come sono e non possono essere altrimenti “.

Continua


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: